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Posts Tagged ‘guerrieri’

Cara mamma e caro papà
So che qui mi leggerete. Ognuno per conto proprio. Ognuno a modo proprio. Per ritrovarmi in questo spazio incerto e ignoto che è la rete. Spero solo che non lo farete con occhi che sono solo occhi. E’ allora non posso che tranquillizzarvi. Certo qui è Africa. Qui è l’altro mondo.
Come saprete vi scrivo da questo “slum” della periferia di Nairobi, nella zona di Kasarani, a pochi chilometri a est di Kariobangi. Una città di 180.000 abitanti che non è nemmeno una città. Solo una banlieue; poco più. Il nome kikuyu “Korogocho” significa “confusione”. E quella “confusione” regna sovrana. Nemmeno qui, tra le baracche e la miseria, si è tutti uguali. Farete fatica a capire ma qui è ricco chi ha le scarpe; chi riesce a rubare un boccone di pane.
Vi scrivo affacciato ad una finestra con vista sulla vita e sulla sofferenza; sul volto più duro e avaro del dolore. Una finestra che non ha vetri che trattengano e così entrano tutti i rumori della strada e della disperazione. Non da una finestra normale. Da questa miseria inaudita che non lascia respiro. Per questi uomini che vivono ogni attimo della morte; nati solo per morire, come se fosse un semplice appuntamento. Padre Antonio è vicino a me. Niente mi ha mai insegnato altrettanto. E non ci sono parole bastanti.
Niente è come sembra e nulla pare vero. Di sangue e rabbia mi sento pervaso, ma non di sconfitta. Tra le tante lingue che si affollano i giovani bantu mi narrano lo swahili con le mani e gli occhi. E noi, per alcuni di loro, siamo l’unica speranza. Occhi immensi che hanno il pudore di dire grazie, occhi ancora orgogliosi, occhi che sanno inventarsi sorrisi meravigliosi. Siamo tutto e la loro patria e la loro casa e il loro riscatto. Non ho mai avuto tanto in cambio di così niente perché tutto non mi sembra abbastanza. E mi sento vigliacco e colpevole delle mie fortune. E mi sento immensamente grato del loro più piccolo gesto, anche del solo allungarmi una mano. Amo infinitamente questi piccoli guerrieri tristi. La collana di conchiglie che uno di loro mi ha regalato come fosse la cosa più preziosa. Il morso di pane che un altro ha spezzato; con le mani sporche.
Questo popolo non popolo che vive rifiutato nei rifiuti e tra i rifiuti. Se questa pare letteratura mi scuso; è solo vita. Vita che scorre e che noi non crediamo più. Il volto più duro della vita, dove persino la pietà è un bene troppo di lusso. Bisogna venire qui per conoscere la miseria. Dire non hanno niente qui vuol dire che non hanno proprio niente. Come faccio a spiegarvi? Non mi avete mai fatto mancare nulla. Io posso tornare; ho già in tasca il biglietto. Loro invece non possono che aspettare. Eppure qualcosa mi mancava. Forse proprio questi esseri umani d’ebano che sono stati guerrieri e sono solo ombre. Cercavo di capire. Cercavo non un uomo ma cosa, e quell’uomo l’ho cercato; in questi luoghi.
Cara mamma, non essere in apprensione per me. La notte ha i rumori della notte. Ti viene da stare sveglio ad ascoltarli. E’ come se tutto il mondo parlasse qui. E tutto ha un suo fascino, anche se lancinante. Sono loro stessi a proteggermi, da loro; da tutto. E’ qui che, davanti a tanto strazio, solo e nudo, mi sono sentito vivo come non sono mai stato tanto vivo, né altrettanto in compagnia. Io, così protetto, non sono mai stato abbastanza io. Spero riuscirete a capire.
Vostro figlio

Lettera più o meno immaginaria scritta per il blog Lettere al futuro, su incitazione di Ross, postata il 27 c.m.

