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Posts Tagged ‘Horror’

2b2026f889d259acea8ef7fe04f568ffI non morti non muoiono mai. Un forte odore di aglio li può tenere distanti. Però non li scaccia. Li allontana solo. Ma sono là fuori. Lo so. Gironzolano intorno. In cerca di sangue fresco. E uno era stato avvistato nei dintorni del paese. Proprio qui. E un paio di ragazze erano sparite. Non se ne sapeva più nulla. Scomparse nel niente. Zero. Nonostante le ricerche. La paura cominciava a serpeggiare. Ma io non sono una di quelle dell’est. E ho messo un profumo con un forte odore di agrumi. Fresco. Mi ci sono proprio immersa. Ci ho fatto il bagno, letteralmente. Farei resuscitare persino i morti. Si fa per dire. E mi sono vestita per non passare inosservata. Ma senza collane né orecchini. Solo una piccola croce per precauzione.
Le cose le so. I non morti prediligono le donne giovani e belle. Fresche. Mi sono agghindata per questo. Le scelgono bene e con cura le loro vittime. Si aggirano ombre tra le ombre. Silenziosi. E poi le aggrediscono. Rapidi. Lo so. Il loro morso le rende succubi. Mai però veri non morti. Loro succhiano il sangue agli uomini. Ma questa sembra essere un’altra storia. Una storia diversa. Io mi limito ai fatti. I fatti sono che preferiscono di gran lunga il buio. La notte. Non che il giorno sia letale per loro. Il sole. Non credo. Semplicemente lo evitano. Non so dove riposano. Non l’ho ancora scoperto. E allora li scovo io. E allora che notte sia. Come Dio vuole.
Volevo incontralo in un posto neutro. Il mio demone. Loro amano i vecchi castelli, so anche questo. Sarei svantaggiata. Ne sono cosciente. Il bosco va meglio. Non sono certa che sia l’opzione migliore. Non ne vedo altre. C’è un silenzio pieno di rumori. E una luna gonfia come una donna all’ultimo mese. Un leggero vento freddo fischia. Le ombre sembrano allungarsi rapaci. I rami sono come artigli protesi. Si allungano nelle tenebre ostili. Frignano. Naturalmente si ode il tipico grido di un gufo. Gli alberi scossi gemono. L’erba alta è fradicia di lacrime. Da lontano l’ululare di un lupo. Sono decisa. Sono una cacciatrice. Stranamente i miei denti battono. Stringo le labbra. Non riesco a trattenermi. Sembrano una pioggia fitta sui lucernai. Forse è quest’aria. Forse non mi sono coperta abbastanza. Forse è la tensione. Non lo so. Non è paura, credo. Se devono muoversi in fretta si trasformano in pipistrelli. Lo sento arrivare. Vedo l’ombra del suo volo bizzarro e frenetico.
Rivedo tutto. Si era nascosto goffamente dietro ad un cespuglio. In silenzio. In agguato. Ma percepisco subito la sua presenza. L’ho notato immediatamente. Lo invito. Esce e si fa vedere, malaccortamente. Non incute all’apparenza nessun timore. Non è né alto, né bello. Né magro. Tanto meno giovane, naturalmente. Non veste di nero. Sembra più un contabile. Un noioso scribacchino. Un impiegato del comune. Con gli occhiali spessi e pochi capelli in testa. Sono confusa. Mi bacia con foga. Ma me ne chiede prima il permesso. Lo prego di pazientare. Lo prendo per mano. Lo accompagno. Lo incoraggio. Lo trascino. E’ come uno zombie. E se fosse solo uno stupido zombie? Lo faccio salire nella roulotte: Staremo più comodi. Nello radura. Dentro c’è un bel calduccio. Il fuoco scoppiettante ci illumina con singhiozzi. A tratti lo vedo. A tratti è un contorno impalpabile. Mai inquietante. Noto di meno quelle discordanze dal ruolo. Forse era solo frutto della mia fervida immaginazioni. E delle chiacchiere di romanzieri fantasiosi quanto inattendibili.
