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Posts Tagged ‘Hebron’

Hebron (lett. “amico”, in arabo الخليل al-Khalīl) è delle più antiche città della Cisgiordania (Giudea secondo la toponomastica ebraica) ed è uno dei siti abitati ininterrottamente da più tempo; oggi conta circa 200.000 abitanti (palestinesi), e per la presenza delle tombe di alcuni patriarchi è luogo sacro per le tre grandi religioni monoteiste.
Dal 1976 immigrati di religione ebraica decisero di occupare il centro storico e commerciale della città iniziando a confiscare terre e case e cercando di rendere la vita impossibile agli altri abitanti della città al fine di cacciarli (come nel resto del territorio palestinese). La situazione nel centro di al-Khalil si è fatta più drammatica dopo che il 26 febbraio 1994 un colono di origine statunitense, Baruch Goldstein, armato di fucile automatico, penetrò nella moschea di Hebron mentre i fedeli erano in preghiera (del tramonto) e cominciò a sparare all’impazzata. Goldstein finì ucciso sul posto, ma prima ebbe il tempo di uccidere 29 palestinesi e di ferirne gravemente oltre 100. Naturalmente al fatto seguirono ore di tensione e di scontri. Dopo quell’episodio, e per presunte ragioni di sicurezza, dal 1997 la città fu divisa in due aree di competenza e quella parte del centro fu affidata al controllo dell’esercito israeliano, come altre aree di quella che viene chiamata Cisgiordania o West Bank, ma che noi continueremo a chiamare con il suo vero nome ovvero Palestina; anche se lo stato di Israele vuole convincere il mondo che non esiste né è mai esistita una terra che si chiama Palestina.
Così, dopo la strage della moschea, lo stato sionista non ha trovato migliore soluzione che occupare il centro di al-Khalil isolandolo attraverso barriere e checkpoint e chiudendo le case palestinesi e le attività commerciali. Quel centro, che potremmo assimilare alle nostre Mercerie, è oggi una città fantasma completamente spopolata tranne che per i controlli militari e il passaggio di coloni e di soldati. Da allora il numero degli occupanti di religione più o meno ebraica è salito a circa 700 persone che vivono appunto nell’antico quartiere ebraico. Questi “coloni”, che sono tra i più violenti di tutta la Palestina e spesso girano armati, assediano il centro e abitano prevalentemente i piani superiori delle case e da lì continuano a gettare qualsiasi tipo di oggetti e di rifiuti sulla gente che passa sotto e sono oggi difesi da un contingente militare di circa 1.500 unità.
Abbiamo personalmente avuto modo di conosce la violenza dei coloni e l’arroganza dei soldati quando siamo passati in una cinquantina di italiani per quello che era un “Viaggio di conoscenza e solidarietà in Palestina e Israele”: sono stati arrestati palestinesi che ci facevano da guida per poi essere rilasciati per la nostra presenza e siamo stati infine noi stessi definiti come italiani con epiteti quali “terroristi” e appunto “immondizia”.
Noi ci siamo passati e passeremo ancora, abbiamo annusato l’odore dei lacrimogeni, abbiamo chiesto in silenzio e anche a gran voce che la strada venga riaperta, abbiamo visto con i nostri occhi questo orrore in spregio a qualsiasi civiltà e con noi portiamo per le strade di Venezia e dell’Italia intera gli amici Palestinesi Izzat Karaki e Jawwad Abu Aisha dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) di Hebron per testimoniare di questa mostruosità.
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Mamma li turchi