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GuerrieroScusate ma vado di fretta.
Peccato Lei non c’era, la divina ha perso un appuntamento. Ci saremmo divertiti. La sua penna caustica ne avrebbe fatto un quadretto sicuramente più gustoso. Io faccio quello che posso. Non ho certo la sua verve. A dirla tutta quasi quasi mi annoiavo.
3 giugno 2009. Me n’ero scordato. Ci andiamo alla spicciolata, tanto ci troviamo là. Come detto Lei non viene. Ultimamente ha qualche ritardo e qualche assenza. Bisogna prenderla com’è e come viene. Del resto mica ci si può fare diversamente. Gaetano invece ci raggiunge lì col suo cane. Rossana, naturalmente, mi viene incontro. E’ lei la vera invitata. E poi è di quelle che, se è il caso, anche se ha tempo, non aspetta tempo. Ovvero quando lo aspetta sbaglia. Infatti stavolta mi aspetta davanti al ponte di Calatrava. A questo proposito, disgredisco (si dirà così?), lo credevo da una battaglia. Va bene che è il nome dell’architetto ma poteva risparmiarselo. Mi sembra brutto qui, a Venezia, e poco utile, oltre che infido e pericoloso. Forse questo è un altro discorso ma tanto decido io cosa voglio e non voglio dire. A proposito di Rossana neanche l’avessero fatto apporta: rossa di capelli e rossa di tutto. Sembra costruita per non smentire il nome. Infatti tutti l’hanno sempre chiamata Rossa. Io, manco farlo apposta, la Rossa; ma su questo mi sono fermato in un altro post. Poi, come tutte le Rosse, presenta un solo limite: rischi di uscirne pazzo.
Insomma se ne sta ad aspettarmi ai piedi del ponte e la corriera se ne arriva in ritardo. Tutto per togliermi la possibilità di avere un qualche vantaggio, visto che il giorno prima aveva tardato lei. Tanto per incazzarmi mi ero già incazzato. Certo che io una giustificazione ce l’ho: a tornare dalla fantasia, ovvero da Spinola, a quella città reale, che pare così fantastica, che risponde al nome di Venezia, è come attraversare un’intera vita. E l’universo. Può, persino, essere traumatizzante. Non so se riesce più incredibile il brutto anatroccolo che è Spinola o il bellissimo cigno che è Venezia. Due mondi come due galassie. Io me la guardo, Venezia, come un amante. Spero che Rossana non né sia mai gelosa.
Affrettiamo allora il passo perché lei si ricorda che forse si era sbagliata e che non ricordava l’ora dell’inizio. Non era più certa. Forse tardavamo di una decina di minuti, forse di un ora più quei minuti. Mica è facile accelerare il passo per una città piena di persone che passeggiano su percorsi stretti e che non possono mai aver fretta. L’indolenza della città mal si addice ai ritardatari anche perché non c’è nessuno che abbia così rispetto della puntualità tranne chi non è del posto o non va da un’altra parte. Attraversare poi i gruppi di turismo famigliare è una vera impresa, e i gondolieri che ti approcciano. Non voglio andare in gondola, per i soldi e perché non sono un turista. Me la giro come e quando voglio. La barca la tengo legata sotto casa. E non ho bisogno di alcuno che remi per me. Ovvero Venezia resta sonnolenta, cullata da un leggero moto ondoso che si infrange sulle rive, e l’appuntamento è alla Scuola dei mercanti.
Il piazzale antistante è già affollato. Un chiacchiericcio snob si spande come caigo; si appiccica alle cose. La scuola sembra una chiesa, forse lo era; probabilmente. Lei, Rossana, mi invita ad entrare. “Perché”? Gaetano è già schifato. Il suo cane ha lasciato il segno del suo gradimento sul selciato. Nemmeno un attimo e qualcuno l’ha già calpestata. Bestemmia forse solo perché non è merda d’artista. Padrone e animale si allontanano alla chetichella. Dice lei: “Perché è il mercante ed è mio buon cliente”.
