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Posts Tagged ‘Horror’

Chiappa Rhino

Gianna aveva visto quel pacchetto. Quella cosa incartata nei fogli di un giornale. Non era curiosa fino a quel punto. E poi era anche in ritardo. Doveva solo gettare le immondizie e correre via. Sopra le altre c’era l’involucro, con la sua forma strana. Non avrebbe dovuto farlo, non c’era una logica né un motivo. Invece lo raccolse e lo scartò. Maledizione! Dentro c’era una pistola. Il primo istinto immediato era stato di gettarla. Le bruciava in mano. Le offendeva lo sguardo e… la attirava. Chi poteva essersi liberato una cosa simile? Così pericolosa? E perché? Forse scottava. E poi tra i rifiuti organici? Invece la riavvolse frettolosamente tra quelle pagine e se la infilò in borsetta. Naturalmente non fece cenno a Guglielmo di quel ritrovamento. Tanto presto l’avrebbe fatta sparire e sarebbe rimasta solo un ricordo e un segreto.
Le armi non le erano mai piaciute, eppure a guardarla ne era affascinata, come oggetto. Appena a casa si mise di buona lena a pulirla. Aveva lucidato con energia per ore e ora le brillava in mano. Scura e maligna. Con la canna lunga e quella dentatura che incuteva rispetto. Con la bocca che sembrava un passaggio per l’inferno. Doveva fare veramente male. Armeggiò per qualche minuto e riuscì ad aprirla: era carica. Si dice che le armi cambiano la vita. Che ti rubano l’anima. Ne era sempre stata convinta. Ne era sempre stata contraria. Forse però erano solo parole. La colpa non è mai dell’arma. La verità è che il delitto è sempre di chi impugna il ferro. La guardava con gli stessi suoi occhi di sempre, distaccati. Non le incuteva paura o orrore.
Non ne sapeva molto di armi ma era una gran bella bestia. Un vero cannone. Aveva trovato il suo nome e cognome navigando puntigliosamente in rete. Era sicuramente una: Chiappa Rhino 60DS Cal. 357 Mag[1]. Non certo un revolver tipico per un vero western. Era un vero mostro. Si chiese se sarebbe stata in grado di abbattere un bisonte. Era certa di sì. Non le importava sapere altro. La lasciò in borsetta dicendo a se stessa che prima o poi se ne sarebbe liberata. Non sapeva che farsene, e intanto la lasciava lì. Cercando di scordarsene. Non l’aveva cambiata. Non si sarebbe lasciata cambiare. Lei era un’animalista. Persino vegana. Gli oggetti non hanno un’anima. Era sempre lei, ma averla dietro la faceva sentire serena. Diversa. Sicura. Semplicemente.
Sulla scala mobile dell’iper «All for everyone» aveva sentito uno strappo. Reagì all’istante e diede, a sua volta, uno strattone e una spinta. Il manico della borsetta stretta in mano. Era ancora lì. Era pesante. Aveva colpito il ladruncolo sopra il ginocchio. Lo vide scappare a gambe levate e non si diede nemmeno la briga di gridare. Era ancora un ragazzino e si massaggiava il punto in cui era stato colpito. Se fossero stati da soli glielo avrebbe fatto vedere lei. Non si sentiva tesa. Non si sentiva agitata. Capì che non poteva continuare a girare con quella cosa dietro. Che era pericoloso. E se gliela trovavano? Per uno sfortunato caso? Come l’avrebbe spiegata? Appena a casa la tolse e la mise in un cassetto, sotto la biancheria. Poi la riprese in mano. La osservò e la soppesò. E la rimise dov’era sempre stata. S’infilò tranquilla a letto. Non c’era altro da fare: doveva buttarla.
Una sera tornava ed Elmo non la poteva accompagnare. Qualsiasi altra volta avrebbe fatto la strada più lunga. Non si sarebbe mai avventurata per quel tragitto. Per nulla al mondo. Quel quartiere era malfamato. Quelle strade erano pericolose. Non si era nemmeno detta Perché no? Non era stata la stanchezza a spingerla di là. Anche se il percorso era lungo, ma era tardi per la metropolitana. Non aveva nemmeno alzato le spalle. Semplicemente aveva continuato a camminare, un passo dietro l’antro. Senza interrogarsi. Lui uscì da dietro un cassonetto ed era solo un’ombra distante contro un lampione: Ehi! Biondina, che ne diresti di farti un valzer con me? Avrebbe potuto tirare diritta, non fosse stata una viuzza stretta. Là, in fondo, le chiudeva il passaggio. Non aveva via d’uscita. Si guardò intorno ed erano completamente soli. La strada era buia. Non un’anima in giro. Il deserto più assoluto. Anche alle finestre non c’era una luce accesa.
Era un vero cafone. Cercò di renderlo mansueto con un sorriso di scherno e un Fai il bravo. A quello parve non piacere la sua risposta. Per quel poco che distingueva dalla faccia sembrava essersi anzi indispettito. Si avvicinò ancora. Più che deluso il suo ghigno era furioso. Rise: Vedrai che ti farò divertire, gallinella. Lei lo avvertì: Non farmi arrabbiare. Lui sghignazzò: Perché altrimenti che fai? Lei non voleva diventare cattiva. Non si voleva irritare. Eppure non aveva nessuna paura. Gli venne anzi naturale usare un poca d’ironia: Potrei farti la bua. Non sembrava tipo da ascoltare i buoni consigli. Doveva essere un vero testone: Devi essere bravissima a farti cavalcare; vedrai che dopo mi ringrazierai. Doveva essere uno di quelli che se le cercano: Ti farò starnazzare. Uno di quelli violenti con le vittime. Cominciò a sputarle addosso volgarità. Continuava a ridere sguaiatamente mostrando i tatuaggi con i muscoli tesi: Vuoi farmi paura? Troppo tardi, lei aveva già sfilato la mano dalla borsetta e l’impugnava decisa col calcio stretto tra le dita.
Il volto del bruto cambiò in un attimo. Smise di dire volgarità. Si dipinse di terrore: Buona bambina, buona! Si scherzava. Lei ormai non provava più niente. Non era un uomo quello che aveva davanti. Era solo un avanzo di galera. Era solo un pezzo di merda. Un rifiuto: Fallo per il piccolo che mi aspetta a casa. Sicuramente era anche un bugiardo. Con la canotta e i jeans strappati. Lo guardava con freddezza. Senza la minima emozione. Lui le leggeva tutto dentro quello sguardo e cominciò a bagnarsi i pantaloni. La pozza gli si allargava sotto le suole. Un vero schifo. Un topo corse via. Il giorno dopo, due giorni dopo, una settimana dopo, non importava quando, ma ci avrebbe provato con un’altra. Con un’atra ragazza, sicuramente indifesa come lei.
Bang! Al primo colpo cadde in ginocchio. Farfugliò: Sei pazza? ma le parole annegavano nel sangue che gli sgorgava a fiotti dalla bocca. Bang! Il secondo colpo lo rovesciò per terra. Sopra la sua stessa. piscia. Non disse più niente. Sembrava pregare al cielo. Quelli che Gianna stringeva in mano erano novecento-trentasei grammi di pura rabbia. Era la giustizia. Era il destino. Era l’ultima orazione. Seppe che faceva un gran buco, e un botto assordante. La collera le si stemperò dentro in un vuoto di serenità. Pensò a Guglielmo e le sembrò che anche lui, in fondo, fosse uno sporco maschilista.

[1] Se la storia fosse successa in America, a quei tempi, il nome di lei avrebbe suonato come Jane e quello del suo compagno come Bill. Ma questo ha poca importanza ai fini della lettura. https://www.dimararmi.it/revolver/chiappa-rhino-60ds-cal-357-mag-10216.html

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L_importante è la morteCos’altro potrebbe fare uno a cui alla nascita impongono il nome di Omero? Solo che lui, diciamolo subito, era uno scrittore un po’ strambo. Un po’ a modo suo. Non aveva mai provato a cimentarsi con un romanzo vero e proprio. Nemmeno con la poesia. Si era sempre accontentato e specializzato in racconti, più o meno brevi. Soprattutto in ritratti, più o meno fedeli, delle persone che aveva incontrato. Per quello che aveva saputo di loro o frutto solo della sua perfida e incontrollabile e fervida fantasia. Non bastasse se ne faceva quasi vanto di non aver mai pubblicato niente, né voluto farlo. Era curioso di verificare se esisteva un altro mondo. Un dopo la vita. Se fosse esistito davvero voleva scoprire se qualcuno avrebbe riconosciuto il suo talento e si sarebbe preso la briga di pubblicare le due opere.
Per vivere gli bastava poco e riusciva a trattenere e difendere abbastanza tempo da dedicare alla sua arte. A quella grande passione. E poi era rimasto ancora un bel gruzzoletto dei soldi che gli avevano dato i suoi genitori. Dovevano servire per studiare. Aveva mollato ma ero lo stesso. Gli sarebbero serviti per vivere per scrivere. In quei giorni aveva un solo cruccio. Era quasi completamente soddisfatto delle ultime novelle, ma solo quasi. Non che ci fosse qualcosa che non andava, gli sembravano buone, se non ottime. Scorrevano veloci sia in scrittura che in lettura. Qualche errore di ortografia qua e là, che rimediava prontamente alla prima revisione. Qualche periodo che suonava un po’ ruvido a cui cercava di porre rimedio. Un’infinita d’idee in embrione, parte delle quali non ricordava cosa diavolo avrebbero dovuto rammentargli. Perché le aveva conservate? Alla fine, piccole cose, nulla d’importante. Gli restava però quel cruccio. Lo sapeva bene cos’era. Doveva scrivere il suo Racconto dei racconti. La sua opera più impegnativa. Dove mettere a nudo la verità. Tutta la verità. La donna vera e alla fine spogliarsi di tutto e mostrarsi completamente, per quello che era.
Doveva essere lui che narrava a raccontare compiutamente se stesso. Un’idea, almeno in embrione ce l’aveva. Un barlume di trama. Però rimandava continuamente. Voleva possedere tutto il tempo necessario e non doversi interrompere. Aspettava l’attimo giusto. Aspettava che prendesse un poco più di forma. Cercava di non pensarci. Non voleva bruciare le tappe. Prendere il percorso sbagliato. Così si accese una cicca e uscì con ancora un po’ di confusione in testa. Ma per strada non riuscì a liberarsi dei quei pensieri che gli recavano una sorta di leggera apprensione. Lo avevano seguito. Ultimamente la sua era stata un’esistenza da eremita. Una vita inutile. Aveva bisogno di emozioni. Di nuovi stimoli. Con Fidenza era finito tutto da un pezzo, ma ogni interesse, ogni passione erano morti già prima. Non gli aveva lasciato niente. Dentro si sentiva vuoto. Il suo cuore era deserto. Alla fin fine forse era proprio questo. Doveva trovare uno stimolo e poteva venirgli dalla compagnia di un altro essere umano. Forse solo da quella.
Guardava la città ma quella, la città, non gli raccontava nulla. Le persone passavano diritte senza dirgli una parola. I vecchi amici non potevano essergli di aiuto, li aveva già usati e sprecati. Forse la risposta era viaggiare. Aveva bisogno di un po’ di fortuna e la sorte si diede da fare e lo rintracciò. Lo trovò davanti a quella vetrina di quella caffetteria. Si fermò distratto e poi la vide. Indubbiamente gli sembrò già dal primo sguardo carina. Anzi proprio una bella ragazza. Era il tipo ideale per fare la protagonista nella sua trama più impegnativa. Sconfisse immediatamente anche il minimo dubbio. Ora doveva solo avvicinarla. Non era sicuro di conoscere un modo che gli desse qualche possibilità di funzionare. Era bravo a parlare alla tastiera, meno bravo davanti alle persone; soprattutto quando si trattava di una donna. Ancor più se era bella. Se gli interessava poi era un vero disastro. Fidenza l’aveva conosciuta al liceo. Quelle altre poche era quasi stato più preda che cacciatore. Intanto restava muto con il naso schiacciato contro il vetro.
Alla fine, lei, davanti a quella tazzina di caffè, dopo quella lunga decina di minuti in cui l’aveva adorata, non poté più fingere di non averlo notato. Volse il viso verso l’intruso, poggiandolo sulle nocche, e gli sorrise con fare interrogativo. Un sorriso live e un po’ malinconico; delizioso. Omero si fece coraggio ed entrò: Posso sedere? Lei lo invitò limitandosi al gesto. Il volto era morbido e molto mobile e le sue espressioni erano stupende. Quel sorriso era enigmatico e allo stesso tempo divertito. Quando aprì la bocca lo fece solo per dire il nome, Eleonora, e il suono della sua voce era suadente. Dopo tornò immobile ad aspettare. Aspettò un attimo anche lui. Poi le chiese cosa facesse. Lei divertita gli annunciò che in quel momento stava prendendo un caffè, anzi l’aveva anche finito. Lui precisò: Nella vita. Lei confesso: In questo momento niente. Non lavorava. Aveva presentato delle domande. Sperava, senza farsi troppe illusioni, che qualcuno, prima o poi, rispondesse. Aveva delle splendide orecchie e degli orecchini pendenti. Prese appunti di quell’incontro, fin nei minimi dettagli, nella sua mente.
Si fece coraggio e le disse che forse un lavoro, per lei, ce l’avrebbe anche avuto. Ma era un lavoro un po’ strano. Per così dire… particolare. Lei manifestò una interessata curiosità. Per dirgli di cosa si trattava doveva prima spiegarle chi era. Presentarsi sul serio: Omero. Si soffermò a lungo sulla sua passione cercando di dare un’immagine positiva, di trasmetterle il proprio entusiasmo. Lei chiese se poteva conoscerlo: Forse ho letto qualcosa?… La interruppe per confessarle quella sua decisione: di restare uno sconosciuto in vita, nel tentativo di essere uno dei tanti grandi artisti eterni sopravvissuti a se stessi. Di voler continuare a nuotare nell’obblio dell’anonimato.
Il volto di Eleonora denunciò palesemente come trovasse quel proposito alquanto bizzarro, ma non stava a lei giudicare. E poi aveva fretta di sapere il resto. Omero accennò anche alla sua volontà di giungere a scrivere il racconto che lo avrebbe reso immortale. A Eleonora sembrò che quelle parole non avessero né capo né coda. Non promettevano nessuna proposta. Forse era il solito furbone. Qualcuno lo aveva già incontrato. Il solito che s’ingegnava con le storie più assurde, unicamente per tentare un approccio. Però era carino e, almeno lui, sembrava convinto; mostrava di crederci.