C’era una volta… una città fiorente in oriente, anzi in medio-oriente: Hebron, che vuol dire amico. Una città di commercio e artigianato (una delle più antiche ininterrottamente abitata da più tempo). Dicevamo c’era e c’è ancora una città di circa 200.000 abitanti in quella terra dove le religioni sono nate e avevano imparato a vivere insieme.
Un bel giorno, anzi un brutto giorno come in certe storie, del lontano 1976 un gruppo di “immigrati” di religione ebraica decisero di occupare il centro storico e commerciale della città confiscando terre e case perché anche quella era parte di una “terra promessa”. E’ così che affluirono nel centro storico e commerciale della città (unico caso in questa tormentata terra) 700 persone per “vivere” appunto nell’antico quartiere ebraico. Una delle colonie più violente di tutta la Palestina, perché Palestina si chiama quella terra.
Un freddo inverno, più esattamente il 26 febbraio 1994, uno di questi coloni (di origine statunitense), l’eroico Baruch Goldstein, armato di fucile automatico, entrò nella moschea di Hebron ma con sua sorpresa non trovò il feroce Saladino e le armate dell’Islam ma solo fedeli mussulmani che eseguivano la preghiera del tramonto, per non essersi recato inutilmente in mezzo a quegli infedeli cominciò a sparare all’impazzata. Alla fine il colono Goldstein perse la vita sul posto, non prima di aver avuto il tempo di massacrare 29 palestinesi e di ferirne gravemente oltre 100.
Dopo questo episodio di sangue, esattamente nel 1997, si decise di dividere la città in due, da una parte il suo centro storico, appunto con la nominata Shuada street, e dall’altra il resto di quella estesa e popolata città, e per garantire la sicurezza Israele inviò nel luogo un contingente di circa 1.500 soldati in assetto di guerra a dirigere il traffico e sorvegliare le “normali” attività, come si conviene in ogni luogo di questo mondo civilizzato. E’ bene non scordare che questi nuovi crociati, che in qualunque altro posto verrebbero chiamati invasori e occupanti, si installarono in una terra che non fa parte del cosiddetto stato di Israele essendone ben fuori dai suoi confini.
Da bravi soldati portatori di Pace e di ordine pensarono bene di usare checkpoint, cancelli, cavalli di frisa, e ogni altro tipo di barriera per separare le due comunità chiudendo completamente quel centro storico, simile a qualsiasi Bazar colorato, odoroso e affollato o alle nostre Mercerie, ad ogni attività commerciale esistente e all’ingresso ma solo per la comunità palestinese. Le serrande dei negozi vennero abbassate e sigillate e le abitazioni dei testardi residenti vennero piombate e murate le porte (i pochi domiciliati rimasti da allora sono costretti ad entrare nelle loro case attraverso quelle dei vicini, tramite buchi sui muri o addirittura passando dai tetti). Ora la “città vecchia” è deserta, non fosse per il passaggio sporadico di coloni sempre in cerca di “rissa” e di soldati abbondantemente armati, è solo un ghetto tanto che Hebron viene anche chiamata Ghost City.
Il Carnevale è quello spazio dell’anno dove vanno al potere per pochi giorni quelli che il potere non l’hanno mai avuto, gli ultimi, e chi sono tra gli ultimi i più ultimi degli ultimi se non i Palestinesi cacciati dalla loro terra e tormentati nelle “riserve” in cui viene loro concesso di provare a sopravvivere? Oggi festeggiano allegramente con noi per le strade di Venezia due amici palestinesi, Izzat Karaki e Jawwad Abu Aisha dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) di Hebron per continuare a coltivare il sogno che la loro città torni ad essere una città. Un sogno di Pace dove, come in ogni favola col lieto fine, non ci sono i cattivi e i buoni ma solo gli esseri umani. Un sogno di Libertà: Open Shuhada street.

Assopace Palestina
e
Restiamo umani con Vik

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Originally posted on MacondoExpress:

Quando arrivo ad Hebron, son già pronta al dolore. Da quel che ho sentito, letto, studiato, so che questa città sarà la mia tappa all’Inferno, che è in Terra e non nell’aldilà, come ci hanno insegnato a credere per alleggerirci della colpa di esserne direttamente responsabili, in vita e non in morte, con pene umane e non con contrappassi divini. I miei nervi son tesi, i muscoli contratti, nei presagi dell’incubo che mi appresto a vivere il mio respiro si prepara ad una lunga apnea. Hebron è la Palestina, è la sua storia, è l’apartheid. La città che toglie tutti i dubbi in merito a quale delle due parti sostenere, e che ti si scava dentro, diventando una cicatrice che si riaprirà tutti i giorni al tuo risveglio. Mentre salutiamo Issa e i ragazzi della sua fondazione, e un abitante del luogo che incede zoppicando sulla sua gamba di legno, regalo dei soldati israeliani, e due bambine e un bambino avvolti nelle loro grandi sciarpe palestinesi, sulle guance orgogliosamente dipinta la bandiera della loro nazione, chiedo al mio cuore di sopportare tutto quello che vedrà con calma e coraggio. Entriamo in H2, la città vecchia occupata dai coloni, che ancora gli parlo: gli dico d’esser forte e farsi carico di tutto, di non farmi piangere ma prendersi dentro tutta la sofferenza della città. Non varrà, la mia opera di convincimento, a evitarmi i crampi allo stomaco e a risparmiarmi le lacrime che la sera stessa inevitabilmente scenderanno, ma il mio cuore mi assicura due ore di resistenza. Non gli chiedo altro che di restare umano.