Mi è subito addosso, come una sanguisuga. Esaltato. Gli occhi spiritati. Fuori della testa. Lo prego ancora di pazientare. Un attimo. Mi sistemo. Mi aggiusto e lo lascio guardare. I suoi occhi sprigionano cupidigia. Avidità. Libidine. Sete. I suoi occhi sprigionano odio e rancore. E ancora sete. Di me. Non sembra nemmeno malvagio. Mi abbraccia. Mi abbranca tutta. Mi ringrazia. Sento le sue mani sul mio corpo. Curiose. Avide. Inesperte. Irresolute. Da per tutto. Ha le unghie curate. Niente, o non molto, corrisponde alle leggende. E’ sempre così. Forse mi ripeto. I pensieri corrono veloci. Il tempo non lascia tempo. Non per riflettere. Quando sento il suo fiato caldo sul collo ho la conferma: non temono la croce. Prendo il cuneo di pino marino. Ero di fretta. Non c’era tempo per cercarlo di frassino. Andrà bene ugualmente. Afferro decisa e sicura il paletto e glielo conficco in mezzo al petto. Diritto al cuore. In profondità. E lo rigiro un paio di volte. Con foga. Per sicurezza.
Lo maledico. Recito la formula di rito. Lo rimando al diavolo. Strabuzza quegli occhi da maiale. Sembrano sorpresi. Sconcertati. Attoniti. Imploranti. Apre la bocca senza trovare le parole. Non ha ancora sfoderato i canini. Le sue zanne. Il suo sguardo chiede misericordia. Quasi mi impietosisce. E si riempie di lacrime che non scendono. Si scuote convulso. Mi imbratta tutto il vestito nuovo di rosso. E finalmente spira gemendo tra le mie braccia. E rimango allibita. Solitamente i non morti diventano cenere. Si sfaldano in polvere. Di loro non resta che un piccolo e povero nulla. Lui invece resta lì, coperto del suo stesso sangue. Semplicemente morto. Un corpo senza vita. Vuoto. Ma un corpo. Forse non era un vampiro. Chi lo sa? Ho un dubbio improvviso. Non sarà stato mica solo uno stronzo di guardone? Sbagliando si impara. Era comunque un povero cretino. Uno sfigato. Uno stronzo. E un porco. Cosa ci faceva nel bosco, di notte?
Scemo e imbecille. Magari si è fatto ammazzare per niente. I dubbi portano sempre altri dubbi, con loro. Stupida! stupida! stupida; me. Una vera imbecille. Ma non mi avrà preso per una puttana? Penso a quelle povere ragazze. Lui sarebbe stato la mia prima preda. Non mi si può rimproverare di negligenza. Forse solo di inesperienza. E’ anche l’esperienza che fa il cacciatore. La pratica. Non è mai sufficiente la sola competenza. La prossima volta sicuramente andrà meglio. Nel mentre mi domando come fare a liberarmi di quel cadavere inutile.

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L'angelo di OsloInutile raccontare di nuovo tutto per filo e per segno. Chi è così troppo curioso può andarselo a leggere nelle pagine del libro[1], ma è una storia lunga e ingarbugliata. Per quanto ci riguarda in particolare basta andare dalla fine di pagina 441. E’ a quel punto che l’autore tace la verità e s’inventa una storia incredibile dove lei si uccide per amore. Certo l’amore è un sentimento molto forte. Non solo tra un uomo e una donna. Non l’unico. Forse però questo non lo dovevo dire. Pazienza. Allora… dov’eravamo arrivati? Sì! la verità è molto più semplice.