Eleonora era una ragazza piena di senno, ma anche molto pratica. In quel momento non aveva nessun altro impegno. Nemmeno di cuore. Se Dio vuole ne era uscita. Così decise di concedergli ancora qualche chance e un paio di minuti. A quell’ora il locale era deserto. Nulla le metteva fretta. Anche se quell’Omero, scrittore eretico, era più bravo nei silenzi che con le parole. A lei pareva alquanto impacciato. Rimase sorpresa: si scusò per andare al bagno. Poteva essere una grande timidezza, o era il più abili dei paraculi. Al ritorno lei non si spazientì, ma capì che doveva intervenire. Guardò l’orologio e gli chiese: E allora? Lui ci pensò un secondo troppo a lungo. Alla fine capì la domanda: Cerco qualcuno che possa fare la protagonista della mia trama. Poteva esserci qualcosa di sospetto: Hai soldi? La rassicurò senza dirle la provenienza e il motivo di quella sua piccola ricchezza. Lei non riusciva ancora a crederci: Cosa dovrei fare? Lui avvertì che le prime resistenze erano abbattute: Niente. Vivere. Credi di poterlo fare? Qualche dubbio permaneva ma tanto valeva… Per quello che aveva da perdere…
Solo allora Omero la conobbe anche come una donna spiccia: Allora che aspettiamo ad andare. Lui cercò in tutti i modi di nascondere la propria gioia. Poi le tenne aperta la porta e la invitò: Vai, ti seguo. –e aggiunse– sarò la tua ombra invisibile e discreta. Sempre presente anche se non mi vedrai. Lei si avviò con un certo imbarazzo. Probabilmente era un’emozione iniziale. Non sapeva cosa fare. Una sensazione buffa e allo stesso tempo fastidiosa. Si sentiva seguita. Osservata. Si guardava intorno e lui non c’era. Se guardava meglio lui era lì, eppure continuava a non esserci. Si diresse per un po’ senza meta. Guardando le vetrine. Salutando i pochi conoscenti. Poi si recò in biblioteca. Lui era lì, vicino e lontano, muto e trasparente.
Prese un paio di libri da portare a casa. Poi raggiunse il parco. Raccolse un tozzo di pane e lo sbriciolò per darlo ai piccioni e gettarlo nel laghetto, restando a guardare i pesciolini che si azzuffavano a contendersi quelle briciole. Omero descrisse nella sua testa quell’aspetto gentile del suo carattere. Ciò che succedeva in quell’acqua era l’immagine emblematica del mondo degli uomini. Poi lei si sedette su una panchina. Non riuscendo a resistere alla curiosità cominciò a sfogliare uno di quei libri. Il suo compagno incorporeo si annotò anche quello. Poi lei riprese a ciondolare senza meta. Il tempo sembrava non passare mai. Parlava sempre più spesso con l’orologio.
A sera si guardò intorno insistentemente fino a scovare dove si era mimetizzato. Gli chiese titubante com’era andata. Ma lui sembrava soddisfatto e le confermò che era stata brava. Cercò di tranquillizzarla ripetendole che non si doveva preoccupare. Che stava andando tutto a meraviglia e lui aveva già un inizio sulla punta della lingua, cioè della penna, cioè di… che diavolo era. Gli occhi del ragazzo avevano una luce diversa. Più… Piccoli topazi sfavillavano di gioia come neon. Lei si sentiva stanca anche se non aveva certo fatto molto. Forse era un po’ di tensione. Gli chiese se avesse ancora bisogno di lei o se poteva rincasare. Lui le disse che per quel giorno poteva bastare. Che poteva andare. Che lui sarebbe corso a casa. Aveva molto da annotarsi, disse proprio così, per non omettere nemmeno il minimo particolare.
Prima di avviarsi gli chiese: Quando ci vediamo domani? Lui era già immerso nei suoi pensieri e ci mise un po’ per riemergere: Allo stesso posto? Tutto le sembrava stupido. Non ci credeva ancora. Per tutta la sera continuò a pensare a quel ragazzo carino e strano, troppo giovane per meditare già sulla morte e sul suo dopo. Omero aveva rinnovato l’appuntamento alla caffetteria per godere pienamente, una seconda volta, dell’incontro e della conoscenza. Aveva intenzione di descriverlo in ogni dettaglio. Lo doveva fare. Niente doveva rimanere inespresso. Era proprio sulla strada giusta. Cercò frettolosamente di abbozzare una prima stesura di quella giornata. Su qualche circostanza si soffermò più a lungo entrando in una descrizione più precisa in modo quasi maniacale. Poi avrebbe sempre potuto, fosse stato necessario, produrre le dovute correzioni. Il computer era uno strumento eccezionale per quelle cose. Era da tempo che non passava la notte in un sonno così profondo e soddisfacente.
Il giorno seguente era puntualissimo davanti alla vetrina di quella caffetteria. Lei era già là ad aspettarlo. Entrò e andò diritto a sedersi. Tra loro bastò un sorriso e un ciao. Eleonora volle sapere e Omero le disse che era entusiasta e aveva già abbozzato una decina di pagine. Alcune solo accennate, ma altre in modo già quasi definitivo; gli sembravano ottime. Lei: “Di cosa dovrebbe parlare”? Lui: “Di noi”. La risposta la lasciò in sospeso e perplessa, e un po’ in dubbio. Interdetta. Come poteva parlare di loro se non c’era nessun loro? E se lui era una presenza che non c’era? Ma non era lei che doveva scrivere. Lei doveva solo eseguire i suoi suggerimenti. Al massimo poteva spingersi a qualche consiglio. Col tempo. Non era ancora il momento. Non era il caso. Ed era già curiosa di conoscere il suo tipo di scrittura. Ma tacque. Gli confidò solo che amava molto leggere e credeva di intendersene un pochino.
Omero parve non sentirla e se ne uscì con un argomento completamente diverso. Assetato di sapere di lei le domandò se avesse un ragazzo. Lei abbassò gli occhi e ammise di no. Siamo alle solite! Per un istante pensò che volesse proporsi. Bastò la faccia che fece a scacciare il dubbio che a lei era sorto improvviso. Lui parve, per un attimo, restare deluso. Poi tornò per insistere: Intendo qualcuno. Proprio nessuno? Lei ribadì la stessa sua prima negazione. Non si spiegò, né allora né per un po’ in seguito, perché lui avesse reagito con quell’imprevedibile quasi stizzito Peccato! Non ci pensò. Non si chiese altro. Decisero di andare e tutto ricominciò come il giorno precedente.
Lei non sapeva cosa inventarsi. Lo individuò e corse da lui con passettini rapidi e saltellanti. Gli chiese se le poteva dare dieci euro di anticipo e lui le allungò la banconota senza dire nulla. Corse a comprarsi un gelato. Pistacchio e limone. Lo leccò con gioia e ingordigia, sporcandosi per un istante la punta del naso. Provvide subito con rapidità controllandosi intorno. Sperava di non essere stata vista, ma a lui non era scappato di certo. Quel naso era perfetto. Forse le narici appena evidenti che lo assottigliavano alla base. Stanca di andare a zonzo se ne ricordò. Davano un film che non avrebbe voluto perdere. Passò alla cassa per il biglietto e si accomodò in sala.
Lui aveva deciso di aspettarla fuori. Per un po’ s’intestardì su quel proposito. Poi capì che stava sbagliando. Così non andava. Dovevano parlarne. Perdeva dei momenti di lei. Momenti che potevano diventare essenziali per la storia. Rimandò la richiesta al giorno seguente. Un vicino di sedia stava infastidendo la sua protagonista. Nel buio Omero non poté accorgersene. Prese posto al fianco di Eleonora e lo sconosciuto si allontanò. Si sorrisero e non dissero una parola. Non ne avevano bisogno. Lei sembrava soddisfatta. Lui non poteva vedere la propria faccia, ma in cuor suo lo era. Aveva rischiato di sbagliare e il film glielo stava spiegando. Non sempre sarebbe stato possibile mantenersi invisibile e distante. Soprattutto distante. Doveva provare le sue emozioni e per sentirle, in certi momenti, era necessario che fosse proprio al suo fianco.
Il mattino seguente si trovarono alle otto. Per lei era insolitamente presto. Avrebbe avuto bisogno di un altro piccolo anticipo. Lui le espose le proprie perplessità. Le spiegò che non poteva che starle un po’ distante e un po’ vicino. Anche se non avrebbe mai voluto infastidirla. Era tornato a riflettere su ciò che doveva essere il suo capolavoro. Era stato visitato nuovamente dal dubbio di non sapere come proseguire. C’era lui, c’era lei, ma così non s’incontravano mai. Erano due estranei. Lei rinnovò la sua curiosità: Di cosa dovrebbe parlare? Lui la ricambiò con uno strano sguardo: Di noi. Lei aveva capito subito l’impossibilità di descrivere un noi tra due persone che percorrevano strane parallele, che non s’incontravano mai. Non seppe tacere e lo esternò. Non si mostrò offeso.
I giorni seguenti non cambiarono di molto quelle nuove loro abitudine. Ma si assestarono su nuovi registri. Avevano imparato entrambi la lezione del cinema. A volte lui la osservava nascosto. A volte era con lei, al suo fianco. Lei stava cambiando. La vedeva, se possibile, più serena. Felice. La sorprendeva a canticchiare sottovoce per strada. A calpestare, divertendosi, qualche pozzanghera, se pioveva. Già! la pioggia. Il giorno che li aveva sorpresi per strada lui aveva aperto l’ombrello e lei era corsa a ripararsi sotto. E l’aveva preso convinta sottobraccio. Si erano guardati ed era esploso un sorriso divertito. Fu colto da un tremendo dubbio: avrebbe potuto innamorarsene? ma questo avrebbe potuto nuocere alla sua storia? Solo rincasando si rese conto che non aveva riflettuto sulle reazioni di lei.
Il nuovo patto comprendeva che lei gli avrebbe dovuto dirgli tutto, per filo e per segno. Con la massima sincerità. Sapevano entrambi quanto non fosse facile. Lei gli doveva comunicare le proprie intenzioni, le voglie, il perché faceva una tale cosa, un tale gesto. Soprattutto ogni cosa che provava. Alche il minimo effetto. Anche un fremito e un rossore. Anche un battito di ciglia. Insomma, proprio tutto. Insomma, doveva provarci. Per provarci lei ci provava, e ci metteva tutto il suo impegno. Ma anche lei aveva bisogno di vivere, ed era sempre stata curiosa. A volte approfittava di un minimo silenzio e lo riempiva di tante domande. Spesso argute e pertinenti. A volte imbarazzanti e persino impertinenti. L’affiatamento giorno per giorno cresceva. Il racconto procedeva, tra alti e bassi. Più alti che bassi. Lui cominciava a provare qualcosa per lei, e ne aveva paura. Non voleva rovinare tutto.
La volta seguente che furono sorpresi dalla pioggia non poterono fare altro che salire da lui. Lui aveva provato a resistere, ma alla fine aveva dovuto cedere. Era la prima volta che lei entrava nel suo rifugio segreto. Era la prima volta che ammetteva una donna mentre stava scrivendo una storia. In quei momenti aveva bisogno di stare completamente da solo. Eleonora sperava che le avrebbe fatto leggere qualcosa di suo. Omero si rifiutò categoricamente; almeno finché non ne fosse stato completamente soddisfatto. La presenza di lei lo infastidiva molto meno di quanto avesse creduto. Lei si era guardata intorno ed era inorridita dal disordine. Non aveva fatto fiato. Non lo aveva fatto avvertire. Aveva voltato le spalle e si era messa un poco a riordinare. Lui provò il terrore che gli sconvolgesse le cose. Anche lui però non esternò nulla. E quando si ritrovò finalmente solo si rese conto che riusciva ancora a trovare tutto. Tirò un lungo sospiro di sollievo.
Dopo quella sera capì che poteva fidarsi molto di lei. Non mancarono altre occasioni o motivi per farla salire. Per trovarsi poi a parlare delle cose più disparate in quelle stanze. Lei cercava sempre di rubare con gli occhi tra quegli appunti. Anche quello era diventato una sorta di gioco, in cui fingevano di farsi dei piccoli dispetti. Lei cercava di sbirciare e lui girava i fogli. In un paio di occasioni lei si fermò anche a cena. Per lo più si metteva sopra i fornelli e cucinava. Era anche un’ottima cuoca. Era piacevole conversare così, a cuor leggero. Una volta salirono anche da lei, ma l’appartamento non funzionava. Qualcosa non lo faceva sentire a proprio agio. Naturalmente era solo lui a sentirsi fuori luogo. A sentirsi imbarazzare. A non riuscire a esprimersi con la stessa libertà e leggerezza.
Intanto il racconto stava arrivando alle pagine centrali. Ne era assolutamente entusiasta. Quella sera Eleonora era seduta buona sul divano. Omero era poco distante perché aveva acceso il computer per apportare una piccola correzione quasi superflua. Doveva essere tutto perfetto come voleva. Involontariamente era lei ad avergli suggerito quella rettifica. Ogni tanto lei girava leggermente il capo e gli sorrideva. Sembrava serena e tranquilla. Poi all’improvviso lo chiamò vicino a sé: Vieni qui sciocco che ti voglio bene. Non sapeva il contributo che stava dando alla storia. Lui la raggiunse e si baciarono a lungo. Con un’intensità struggente. Forse avevano aspettato anche troppo. Quella notte lei si fermò lì. E anche le notti seguenti. Lui scoprì la vera passione. Quel nuovo mondo.
Spesso il mattino Eleonora trovava Omero già in piedi che batteva come un forsennato sulla tastiera. Lei stava aspettando ancora che le permettesse di leggere le sue prime cose. In fondo credeva ormai di averne diritto. Ma lui continuava a dirle di pazientare. Finalmente una sera le diede orgoglioso la stampata di quello che a suo dire era finalmente quello che si aspettava. La storia più bella che avesse mai immaginato, e l’avevano scritta insieme. Lei divorò rapidamente tutte le pagine mentre lui restava in fervida attesa del suo parere. Eleonora sembrava entusiasta. Cinguettava garrula nel ricordare gli episodi in cui si riconosceva, così ben minuziosamente descritti.
Poi arrivarono i primi rossori quando il racconto cominciò a descrivere anche gli attimi intimi del loro amore. Con la stessa solita meticolosità. Quella parte la imbarazzava molto. Avrebbe voluto che lui trovasse delle parole meno precise, più delicatamente soffuse. Più in penombra. Cercò di spiegarsi senza riuscirci. Le sembrava comunque bellissimo. Complessivamente era eccitata. Aveva voglia di ridere. Di gridare. Di correre. Aveva voglia di provocarlo. Di scappare in camera e invitarlo a seguirla. Lasciando cadere un petalo ad ogni passo, per ritrovarsi nuda. E poi spogliarlo, magari senza riuscire a trattenere la fretta. Ma le pagine finirono e la lasciarono con l’amaro in bocca. Con un senso di vuoto. Anche allo stomaco. La storia non era ancora finita.