“Benvenuti nella città fantasma!” esclama Issa, di fronte a due soldati. I militari sono ovunque, in H2. Oltre venti check points sparsi per Hebron rendono la quotidianità dei Palestinesi un’esistenza a singhiozzo, perennemente con carta d’identità in mano, nell’ansia costante di ricevere nuove proscrizioni, inaspettate accuse, o di cadere vittime di arresti decisi a caso, arbitrariamente. E’ tutto immobile e muto, per le strade. Come una maledizione, il silenzio si è abbattuto sui vicoli dell’antica Al Khalil, questo il nome arabo, il nome vero, della città. Dove un tempo era la vita, ora è piombato un vuoto paradossale, da quando i coloni hanno preso le case dei Palestinesi, gli arabi hanno dovuto lasciare le loro strade, e le loro stesse automobili non possono circolare in questa zona. Ci sono così tanti divieti per i loro veicoli a targa verde, che persino le ambulanze palestinesi, per raggiungere i pazienti da soccorrere, son costrette ad allungare il tragitto di parecchi chilometri, mentre i parenti delle vittime le chiamano e richiamano, anche cinque o sei volte, sperando che l’attesa non si riveli vana. Un’auto a targa gialla, questa libera di muoversi ovunque, sfreccia accanto al nostro gruppo: il conducente israeliano e il passeggero accanto a lui, vedendoci, iniziano a battere i pugni contro i finestrini e urlarci insulti e minacce in ebraico. La presenza degli internazionali ad Hebron non è gradita: visitare questa città significa diventare testimoni dell’occupazione e delle violenze subite dai Palestinesi, e dei crimini internazionali che Israele, attraverso i coloni fanatici che ci abitano e i suoi soldati arroganti, ogni giorno commette, impunito, in questa terra. Gli ebrei che ci vivono lo sanno, non è bene che il mondo veda, e per questo picchiano sui vetri, e già la voce del nostro passaggio si diffonde per tutta la città.

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Mentre camminiamo per i vicoli deserti, si sentono delle esplosioni in qualche strada parallela, poi un forte odore di gas impregna l’aria. E’ polvere da sparo, i sensi abituati alla pace imparano in fretta a riconoscere la guerra e il suo tanfo. Tutti, nel gruppo, si coprono bocca e naso. Ma i Palestinesi che ci guidano non lo fanno, ci scortano come fossimo dei bambini, guardandoci le spalle, senza curarsi dell’odore. E allora io li imito: mi sembrerebbe vile coprirmi il volto per non respirare l’aria con cui loro convivono. Mi ripeto che se a loro non dà fastidio, neanche a me farà male, mentre le narici mi bruciano tanto da farmi temere che possano sanguinare e gli occhi prendono a lacrimare. Resisto, guardo Issa a naso scoperto e resisto, facendo brevi respiri e trattenendo più che posso il fiato. Usciamo finalmente in un’altra strada, dove l’odore della polvere da sparo non è arrivato: appena in tempo per salvarmi dalla vigliaccheria che stavo per compiere, tirandomi su la sciarpa.

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Eccoci all’imbocco di Shuhada Street. Ecco il Sud Africa dell’apartheid, le riserve indiane, la via dei gulag, gli autobus per i bianchi e gli autobus per i neri nel Mississippi. In ogni ingiustizia in qualsiasi angolo della terra son condensate tutte le ingiustizie commesse nella storia dall’umanità. Shuhada Street porta sulle sue pietre, sulle sue case, sulle imposte chiuse, tutte le brutture che negano all’uomo il diritto di definirsi tale. Ci fermiamo all’inizio della strada, di fronte a un check point di tre soldati che avranno circa la mia età. Dal ’94 le auto arabe non possono percorrere questa via, che era la più importante, quella dei commerci e della vita, che congiungeva il nord col sud di Al Khalil. Dal 2000, poi, la definitiva sanzione dell’apartheid ad opera della democrazia israeliana: neppure il piede palestinese può toccare il suolo di Shuhada Street. Mi sembra assurdo, quasi uno scherzo. Qualcosa in me si aspetta che dopo questa sosta procederemo comunque tutti insieme, Italiani e Palestinesi. Oltre ai giovani dello Yas di Issa, al signore zoppicante con le sue bambine, son con noi anche due ragazzi quindicenni, Sami, che vive nel campo di At-Tuwani e a cui abbiamo dato un passaggio per venire qui, e il suo migliore amico di Hebron. Issa ci spiega che i Palestinesi di Shuhada Street son stati costretti a lasciare le proprie case, a chiudere tutti i loro negozi. Chi è rimasto nella propria abitazione, per uscire deve passare sopra i tetti o per buchi praticati nelle pareti delle case dei vicini: la legge israeliana non fa sconti, l’asfalto di Shuhada Street appartiene ai figli di Davide, i Palestinesi se ne facciano una ragione. E sul mio cuore cade un macigno quando Issa alza la voce, in modo che i soldati possano sentirlo: “Ora voi, che siete internazionali, percorrerete questa strada. Noi Palestinesi, poiché non siamo umani, non potremo accompagnarvi. Dovremo fare una deviazione attraverso il cimitero dei nostri padri, vi raggiungeremo alla fine della via, ci troviamo laggiù”. Si incamminano sull’altura mentre noi indugiamo esitanti, persi. Con un gesto automatico, solleviamo i passaporti davanti ai soldatini israeliani, affinchè ci lascino entrare in Shuhada Street. Superiamo il check point. I miei piedi si muovono sulla strada negata a chi l’ha costruita. Nessuno del gruppo osa fiatare. Il silenzio ci schiaccia, i nostri passi son lenti, avvolti in un torpore sconosciuto. Le serrande dei negozi ai nostri lati son sigillate, le antiche tende come palpebre verdi ricadono sopra alle imposte, tenendole chiuse in un lungo e tormentato sonno. Cammino, e penso intanto alle nostre guide che ora stanno attraversando il cimitero. Shuhada Street è abbastanza lunga per torturarmi col disagio di avere un diritto a loro negato, con la rabbia che l’apartheid sia praticato nel 2014, col senso di lutto che mi assale di fronte alla morte che si avverte in questa via deserta, con l’indignazione per le voci che potrei sentire, per i colori che potrei vedere, per la confusione che potrebbe esserci su questa strada, che hanno invece lasciato posto al camposanto dell’umanità, spopolato anche dei defunti.