Il motivo non mi convince. Ho il sospetto di aver dato fin troppo, una sorta di premonizione. Non vorrei contraddirla e nemmeno ci penso. Il mercante è lì, davanti al portone. Unico vezzo una sciarpa nera che pende al collo. Tra tante figure improbabili l’unico probabile è proprio lui, il maestro ovvero l’artista. Uomo corpulento. Vestito da Sono-uscito-così-com’ero, ma con un capellino blu con frontino in testa. Nemmeno uno stupido codino. Se ne sta a parlare col più famoso compositore veneziano, quello che ha smesso di fare canzonette per andare a scrivere musica a Hollywood; proprio lui. Invecchiato, cazzo se è invecchiato. Mi diverto di più a guardare quello strano universo. Sono certo che la mostra non li può che far rimpiangere. C’è un bambino che col gelato si è trasformato in un quadro vivente. Lui nemmeno lo può sapere, ma i colori sono proprio quelli del maestro. Sembra che i pittori, almeno alle loro mostre, almeno alle inaugurazioni, si debbano giocoforza nomare così: maestro. In questa sorta di sagrato le figure si affollano. Arriva quasi subito il cowboy. Da dove se ne esca non so e non lo voglio sapere. Mi chiedo dove lo ripongano dopo. Piccolino, vicino ad una stangona senza altra attrazione. Il cappello da sculaccia vacche in testa. Una camicia, di un verde che la peggiore fantasia non potrebbe immaginare, che offende gli occhi. Gli corre incontro un tipo lungo e secco. Giacca bianca con il colletto obbligatoriamente rialzato. Una catena da ancora gli pende dalla cinta e cerca di evitarla per non ruzzolare sui masegni. Ha solo i capelli sul cucuzzolo ricci e color carota. Tutto vezzoso abbraccia il cowboy nuovo venuto. Pare si conoscono. Probabilmente sono habitué dello scrocco ai vermisage. Intanto si stappa il primo vino. E un rosso che l’artista fa nella sua tenuta toscana. Decisamente la sua arte si esprime meglio nel vino che produce, ma questo potrebbe essere solo il frutto della mia ignoranza cafona e della incompetenza. Un poco anche del mio amore per il vino.
Mi aspettavo donne giovani e belle, ci limitiamo a quelle affascinanti, interessanti e avanti con gli anni. Probabilmente nessuna mira più a spogliarsi per fare solo la modella. Una ha una scollatura dalla quale si vedono le mutandine, il seno è sceso ad un piano ancora inferiore. Sta per raggiungere la cantina, senza fretta. Per il momento non c’è pericolo. Una guida un cane dello stesso rosso tiziano della gonna. Chiedo a Rossana se è possibile che ne abbia, di cani, di ogni gradazione di colore, per esempio verde veleno o azzurro cielo prima d’un temporale. Lei lo prende per uno scherzo mentre mi viene come dubbio legittimo. Prima di entrare mi accendo una sigaretta. Ogni scusa è buona ad evitare o rimandare il pericolo. Io il pericolo lo fiuto da lontano.
Intanto una ragazza gentile, che risponde in francese, sbatte sul tavolato polipi lessi che taglia, con una paletta adatta, in frammenti infinitesimali. La gente si azzuffa. La dimensione dei bocconi non li scoraggia. L’importante è riuscire a infilarli e a non farseli rubare. Un’altra ragazza sembra voglia solo convincermi di quanto sono sodi i suoi seni. Con quelli cerca di farsi largo. Alla fine delusa desiste e mi chiede permesso. Scivola tra me e la riva rischiando di precipitare in canale. Raggiunge la distribuzione. Nemmeno ho il tempo di spiegarle che ero lì per quello. Che non me ne stavo ad aspettare il battello. Certo che con i giovani bisogna portare pazienza. Quella che potrebbe essere la madre cerca una operazione simile; mi accorgo che si tratta di una signora solo quando ce l’ho davanti; e ancora faccio fatica. Credo che ad una mensa ci sia più rispetto per la fame altrui. Qui sono ossessivamente affamati d’arte. D’arte o del problema “guardami”. Come fai a non guardarli, ridicoli come sono. Quello in pantaloni corti sculetta come una soubrette.