Glielo disse che mancava il finale, ma lui, naturalmente, lo sapeva. Lo rimproverò. Poi gli chiese come intendeva continuare. Lui le mostrò la Sting che aveva comprato. La poggiò sul tavolo. Lei ne restò inorridita: Che ne vuoi fare? Lui le si fece vicino. Le spiegò che quello doveva essere il suo ultimo racconto. Una storia che parlava veramente della vita. Ma che una storia della vita doveva necessariamente parlare anche della morte. Che la vita conduceva sempre alla morte. Era inesorabile. Era l’unica fine che poteva dare alla storia assoluta. La vera fine. Era tranquillo, di una tranquillità completa. Sicuro di sé. Lei si allarmò conoscendolo: Non vorrai mica che ti aiuti a uccidere qualcuno? Rifiutava anche l’idea di pensare a una cosa simile. Per lei la vita era la cosa più sacra. Forse assieme o poco prima del vero amore.
Cercò di tranquillizzarla: Certamente no. Non servirebbe a nulla. Le spiegò che non aveva potere la morte in sé. Doveva conoscere la persona per provare i veri sentimenti che comportava. Doveva avvicinarla. Entrare in una relazione il più possibile stretta. Anche se l’amore non era previsto. Doveva provare il vero dolore, l’angoscia, la disperazione, per poi poterli descrivere. Eleonora tornò a provare paura. Sperava di non capire. Lui invece proseguì con la stessa fredda calma: Sei tu la mia protagonista. Alla paura in Eleonora si sostituì il terrore. Lo aveva dipinto anche negli occhi. La sua voce si fece implorante: Ma io ti amo. Anch’io. –confessò lui. È questo che mi permetterà di penetrare in tutti i meandri del sacrificio. Restò in silenzio per un lungo interminabile attimo. Lei si guardò intorno alla ricerca di una via di fuga. Si era innamorata di un pazzo.
Lui mise la carta di credito sul tavolo: Questo è quello che ti devo e anche tutto quello che mi resta. Dopo non avrò bisogno più di nulla. Le disse che conoscendo l’iban poteva versarli a chiunque preferisse. Depositarli ovunque. In qualunque conto. Lo poteva fare attraverso la sua home banking. La tranquillizzò affermando che non si sarebbe fatto attendere molto. Afferrò il revolver e si mise in attesa delle sue decisioni. Eleonora riusciva solo a piangere con la gola scossa di singhiozzi e il viso solcato di lacrime disperate. Non avrebbe fatto a tempo a raggiungere la porta. Era troppo tardi per tutto. Avrebbe voluto gridare, ma la voce le si soffocava in gola. Sarebbe stato comunque inutile. Anche solo per dare alla vita qualche altro minuto depositò sul proprio conto tutto, mentre lui e il revolver continuavano a fissarla. Poi di tempo non ne rimase altro. In quegli occhi leggeva la follia e la decisione. Fu l’ultima cosa che vide. Lui strinse il calcio della pistola ed esplose i primi colpi. Da così vicino non la poteva mancare.
Poi cominciò immediatamente a subissarla di domande ma lei non aveva fiato per nessuna risposta. Ormai le labbra di lei non conoscevano che silenzio. Non avrebbe potuto aggiungere nient’altro. Così tornò al computer per completare finalmente le ultime pagine di quella vicenda che era stata fantasia contestualmente al suo essere realtà. Le dita correvano rapide e febbrili suoi tasti. Le parole sembravano formarsi da sole. Il correttore lo avvisava degli errori. Provvedeva immediatamente. Eppure… A quel punto ammutolì. Non ci aveva pensato. Era stato distratto. Un vero coglione. Doveva finire con la fine di tutto. Con la fine dell’amore. Con la fine della vita. Con la sua fine. Chi avrebbe descritto la sua morte? Rivolse rassegnato la pistola verso di sé. Peccato, sarebbe rimasto un magnifico racconto incompiuto. Bang!

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Segue: La crudeltà dei giorni pari
L_ultima parolaC’era una sola cosa che Ferruccio non aveva previsto: che quando una donna perde vince sempre. E sia mai detto che si possa pensare di non lasciar loro l’ultima parola. Solo gli sciocchi lo potrebbero immaginare. E comunque sempre mal gliene incoglie. Meglio usare più cautela e buonsenso. Si dovrebbe mettere un cartello con su scritto: attenzione che mozzica.
Quello che aveva agognato e aveva sognato l’aveva ottenuto; certo. Aveva avuto la sua rivincita. Quel sabato Dalia si era presentata puntuale Al Caligola, dolcissima e disponibile. Con un sorriso disarmante gli aveva mostrato il messaggio sul telefonino ancora prima di entrare. Il cornuto l’aveva invitata, anzi pregata, di fare il grande sacrifico, per l’onore della famiglia e per il patrimonio, cioè del portafoglio. Niente che possa sorprendere nessuno. In fondo non sarà che una notte, anzi qualche notte. Non può certo cambiare niente tra noi. Questa affermazione aveva già cambiato tutto, e condannato definitivamente la loro già precaria unione.
Per giunta si era spinto a digitare che una donna non è come una stoffa, non si consuma mai. E aveva aggiunto una faccina che si sganasciava, credendosi spiritoso. Era un gran bel pezzo d’imbecille e di cafone. E anche ingrato. Dalia era una donna bellissima, una vera signora, che sapeva quello che voleva. E sapeva esattamente come ottenerlo. Anche senza il suo parere. Poteva attraversare tutti i mari, senza temere gli squali: Ora non siamo più due, direi che siamo una coppia.
Dalia non aveva resistito una notte di più Al barcarolo de noantri che era un vero postaccio. Non certo all’altezza delle sue consolidate abitudini. La pulizia lasciava leggermente a desiderare e il servizio in camera era uno strazio. Il personale sembrava uscito da un vecchio film pasoliniano sulla miseria. E non aveva nemmeno posto dove parcheggiare. Era un vero inferno. Con i tubi che rumoreggiavano quando si apriva l’acqua. Gli mancava una sola stella per essere al top, ma era la stella che l’avrebbe reso vivibile. Era arrivata già con la valigia al seguito.
Il fine settimana successiva erano a Capri, con la scusa dell’inaugurazione di un nuovo punto vendita. Si erano semplicemente mescolati alla folla dei curiosi. Un impegno di una mezzora, per un weekend senza pensare minimamente al lavoro. Dalia era una vera signora. E nei pochi momenti d’intimità sapeva trasformarsi in una vera popolana scurrile al punto giusto e anche di più. Era anche una vera acrobata nel farsi desiderare per poi negarsi. Ormai Ferruccio ne sapeva qualcosa e conosceva tutto quel suo vocabolario fatto di promesse e di lusinghe.
Se il sacrificio più grande per una donna era starsene a casa, fare solo la compagna, per Dalia era durato non più di quindici giorni. Poi avevano rivisto assieme le nuove strategie per un mercato aggressivo. Era stata prodiga di consigli e di correttivi. Forse non aveva, o non lo aveva ancora, il polso della situazione, ma sapeva rendere le cifre poesia. Era il suo sorriso e la sua voce a incantare. Il modo in cui lusingava con gli occhi, e con le ciglia, e con ogni gesto. Ferruccio ne era consapevole.
Lei spopolava. Anche al ristorante richiamava su di sé l’attenzione di tutti. Era una presenza magnetica. Anche gli oratori più ciarlieri trovavano il loro momento di balbuzie. I suoi occhi magnetici toglievano le forze. Con lei al fianco si sentiva sicuro. Avrebbe potuto sfidare il mondo. Lei aveva avuto solo un momento di debolezza. Poi si era ritrovata. Era tornata la donna forte e indomita che poteva sfidare il mondo e quei pescecani portarli a guinzaglio.
Ora Dalia si sentiva cambiata, ovvero era tornata la vera se stessa. Il buio era alle spalle. Si era trattato solo di un momento. Capita. Ed era capitato anche a lei. Non era stato preventivato. Non se lo sarebbe mai immaginato. Ma stava già riprendendo in mano le redini della sua vita. Sapeva già che lui non avrebbe più potuto fare a meno del suo aiuto. Ed era qualcosa di più di una semplice collaboratrice. Era la faccia e la voce della Raeg Italia. Lei faceva parte di quella parte di mondo che non affonda mai. Avrebbe dovuto ricordarsene anche in quell’attimo di depressione. Suo padre… suo padre doveva accettare di fare il pensionato e accontentarsi. La vita proseguite. Il mondo sarebbe tornato presto ai suoi piedi.
Naturalmente a Shenyang era andati assieme. In quella città in culo al mondo. Un volo interminabile: quindici ore e mezza con scalo a Pechino. Dall’albergo aveva fatto un’intercontinentale per chiamare Marianna e avvertirla di disdire la data delle nozze. Lei aveva pianto al telefono senza capacitarsi, poi aveva tirato su col naso e interrotto la comunicazione. Ferruccio l’aveva sempre saputo che era una storia senza futuro. Daria si muoveva con assoluta disinvoltura anche lì, in Cina, e la Cina è veramente un altro mondo.
Ferruccio e Dalia avevano subito ritrovato quel grande affiatamento. Lui era la mente e lei il braccio, circa. Con quattro parole di cinese e il suo inglese perfetto Dalia stregava i presenti. Li incatenava alle sedie. Anche un’idea solo in embrione era vista con entusiasmo. La Raeg sarebbe tornata, anche grazie a quei mandarini, il colosso che era sempre stata. Non c’era più una fetta di mercato da conquistare. Si sarebbero presi tutta la torta. Avrebbero ricoperto veramente il paese di fibra. E avevano stretto un rapporto con il più grande magnate televisivo volato fino a lì solo per incontrarli.
Ferruccio era un poco geloso, per così dire, del suo successo. Cioè si sentiva in cuore un senso di strana perplessità. La ammirava e la invidiava. Dalia era il fascino d’idee che per loro natura parlavano di aridi numeri. Dava grazia anche alla più semplice e spoglia tabella riassuntiva. E poi aveva sempre una parola d’incoraggiamento. Di sprone. E aveva un sorriso per tutti. E anche qualcuno di troppo. Soprattutto con quel Dong Zhou e tutti quei Liang e Yong. Strano popolo i cinesi. Così numerosi, ora anche così capitalisti, e così parsimoniosi sui nomi. Ogni nome era un disegno e un rumore secco. Un’onomastica curata sulla grafica che non andava oltre la sillaba. Quanti milioni di Chen potevano esserci in tutta la Cina?
Fortuna che non sarebbero rimasti più di quindici giorni. Lui non riusciva ad adattarsi a troppe cose, soprattutto alla cucina. Faticava a digerirla. Trovava il tōfu assolutamente inodore e insapore. Lo Shazhucai (letteralmente “piatto del maiale ucciso”) aveva cercato di assassinarlo. Ne era seguita una giornata drammatica. Troppo piccante e troppo speziato. Avevano mangiato anche il pesce palla, lei era curiosa di farlo, lui alla fine lo aveva ordinato con un certo timore; non gli era sembrato granché. Aveva una grande voglia di una buona matriciana. Lei invece sembrava in grado di adattarsi a tutto. Lei spediva cartoline e lui lottava per digerire.
A pensarci bene Ferruccio aveva la sensazione che ormai Dalia potesse fare anche a meno di lui. Non era certo che avrebbe funzionato allo stesso modo l’ipotesi contraria. Aveva un problema, lui doveva raccogliere le idee. Farle funzionare. Convertirle in piani di battaglia, in campagne mediatiche, in strategie di mercato. A lei bastava vestirle di un sorriso. Ora che i cinesi avevano aperto definitivamente il borsellino tutto era molto più semplice. Se non riuscivi a partorirne una, di idea, trovavi il modo di rubarla. O qualcuno disposto a pensarla al posto tuo. Ferruccio aveva il sospetto di essersi infilato in un angolo. Di essere una presenza quasi superflua, e non altrettanto attraente. Forse solo un poco nel mondo delle donne cinesi.
Ma lui non si era spinto a corteggiarne nessuna. Era stato galante, quando necessario. Con qualche figlia, e anche qualche moglie. Qualche sorriso e qualche gesto un po’ più che gentile. Niente di più. Aveva il problema della lingua. Non era abbastanza affascinato da quello che portavano sotto le vesti, dalla mercanzia che offrivano. Temeva il minimo passo falso. Soprattutto Ferruccio era un uomo che cercava certezze, non avventure. L’ultima volta che aveva sognato probabilmente frequentava ancora le elementari. O forse era successo una notte, Al Caligola, con lei.
Mancavano ormai un paio di giorni al ritorno. Quel Dong Zhou era il vero direttore d’orchestra. Quello che muoveva le fila. Quello a cui era riservata l’ultima parola. Con Dalia sembrava si fosse instaurata una stretta amicizia. Ferruccio ci aveva scherzato a cena, ma senza allegria. Aveva in cuore di dare un senso compiuto alla loro unione. Dalia lo aveva trovato un umorismo di pessimo gusto. Gli aveva chiesto se era matto.
Lo aveva preso per mano ed erano saliti nella suite a loro riservata. Dal primo momento che l’aveva vista gli occhi di Dalia lo avevano stregato. La sua glock, con matricola abrasa, lo aveva freddato. L’ultima parola l’aveva pronunciata per lei quella pistola. La mano colpevole sarebbe risultata la solita mafia cinese. E lui sarebbe stato ricordato, per poco, come l’ennesima vittima di una crisi che non si placa più. O non ricordato affatto.

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FSA/8d26000/8d262008d26229a.tifDavide e Sarah erano una coppia felice. Sposati da più di 20 lunghi anni. Quasi tutti anni buoni. Non si potevano lamentare. Nemmeno i soldi erano più un problema. Vivevano bene e la casa ormai era loro. Sarah era all’oscuro di tutto, ma Davide aveva un piccolo segreto.
Un fatto aveva lasciato a lui tracce indelebilmente nel loro idillio. Tredici anni prima il suo lavoro aveva avuto un momento di crisi. Non andava bene. Lui tornava stanco e amareggiato. Nervoso. Certo che lui aveva le sue colpe. E molte. Litigavano continuamente. Era sempre stato anche un po’ geloso. Lei aveva avuto allora una breve relazione con un altro. Insomma, aveva tradito. Erano stati tempi duri. Si sentiva esasperata. Era stata lì lì per lasciarlo. Poi lui aveva trovato quel nuovo lavoro. Tutto era tornato a filare liscio. Lei era tornata da lui dopo avergli confessato tutto. Quella storia era già finita. Gli aveva giurato che era stata l’unica volta.