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Finalmente, la fine di Shuhada Street. I volti dei nostri compagni palestinesi. Mi sembra d’aver guadato un fiume, le mie gambe sono stanche, pesanti della vergogna d’aver camminato dove loro non possono, dove anch’io forse mi sarei dovuta rifiutare di passare. Ho attraversato l’apartheid, mi dico. La retorica del giorno dei funerali di Mandela è un fastidioso brusio nelle mie orecchie che mi fa sentire persino  in colpa di essere definita una “internazionale”. Mi ritornano in mente le parole di Neruda: “Chiederete: perché la tua poesia Non ci parla del sogno, delle foglie, Dei grandi vulcani del tuo paese natìo? Venite a vedere il sangue per le strade,Venite a vedere Il sangue per le strade,Venite a vedere il sangue Per le strade!”.Di questa strada, venite a vedere il silenzio, venite a respirare il silenzio, venite ad affettare il silenzio, cari internazionali, cari figli del perbenismo e dei grandi discorsi celebrativi.

Finisce via Shuhada, non termina l’orrore. Nuovi vicoli fantasma, anche qui case abbandonate dagli esasperati proprietari. I portoni son tutti grigi, dipinti di recente: durante la campagna elettorale di un anno fa, le poco onorevoli stelle di Davide e le scritte “Morte agli arabi” sono state dignitosamente cancellate con una passata di vernice, una bella lavata sulla pellaccia d’asino della coscienza israeliana. Quasi nessuno abita più qui, ma alla nostra sinistra, Issa ci indica un appartamento al secondo piano, dove vive un’anziana Palestinese insieme alla figlia. “Secondo voi perché abita ancora lì? Perché è sorda, e non sente le molestie che ogni giorno i coloni e i soldati lanciano contro di lei e la sua ragazza”. Lento rimuginare su queste esistenze impossibili nella terra degli aranci tristi, tristi come gli occhi di Issa che ci sta dicendo che la casa in cui è nato si trova in Shuhada Street e non la può più vedere, quando finalmente incontriamo un po’ di vita: tre negozi di souvenirs palestinesi. I commercianti ci accolgono con gioia, hanno preparato persino del tè da offrirci al nostro arrivo, nella paralisi da incubo delle strade di Al Khalil ci sembra quasi di entrare in una bolla di normalità. Imbarazzati, ci improvvisiamo turisti, contrattiamo shekel ed euro, facciamo felici i commessi, arruffiamo oggettini di ogni genere. Quando esco, allegra, sciorinando i miei salam divertiti ai mercanti, una doccia fretta, o forse una cascata d’acqua bollente, mi cade addosso con le parole di un mio compagno: “Uscite, sbrigatevi: hanno arrestato Sami”. Hanno arrestato Sami, mi ripeto, provando a capire, a decifrare, a mettere insieme quelle tre parole che mi sembrano insensate. Sami, che camminava accanto a me due minuti fa, il quindicenne palestinese dai capelli biondi. Ci raduniamo tutti sotto a una torretta dell’esercito israeliano, che è lì di fronte ma non avevo notato. Chiedo informazioni, in preda alla confusione più nera. Mi spiegano che due soldati che si trovavano di fronte ai negozi, vedendo Sami e il suo amico di Hebron, intuendo la loro origine araba, li hanno arrogantemente richiamati con un gesto del dito, per chiedere loro un documento di identità. Né Sami né l’altro ragazzo l’avevano portato con sé: crimine inaccettabile, in odor di terrorismo. I due ragazzini son stati afferrati dai soldati e trascinati nella torretta. Il mio stomaco sembra disfarsi dalla paura, si contorce nello sconcerto provocandomi fitte atroci. E qui no, neppure le disposizioni severe date al mio cuore all’inizio della visita servono a frenare il nodo alla gola. Stringo i denti, penso ai due ragazzi chiusi lì dentro. Non ho mai assistito a un arresto, mai avrei pensato che il primo che avrei visto sarebbe avvenuto così. Due quindicenni trattenuti perché privi di documenti in Al Khalil. Fortuna che mentre noi siamo immobili a farci assalire dall’ansia e dal terrore, i Palestinesi, maestri di vita, si muovono subito. Mike, la nostra guida, sale sulla torretta per andare a difendere i due bambini che potrebbero essere suoi nipoti. Lo segue Issa, che a proteggere e salvare i Palestinesi da detenzioni ingiuste e prive di accusa è un esperto. Ogni secondo è un’eternità, i nervi son scossi come se mi avessero rapito un parente, le domande e le preghiere si confondono, le prime rassegnate lasciano presto il posto alle seconde. Poi, finalmente, Sami e il suo amico escono fuori: sono liberi. E guardateli qui, questi internazionali faciloni, che esorcizzano tutte le loro paure festeggiandoli con un applauso. E questi due quindicenni che, invece, scendono dalla scaletta senza guardarli, con la testa bassa: i loro occhi son quelli di due anziani, un velo di stanchezza e umiliazione li separa da noi e dal resto del mondo, cancellando ogni traccia della loro età. L’applauso si smorza nel gelo. Esce quindi Mike, e poi Issa, trattenendosi la sciarpa rossa sul petto, con un’espressione dura sul volto: mi accorgo solo ora della sua bellezza, o forse un po’ gliela disegno io, il suo coraggio va al di là di qualsiasi fascino.