C’è solo silenzio intorno e la notte è nera. Non è nemmeno una vera tomba. Solo un tumulo. Un insieme di pietre. Lei, con delicatezza, sposta la terra e rimuove la plastica che ricopre il corpo morto. Prende le cornee, prima la sinistra e poi la destra, che gli erano state criminalmente sottratte contro la sua volontà; espiantate, si dice, e le posa nelle cavità oculari del cranio. Poi rimise piano il polmone nello spazio sotto le costole a destra. Poi passò meticolosamente al fegato e ai reni. Infine gli restituì il cuore.
Se avesse potuto vedere nel buio non sarebbe rimasta sorpresa, non avrebbe pensato di rinunciare alla vita stesa al suo fianco. Quando gli aveva ridato le cornee lui era tornato in grado di vederla. Quando aveva rimesso il polmone al suo posto lei aveva potuto sentire di nuovo il respiro caldo di lui sulle guance. Forse era anche distratta da quell’impegno. Non era una cosa che si è soliti fare. Fegato e reni avevano restituito purezza al loro infinito amore. Infine il cuore aveva subito ricominciato a battere all’unisono al suo.
Per quanto detto lo stupore di lei era stato smisurato. Si erano dati quel bacio che avevano aspettato per un tempo infinito. Poi lui si era alzato e le aveva detto che doveva andare. L’aveva invitata ad andare con lui. Al suo fianco. Aveva indossato ancora la sua kefiah. Perché quella terra aveva ancora bisogno di lui. Dei suoi occhi, del suo cuore e anche delle sue braccia. Di tutto l’amore del mondo. Di lui e di tutti quelli come lui. Che sono tanti. Perché non da pace la morte.
Forse è proprio solo per questo che l’autore ha taciuto la verità: Quella terra ha ancora bisogno di martiri. Il suo nome resta solo su quella povera scritta sopra quelle pietre. Per tutti lui deve essere ancora morto, una vittima. Una vittima come tante. Quasi, e forse una vittima senza nome. Era stato solo un ragazzo. Un ragazzo come gli altri. Un ragazzo che tirava le pietre. Come un gioco. A chi le lanciava più lontano. A chi possedeva più mira. Un gioco che gli era costato la vita. Ma forse il libro qui è solo un pretesto.
Lui avrebbe ritrovato i compagni. Sarebbe tornato a sfidare la morte. Come allora non gli faceva paura, ma ora sapeva. Erano stati traditi da tutti. Prima dagli amici e poi dagli assassini. Non sarebbero più tornati in Danimarca. Faceva troppo freddo là. E non c’erano più segreti, o ce n’erano ancora troppi. E sarebbe andato fiero per la sua strada. Insieme a tutti, a un popolo. Al suo popolo. Non aveva odio in cuore. Solo tanta rabbia. Solo tanta amarezza. Voleva solo gridare forte la verità. Inshallah. Non con un coltello. Con una colomba o con un fucile, ma farsi sentire. Il tempo era finito.
Sono tornati a marciare nel silenzio gli eroi bambini. I morti non morti. Attraversano la notte. Con passi incerti, ma con caparbietà. Se Dio vuole. Per una nuova intifada. Sono sempre più numerosi. Chi li vede si cuce la bocca con filo sottile ma robusto. Con tela di ragno e miele. Gli regala un sorriso e un saluto. Si affida a loro. Torna a sperare. Questa è la verità e allo stesso tempo una favola. Ci si può credere o no. Ma senza un po’ di fantasia e di utopia è allora che la vita muore. E il destino diventa un sentiero inutile da percorrere.
[1]     Stefan Ahnhem: L’angelo di ghiaccio.