Lui ne era rimasto naturalmente ferito. Forse più di quanto avrebbe voluto. Lei gli aveva chiesto mille volte scusa. Aveva fatto di tutto per farsi perdonare. Lui le credette e volle crederle. Lei gli aveva giurato che era stata solo una sbandata. Che c’era solo lui nella sua vita. Gli aveva esternato tutto il suo amore. Glielo dimostrava continuamente. Non gli negava più nulla. Nemmeno il più piccolo capriccio. Era sempre disponibile. Lo accontentava in tutto. Proprio in tutto. Ed era diventata, se possibile, una moglie ancora migliore. Teneva in ordine perfetto la casa, stirava come si deve ed era una cuoca eccezionale. Non avrebbe potuto vivere senza la sua Sarah. L’unica pecca era che doveva stare eternamente attento perché nessuno dei due voleva bambini.
Tutto andava per il meglio tra loro e con grande soddisfazione di entrambi, ma Davide continuava a nascondere quel suo piccolo segreto: da molte notti dormiva male e sognava peggio. Per quanto i suoi giorni fossero sereni, le sue notti erano affollate e angoscianti. Continuava a sognare che Sarah lo lasciava. Erano veri e propri incubi da cui si svegliava a volte all’improvviso, quand’era ancora buio, a volte in uno stato di panico o di enorme rabbia. A volte ne usciva anche tutto sudato. In una vera e propria ira. Allora era costretto a nascondersi e trattenersi in bagno finché non l’aveva sbollita.
Sogni che ogni volta erano uguali e diversi. In tutti però si ritrovava desolatamente solo, abbandonato. A volte dopo che lei gli aveva chiesto una pausa che sembrava non finire mai. Altre volte aveva proprio chiuso e non voleva nemmeno parlargli. A volte aveva il dubbio di averla scordata, dimenticata. A volte si dava la colpa di non averla più cercata. Di non fare abbastanza per riconquistarla. Gli amici glielo rinfacciavano. A volte era semplicemente tornata dal ragazzo che frequentava prima di lui. Nella maggior parte dei casi l’aveva abbandonato per quel ragazzo. Ma sempre il dramma era già avvenuto. Sempre soffriva ed era solo. C’erano mattine che arrivava già stanco prima di cominciare il lavoro.
Alla fine accettò la verità. Non poteva vivere con lei e, insieme, con quei sogni. Allo stesso modo non poteva rinunciare a lei. Quelle notti gli toglievano la pace. Non poteva certo fargliene una colpa. Il passato è passato. Quello lo era fin troppo. Era solo una storia vecchia. Che avrebbe dovuto aver dimenticato. Invece era tornata da mesi e da mesi lo perseguitava. Anche i tranquillanti che aveva cominciato a assumere dimostravano di non funzionare. Doveva trovare una soluzione e trovarla in fretta. Una via di uscita doveva pure esserci. E quel tradimento continuava a bruciargli dentro. Semplicemente continuava.
In un momento che lei era dal parrucchiere cominciò ad indagare tra le sue cose. Non si aspettava niente. Non c’era uno scopo preciso. Non sapeva perché. Pura curiosità. Lo doveva fare. Frugò tra le foto nel suo cassetto. In quasi tutte c’erano loro due. Poi una serie infinita di paesaggi. I posti in cui erano andati. Qualche scatto dalla sua infanzia. Qualche fototessera. Poi… Vide lei e il volto di uno sconosciuto. Li vide assieme tenersi per mano. La guardò con attenzione. Girò la foto che l’aveva convinto. C’era scritto dietro: Stefano con amore, e più sotto il posto e la data. Il periodo poteva essere quello. Era quello. Era lui. Ne era certo. Oltre ogni ragionevole dubbio. Era lui la carogna che l’aveva sedotta. Ma aveva solo quel nome. Era ancora troppo poco.
Non aveva ancora pensato a nulla, ma doveva assolutamente scoprire chi fosse quello Stefano. Alla fine, lo rintracciò non senza fatica. Il cognome l’aveva trovato in alcune mail sul portatile di Sarah. Mail che non dicevano nulla di compromettente. Probabilmente erano stati attenti. E avevano usato il cellulare. In quello non aveva trovato il modo di sbirciare. Ma certo avevano ormai cancellato i loro messaggi. Per il resto, cioè l’indirizzo, era andato a frugare di nascosto nell’archivio dell’anagrafe. Con l’informatica Davide ci sapeva fare.
S’inventò delle scuse per uscire di casa la sera. Cominciò a seguirlo. A spiarlo. L’impressione era che non fosse nemmeno il tipo. Gli pareva una persona elegante. Un po’ solitaria ma… come dire? strana. Non aveva ancora deciso cosa fare. Forse avrebbe potuto affrontarlo. Chiedergli spiegazioni. Ma a cosa poteva servire per una storia già finita. Intanto Sarah continuava a ignorare l’angoscia che lo pervadeva. Si sentiva sempre più stanco. Quella sera perse la testa. Scese dall’auto con una grossa e pesantissima pietra in mano e gli chiese l’ora. Come quello si chinò gentile, per leggere sul quadrante, lo colpì violentemente finché non restò morto sull’asfalto.
Improvvisamente si sentì liberato. Tornò a casa e tornò a fare sogni tranquilli. A svegliarsi pago e ben disposto e rilassato. Non c’era più nessuno tra lui e Sarah. Nessuno a cercare di portarla via da lui. Era una settimana che non facevano all’amore. Era uscito tutte quelle sere. Quel martedì lo fecero con molta passione. Si era finalmente buttato tutto dietro le spalle. C’era voluto un gesto così disperato. In fondo non era nemmeno stato tanto difficile come avrebbe pensato. Il giornale aveva parlato di una squallida rapina. Non aveva nemmeno nulla da temere. E comunque lei non doveva sapere nulla. E il portafoglio lo aveva gettato vuoto in un cassonetto distante.
Quel giorno avevano pagato l’ultima rata del mutuo. Anche quell’incubo era finalmente finito. Erano allegri e in vena di festeggiare. Lui aveva stappato una bottiglia di spumante. Forse ci avevano dato un po’ troppo dentro; entrambi. Si sentivano brilli e le risate scappavano da sole. Anche senza motivo. In quel momento Davide si sentì in vena di confidenze. Finalmente in grado di dirle tutto. Almeno tutto tranne quello che aveva fatto. Le confessò dei sogni e delle paure. Sarah rise e gli disse che era uno sciocco. Che gli aveva detto mille volte ch’era tutto finito. Gli assicurò che lei non lo avrebbe lasciato mai. E lui le confessò anche che sapeva chi fosse stato: Stefano.
Lei sgranò gli occhi e riprese a ridere. Lui non capiva. Quando le chiese spiegazioni per quella reazione gli spiegò che Stefano era solo un caro amico. Un amico da sempre. Che era anche gay. Stupefatto lui le mostrò la foto. Lei si sentì offesa che fosse andato a frugare tra le sue cose, ma durò solo un attimo. Lo perdonò subito: Non ti ricordi? Te l’avevo detto dove andavamo e chi era. Forse non l’ho mai chiamato per nome ma dovevi immaginarlo. No! non l’aveva immaginato e solo ora ricordava quella breve vacanza. Con quell’anonimo amico che lei aveva fin dalle elementari. Allora avrebbe voluto dirle di no, ma non aveva potuto. Cazzo! aveva sbagliato persona.
Sarah si confessò stavolta fino in fondo. Disse che era stata una stupida e quella volta si stava proprio innamorando. Aveva quasi perso la testa per quello. Lo apostrofò come: quel bel tomo. Al suo: Ma come? Sarah rispose che non avrebbe voluto ricordare, che non sapeva se fosse giusto che glielo dicesse, Ma ormai… era passato così tanto tempo. Se era tanto curioso e se poteva aiutarlo a dormire tranquillo quello, il bel misterioso fascinoso, il grandissimo stronzo tenebroso, altri non era che il suo caro amico Giorgio. Non serviva andare troppo lontano. Se ne sarebbe potuto accorgere da solo se in quei giorni fosse stato più presente con se stesso. Era lui che aveva profittato di quella loro crisi temporanea e della sua breve sbandata passeggera. Era sempre così amico e rispettoso, e intanto aveva atteso l’occasione come un avvoltoio.
Davide restò muto e interdetto. Giorgio era l’ultima persona di cui sarebbe stato capace di sospettare. E quello Stefano, poveretto, era stato solo una vittima del caso. Completamente incolpevole. Certo non poteva tornare indietro. Rimediare. Nemmeno lui… Non poteva restituirgli la vita. Ora però sapeva la verità. E la verità aveva ammazzato la festa. Non aveva più alcuna voglia di festeggiare. L’ultima risata gli si era strozzata in gola. Fanculo anche il mutuo e tutto. E fanculo anche a Giorgio. Aveva combinato un bel casino. E gli girava la testa. Ebbe un rigurgito. Si scusò all’improvviso e si ritirò.
Quando lei lo raggiunse era ancora troppo brilla anche per stuzzicarlo. Lui la sentì e finse di dormire, ma stava faticando a prendere sonno. Quella notte i sogni tornarono, e anche nelle notti seguenti. E come non bastassero quelli con lei protagonista crudele altri se ne aggiunsero. Sogni in cui uno Stefano sanguinante gli chiedeva ragione e giustizia. Che gli rimprovera la sua sbadataggine. Che continuava a dire che non sarebbe stato mai contento finché il vero colpevole continuava a farla franca. Davide non sapeva più che pesci pigliare. Ormai quello che aveva fatto era stato fatto. In quei giorni era arrivato fino al punto di pensare che la soluzione potesse essere confessare. Era una pazzia.
Tornò a convincersi che non poteva vivere con lei, meno ancora di prima, e con quei sogni. E che ugualmente non poteva rinunciare a lei. Non vedeva altre alternative. Giorgio si stava rovinando già da solo. Con le sue stesse mani. Era sempre stato un fallito. Cancellò quel nome dall’agenda. Lo avrebbe mandato sul lastrico. Andò in un’agenzia di viaggi. Comprò un biglietto aereo per le Mauritius. La firma della moglie la fece uguale. Lo regalò a Chiara assieme all’atto della casa, come nuda proprietà, mantenendo, naturalmente, l’usufrutto per sé e Sarah. Con la promessa che Chiara non sarebbe tornata prima della sua dipartita, che sperava lontana e indolore.
Chiara non era nulla, per lui, solo una. Lui aveva ormai capito che non gli restava nessun’altra possibilità che uccidere Sarah e continuare a vivere con lei accanto, magari in ghiacciaia, perché no? Tutto il mondo avrebbe continuato e credere che se ne fosse andata.

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e15857551a0caa0ec5e2a51611a318631. Nora stava preparando le medicine che doveva somministragli alle quattro. Gli dava le spalle. Winnie, ovvero Winston, che prima dell’ictus era stato reverendo della Seconda Chiesa Presbiteriana di Pak Slope, le chiese di usargli la cortesia di accomodarsi perché le voleva parlare. Era non comportamento strano, non da lui.
Lei prese posto in cima alla poltrona, sorpresa e curiosa. Lui disse che aveva una proposta da farle che credeva la potesse interessare e che l’avrebbe aiutata a risolvere molti, se non tutti, i suoi problemi economici. Le raccontò in modo prolisso e puntiglioso fatti privati della sua vita, che a lei interessavano ben poco. Si dilungo molto a lungo sulle ragioni che lo spingevano a farlo. Su questioni, morali, teologiche e di fede. Lei si stava annoiando e spazientendo. Sperava che venisse presto al punto. Anche se lui prima di cominciare, l’aveva pregata di dargli attenzione senza intervenire, quando il limite fu colmo lo interruppe: Mio buon reverendo Winnie, potrebbe venire al sodo. Lui si fece ancora più cauto e abbassò la voce anche se in casa erano soli. Aveva una cosa insolita da chiederle. Non voleva una risposta subito ma sperava che ci riflettesse. Dica una buona volta.
In verità la storia è già stata raccontata, ma cambiando alcune cose, e omettendone altre. L’uomo di chiesa le confessò che aveva pensato, anche notti intere, e che avrebbe voluto peccare attraverso lei per provare il sentimento della colpa e del vizio, prima di morire, corrompendo la sua anima per poi comprarla. Il compenso sarebbe stato non di cento ma di duecentomila dollari. Prima ancora di uscire da quella sorpresa, che avrebbe dovuto lasciarla ammutolita, Nora cercò di spillargli qualcosina di più. Mercanteggiò ma poi convenne dentro di sé che erano già una gran bella cifra. Nel frattempo aveva passato in rassegna tutte le cose che lei e Chad avrebbero potuto fare, e quelle che avrebbero potuto sistemare. Non ci poteva credere.
Lei non aveva nulla che valesse tanto. Doveva esserci il tranello. Nessuno da tanto per niente. Anzi per niente nessuno da niente. Il pensiero la fece inorridire: Non vorrà mica… Dico… sesso? Aveva sempre pensato che quel povero vecchio, che parlava male e con la faccia di sghimbescio, non ne potesse essere in grado. Anche se qualche volta, per qualche istante, qualche sospetto le era venuto. Forse era stata tratta in inganno dalla parola vizio. Lui rise: No! di certo. Credo di sapere quale sarebbe la tua risposta. Non la prima, ma l’ultima. Poi non fu molto cortese affermando che una come lei non poteva valere tanto. Se non fosse perché era così interessata si sarebbe offesa. Decise di pazientare: Devo rubare qualcosa a qualcuno per lei, eminenza. Ripugnava a se stessa quella sua voce così deferente e ossequiosa. Lui rise nuovamente: Nemmeno questo, bambina. Niente che possa rivelarsi pericoloso per te. In qualsiasi altra circostanza non avrebbe avuto il diritto di chiamarla bambina.
Nora stessa non ne era convinta ancor prima di dirla, sarebbe stato troppo facile. La curiosità di donna la spingeva a continuare a chiedere senza aspettare: Devo picchiare qualcuno, magari in pubblico. Lui mostrò tutta la sua indulgenza: “Nemmeno questo”. Nora non sapeva cosa pensare. Fece l’ultimo tentativo disperato non sopportando di attendere ulteriormente e rimanere in quello stato di perplessità: “Non spererà mica che mi possa trasformare in un’assassina”. Non l’avrebbe fatto per niente al mondo. Nemmeno per cinquecentomila. Però dentro non ne era così sicura. Winnie non ebbe bisogno nemmeno di parlare. Dalla faccia del vicario di Dio capì che non le avrebbe chiesto nemmeno quello. Non aveva mai amato i quiz. Era esausta: E allora cosa c…, per… tutto il cielo?