Siamo liberi, si fa per dire, di procedere. Qualche passo, e siamo in un altro girone nell’Inferno, quello dei coloni a piedi e non in automobile. Un ebreo sulla cinquantina, corpulento, con una bella kyppah sulla testa, si insinua nel nostro gruppo e, camminandomi accanto, inizia a chiamare provocatoriamente alle spalle Mike. Mike si ferma all’angolo della strada, davanti a tre soldati che divertiti si godranno la scena. Lì il colono accende la sua telecamera, riprendendolo in primo piano, e punta il dito della sua mano sinistra sul naso di Mike: urla, lo attacca con insulti in ebraico di ogni tipo, agita il dito più violentemente per minacciare, il suo tono è inequivocabile, lo sguardo di Mike parla da solo. Vorrei tenere il suo cuore tra le mie mani, abbracciarlo, prendere le lacrime che gli offuscano la vista e piangerle io per lui, una ad una. In quegli occhi ho visto tutta la storia di un popolo, in quell’espressione di dolore rassegnato e rabbia ammansita i sessantacinque anni di oppressione patiti dagli abitanti di questa terra. Mike ci dirà, qualche metro più avanti, che il colono ha detto che siamo immondizia, morti che camminano, che dovremmo essere tutti sepolti sotto terra, ma non ci rivelerà altro, le parole più pesanti, quelle che son sicura quell’ebreo ha rivolto alla sua famiglia e ai suoi figli, le minacce che per pudore la mia guida custodirà tra i mille tormenti della sua anima, ma che io mi immagino e mi segno sulla pelle.

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Altro check point, sbarre d’acciaio da superare, al solito una volta noi, ogni giorno, in più momenti, i Palestinesi. Quindi, un altro gradino dell’Inferno. Un’antica via del mercato che, a percorrerla a capo chino, è tutta ombra e sudiciume. Alzando lo sguardo, la sorpresa. Il cielo ci arriva filtrato da una rete che copre tutta la strada. I coloni erano soliti lanciare ogni sorta di oggetto per ferire mercanti e passanti. Per proteggersi, i Palestinesi hanno realizzato questa esile difesa. Imbrigliate tra le maglie, però, son sospese uova, bustine di tè, residui di immondizia. Vilmente, ebbene sì, ancora una volta, ci ripariamo ai lati del vicolo per evitare che ci vengano lanciati addosso olio da cucina o altri liquidi meno onorevoli. Issa e gli altri restano lì, al centro della strada, perfettamente sotto alla rete. Cos’hanno le nostre teste e le nostre narici in più rispetto alle loro, da renderci così schizzinosi e paurosi? Se ci si abitua più facilmente ai diritti o alla loro negazione me lo chiedo con il cuore che inizia a cedere e a consegnarmi la resa, mentre attraverso la rete cerco di intuire un po’ d’azzurro, di invocarlo, magari, con le vane speranze di chi lo cerca tra le immondizie lanciate dagli umani su altri umani.

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Nella via della rete, ci affiancano anche dei ragazzini. Poverissimi, mi ricordano i bambini dei campi profughi. Vivono in una città, dovrebbero essere dei privilegiati, ma abbiamo ormai capito che gli infelici tra gli infelici della Palestina sono forse proprio i residenti di Hebron. Mi si avvicina un bimbo che avrà sette anni, forse otto, a decifrare le età ci ho ormai rinunciato, anche lui tradisce la sua altezza di bambino con la sua pelle dura e scavata che sembra quella di un trentenne, coi suoi occhi maturi e pieni di cose che, solo a immaginarle, mi terrorizzerebbero. Vuole vendermi dei bracciali, mi segue chiamandomi sorella, conosce parole in italiano, in inglese, in francese, si atteggia a venditore ambulante di un affollato villaggio turistico, ma al mio sorriso gli torna un po’ d’infanzia sul volto, e svela timidamente la sua identità di vittima caduta per caso nel regno dell’apartheid. Compro da lui un bracciale con la scritta Palestine per mio fratello, glielo prendo perché voglio che lo indossi sempre, anche se non bello, anche se scadente come souvenir, voglio che il mio fratello di sangue tenga al polso questo simbolo, questo ricordo del mio possibile fratello dagli occhi nerissimi che la vita ha condannato a nascere in una città fantasma. La gratitudine di questo fratellino mi rimane impressa: mi ringrazia una, due, tre volte, corre alla fine della strada per ritrovarmi e ringraziarmi ancora, mi saluterà anche quando sarò nell’autobus, facendomi ciao con la mano attraverso il finestrino, pronunciando l’ennesimo “grazie sorella” con le labbra. Il mio fratello di Hebron, il mio fratello della strada della rete.