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cappuccettonero02Ormai non aspettava che l’estate, lei, Eleonora, e forse non era poi più così freddo come le sembrava. Le giornate si allungavano. Frasi fatte. Che diavolo poteva importare a lei? E poi perché si allungavano? Le parevano già così infinite; difficili da attraversare. Mica è facile avere vent’anni. Già! anche questa era un’altra di quelle frasi fatte. Sentite e ripetute mille volte. Ma nemmeno l’età te la puoi scegliere. È come tante altre cose: capitano quando vogliono o quando, in qualche modo, devono. Capitano e basta, semplicemente. Te le trovi tra i piedi. Le devi accettare. Anche quelle cose che preferiresti evitare. Proprio come, in un certo senso, le mestruazioni. E i genitori. E non sopportava quel sentirsi vecchia; vecchia e stanca.
L’aveva confidato a Marialuisa. Forse era stata una stupida. Non c’è il tempo di pensare quando le parole scappano di bocca, da sole. Avrebbe dovuto sapere com’era quella, ma era anche la sua migliore amica. A chi avrebbe potuto confidarsi se non a lei? Anche se dirlo a lei era dirlo a tutti. Ma le amiche sono amiche. Servono a quello. Dell’amicizia si potrebbe parlare a lungo. Non c’è un senso, né un verso. Sarebbe egualmente inutile. Il perché non l’avrebbe saputo dire: loro due erano così… così… diverse, cioè dissimili. Non sembravano nemmanco avere la stessa età. E quella sembrava sapere già tutto. Si atteggiava a donna.
Mentre lei… ecco lei… si sentiva vecchia e non sapeva un bel niente di niente. Non sapeva e non capiva. Non sapeva perché i ragazzi fossero così stupidi. Quelli della sua età. Ma anche gli altri. Persino gli adulti. E lo facessero apposta. Apposta per apparirlo ancora di più. E non capiva come davanti a tutta quella stupidità a volte si sentisse strana. Un’altra persona. La ragione di quello strano formicolio. Come impaziente. Come se volesse immergersi in quella assurdità.
Certo che le sapeva le storie, come va la vita. Era solo sua madre che non poteva e voleva vedere. Per sua madre non sarebbe mai cresciuta. Forse è così per ogni madre. Non viene mai il momento. Doveva chiederlo a suo fratello come una bambina fa a diventare grande subito. Però fino a ieri aveva giocato con le bambole. Non capiva eppure le bambole non le interessavano più. In pochi giorni il suo mondo era cambiato. Non tanto quello fuori quanto quello dentro. Provava curiosità nuove. Pulsioni nuove. Persino una certa vergogna del suo corpo. E quei ragazzi le guardavano il seno. Aveva fretta e sete di sapere. E anche solo sete, come se la sua gola fosse sempre riarsa.
Marialuisa rideva. Diceva che era normale. Per lei era tutto normale. Che era carina. Che non era strano che i ragazzi la guardassero. La faceva sentire una stupida. Che anzi era bello e giusto che la guardassero, e la guardassero in quel modo. Si mostrava sorpresa della sua sorpresa: Ma come… Vuoi dire che tu?… Mai? Da non credere… Mai cosa? E Marialuisa le aveva chiesto se non c’era proprio nessuno che le piacesse. Forse uno c’era. Non ne poteva essere certa. Secondo lei, sempre Marialuisa, avrebbe dovuto guardalo, sorridergli, fargli capire che aveva notato che la guardava. Aspettare e se lui aspettava non farlo aspettare. Farsi trovare pronta. Invitarlo lei. Poi da cosa sarebbe nata cosa. Non capiva cosa. Cosa voleva dire farsi trovare pronta. Non ci capiva un accidente, ma l’istinto le avrebbe detto di provare. Anche queste erano parole dell’amica del cuore.