La invitò alla calma. Secondo lui era una cosa molto più agevole per lei. Una cosa semplice semplice senza rischi. Quasi elementare. Che a lei sarebbe dovuta riuscire facile e bene. Avrebbe dovuto commettere un banale adulterio. Nora tirò un sospiro di sollievo. Aveva la conferma che si era impazzito. Poi riflette: adulterio voleva proprio dire fare quello. Troppo semplice. Era l’insolito compenso a metterla nel dubbio che qualcosa le sfuggisse. Poi dentro la sua testa tutti gli ingranaggi si misero a ruotare vorticosamente. Le crollò il mondo. Se lui pensava… Se solo avesse avuto ragione, la sua anima non era più in vendita. Apparteneva già a un altro. A più di qualche altro. Non troppi ma qualcuno: Reverendo, lei sa che io non credo nella chiesa e nel peccato. E poi
Il vecchio invalido pazzo non si scompose. Si era impazzito ma la conosceva bene. Come conosceva bene tutte le proprie pecorelle. Ridacchiò: Lo avevo immaginato. Non aggiungere altro. Si può fare lo stesso. Se vuoi. Io voglio solo il mio peccato e quel pezzetto della tua anima. Forse ho torto, ma se ho predicato bene dovrò scontarlo al momento del giudizio, e basterà.
A Nora continuava a sembrare tutto troppo facile per essere vero. Per duecentomila dollari. Aspettò il seguito di quella assurda vicenda. E quello arrivò inesorabilmente. Le spiegò che però, son sempre i però a ingarbugliare le cose, avrebbe dovuto tradire con colpa. Un attimo… Cosa voleva dire con colpa? Voleva dire, le chiarì il sant’uomo, che doveva tradire in modo da provare poi vergogna e rimorso. Che doveva essere un vero tradimento se voleva onorare il patto. Per quella cifra. Non provò nemmeno a pensarci. Anche se l’avesse fatto non sarebbe arrivata da nessuna parte. Si limitò a frugare se ci fossero altre clausole. E dopo? L’uomo di chiesa proseguì che non avrebbe dovuto essere così impaziente. Poi aggiunse che compiuto il delitto avrebbe dovuto metterne al corrente il tradito. Nora chiese ormai esausta se quello fosse finalmente tutto. Winnie le confermò di aver finito. Lei si prese qualche giorno per rifletterci e lui lo concesse.
Per farlo l’aveva fatto. Non era nuova a un’avventura extraconiugale. L’aveva fatto anche con il poliziotto, che l’aveva spaventata e invece si trattava solo di quattro stupidi libri che aveva dimenticato di restituire alla biblioteca. Ma Chad non l’aveva mai saputo. Era questo il punto. Se era per lei, solo per lei, avrebbe accettato subito. Facile era facile, ma come spigarlo a lui? Non era certa di poterlo fare. Nemmeno di volerlo. Non possedeva le parole per dire una cosa simile a suo marito. Non era certa di come l’avrebbe presa. Di come avrebbe reagito. Tanto avrebbe detto di no. Avrebbero rinunciato. Ma non poteva decidere da sola. Così la decisione sarebbe spettata ad entrambi. E se ci fossero stati dei rimpianti sarebbero stati comuni, condivisi. Nessuno avrebbe potuto rivolgere accuse all’altro. Rinfacciare qualcosa a riguardo. Gridare all’idiozia e invocare i rammarichi. Certo che duecentomila erano una gran bella somma. Se ci pensava bene non sarebbe stato un grandissimo sacrificio. Per duecento testoni. Emozionata dalla cifra e dal momento non aveva il tempo per fermarsi a pensare alle altre assurde condizioni.
2. Iniziare a parlare con Chad fu meno difficile che proseguire a parlare. Anche meno complicato. Lo aveva chiamato e lui s’era seduto paziente. Un poco spaventato. Aveva esordito spiegandogli che doveva riferirgli di Winnie. Lui si era subito preoccupato per la sua salute. Che il reverendo potesse essere grave, persino morto, nel qual caso lei avesse perso il posto. Lei lo zittì. Era una proposta che nel pomeriggio le aveva fatto, ma non una semplice proposta. Per duecentomila dollari. Lui fischiò. Poi si immobilizzò e realizzo: E cosa vorrebbe? Cosa dovresti fare? Rivolse a lei le stesse domande che lei aveva fatto al prete. Anche lui sapeva che nessuno muove le chiappe gratis. E qui per Nora cominciò il difficile. Cercò parole che non aveva e una sicurezza che la abbandonava: Non credere sia facile. Chad era incuriosito e interessato, anche per la cifra: Dimmi, cazzo. Nora si fece giurare che non si sarebbe arrabbiato. Chad si spazientì ulteriormente ma glielo promise.
Quel depravato e pervertito prete vorrebbe… insomma vorrebbe… Lui la invitò a calmarsi e a parlare senza gesticolare e farfugliare. A lei venivano le lacrime agli occhi. Avrebbe dovuto rinunciare a due testoni. A una vera fortuna: Insomma… per quei soldi… non oso dirlo… che ti tradissi. Chad la guardò inorridito: Questo mai, cazzo. Era solo quello che lei si aspettava. Era una reazione umana. Quella di un uomo colpito nell’orgoglio. Non sarebbe stato così se solo lui avesse potuto non sapere. Allora sarebbe stato fin troppo facile: Lo sapevo, caro. La penso anch’io allo stesso modo, ma… duecentomila… Era chiaro che non lo poteva fare, ma quella che avevano davanti era una vera leccornia. Un vero uomo non lo potrebbe mai accettare. Volevo dirgli subito di no, ma non potevo decidere da sola. Però anche lui cominciò a contare tra le dita quelle banconote in pezzi fruscianti da dieci. Una a una nuove di zecca. Erano mille bigliettoni verdi profumati di stampa con la faccia amichevole di Alexander Hamilton, padre fondatore degli Stati Uniti.
Presero a palleggiarsi la grave decisione. Ogn’uno cercando di scaricare sull’altro la scelta e la relativa responsabilità. Nessuno cadde nel tranello e cedette. Si accorsero entrambi come non fosse una cosa facile. A questo punto si trovavano in piena impasse che pareva insormontabile. La risolse Nora, con il buonsenso tipico della donna, raccontando una parte di verità e una piccola bugia. Chiuso. Deciso. Non si deve fare. E poi non mi va. Certo che non lo verrebbe a sapere nessuno. Questo costrinse il marito a un’ulteriore riflessione. Ad approfondire le conseguenze. La prego di non essere impulsiva. Poi cercò di usare la stessa assennatezza della moglie: Certo che se tu facessi, come dire? solo una cosettina così. Veloce. Non troppo impegnativa. E non si venisse a sapere. In fondo potrebbe essere senza sentimento, ma me lo dovresti giurare… L’apertura era invitante e Nora ci si gettò a capo fitto, mantenendo la cautela del forse: Se fosse… Te lo posso promettere fin da subito. Solo con… Un estraneo. Senza piacere. Lo giuro. A quel punto Chad aveva già capitolato. Duecentomila era troppi per rinunciarci. Non poteva farlo vedere subito. Lei lo sapeva. Consumarono delle ore sulle ragioni dei sì e dei no. Eludendo la domanda e poi confermando e poi ancora respingendo e tornando innumerevoli volte su quella decisione che era già presa.
Nora volle darne conferma subito al vecchio. Anzi immediatamente. Prese in mano l’apparecchio e telefonò e non badò a l’ora. Pensò: Prepara i soldi, vecchio pazzo. Gli disse: Anche Chad è d’accordo.
Poi per un dubbio chiese spiegazioni: Dovrà essere presente; assistere?
La voce era fredda e stranamente limpida: Basterà che lo sappia per certo e me lo riferisca. A quello ci avrebbe pensato a cose fatte.
3. Cazzo! era complicato. Non era così semplice come dare un cazzotto a un bambino. Come l’aveva raccontata l’amico di Chad[1]. Non era tanto quello. In fondo tradire, per esperienza sapeva che, era facile. Come bere un bicchiere d’acqua. Nemmeno la prima volta aveva conservato troppi rimorsi. Quando l’aveva fatto con quel poliziotto. Era quella richiesta di provare vergogna… Non sapeva se ne sarebbe stata capace. Come poteva farlo se non l’aveva provata allora? E mai. Un modo ci doveva forse pure essere. Le pensò tutte e qualcuna di più Nella maggior parte erano idee strampalate. Poi, all’improvviso, una folgorazione. Forse non si trattava del modo. Forse si trattava della persona. E quale poteva essere l’aspirante più adatto. Pensò a persone gradevoli. Che le piacevano. Non tardò a capire che così non avrebbe funzionato. Al fratello di Chad. Le sembrò ancora poco. Doveva allargare i suoi orizzonti e forse fare qualche sacrificio. E se… Forse il vecchio rincoglionito poteva andare bene. Forse sarebbe riuscita a provare quella cosa. Assieme a un bel po’ di disgusto; questo era certo. Comunque niente era ancora stabilito. Le ore della grave decisione, che a raccontarle potevano apparire brevi, erano state frutto di laboriose e interminabili meditazioni.
I giorni seguenti passarono lenti e non meno colmi d’inquietudini e nervosismo. Scattavano per un non nulla. Chad tornò ai suoi studenti, ma non era tranquillo. Fare il cornuto non era semplice, già gli bruciava. Non era il massimo delle sue aspirazioni. Inoltre era la terza telefonata che riceveva da Edward Ringling, il suo agente letterario, che lo tampinava per avere notizie su come procedeva il nuovo libro. Chad non riusciva a concentrarsi tra l’insegnamento e tutto il resto. Non aveva ancora scritto una sola pagina. Anzi non aveva la più pallida idea di come cominciare. Anzi non aveva una sola idea buona nemmeno per un inizio di traccia. Lui e Ed si erano ripromessi che doveva essere il riscatto dopo il fallimento con il primo. E la sua definitiva consacrazione. La verità era che di pagine ne aveva scritte molte, almeno un centinaio, ma nessuna era sopravvissuta. Con una sola parola, una frase, un paragrafo, poco più, i fogli erano stati rabbiosamente accartocciati e cestinati.
Nora continuava a prendersi cura di Winnie e faceva le solite cose, ma in silenzio. Rifletteva, pensava, elaborava. Tutto le pesava. Pensava ai soldi e questo la faceva andare avanti. L’avrebbe fatta star bene ma poi tornava l’angoscia di tutto il resto. E questo la faceva star male. Perché a dirlo è facile, ma a farlo mica tanto. Almeno non sempre. Era una bella rogna. Cercava di scovare piani alternativi. Ogni idea portava inesorabilmente al fallimento. Non era abbastanza audace. Non le garantiva né la vergogna né tantomeno il malloppo. C’era tensione nell’aria. Entrambi evitavano di tornare sull’argomento. Intanto il giorno fatidico si avvicinava. Il sabato il vecchio era solo. La sua badante aveva la giornata libera. Intanto si convinceva che il nonnetto poteva bastare.
Come ogni sabato, d’accordo con Chad, andava ad accomodare un po’ di cose dal vecchio. Gli sistemava la casa, gli faceva quel minimo di spesa, gli rimboccava il letto, e si preoccupava di preparargli un boccone; che mangiasse. Non le era mai pesato tanto, ma questa volta lo sapeva che sarebbe stato diverso. E dopo il venerdì inesorabilmente arrivò anche quel sabato. Fece di tutto per rimandare la partenza e il sabato, alla fine dovette rassegnarsi e mettersi alla guida. Una forza invisibile la spingeva a tornare indietro. Ormai era deciso. Se lo ripeteva in testa. Caparbiamente e testardamente proseguì verso la meta. Resistette e per non perdere anche le ultime forze si diresse subito all’appartamento. Al supermercato poteva anche andarci dopo, o non andarci affatto. In quel momento, per lei, il vegliardo poteva anche crepare.
Aprì con le sue chiavi. Lui era lì tranquillo davanti alla sua radio. Aveva… vediamo? settant’anni, più o meno. Magagne almeno per ottanta. La pigrizia dei giovani e la testa vuota da centenario. Lei aveva preparato ogni dettaglio. Controllò sullo specchietto: trucco e rossetto erano perfetti. Il pomeriggio del venerdì l’aveva trascorso tra la parrucchiera e l’estetista, naturalmente gay. Aveva messo le scarpe nere con i tacchi vertiginosi. Anche le calze velate erano nere, e con il reggicalze. Aveva indossato quel vestitino a righine, leggero leggero, che era un vero amore e le donava tanto. Ah sì! e le mutandine, quelle di cotone a fiorellini. Era splendida. Se lo disse da sola. Qualsiasi maschio avrebbe perso la testa. Avrebbe voluto saltarle addosso e farsela sul momento. Ciao papà. Il suocero, quel vecchio coglione, non la degnò di uno sguardo. Si sentì offesa.
Si sentì umiliata e svuotata, le sbollirono tutte le forze. Corpodibacco, anzi cazzo! Non ci sarebbe riuscita. Era un vecchio inerme e rimbambito. E poi aveva sbagliato già dalla prima volta che aveva preso a chiamarlo papà. Se ne stava lì in divano, dentro quel pigiama sempre più grande, pieno di macchie, e badava solo alla sua radio. Poteva aspettare un’altra settimana. Farlo il sabato seguente. Non sarebbe cambiato nulla. Poteva rinunciare. Ma c’erano i duecentomila. Poteva trovare un’alternativa. Le aveva già cercate tutte. Poteva… Fanculo! Era una buona mezzora che se ne stava chiusa in bagno. Uscì decisa e intestardita e infuriata e determinata. Doveva togliersi subito il pensiero. Cominciare immediatamente, in cucina. Senza ulteriori indecisioni. Senza se e senza ma. Fece gli auguri a se stessa.
Prese il secchio e lo straccio. Per un po’ cercò di fare con finta indifferenza. Lui era rapito dalla radiocronaca di una partita di baseball. Fu assalita da un grande calore. Si sventolò, un paio di volte, col fondo della veste senza risultato. Sbottonò alcuni bottoni ricevendone il medesimo smacco. Lui continuava a fissare quel maledetto apparecchio come se ascoltasse con gli occhi. Non bastava perché gli occhi gli si aprivano e chiudevano. Rischiava di abbandonarsi al sonno. Le aveva tentate tutte per richiamare la sua attenzione. Provò anche l’ultima insidia puttanesca che le venne in mente sul momento. Con mirabile maestria finse che casualmente il manico della scopa-mocio le si infilasse sotto la stoffa e le sollevasse in vestito. Gli regalò lo sguardo dei suoi occhioni più intriganti. Restò un bel po’ così. Aveva in vista tutto quello che c’era da vedere. Niente da fare. Il vecchio non avrebbe mai reagito. Non la vedeva proprio. Avrebbe dovuto fare tutto da sola. Accidenti!