Siamo quasi alla fine del tour, e Issa ci lascia il testimone di un discorso che mi segnerà profondamente, nei giorni a venire, e che mi ripeterò più volte, anche in Italia. Sulla mia agenda rossa la scrittura diventa quasi incomprensibile, le mani mi tremano nell’ansia di raccogliere ogni parola: “ Al motto di Vittorio Arrigoni, Stay human, finchè non mi uccideranno aggiungerò sempre un’altra parola, Stay actively human. Per il cambiamento, bisogna essere attivamente umani. Non basta provare sentimenti di umanità, occorre poi metterli in pratica, sacrificarsi in prima persona perché i diritti umani e il diritto internazionale siano rispettati in ogni parte del mondo. Siamo in un mondo che non crede più nei diritti ma nei profitti. Ma se negli anni ’50 Martin Luther King diceva “I have a dream”, oggi, nel 2014, ognuno di noi dovrebbe imitarlo e pronunciare il suo “We have a dream”. E credere nella forza dell’amore. Stay actively human”.

Mentre ci muoviamo verso l’autobus, ancora commossi, mentre le emozioni fanno ressa nei nostri cuori iniziando a lasciarci addosso una grande stanchezza, all’improvviso sentiamo delle grida, davanti a noi dei ragazzi palestinesi corrono, coprendosi il volto. E’ un attimo, alziamo lo sguardo, e dall’alto vediamo dei coloni che lanciano lacrimogeni sulla nostra strada. Corriamo, mentre Issa e i suoi ci stanno dietro, coprendoci le spalle. Corriamo, nel fumo e tra gli scoppi assordanti. Un ragazzo dello Yas ci spiega che non succede ogni sera, e che forse questi lacrimogeni sono proprio contro di noi, contro questi internazionali curiosi che sono venuti a frugare nell’armadio di Israele e a scoprire i suoi tanti scheletri. Siamo in autobus, affannati e spaventati, ma salvi. Issa, questa sciarpa rossa che ci ha accompagnati nell’Inferno, ci lancia un saluto quasi ottimista, che ci brucia un po’ sulle tante ferite che questa giornata ci ha lasciato addosso e a cui, dai nostri sedili, ci stavamo già abbandonando. Ci ricorda della nostra Resistenza, ci dice che gli ha sempre dato tanto coraggio pensare alla storia italiana, e che adora la canzone “Bella ciao”. La nostra storia, dimenticata dalle scuole e dallo Stato, e riscoperta in Palestina. Ricaccio indietro il mio nodo alla gola, per la tristezza c’è sempre tempo. E mando indietro anche la mia timidezza, inizio a capire l’essenzialità di ogni istante, l’importanza di dare e offrirsi in ogni momento in cui ce ne sia offerta l’occasione. Niente Shoukran, niente grazie, niente silenzi per salutare Hebron. Dalla mia voce parte un lieve “Una mattina mi son svegliato…”. Silvia accanto a me mi segue a ruota, Mario ci guarda, sorride, e si unisce a noi: “O bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”. Il sorriso di Issa, poi Hebron che si muove lentamente dal finestrino, Bella ciao che va avanti fino alla fine, mentre il cuore si svincola dal nostro patto e si scioglie. Le lacrime prendono a cadere, silenziose, lente, e finalmente posso smettere di recitare la mia parte di reporter coraggiosa e affrontare il baratro che mi si è aperto nel petto. L’incubo, l’inferno, l’apartheid. Come si resta umani a Hebron? 200.000 Palestinesi costretti alle sevizie di 600 coloni. L’illegalità che si fa legge, la sofferenza che diventa consuetudine, la resistenza che rende anziani i bambini e che indurisce i volti, la forza che diventa tradizione. Un po’ piango, un po’ trattengo. L’umanità mi fa male e l’umanità dà senso alla mia vita. Per questo, canto Bella ciao come fosse un arrivederci, come fosse una ninna nanna per cullare i miei fratelli che vivono nella città fantasma, prigionieri di un terrore che un giorno cancelleremo. O partigiano, portami via.

