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Posts Tagged ‘Ho un rigurgito antifascista’

Lapide per ricordare il gruppo partigianoOrmai non si alzava più dal letto ma gli occhi erano ancora quelli suoi: “Tua madre voleva chiamarti Francesco perché era devota al santo fraticello. Mi sta anche simpatico ma a me quelli in tonaca sai che fanno il prurito. Tuo padre era deciso per Leone per non scontentare nessuno. Sai com’è lui che quando c’è da decidere. Eh no, Porcoboia! ho detto, deve chiamarsi Libero e Libero dev’essere e non hanno avuto il coraggio. E così sei Libero, e il nome vorrà pure dire qualcosa”.
Ma nonno”…
Non li aveva mai visti abbassarsi, quegli occhi: “Io non ti devo dire niente; Libero. Le cose le devi sapere da te”.
Certo che non poteva non capire quello che suo nonno gli voleva dire. Suo nonno era rimasto quello di sempre: fiero e prima di tutto antifascista. Quando gliel’avevano detto voleva alzarsi dal letto. Aveva tirato un bestemmione che erano tremati i lampadari e anche i muri. “Non si può più tollerare, aspettare”. Era vero che era solo un ragazzo ma le carogne non hanno mica gli anni che hanno; nascono carogne. E poi anche Frigerio era solo un ragazzino. Aveva la chefia solo perché gli piaceva, e poi ce l’avevano anche i suoi amici. Avevano chiamato “compagno!” e lui, stupidamente s’era girato. Vai ad immaginare che… L’avevano preso di mezzo, in quattro. Nemmeno il tempo di vederli. E giù a dargli che a vederlo faceva male.
Le voci erano arrivate subito in sezione, ma ormai più che i commenti non si riesce a decidere. Quella sera se ne sarebbe parlato anche al Centro ma quello che gli voleva dire il nonno lo sapeva: la faccenda se la doveva sbrigare da sé. Frigerio lo conosceva a malapena, quattro parole ed una birra. Gli stava simpatico. Solo che quelle azioni cominciavano a ripetersi. Sempre uguali i neri, a qualunque età. Si mise in bocca una canna, non sarebbe passato dal C.S.O. Sarebbe stato inutile. Non sapeva degli altri ma Ciccio, che all’anagrafe faceva Ferrario Giuliano, in quelle azioni c’era sempre. Com’è che diceva sempre suo nonno: “insegnare a uno per educarne cento”. Era proprio vero. Ed era un lavoretto che non si poteva più rimandare. Le leggende restano leggende, come quella della volante rossa; che il partito poi se n’era lavato le mani. Le aveva sentite raccontare solo da quel vecchio fiero partigiano che aveva in casa e che non si poteva più muovere da quel letto. Non lo aveva mai sentito lagnarsi. Al massimo smoccolava. Gli ripeteva sempre: “Se li avverti «chi è stato è stato ma io vengo da te» a quelli gli prende la scaga e tornan nelle fogne”. Ma Ciccio era veramente uno grosso, e tosto; anche se non capiva un cazzo. Insomma proprio una gran testa di cazzo.
Lui era per parlarle le cose. Carlito gli aveva detto che stava su quella stradina subito dietro piazza Martiri; se lo ricordava ancora. L’aveva affrontato a scuola ma un poco se la faceva sotto. Insomma era uscito con gli altri e si era guardato circospetto. Adesso doveva proprio andarci. Sulla porta c’era il suo cognome. E s’era messo dentro quel portone. Era rincasato il padre, stessa pasta, stronzo uguale. Da lì quella merda doveva passarci se voleva andare a casa. E stava quasi per perdere la pazienza quando lo aveva sentito arrivare. L’altro mica aveva potuto vederlo così al buio. Gli era passato di fianco come se non esistesse; tranquillo e fischiettando. Il primo colpo l’aveva preso proprio dietro la testa. Libero ci aveva messo tutta la sua forza e vent’anni di rabbie. In quel momento era solo odio a caricare il tubo da tre ottavi. Quando l’aveva lasciato cadere aveva fatto un suono metallico che aveva rimbombato fino all’ultimo piano. Erano anni che aspettava quel momento. Si sentì finalmente libero. “Adesso sai dove te lo puoi infilare, il tuo tirapugni. E anche questo tubo. Te lo regal… te lo regala la volante rossa”.
Si rese conto in quel momento che non si sentiva meglio. Non provava soddisfazione. Semplicemente era come se fosse entrato in una nuova età. Se avesse accettato un nuovo incarico. E improvvisamente provò un presentimento. Aveva paura dei presentimenti. Spesso s’erano dimostrati esatti. Non lasciò trascorrere nemmeno un attimo per correre verso casa. Capì appena entrato. Si diresse dal nonno. Il padre lo abbrancò in un abbraccio. “Meglio se non entri. C’è il medico”. E scoppiò in un pianto a dirotto.
Appena ritrovò la forza della voce volle chiedere: “Dimmi almeno come”?
Sto ancora che ci penso. E’ appena successo. Stavo imboccandogli la colazione che ha sorriso e mi ha detto «adesso posso morire tranquillo. Libero è diventato uomo. Non è stato tutto per niente». Non ho capito cosa voleva dire. Ha chiuso gli occhi come si addormentasse e non mi ha parlato più. So quanto gli eri affezionato. Forse era la sua ora”.
Aveva sempre amato e ammirato quel vecchio testardo che non avrebbe mai voluto arrendersi, troppo fiero per accettare che i tempi potessero pentirsi. Che gli ripeteva sempre: “Tu sei di quelli buoni. Tu sei come tuo nonno”. Quelle parole lo avevano sempre fatto sentire bene. Volle vederlo: “Ciao nonno Comunardo, ti voglio bene”.

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