Perché gli uomini sono tutti dei gran coglioni? Si frappose tra lui e quella maledetta voce del cronista. Papà, vorrei mostrarti una cosa; una cosettina bella della tua dolce nuorettina. Come suonava orribile quel titolo. Continuando a non vederla lo stronzo disse solo: Fammi sentire! Si sfilò le mutandine davanti a lui: Posso fare qualcosina per te, papà. Ancora niente. Gli fece scorrere le unghie lungo tutto il braccio in un gesto che era certa che sarebbe stato arrapante. Nisba. Maledizione cazzo! Forse era anche la cataratta. Mancava anche quella. Era costretta a fare tutto lei. Maledizione stracazzo! Il cazzone senile non aveva nessuna reazione tranne una preghiera infastidita: Per cortesia Nora… In preda alla disperazione alzò il vestito mettendola all’aria. In bella vista. Ed era veramente una bella vista: Cos’è, non ti piace più la farfallina; vecchio sporcaccione. Ignorata ricorse all’estremo gesto, alzò la gamba e gli si mise a cavalcioni. Certo avrebbe preferito chiunque altro. Certo quella specie di verme non le muoveva nessuna emozione. Nemmeno un briciolo di entusiasmo. Di desiderio. E, a quanto pareva evidente, nemmeno lei a lui. E sembrava definitivamente morto. Non ne aveva nessuna voglia nemmeno lei.
Si sentiva sconfitta. Duecentomila. Lui stava là impassibile. Spostava la testa per vedere la sua fottutissima radio. Lei glielo uscì all’aria. Era completamente assente e inoffensivo. Cominciò a cercare di sedurlo e risvegliarlo. Capì che non sarebbe stato facile. Per nulla facile. Lungo e laborioso. Faticoso. Nora non era tipo da darsi per vinta: Sai che mi prude? gli soffio all’orecchio. Continuò testarda usando la massima maestria: Non ti andrebbe una bella scopata? Determinata. Indefessa. Testarda. Volitiva. Risoluta. Intanto le dita continuavano a cercare di incoraggiarlo. Gli occhi del vecchio continuavano a guardare la radio ma non la ascoltavano più. Sotto lentamente qualcosa si risvegliava. Prendeva vita. Ora Nora aveva fretta. Fretta di concludere. Fretta di togliersi quel pensiero. Fretta di uscire da quella situazione grottesca. Era tutta sudata. Non si era mai trovata a essere così costretta per una semplice scopatina. Le prese anche un minimo di voglia. Il suocero, in segreto, non era del tutto male. Anzi. Se lo fece scivolare dentro incitandolo: Fottimi, stronzone!
Non era stato facile. Il vecchio aveva ancora farfugliato: Cosa fai, Puttana? Lei non ci faceva nemmeno più caso. Badava solo a fare quello che doveva fare. Poi si era arreso: Nora, sei una gran puledra. Tu sì che sai come si galoppa. Sei… sei… una grandissima baldracca. Lei lo volle interpretare con un complimento. Il vecchio reggeva la fatica e il ritmo. Questo doveva esserle sufficiente. Insomma ammise solo a se stessa che le era anche un pochino piaciuto. Certo non lo avrebbe rifatto. Li preferiva più giovani. Meno acciaccati. Più intraprendenti. Insomma… con meno problemi. Poi infilò le sue mutandine sotto il cuscino del divano. Prese rapida la porta senza guardare indietro. La voce del suocero la inseguiva chiedendole: Non lo fai il letto? E per il mangiare? Nora gli rispose con un’alzata di spalle. Quella era fatta. Rimaneva solo il resto. Era stata una vera impresa. Sperava bastasse. Non si sentiva veramente in colpa. Forse i rimorsi sarebbero arrivati.
4. Nel ritorno cominciò a prepararsi quello che avrebbe dovuto raccontare. Per fortuna Chad sarebbe rientrato dopo di lei. Avrebbe avuto ancora un po’ di tempo. Sicuramente le avrebbe chiesto. Lo chiedeva ogni sera. Sicuramente lui sarebbe stato curioso. Sicuramente non gli avrebbe confessato con chi. Forse sì. Se l’era meritato il cornuto. L’aveva venduta per quattro soldi. Beh! non proprio quattro; duecentomila. Erano tanti? Erano pochi per un sacrificio come il suo? Alzò le spalle. Si accese una sigaretta. Ridondante di pensieri si mise ad aspettarlo. E lui arrivò puntuale, spaccando il minuto. E le chiese ancora sulla porta: E’ stato oggi? L’hai fatto? Nora scoprì di godere di quell’ansia, della sua impazienza, nel farlo aspettare. Prese ancora tempo: Fammi respirare. Devo andare al bagno. Poi ti racconto tutto. E nel bagno cercò di prendersi ancora tutto il tempo che le era possibile. Poi fece un sospiro profondo e uscì.
Nora cercò di rimandare ancora quel poi ma alla fine arrivò. Lui insisteva: Hai trovato il gonzo? Lei si finse preoccupata: Siediti che ti racconto. Lui si sedette e le mostrò la massima attenzione: E allora? Lei trasformò la serietà austera del proprio viso in un sorriso: È fatta. Lui esultò subito: Abbiamo vinto. Cosa? Abbiamo? Cosa aveva fatto lui che se n’era rimasto buono e tranquillo seduto dietro la sua cattedra di supplente? Aveva fatto tutta la fatica lei. Solo lei. Lo schifo, il ribrezzo, tutto lo aveva vissuto solo lei. Da sola. Lui non aveva fatto un beato cazzo. Aveva tempo per vendicarsi; anche della sua infingardaggine. Ma lui era assetato di notizie: Dimmi dove? In un bar? Per la strada? Non sarà che lo conoscevi già? Troppe domande tutte in fila: Non proprio. Una cosa alla volta. Voglio dire per il posto. Cioè per il posto… acqua. Per conoscerlo… dovrei dirti di sì ovvero un poco. Non certo così. In una situazione simile. Lui cercò malamente di fare l’offeso: “Ma mi avevi promesso”… Offesa era lei: Promesso ti avevo promesso. So quello che avevo detto. Solo che… è successo. Quando e dove meno me l’aspettavo. Non l’ho cercato. È stato lui a trovarmi. Non ho dovuto cercare.
A quel punto si diede un’altra pausa. Lo invitò a non assillarla troppo e pazientare; e si versò un bicchiere abbondante di morbido whisky. Lo sorseggiò lentamente e con cura e soddisfazione per poi riprendere posto davanti a lui. Faticava a parlare e restare seduta allo stesso tempo. Non si era nemmeno cambiata quando era tornata. E sotto aveva ancora tutto all’aria: Cosa vuoi sapere? Chad voleva sapere tutto e in fretta. Non era certo di aver capito. Quel piccolo antipasto gli era sembrato confuso. Cercò di mantenere la calma: Lo conosco anch’io? Lei scoppiò a sghignazzare. Quando riprese il controllo riprese anche la parola: Certo, credo bene, è stato tuo padre. L’aveva detto. Non arrivava ancora né la vergogna né il rimorso. Forse avrebbe dovuto inventarseli.
Chad spalancò gli occhi sbalordito. Tutto si sarebbe aspettato: Mio padre? Nora volse gli al cielo. Pensò Ora ti rigiro io mio bel cornutone. Ne era certa; l’avrebbe rivoltato come un calzino. Gliel’avrebbe presenta in un vassoio d’argento. Aveva voluto i soldi senza fare niente. Senza fatica. Ora doveva sorbirsi anche le corna. E che corna. Ora doveva sorbirsi anche le conseguenze. Prese fiato: Mica me lo potevo aspettare. Il vecchio stronzo m’è zompato addosso. All’improvviso. È stato schifoso. Da dare alla nausea. Ormai è fatta. In compenso non dovrò più cercare scodinzolando per trovare il fesso. Lui era schifato. Era offeso. I suoi occhi erano una condanna. Lui avrebbe voluto che continuasse, subito. Lui avrebbe voluto anche tutti i dettagli. Ogni particolare. Forse anche particolareggiato. Anche del momento. Del suo supremo sacrificio. Lei lo pregò di darle tregua.
5. Chad era inquieto. Aspettava. Ripresero solo dopo cena. Nora aveva perso quella pazienza ed era stanca di farsi cauta. Scoprì di provare un violento gusto di vendetta nel raccontare e nel ferirlo: Stavo rassettando è riordinando. Come faccio sempre. Lo sai. Lui era là che ascoltava come sempre quella cazzo di radio. Tranquillo, almeno così sembrava. Precisamente stavo passando il mocio. Non è successo nulla che possa giustificare il suo comportamento, tutt’altro. Forse il vestito era un po’ leggero. Non credo. Lo vedi. Ero come mi vedi ora. Solo più sudata. Insomma non so cosa gli è preso a quel pazzo di vecchio. All’improvviso. Come ti dicevo avevo le mani bagnate. Lo sento dirmi: «vieni un po’ qua baldracca». Ero certa di non aver sentito bene. Al momento mi sono preoccupata. Vista l’età e la salute. È naturale. Poteva sentirsi male. Speravo che avesse solo voglia di un altro caffè. Che non fosse niente di grave. Invece… Poggio lo straccio e mi asciugo le mani sul canovaccio. Gli chiedo cortese: «Cosa vuoi papà»? Invece si sentiva arrapato. E io che mi credevo… Dopo tanti anni. «Ti ho detto di venire qua, sgualdrina. Voglio fotterti come si deve. Non come quel buono a nulla di mio figlio». Proprio così. Per quanto non potessi ancora crederci ormai ero certa di aver sentito bene. E restò a guardare la reazione del marito.
Chad ne era inorridito e allo stesso tempo era silenziosamente affascinato dal racconto. Nora ormai era lanciata. La sua fantasia galoppava. Poteva vendergli anche la luna. Se ne rendeva conto: Gli ho chiesto perché faceva così. Gli ho domandato «Sei diventato pazzo, papà»? Forse ho sbagliato. Forse per la foga mi sono avvicinata troppo. Sbadatamente. Che non so. Non ho fatto niente. Sono certa di non essere stata io a sbagliare. Forse lo pensava da tempo. Forse aveva sentito qualcosa alla radio. Forse si è risvegliato all’improvviso dal suo eterno letargo. Non chiederlo a me. So solo che mi ha usato violenza. Il porco mi ha stuprata. Mi ha afferrata per un braccio e mi ha sbattuta sul divano. È ancora forte il vecchio. Mi ha messo una mano sulla bocca perché non gridassi. Mi ha detto cose irripetibili. Mi vergogno solo a pensarle. Poi è successo quello che è successo. Cose da non credere.
A Chad sembrava che il padre ormai non avesse tanta forza. Certo quella di un uomo è sempre sufficiente per averla vinta con ogni donna, o quasi. E poi ci sono tutte quelle storie. Il senso della colpa. La psicosi della vittima. La paura e la vergogna. Non era una donna ma le poteva capire. Forse avrebbe dovuto dire che era meglio così, piuttosto che con un estraneo. Era una pazzia solo a pensarlo. Era furioso, ma duecentomila sono sempre duecentomila. Avrebbe affrontato l’argomento con quel coglione di vecchio. Gli avrebbe detto quello che si meritava. Purtroppo quella notte entrambi faticarono a prendere sonno. Anche i giorni seguenti furono tesi in un silenzio agitato. Aprivano bocca e la chiudevano senza dire una parola. Li attraversarono in silenzio. Entrambi avevano fretta di rifugiarsi nel lavoro. E la vergogna di Nora era una fin troppo piccola vergogna. Si pentiva solo di essere stata costretta ad usare quel povero vecchio. Comunico a Winnie che la sua parte era stata fatta; con il suocero. Il reverendo sembrò soddisfatto della sua idea e confermò che sarebbe rimasto in attesa.
6. Alcuni gironi dopo Nora disse solo che loro due dovevano parlare ancora. Aveva un aspetto deciso e sicuro. Frasi simili son sempre portatrici di sventure. Solitamente precedono separazioni e costosi divorzi. Minimo una lite furibonda. Era strano perché a lui era sembrato che le cose stessero filando bene. Invece: Come puoi vivere sapendo quello che mi ha fatto? Lui aveva fatto tutto quello che doveva. Sperava che l’incubo fosse finito. Come da patti aveva affrontato il vecchio che aveva farfugliato e negato. Ma era evidente che era colpevole. Le mutandine di Nora erano ancora sotto il cuscino di quel maledetto divano. Proprio come aveva detto lei. Chad aveva alzato la voce e gli aveva dato dell’ingrato. Come da patti aveva confermato a Winnie che aveva le prove del tradimento. E gli aveva consegnato quelle mutandine ancora sporche dell’adulterio. Il prelato aveva mostrato un sorriso soddisfatto e gli aveva consegnato il malloppo.
Chad alzò le spalle e sorpreso interpretò la sua faccia migliore da ebete. Lei s’infuriò ancora di più. Quel silenzio non le bastava. Non sei nemmeno un uomo. Era l’unico insulto che Chad non riusciva proprio a mandar giù. La colpì, per la prima volta, con violenza sulla guancia. Nora cadde e il labbro superiore prese a sanguinarle. Pieno di rimorso fece per risollevarla e chiederle scusa. Invece Nora gli sorrise con quello sguardo che il marito ben conosceva. La trascinò nella camera e fecero la scopata più bella della loro vita insieme. Mentre fumavano la sigaretta lei riprese ma stavolta con voce suadente e soddisfatta: Devi fare qualcosa, mi ha trattata proprio come una di quelle. Mi ha chiamato vacca e baldracca. Queste parole il vecchio le aveva veramente pronunciate mentre lei lo teneva prigioniero delle proprie labbra. Non erano certo state le parole a ferire Chad maggiormente: Cosa dovrei fare? Nora si limitò a scuotere la testa: Non dovrei essere io a dirtelo.
Dormirono tranquilli rimandando il resto del discorso all’indomani. Di buonora si ritrovarono davanti ad un caffè. Certo Nora non avrebbe mai immaginato che un giorno si sarebbe trovata a pensare una cosa come quella. A emettere una simile sentenza. Sentiva di doverlo fare? Non aveva ancora fatto abbastanza. Anche se i soldi ormai li tenevano stretti in saccoccia. Anche Chad ci aveva pensato molto, fino a farsi scoppiare la testa. Ormai Chad aveva capito cosa chiedeva Nora per vendetta: Il sangue del vecchio. La morte di suo padre. Solo quello a lei sembrava un prezzo equo per l’accaduto. Per poter dimenticare. Chad non sarebbe mai stato capace di alzare le mani contro l’uomo che gli aveva dato la vita: Non ne sarei mai capace? Lei lo guardò con disprezzo: Un uomo deve fare il suo dovere. Lui cercava di divincolarsi e trovare una via di fuga. Un’alternativa. Era chiuso all’angolo. Farfugliò: Non ti sembra che?… Non poteva finire la frase, e lei non glielo lasciò fare: Va bene, va bene. Ti posso aiutare. Se ti fa star meglio. In due è più facile e si dividono i rimorsi.