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MacondoExpress

Quando arrivo ad Hebron, son già pronta al dolore. Da quel che ho sentito, letto, studiato, so che questa città sarà la mia tappa all’Inferno, che è in Terra e non nell’aldilà, come ci hanno insegnato a credere per alleggerirci della colpa di esserne direttamente responsabili, in vita e non in morte, con pene umane e non con contrappassi divini. I miei nervi son tesi, i muscoli contratti, nei presagi dell’incubo che mi appresto a vivere il mio respiro si prepara ad una lunga apnea. Hebron è la Palestina, è la sua storia, è l’apartheid. La città che toglie tutti i dubbi in merito a quale delle due parti sostenere, e che ti si scava dentro, diventando una cicatrice che si riaprirà tutti i giorni al tuo risveglio. Mentre salutiamo Issa e i ragazzi della sua fondazione, e un abitante del luogo che incede zoppicando sulla sua gamba di legno…

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Venezia: 11 maggio 2013 ore 17.00

Sala Casa di Riposo S. Lorenzo
Campo S. Lorenzo – Castello 5071

il coraggio della nonviolenza

incontro con i

Comitati popolari di resistenza non violenta all’occupazione

LUISA MORGANTINI

Già europarlamentare e presidente di Assopace Palestina

HAFEZ H. I HURAINI

Contadino di At-Tuwani coordinatore dei comitati popolari delle colline a sud di Hebron

MAHMOUD H.J. HAMAMDA

Contadino resistente di Al Mufaqarah

SAWSAN M.H. HAMAMDA

Studentessa beduina di Al Mufaqarah
At-Tuwani è il villaggio dove operazione Colomba (angeli) operano dal 2004 per la protezione dei bambini e dei pastori.
Al Mufaqarah è uno dei villaggi da evacuare secondo la scelta dell’autorità israeliana ed è estremamente attivo nella lotta non violenta contro l’occupazione. Oltre a Al Mufaqarah altri 13 villaggi sono in pericolo di evacuazione per l’addestramento militare dell’esercito israeliano, che in realtà è anche un pretesto per far posto all’insediamento di nuove colonie. Mahmoud e Sawsan sono padre e figlia ed è molto importante la presenza di Sawsan non solo come donna beduina ma perché è importante che possa studiare all’ Università (cosa non per niente consueta tra i beduini).
Sarà con noi anche Abuna Aktham Hijazin che ci aiuterà anche con le traduzioni dall’arabo.

 

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22 – 25 FEBBRAIO 2013

GIORNATE D’AZIONE PER LA RIAPERTURA DI SHUHADA STREET!

Assopace Palestina vi invita a partecipare alla quarta azione globale per la riapertura della Shuhada Street che si celebrerà, in tutto il mondo, dal 22 al 25 febbraio. Il 25 febbraio 1994 è il giorno in cui il colono Baruch Goldstein ha massacrato  29 palestinesi mentre stavano pregando, nella moschea e tomba di Abramo ad Hebron.

Shuhada Street è la via principale di Hebron, unica città della West bank in cui i coloni israeliani vivono all’interno della città vecchia. Questa arteria, che fino a pochi anni fa era un’affollata via commerciale, ora è deserta. Solo i coloni israeliani sono autorizzati a camminarci, i palestinesi non possono metterci piede. I negozi sono stati sigillati e gli abitanti arabi sono costretti a fare il giro della città per arrivare in un posto raggiungibile, in linea d’aria, in pochi minuti.

La chiusura di Shuhada Street non è solo un modo per rendere loro la vita difficile, non è solo un modo per affermare il principio della forza dell’occupante. Shuhada Street è il simbolo della condanna al silenzio e alla morte a cui Israele sta condannando molti villaggi e città palestinesi. E’ la strada dell’Apartheid e dell’occupazione militare.

Crediamo, come affermiamo con il nostro nome, nella pace. Ma crediamo che la pace sia possibile solo attraverso la giustizia. Per questo, anche quest’anno, chiediamo, a chi si oppone all’apartheid israeliana, di organizzare azioni di solidarietà, durante le giornate dal 22  al 25 febbraio.

Alcune indicazioni:

  • scendere in piazza con manifestazioni, marce, fiaccolate, sit-in, flash mobs
  • organizzare mostre fotografiche o proiezioni di filmati sull’apartheid di Hebron
  • inviare messaggi video a forum, media e social network che chiedano alla comunità internazionale di utilizzare pressione diplomatica per riaprire la Shuhada street
  • scrivere lettere alle famiglie palestinesi di Hebron per dimostrare solidarietà
  • visitare la città di Hebron per vedere con i vostri occhi la sofferenza quotidiana della gente
  • ogni altra azione nonviolenta e creativa che vi sentite possa sostenere la causa!

Comunicateci le vostre iniziative, fotografate le vostre azioni e inviatecele, via mail a
lmorgantiniassopace@gmail.com
o a liviaparisi@hotmail.com
verranno pubblicate sulla pagina face book del gruppo di attivisti nonviolenti
Youth against settlements (www.youthagainstsettlements.org)

Anche se  saranno giorni di elezioni, non possiamo lasciare cadere nel vuoto l’appello alla mobilitazione  che anche quest’anno   i Giovani contro gli insediamenti di Hebron – Palestina ci lanciano.