Si chiamava Amsterdam, o almeno così lo chiamavano, strano nome, e le sembrava carino. Non più di tanti altri, ma nemmeno meno. Forse non le sembrava altrettanto stupido. Forse le sembrava… non capiva. Non capiva perché avesse richiamato la sua attenzione. Perché la sua immagine non riuscisse a togliersela da davanti. Si era decisa. Gli aveva sorriso. Lui aveva ricambiato il sorriso. Proprio come le aveva consigliato. Gli aveva fatto un cenno di saluto. Lui aveva ricambiato quel cenno. Era rimasto fermo con la sigaretta in bocca. Lei aveva aspettato tutto il tempo che aveva per aspettare. Poi si era stufata di aspettare. Si era alzata ed era andata da lui. Impacciata alla fine aveva trovato il coraggio di parlare al suo sorriso insolente: Possiamo andare via di qua? E dove? In un posto tranquillo. Perché? Vorrei che tu mi insegnassi. Che cosa? Tutto quello che fanno i ragazzi con le ragazze. Vuoi un tiro? No, grazie. Allora andiamo. Sì! va bene.
Le aveva preso la mano. Era un contatto morbido. Sentiva il suo calore attraverso quel contatto. Non gli aveva chiesto dove la stava conducendo. Non le importava. L’amica le aveva detto che era meglio se stavano da soli. Che almeno all’inizio… All’inizio di cosa? Le prime volte. Finché non si fosse fatta più ardita. Più audace. Ma lei non aveva timore, solo curiosità. E lo seguiva guardandosi intorno. E insieme fuggendo gli sguardi. Mentre lui sembrava raggiante, felice di essere visto. E la condusse al parco. E poi all’ombra dietro una siepe dove gli occhi non potessero vederli. Forse solo quelli dei guardoni, ma i guardoni non girano per il parco di giorno. E le appiccicò le labbra sulle sue labbra. E sembrava che volesse che lei allargasse le sue labbra. Se le sentì inumidire. Come se la leccasse. Come se ne volesse gustare il sapore. E intanto con la mano le aveva cercato il seno sussurrandole di fare la brava. Di stare buona.
Non sentiva niente. Il suo ansimare. La sua curiosità. Il suo sudore. Ma lei dentro non sentiva niente. Niente di quello che aveva cercato di immaginare. Era così goffo e tutto così… così… strano. Strano e inutile. Scomodo. Irreale. Si sentiva come un pezzo di legno. Le mani di lui erano solo curiose. E la sfioravano sopra una corazza. Forse stava sbagliando tutto. Appoggiò la testa sulla sua spalla decisa che lo avrebbe lasciato fare. E un po’ annoiata. Poi lui le prese ancora la mano. Cercava di guidarla verso qualcosa, qualche punto del proprio corpo. Ormai era anche infastidita. E si stava facendo tardi. Il sole stava per tramontare. Guardò il collo del ragazzo e fu naturale affondare i denti. E bevve. E sentì che la sua sete si andava spegnendo. E che quella mano curiosa perdeva di forza, si scioglieva come un gelato.
La notte ne raccoglie le leggende, ma è in tutte le pieghe del giorno che si muovono, i vampiri.

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lupomannaro4Per quanto possa sembrare incredibile questa è la storia. Inizialmente sembrava non esserci uno schema. Si erano scervellati per trovare quel denominatore comune che pure sapevano doverci essere. Ci avevano fatto caso solo dopo che i primi tre corpi erano stati ritrovati orrendamente massacrati. L’assassino era puntuale come un orologio svizzero. Ad ogni plenilunio lui colpiva e faceva trovare la sua vittima. Era stato così il ventidue febbraio, nonostante nei campi vi fosse l’erba ghiacciata. Il ventitré di marzo, il ventidue di aprile, il ventuno maggio e così via.
In tanti anni di onorata carriera al Commissario Di Montalcino non era stata mai affidata un’indagine così inverosimile. Tutti i giornali ormai gli stavano addosso. Il questore lo chiamava continuamente e non gli lasciava tregua. Almeno finché non avevano arrestato Geppo. Tutto era contro di lui. A conferma c’era anche che non aveva un alibi che fosse uno. Certo era anche vero che era un tipo piuttosto solitario che passava il tempo da solo chiuso in casa, tranne che per la compagnia del proprio cane. Avevano trovato la zappetta del quarto assassinio nel suo orto. Era lorda di sangue. La scientifica aveva confermato che era l’insolita arma di quell’omicidio. Erano ormai quindici giorni che torchiavano il povero vecchio, a dire il vero un vero pezzo di marcantonio. Ma lui continuava a protestare la propria innocenza. La propria estraneità ai fatti. E lo sosteneva con fare convinto e allucinato.