La loro casa era diventata improvvisamente troppo piccola. Li soffocava. Andò al lavoro. Si disse che ci avrebbe ripensato in un altro momento. Sperava che intanto Nora si pentisse e rinunciasse a quella sua vendetta. In fondo era un gesto inconsulto, esagerato. Lo avrebbe capito anche lei. Da sola. E gli avrebbe detto che era stata una stupida. Ma era distratto. I suoi alunni se ne accorsero subito. Erano dei veri diavoli, e ne approfittarono. In classe regnava la confusione e un eccesso di risate. Volavano schiaffi e gomitate. Come il giorno dopo di quello in cui Nora era andata ad aspettarlo all’uscita. Come certi giorni in cui forse sentivano qualcosa nell’aria ed erano particolarmente eccitati. Erano solo ragazzi. Erano come tutti i ragazzi.
Venne anche il sabato seguente. Chad si era preso un permesso per malattia. L’aveva costretto Nora. La doveva accompagnare. Assolutamente. Era stata intransigente. Forse sarebbe semplicemente servito per tenere a bada il padre. Lui sperava ancora che avesse cambiato idea. Ma non si fermarono al supermercato. Entrarono e il vecchio li ignorò. Lei non si preparò per fare nessuna faccenda. Lui ebbe un ultimo inutile e ingiustificato dubbio: non gli sembrava possibile che quel povero vecchio indifeso… Fu interrotto nel suo pensare dalla moglie che gli ordinò di seguirlo al bagno. Lì gli intimò: Dobbiamo farlo e farlo subito. Cercò disperatamente di prendere dell’altro tempo. Cercò tutto. Avrebbe voluto chiederle: Cosa? Sarebbe stato inutile. Lo sapeva già. Avrebbe semplicemente rimandato la propria agonia solo di un paio di secondi. Magari in cambio di un altro paio d’insulti di quelli buoni. Ingoiò la propria saliva e la seguì verso il loro destino.
Arrivato davanti al padre tornarono a mancargli le forze. Non ce la faceva proprio. Lo guardava e non ci credeva. Era così… innocuo. Lei prese ancora una volta in mano la situazione: Sbrigati. Tienilo fermo. Bloccagli le braccia. Cristo. Chad eseguì come in preda all’ipnosi. Il vecchio restava inerte e li lasciava fare. Il vecchio lo guardò con occhi colmi di sorpresa e di domande. Cercò di dire che lo lasciassero, per favore, ascoltare. Nella sua testa, l’alzheimer, assieme a tante altre cose, gli aveva cancellato anche il ricordo del sabato precedente. Gli cancellò anche quello che voleva dire. Chiese solo: Cosa fate? Ma Nora aveva già afferrato il pesante cuscino e stava già soffocando quella voce. Lo premeva forte e lo tenne premuto finché dalla mano del vecchio non cadde la sigaretta. Lo tenne premuto ancora per sicurezza, finché quella mano non si abbandonò e penzolò inanimata. Dopo non mostrava emozioni. Disse solo: È fatta. Rimise il cuscino a posto. Fece cadere il bicchiere mezzo vuoto. E girò le spalle e quei due uomini. Chad la inseguì e sulla porta si voltò per un ultimo saluto: Scusa papà.
7. Tutto sembrava uguale. Niente lo era più. Le loro vite erano cambiate. I loro pensieri vagavano distanti. Avevano quel funerale davanti agli occhi. Chad si rinfacciava quel gesto inammissibile, anche se lui non ne aveva la minima colpa. Cercava così di trovare inutilmente perdono e pace. Nora ora aveva il sabato libero. Si trovò a riflettere che certo che sprecare parte di quei bei soldi per scrivere uno stupido romanzo… Con la quasi certezza che ne sarebbe uscito un altro ignobile fallimento come quello precedente. Come quell’inutile e insulso Vivere con gli animali. Era un aborto, quello, prima ancora che Chad avesse pensato di iniziarlo. Sarebbe stata una vera beffa. E poi insegnare non è certo il mestiere più faticoso del mondo. Cosa avrebbe dovuto dire lei? Sentiamo? Alla fine esclamò la cosa meno opportuna, ovvero la sua verità: Non nasconderti dietro di me. L’abbiamo ammazzato assieme. Ha avuto solo quello che si meritava. Non c’eri tu lì. La pregò solo di cambiare discorso: Per favore
Lei non si volle dare per vinta. Era lanciata: Non mi hai aiutata molto.
Era mio padre, Nora.
Era solo un vecchio porco.
Dovremmo… Almeno ora che è morto.
Non cambia niente, cazzo. Resta un porco. E… se vuoi saperla tutta mi è anche piaciuto. Mi è piaciuto farmi sbattere da lui. Ora sai anche questo.
Lo schiaffo fulmineo la colse impreparata. Il gesto gli era scappato in modo naturale. Fu tutto come già visto. Lei si afflosciò per terra. Lui, pieno di rimorso, si mosse subito per soccorrerla. Il naso le si stava già gonfiando. Lei gli rivolse quello stesso esplicito sorriso che il marito conosceva bene, mentre si passava il dorso della mano sulle labbra. Fu lei a trascinarlo fino al letto e fu una scopata assolutamente memorabile. Lei lo incitava: Colpiscimi, coglione. Più forte. E lui scopriva ogni minuto di più quanto fosse liberatorio e gli desse soddisfazione picchiare quella vacca.
A settembre entrambi avevano lasciato il lavoro. Forse era stupido ma non ne avevano più la forza. Le ragioni. La pazienza. La sera dopo la discussione era partita banalmente. Lui voleva sentire la partita e lei il talent show. Lei si era infuriata sostenendo che era uguale a suo padre. Tale e quale, sputato. Lui aveva ribattuto che lei era una che le cose se le cercava. Che sarebbe stata capace di farlo anche col povero Winnie. Anche sulla carrozzina. Anche con un cane. Che era nata baldracca. Si rinfacciarono di tutto. Le colpe più abominevoli. Anche le cose più stupide. Come lui gettasse i soldi per le sigarette. Come lei spendesse troppo per farsi belle. Bella e naturalmente sfacciata. Come lui fosse solo uno scribacchino fallito e senza coglioni. Come lei avesse la testa di una cimice. Alla fine, estenuata, lo aveva provocato volontariamente cercando deliberatamente la sua reazione: Ci ho provato gusto. Anzi sono stata io. Gli ho chiesto per piacere di fottermi. L’ho fatto anche se lui non voleva. Volevo provare a sentire dentro quello che aveva assaggiato tua madre. Quella gran vacca della mamma. Sentirlo bene. Anche perfino in bocca. L’aveva fatto, certo, ma solo per aiutare a decidersi il vecchio e anche se stessa.
E lui la colpì ancora e con ancora più forza. Stavolta lei aveva troppa fretta. Non aveva nemmeno la pazienza si aspettare di arrivare a letto. Volle che la prendesse lì, sul tappeto, e glielo disse. E poi lo colpì con una ginocchiata precisa assestata proprio lì. E gli disse: Fammi male, molto male, stronzo e cornutone infingardo. Lui le rispose con un pugno su quel naso ancora dolorante e le sputò in faccia: Te lo sbatto da per tutto, mignotta. Lei ribatté: Mostrami di cosa sei capace, cazzomolle. E poi: Ora scopami come si deve. Poi smisero di parlare, ognuno preoccupato solo di mantenere le promesse fatte. Fu una notte che non sembrò terminare mai. Il mattino seguente anche lei era stanca, esausta. Finalmente felice e paga.
Ma come ogni cosa bella non è potuta durare. Non hanno festeggiato assieme nemmeno il sesto anniversario. Lui non ha mai nemmeno cominciato il suo secondo libro. Quello che doveva essere il suo capolavoro. Lei fa una bella vita da bella vedova. Il medico legale ha decretato che si è trattato d’infarto. È bastato che lei si mostrasse un poco carina. Insomma zoccola. Insomma l’aveva fatto, ma quel coglione di dottore non aveva voluto alzare le mani. Era stato una vera delusione. Pazienza.

[1] Morale da “Il Bazar dei brutti sogni” di Stephen King, pag. 159. Sperling & Kupfer, Segrate (MI). 2016

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Era un po’ che stava li seduto. In quella sala. Che lo guardava con la massima attenzione. Che lo ammirava. Era talmente perfetto che gli era sembrato che alcune delle figure ritratte si muovessero. Un po’ per la curiosità e un po’ per l’ammirazione si era avvicinato. Aveva cercato li leggere la firma del pittore. Ancora più vicino. Si era avvicinato un poco troppo. Certo nessuno ci crederà. Si era improvvisamente, prima ancora di rendersene conto, ritrovato dentro quel quadro. Non aveva notato l’avvertenza: Pittura Fresca.
Da prima incredulo. Poi sbigottito. Si era guardato intorno. Che posto era? Che mondo era? Forse nemmeno era mai esistito. Forse era solo nella fantasia dell’autore. E di certo parlava un linguaggio di un lontano passato. A guardare meglio… In verità le case non erano del tutto proporzionate, ora risultavano un po’ più piccole di quanto sarebbe stato vero. La collina la poteva toccare. Era tutto piatto. C’era poca profondità. Da così vicino poteva notare le macchie di colore; le pennellate.
Aveva ripensato a Dorian Grey, ma la sua era veramente tutta un’altra storia. I cavalli erano imbizzarriti ma immobili. Il villano, sotto il cappello, sembrava non saper come governare i buoi. Un cammino fumava ma non era stagione per avere il fuoco acceso. La macina macinava ma l’acqua era immobile. Sottigliezze. Aveva notato una contadina, carina. Non molto lontano. Vestita e non vestita. Un po’ discinta. I capelli nascosti sotto un fazzoletto. Con la camicetta scollata in modo benevolo. E un sano seno rigoglioso. Insomma era proprio carina. Non sembrava sudata, tutt’altro. Sembrava accettare il suo compito con molta pazienza. Aveva cercato di raggiungerla per chiederle come e dove fosse. Gli aveva subito dato un senso di fiducia. Pensava che lo avrebbe aiutato. Che ne sarebbe stata lieta. Aveva mille altre domande da farle.
Si rese subito conto che poteva muoversi solo in modo lentissimo. Insieme a tutto il resto. Come incollato allo sfondo. Era solo una presenza tra tante. Una figura minuta tra una folla di figure minute. Distinguibili solo da molto vicino. E per quanto cercasse di richiamare l’attenzione della giovane lei non lo notava. Non avrebbe fatto un passo per andargli incontro. A complicare ancor più le cose c’era il fatto che per quanto si provasse a gridare la sua bocca non emetteva un suono. Era muto in un mondo muto. Forse almeno questo se lo sarebbe dovuto aspettare. Non si è mai sentito di un dipinto che parli o che suoni. I quadri sono solo immagini, anche quando sono riproduzioni quasi perfette. Quando sembrano più reali del reale.
Dopo tre giorni e due notti d’immane fatica era finalmente riuscito a raggiungerla, o quasi. Era lì a due passi da lei. Come ebbe modo di scoprire, troppo tardi. Il tempo di miseri, anzi miserandi convenevoli. Di guardarsi. Di scambiarsi le loro opinioni sul tempo e su cosa poteva riservare. In verità lei lo trovava un approccio inusuale e divertentemente assurdo. Lì il tempo non cambiava mai. Di chiederle il nome. Di dirle il proprio. Di sbirciarle brevemente nella camicetta. E lei di assumere molto lentamente un’aria compiaciuta e provocante. Di chiederle se poteva accompagnarla almeno per un breve tratto. Che, ancor prima di poterle chiedere in che posto era capitato, lei gli spiegò che non si muoveva di lì da quasi vent’anni. Che quella era solo una copia. Che avrebbe dovuto sbrigarsi. Arrivare prima. Allora sarebbe stato tutto diverso. Ora non poteva rimanere un istante di più.
“Scusami, devo andare”.
Dove”?
Devo posare in un quadro tutta nuda”.
Posso venire anch’io”?
Mi spiace ma non puoi”.
Perché”?
Per te il maestro ha già in mente un altro soggetto”.
Cioè”?
Lui sa che sarai un perfetto san Sebastiano”.
Dimmi almeno chi è”?
Sei solo una figura a olio. Non sei più umano. Hai esaurito le domande che potevi fare”.
Lui non lo aveva notato, ma vicino c’erano degli spazi vuoti che attendevano altre opere dell’artista. E non aveva la più pallida idea di chi fosse questo santo. Sperava in un santo libertino; senza troppe speranze. Il quadro era veramente realistico, assomigliante al vero, da lasciare senza parole.

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Enrico Mazzucato 10501585_802104063173588_6744078126351244203_nEra la classica ragazza di campagna di quattordici anni. Non si poteva dire una bellezza. Con le guanciotte tondette piene di panne e tutto il resto pienotto, e con il torace desolatamente piatto. In verità era anche la mamma che la vestiva come un salame. Ma gli occhi erano di un bel colore e curiosi.
Quand’era più piccola ci aveva pensato qualche volta. Non la convincevano certe relazioni. Ad esempio: i mussulmani sono tutti terroristi. Non era così sciocca da pensarlo. Ad esempio; la purga fa sempre bene e serva prenderla ogni primavera. Ad esempio: Il buono è sempre bello, il cattivo è brutto. Ad esempio zio Augusto era cattivo, ma mamma diceva che non era niente male. Il giusto è bianco, il peccato è nero, come l’uomo nero. Il giorno è sempre fruttuoso, anche quando piove, perché dissenta i campi e aiuta i raccolti, invece la notte è sempre paura; nasconde gli assassini. I bambini, quando sono neonati, sono tutti belli anche quando non lo sono affatto, e sono solo mocciosi e piagnucolosi. Il diavolo naturalmente, per forza di cose, è condannato ad essere orribile.
Mamma le aveva detto come aveva corna. Il papà aveva sbuffato: so io chi ce l’ha. Zia Elvira le aveva spiegato che aveva gli zoccoli da capra e che puzzava di zolfo. Ma l’aveva sentita dire al suo papà, nella stalla: Tu sì che sei proprio un diavolo. E il suo papà non puzzava di zolfo. Lei rideva sotto i baffi pensando a quella zia Elvira; lei sì che sapeva puzza, anche in bocca. Si alzava presto ed era sempre tra i piedi. Sempre pronta a dire la sua. Veramente sempre piena di parole per brontolare. Mamma diceva che bisognava avere pazienza perché era sola. Anche se non era mai sola perché era sempre con loro. Si era anche chiesta perché le zie si chiamassero quasi sempre Elvira. Alla fine aveva deciso che lei non credeva più all’inferno.