“Vieni. Entriamo”.
Mi lascio convincere per pudore. Che ne sapevo che le vere opere sono le statue di terracotta imbrattate? Imbrattate dal maestro. Appena entro ci sono foto imbrattate. Pensavo fossero quelle il piatto forte. Una delle sculture, che sono di terracotta ma paiono di cartapesta, cammina per una S. Marco nell’acqua alta. Una se ne sta dentro un orinatoio come ad aspettare qualcuno che si avventuri a farla. O come ad aspettarti per farla. Una intralcia i lavori di una benna in un cantiere. Insomma sono d’impiccio persino nelle foto. E le statue? chiederà chi non ha avuto lo stesso piacere. Quelle se ne stavano al piano superiore, a guardare un altrettanto improbabile film. Quella che mi colpisce è una nuca. Dal mio punto di osservazione sembra un bimbo grasso intento in una grassa smorfia nella quale stringe gli occhi. Vorrei aver dietro di che farlo per prendere uno schizzo per appunto.
Esco che mi sento soffocare. Stanno ancora li a parlare, tutti; a far chiacchierare e svolazzare le mani. Uno stormo di dita impazzite. Con spreco di erre mosce e di “Fantastico”. La bionda è vestita da ventenne ma il viso ne denuncia almeno tre di ventenni. Nemmeno il sospetto di una vecchia bellezza, solo l’aria. La bocca che le sega la faccia in due; come un cocomero. Saluta e poi prende sottobraccio uno che se non è un artista è solo un corto sgorbio panciuto con tredici capelli che si azzuffano sopra le orecchie; probabilmente sono sue solo le radici per le estensioni. Due, uomini, da non credere, hanno mocassini di colore inverecondo, e senza pudore, con cintura uguale. Sulla barca addobbata a riva il cuoco si inventa emulo di Silvan. Lancia nuvolette di farina. Una nuvola di capelli bianchi gli esce da sotto il cappello. Da solo vale il prezzo del biglietto. Getta, con gesti da prestigititatore, gamberetti e anelli di calamari infarinati nell’olio bollente. Scende a terra. Versa un enorme polenta fumante a spandersi su d’un tavolo. Tutto quell’universo cinguettante, sul quale svolazzano gridolini queruli e creature ricercatamente improbabili, si riversa attorno alla polenta. Un mattacchione ha nascosto le forchette. I più temerari gridano con gole bruciate. Alcuni la raccolgono con i bicchieri di plastica. E’ divertente vedere quelli che cercano di mangiare, da quella cascata lavica di polenta, con gli stuzzicadenti con cui s’erano avventati sui frammenti di polpo.
Mi accendo una sigaretta. “Andiamo”. Ho paura di non riuscire più a trattenere le lacrime e la grassa risata che mi sale alla gola. Ho paura di compromettere il mio futuro e ritrovarmi bandito da ogni ulteriore inaugurazione. “Non vuoi conoscere il maestro”. Sono orgoglioso di conoscere alcuni professori. Anche Lei è professoressa; il suo diario, però, è volutamente ironico. Non so se riuscirei a trattenermi. Conosco i miei difetti e come sono fatto. Mi invento un impegno. Mi sento in imbarazzo. Poi le dico la verità. Preferisco mangiare messicano al ristorante d’un napoletano, seduti ad un tavolo in riva al lume di candela. Datemi un pennello (adatto) in mano e credo che riuscirei ancora ad imbiancare una parete facendo meno danni. Venezia è bella comunque.

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