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Posts Tagged ‘Hammet’

E’ un caldo bestia, come in tutte le mie storie[1]. E’ al tavolo d’angolo. Lo prendo per la collottola ma si alza da solo. La testa è piccola ma tutto il resto è enorme. Lo scuoto ma non tintinna nemmeno il ghiaccio nello scotch. Di cognome probabilmente fa Empire State Building, ma non sono in vena di ironia arguta. Sta sudando anche la sigaretta che mi pende in bocca e lui mi guarda come vedesse una pulce e con lo stesso entusiasmo. A volte è duro fare il duro e avere il fumo che ti va negli occhi. Gli chiedo per la bambola. “Non spendo quattrocento bigliettoni per la tua bella faccia; per quel bottino ci gioco da me.” – non è stupido come sembra. Qualcosa mi dice che qualcosa mi sfugge. Anche Rex, il barista, con quel nome del cazzo (come si fa a chiamare un barman col nome di un cane?), se ne sta abbottonato, ma si informa della serata con quella faccia da faina: “Certo era una gran tocco di cristiana“. Sorride senza due denti e con un pieno di malizia misto invidia scaltrezza. Gli torco il farfallino ma glielo lascio subito. Non mi è sembrato garbato che si riferisse ai polmoni della buonanima con quel gesto. Spero sia andata bene; gli dico “Niente male.” fingendo di saperla lunga almeno quanto le gambe della ex finta bionda. Deve essere stato pazzescamente bello. Se c’hanno fatto un film per incastrarmi; devo ricordarmi di farmene dare un paio di copie. Quello che è certo è che non volevano spillarmi soldi. Ci passerei tranquillamente sopra al fatto che non era bionda naturale, non fosse per quel piccolo particolare del terzo occhio, e per quello che non me l’hanno lasciata tenere. Mi resterebbe ancora in tasca quanto basta per un’altra bottiglia più un paio di cicchetti e per non lasciare a secco nemmeno la carretta. Solo al mattino mi trovo a chiedermi come faceva a sapere, la montagna con la testa da topo, che quella ne chiedeva quattrocento per farsi spupazzare.


[1] Vedi: I guai cercano guai (un’altra storia Hard Boiled)

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Quattro colpi violenti mi trascinano a fatica da un sonno movimentato. Sulla porta è scritto Filippo Vance ma dietro c’è solo quello che ne resta. Fuori e dentro c’è un caldo opprimente, è sempre così nelle mie storie. In bocca il veleno di una notte breve corsa in fretta. I piedi palpano il marmo cercando le ciabatte e scuoto la testa per uscire dal torpore. Capisco all’istante di essere nei guai: per terra il cadavere di una bottiglia di bourbon, nel letto quello della bionda. Mi rendo conto del mio stato. Infilo la prima sigaretta tra le labbra, le mutande, il capello e vado ad aprire. Cerco di mettere a fuoco quei due: io puzzo del sudore e loro di poliziotti. Qualcuno gli ha soffiato addosso che s’è sentito rumore tutta la notte; mi limito a soffiargli del fumo annoiato. Dev’essere stato bello. Vorrei ricordare anch’io e mi girano proprio per questo. Tiro il lenzuolo, come dicono, e scopro quel corpo di bionda, per poco non svengono; scopro il paradiso e per poco non sveniamo tutti. E’, o meglio era, un gran pezzo di sventola e bisogna essere fessi per non capire al volo: è troppo bella e troppo bionda. Se non l’ho fatto io qualcuno la deve aver pagata per farmi lo scherzo. Una come lei non canta nemmeno una strofa per uno come me. Una come lei non mi casca nel letto solo perché è triste. Ha gli occhi spalancati e sono degli immensi e liquidi occhioni blu. Vorrei farci ancora due chiacchiere anch’io ma gli hanno fatto un terzo occhio giusto tra i due di mamma. La pistola che ha sparato è la mia e ci sono le mie impronte ma mica sarei scemo ad usarla dopo che mi hanno ritirato il permesso. E poi non ci avevo fatto caso ma non è nemmeno bionda.

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