Erano tutte stupidate quelle. Era cresciuta e aveva smesso di pensarci. I bambini non sono sempre buoni. Lei, Erica Nove, lo sapeva bene. L’aveva imparato nella sua pelle. Fin dai primi anni di scuola. Avevano presto cominciato a canzonarla chiamandola Erica Nova, che dalle loro parti, si sa, aveva il significato di nuova. E negli ultimi tempi avevano preso a beffeggiarla con Erica Quasi Nova. Ma non era vero. A lei i ragazzi non interessavano; forse solo un po’. Ma non era mai stata chiamata a fare la principessina, o Biancaneve, alle recite, e nessuno la invitava mai alle feste. Se avessero potuto l’avrebbero esclusa anche dal suo compleanno. Sollevò le spalle, rassegnata. Gli occhi intristiti. Lei aveva da fare in casa, e nell’orto.
Era in giugno. Era seduta sull’erba. L’aveva visto avvicinare. Biondo con gli occhi azzurri. Era bellissimo, da togliere il fiato. Elegante. Sembrava un tipo di città. Un forestiero di passaggio. Forse persino un principe. E odorava di buono. “Ciao”! Lei era rimasta con la bocca spalancata, dove entrava l’aria ma non uscivano parole. E si era fermato proprio lì, davanti a lei. Sotto l’ombra della quercia. Guardandosi intorno e poi chinandosi. Anche la voce era… suadente. Le disse alcune cose che lei nemmeno sentì. Era da un’altra parte. Era come stregata. La sua testa viaggiava tra le nuvole. Era bello come un attore. Come quelli di Teen Wolf. Adorava quella serie. Non se n’era persa una. Come Josh Holloway. Anche di più. Affascinante. Magnetico. Forse lo era un attore.
La pregò della gentilezza di un bicchiere d’acqua. Lei tornò con i piedi per terra e si offrì di portargli una birra, se la gradiva. Voleva solo essere cortese. Lui ammise, ringraziandola anticipatamente, che la birra era certo meglio. Il padre era dietro casa intento a governare le mucche. Lei corse dentro e tornò con una lattina fresca imperlata di goccioline. L’attraente straniero la bevve con avidità. Doveva essere proprio assetato. E il caldo era arrivato presto. Poi non si scordò di ringraziarla una seconda volta. Era anche molto educato. Non avrebbe dovuto parlare con gli sconosciuti. Era stata ammonita fin da bambina. Non era mai riuscita a essere diffidente, non era nella sua natura. E poi era a casa sua, cosa mai le poteva succedere? Non era nemmeno un vero sconosciuto. La dava una strana fiducia. Le sembrava di conoscerlo da sempre. E poi si presentò quasi subito.
Restò sorpresa, e un pochino delusa, quando gli aveva detto di chiamarsi Samaele[1]. Proprio così. Si sarebbe aspettata che anche il suo nome fosse altrettanto bello. Tipo Michele o Gabriele. Anche le persone belle possono avere un nome brutto. Anche se non sarebbe giusto. Quello dell’incantevole giovanotto non era certo un nome carino; ed era un nome buffo. Cosa avevano avuto in mente i suoi? Ma lei poteva chiamarlo Lello. Ed era solo… stupendo. Anche se si chiamava così. Lello era un nome che lo faceva sentire un suo amico, anche di più. Era confidenziale. Provò a farlo cantilenare nella testa. Le piaceva. Intanto lui aveva estratto un soldino dalla tasca e lo aveva messo sull’erba. “Guarda la moneta”. Lei si mise a osservarla con molta attenzione. Lello ci passò la mano, sopra di un palmo, e moneta si capovolse. Dov’è il trucco? Non c’è nessun trucco. Lei non era più una ragazzina, ormai era una signorina, non gli aveva creduto. Non lo disse per non offenderlo, ma era incuriosita da quello strano tipo di ragazzo che conosceva i trucchi. Che le prestava attenzione. Che stava lì a parlare con lei. Anche se era così bello. Splendido.
Lui rimase a guadarla, con degli occhi curiosi e deliziosamente intriganti. Lei continuava a sentirsi in un grande imbarazzo. “Vediamo… tu sei Erica, Enrica Nove?”… Come poteva conoscere il suo nome? Lei non glielo aveva mai detto. Era un vero mistero. La incuriosiva sempre più. Che poi non era abituata che qualcuno avesse tanto tempo per lei; mostrasse tante attenzioni. E poi un ragazzo così… così… cioè un uomo giovane. Un signore. Così… attraente. Se lo sarebbe sognato. Ne era certa. E in più sapeva anche il suo nome. Avrebbe scoperto che sapeva molte cose di lei. Al momento non ci pensò. Pensò solo di godersi di poter stare lì a guardarlo. A sbranarselo con gli occhi. Fosse stata un poco più grande, solo un poco, avrebbe fantasticato. Si sarebbe sognata con lui. Probabilmente si sarebbe immaginata di essere donna. Di prenderlo per mano e farsi accompagnare a scoprire l’amore. La sua fantasia stava scappando troppo. Se le avesse chiesto un bacio cosa avrebbe fatto? Sarebbe riuscita a dirgli di no? Probabilmente lo avrebbe fatto. Temeva che la giudicasse una ragazzina. Inesperta. Magari lui avrebbe insistito. Si era solo distratta. Tornò rapidamente nuovamente sbattuta nella realtà. Nella realtà di quello che lei era. Si era guardata bene allo specchio.
Allora perché era lì? Lui estrasse dalla tasca uno smartphone ultimo modello, bianco. Rapidamente trovò quello che cercava. Quel tipo, era proprio figo, assolutamente, straordinariamente, la affascinava e la continuava a sorprendere. La incuriosiva ma anche le metteva un po’ di apprensione. Come poteva conoscere il suo profilo in facebook? Perché? Non gli aveva mai dato l’amicizia. Non che si ricordasse. Non si poteva scordare un viso così. Certo lui poteva avere un’immagine dell’account dove non era lui. Perché? Troppe domande. Inutili. “Guarda la fotografia”. Odiava quella foto. Odiava tutte le foto. Non che fosse riuscita particolarmente male, solo che… era lei. Non ci poteva fare niente. Non era fotogenica. Ma lui era bellissimo. “Questa sei tu; ora. Ti prego di fare molta attenzione”. Lei nemmeno respirava. Passò la mano sopra il minuscolo schermo del suo telefono intelligente, come aveva fatto con la moneta, senza nemmeno sfiorarlo. L’immagine come d’incanto improvvisamente mutò. Le assomigliava, almeno gli occhi erano i suoi, ma quella era bella. Molto più bella. Era veramente forte. Come poteva fare quei trucchi?
Sicuramente sotto c’era un artificio diabolico. Magari era solo una app. Ormai l’informatica e la telefonia facevano cose incredibili. Cose che nemmeno il Padreterno si sarebbe potuto aspettare. “Vorresti essere così”? Peccato che lei… cioè… fosse così bella solo intrappolata dentro quell’inutile aggeggio. Con uno scattò di stupido orgoglio mentì e disse che si piaceva com’era. Certo che quella lei, che non poteva essere lei, era un’altra e proprio… più che bella. I capelli lunghi e lisci, non più crespi in quel disordine assurdo. Le labbra appena sottolineate da un velo di rossetto. Gli occhi resi interessanti, e ancora più grandi, da un sospetto di trucco. Magra ma con il seno che era un seno, e anche un bel seno. Impertinente. Persino un po’ troppo. Ed era vestita come una principessa. “Sei sicura”? lui sogghignava sotto i baffi. “Sicura”! ancora un briciolo di quello ottuso e inutile senso di dignità. Ma la sua voce non mostrava la stessa sicurezza. E poi chi non ha mai desiderato, almeno una volta, di essere diversa? In un altro posto? La sua insistenza non era stata gentile. Era crudele.
Se ne pentì nuovamente quasi subito, ma era già tardi. Certo che tutti i ragazzi l’avrebbero guardata con ben altri occhi. Diversi. Si sarebbero girati. Forse l’avrebbero invitata a tutte le feste. E anche solo per fare due passi. Anche quelli più grandi. Magari avrebbero anche provato a baciarla. Puah! Che schifo. Magari anche a toccarla. Stupidi. Villani. Zoticoni. Anche se lei sapeva come fare. Era giovane ma non era più una bambina. Aveva fatto le prove con la cuginetta Maddalena, anche con la lingua. Con lei, con Maddalena, si confidava. Aveva un anno più di lei, ma era più carina. E la invitavano ai festini. Diceva che l’aveva già fatto, e non una volta sola. Che poi… Loro due avevano provato nel fienile, naturalmente di nascosto. Non le era piaciuto. Ma forse con uno come lui sarebbe stato diverso. Ma uno come lui non pensava a quelle cose con una come lei. Non le pensava e basta.
Le spiegò che per un po’ si sarebbe fermato in paese. Lei non riuscì a farsi dire quanto. Forse lo avrebbe incontrato di nuovo. Forse. Intanto avrebbe voluto tenerselo stretto. Come il suo bambi di peluche. E si godeva il momento. Sognava che durasse. Per sempre. Sperava non terminasse. Sapeva che sarebbe rimasta delusa quando si fosse allontanato. Era consapevole che doveva succedere. Prima o poi. Meglio poi. Doveva essere stanco di stare in quella posizione; accucciato. Le chiese se poteva entrare. Anche un solo attimo. Per riposare le gambe. Per sederti al fresco. A malincuore dovette dirgli di no. Per papà? No! non possiamo disturbare il nonno. Sta male? Molto male, poveretto. Il suo Lello sembrò fin da subito dispiaciuto. S’interessò della salute del vecchio: “Nonno Giovanni, vero”? Come poteva conoscere anche il nome del nonno? Certo tanti nonni si chiamavano Giovanni. Sapeva troppe cose. Forse era amico di papà. Forse della mamma? Le sembrava impossibile. Gli amici del padre li conosceva tutti. Erano tutti tipi da osteria. Nemmeno poi tanto amici. La mamma non era il tipo. Cioè lui non era tipo da fare complimenti a una come sua madre. Una spiegazione ci doveva pure essere.
Alla fine si fece convincere. Lui sembrava avere una risposta per ogni domanda. Una soluzione per tutto. Il nonno dormiva e si lagnava molto nel sonno, disperatamente. Era attaccato alla vita solo da orribili sondini. Faceva pena, il poveretto. “È molto che sta così”? Soffriva maledettamente. Era un vero calvario, per lui e per tutta la famiglia. “Moltissimo, il dottore dice che non c’è più niente da fare”. Ogni giorno poteva essere fatale; l’ultimo. Ma i giorni passavano tra sofferenze atroci. Lui chiedeva spesso pietà. Aiuto. Non era vita quella. Implorava di essere liberato da quegli orribili patimenti. Ma nessuno aveva il cuore di farlo. E poi non era giusto. Mamma ripeteva che sarebbe finito all’infermo. Che, se Dio ci mette alla prova, noi dobbiamo rispettare il volere del Signore. Lui, il suo nuovo affascinante amico, le spiegò che erano solo stupide superstizioni. Che il dolore non è mai giusto. Che lei poteva porvi rimedio. Bastava che chiudesse quella valvola. Che staccasse quella cannula. Il nonno avrebbe riposato la pace dei giusti. Finalmente. E le prese la mano e guidò quella mano.
Lei cercò di resistere blandamente ma poi cedette. Sette minuti dopo il nonno non c’era più. Il suo volto aveva ritrovato tranquillità. Serenità. Il padre di suo padre era morto. Lello rimise le cose come stavano quando erano entrati in quella stanza, nella camera. Poi le ricordò che doveva avvertire il genitore. Solo allora Enrica trovò l’ardire di chiedergli cosa lo aveva portato là e cosa voleva da lei. Lo aveva fatto con il timore di sbagliare; naturalmente. Lui le spiegò da dove veniva, cioè che era il figlio prediletto di Lucifero. L’angelo tanto bello da avere la superbia di paragonarsi a Dio, e per questo scacciato all’inferno e trasformato in diavolo. Che non voleva da lei più nulla perché aveva già ottenuto la sua anima. Senza doverle promettere nulla in cambio. Ma lui era generoso. “Nella realtà sei stata tu ad ucciderlo, anche se per pietà, anche se te l’ha chiesto”.
Lei lo guardò sorpresa. Questo certo non s lo sarebbe aspettata. Nessuno. In una rapida carrellata le tornarono alla mente tutte quelle riflessioni che aveva fatto fin da bambina, sul diavolo e sull’inferno. Sulle stupidità popolari. Lo vedeva ancora bello, ma con occhi diversi. Era stata messa nel sacco. Dal bel tomo. Non aveva venduto la sua anima. L’aveva proprio regalata. Poi il suo sguardo lentamente si trasformò in un’espressione di furbizia. Forse a scuola non andava proprio bene, ma non era nemmeno stupida. “Tecnicamente non sono colpevole perché in un certo senso era già morto”. L’incantevole visitatore si mostrò contrariato e la salutò dalla porta. “Ci rivedremo”. Lei si guardò allo specchio, non era più lei. Era proprio come quella che gli aveva fatto vedere nel cellulare. Era quella. Bella come una principessa. Come un’attrice. Altrettanto elegante. “Non credo”. La cosa più gravosa era dire a papà del nonno. Nessuno avrebbe saputo mai che lei ci aveva messo mano. Che l’aveva aiutato. Per tutti, semplicemente, era arrivata la sua ora.
I diavoli, quando sono in giro, non sono come nei racconti. Non hanno corna né zoccoli. Non sono tutti uguali. Non si assomigliano affatto. Tante volte nemmeno vanno d’accordo tra loro. Puoi trovarli ovunque. Non si riescono a riconoscere. Sono tra noi e non li possiamo vedere. Magari è proprio quello zio che ti offre la pastarella. L’inquilino dalla porta accanto. Il contadino che non perde mai il raccolto. Quello che sta sistemando il tetto della sua abitazione. Chi è tanto carino e si offre di accompagnarti per un tratto di strana. Insomma sono persone come le altre. Una cosa è sicura: solo alle donne è stato concesso di essere diavoli e angeli allo stesso tempo.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_demon%C3%AE
http://www.latelanera.com/divinita-demoni-personaggi/dio-demone-personaggio.asp?id=279
http://www.mariavaltorta.it/Ribellione%20di%20Lucifero.html

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