Anche piccole iniziative, ma facciamole, e comunicatele e fate fotografie, video delle vostre azioni, inviatele a
lmorgantiniassopace@gmail.com o liviaparisi@hotmail.com – mettetele su fb, su youtube.
Noi le manderemo ai Giovani contro gli insediamenti  che le raccoglieranno. A giorni invierò il volantino in italiano.
Lusia Morgantini

www.assopacepalestina.org

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Quadro dell'artista Claudio Marini

Quadro dell'artista Claudio Marini: Palestina

Al post di ieri sulla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese oggi completo l’informazione postando un documento di chi è in disaccordo, questo solo come informazione. Sempre in rispetto dell’autodeterminazione non esprimerò qui il mio parere. Certo che ho un mio doveroso parere, io parteggio e scelgo sempre. Credo che ognuno di noi dovrebbe averlo e anche esprimerlo in modo dialettico rispettando nel momento della decisione tale autonomia palestinese che per me è sacra.

Dal sito Polvere da sparo
Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE
18 settembre 2011
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partner arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Manifesto palestineseIl fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza, dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.
Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.

PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

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Logo della Freedom Flotilla 2In verità questo non è un vero post. Qui voglio solo riproporre integralmente una nota dalla pagina Facebook We are all on the Freedom Flotilla 2Sul diritto al ritorno che, secondo alcuni, sarebbe messo in pericolo”; proprio questo è il titolo della nota. Ci tengo vista l’importanza del problema e perché riporta il parere di un persona che io stimo molto: Josef Salman, medico-chirurgo, esponente della Mezzaluna rossa in Italia (la Croce Rossa palestinese). Non sta a me prendere chiaramente posizione anche in rispetto alla autodeterminazione che ogni popolo dovrebbe poter esercitare. Il confronto di idee e progetto dovrebbe essere tutto palestinese, certo ognuno di noi si può e si dovrebbe fare una propria opinione a riguardo.

 «Visto che si stanno moltiplicando gli interventi contrari al riconoscimento dello Stato di Palestina, con la motivazione che il diritto al ritorno ne sarebbe compromesso, posto qui il commento di un nostro membro palestinese che spiega molto bene (anche più degli esperti che abbiamo portati a sostegno della tesi contraria) perché ciò non sia vero.

Josef Salman
Come può essere un palestinese o un amico dei palestinesi, ad essere contrario allo Stato di Palestina? Da quando sono nato io e mio padre prima di me che sento parlare, che i palestinesi lottano per creare ed avere un loro Stato. Al Fatah (e il movimento di liberazione contemporaneo, l’OLP, l’ANP…) è nata nel 1958 per creare uno Stato libero e DEMOCRATICO in Palestina, dove ebrei, cristiani e musulmani possono vivere insieme con uguali diritti e con uguali doveri. Anche Arafat nel 1974 ha rinnovato la richiesta del SOGNO palestinese. Purtroppo la richiesta è stata respinta da Israele e tutti i suoi protettori ed alleati. Lo Stato di Palestina per me significa: – la fine della maledetta brutale e disumana OCCUPAZIONE ISRAELIANA alla terra di Palestina, – il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese alla libertà, alla giustizia e alla pace, – l’applicazione e il rispetto delle risoluzioni dell’ONU e della legalità internazionale. I miei connazionali hanno sbagliato completamente analisi e obiettivo e quando la tua analisi e il tuo obiettivo è lo stesso quello del tuo nemico, ti devi fermare a riflettere, a ragionare e a CAMBIARE rotta. Il RICONOSCIMENTO dello Stato di Palestina da parte dell’ONU (riconosciuto ufficialmente già da 126 paesi nel mondo) non è l’arrivo e la fine, ma è l’inizio di una nuova fase della lunga e complessa lotta del popolo palestinese. Il Riconoscimento dello Stato è l’applicazione di una risoluzione ONU di 63 anni fa, la n.181 del 29/11/1947. Il diritto al RITORNO è un’altra risoluzione è la n.194, che non è legata e completamente separata. Nessuno al mondo può toccare, modificare o annullare il diritto dei palestinesi al ritorno alle loro case e alle loro terre da dove sono stati cacciati (al massimo discutere l’applicazione, ma non il principio del diritto…). E’ un DIRITTO SACROSANTO. I miei cari connazionali imparate a lottare e la A; B; C della Politica, se no? si continua a parlare solo ed avere solo sconfitte, ciò che non ci serve, siamo un movimento di grande e lunga esperienza, abbiamo la forza, la capacità e la DIGNITA’, insieme a discutere e a correggere il tiro. E’ l’OCCUPAZIONE che sta all’origine dei nostri mali. Non riconoscere lo Stato di Palestina ora, vuol dire solo la continuazione dell’OCCUPAZIONE, della distruzione, della sofferenza e della morte palestinese, vuol dire non poter mai denunciare, arrestare, processare e far condannare i criminali sionisti eroi dei crimini di Sabra e Shatila, Jenin, Hebron, Gaza… Buona lotta a tutti per una Palestina libera, laica e democratica, RESTIAMO UMANI…»

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