Il primo dubbio era sorto al commissario poiché gli assassini erano continuati, almeno un altro, mentre Geppo era in gabbia. O si trattava di un emulatore o non era mai stato lui. Tutto però tornava, compresa la luna piena. Ma non tutto quadrava. Il contadino era sempre stato un tipo pacifico. Poi si era presentato barcollando Spirito di sua spontanea volontà a dire che una di quelle sere era andato a casa dell’accusato per farsi insieme un grappino. Ma l’uomo non era certo il teste più attendibile, anche quando era giunto al commissariato era in preda ai fumi dell’alcool. E poi era un po’ tardi per ricordarsi una cosa del genere a più di due mesi di distanza.
Nessuno avrebbe dato retta alla dichiarazione del nuovo testimone ma questa mise la pulce all’orecchio del commissario. E lui non era uomo da trascurare nessuna traccia. Poi era stata la volta di Isotta la Baga… sì insomma quello. Veniva chiamata così spregiativamente da tutti in paese perché esercitava il mestiere più antico del mondo sulla provinciale. Lei, per puro spirito di umanità, si era presa l’incarico di portare da mangiare a Camillo, il cane lupo di Geppo, un animale di grosso taglia. Come aveva insistito a dire non c’era sera che non fosse andata a riempire la ciotola del povero cane. Solo che quella sera, esattamente quella del sedici settembre, aveva dovuto tardare per via di un cliente troppo pigro. Era arrivata al casolare isolato che la luna era già sorta. Certo non sapeva ancora che al mattino avrebbero ritrovato il corpo imbrattato di sangue di Vitaliano. Quello che le era parso in un secondo momento strano era che nel silenzio non c’era il cane impaziente ad aspettarla, anche se lui non si allontanava mai durante la notte. Di per sé sembrava un’osservazione inutile al fine delle indagini. E poi un cane non ammazza certo usando rastrelli o forconi.
Anche se tutti i corpi recavano segni di morsi non poteva essere che opera di mano umana. Ma pur se gli pareva di non capirci nulla ormai il commissario aveva come la sensazione che per centrare lui in qualche modo c’entrava ma non era lui l’assassino. Ormai era il tredici di ottobre e se non era stato Geppo allora dopo tre giorni un altro del paese sarebbe stato trovato cadavere. Non avendo una pista migliore aveva cominciato quasi per caso e per il suo amore animalista ad andare a trovare Camillo, si diceva per fargli un po’ di compagnia. Certo non aveva confidato a nessuno i suoi flebili sospetti, per non essere preso per pazzo; tranne che a lei. Solo che aveva notato come avesse il muso leggermente imbrattato di vecchio sangue rappreso; e anche le zampe. Frugando dentro al canile aveva trovato un brandello di stoffa denim anch’esso con tracce ematiche.
Il sedici si erano appostati, senza farsi vedere, nei pressi del canile e si erano messi ad aspettare. Nascosti dalle ombre delle fronde avevano visto il grosso cane uscire e rivolgere il muso alla luna. Poi tutto quello che seguì fu sorprendentemente veloce e assurdo. Inverosimile. Il cane aveva guaito. Il lupo aveva ululato. La bestia si era trasformata in uomo. L’essere mingherlino aveva scavato la terra affannosamente e poi impugnato un armese con tre rostri. Solo allora il Di Montalcino l’aveva affrontato intimandogli l’alt. Ma l’ombra gli continuava a venire incontro. Allora il commissario aveva sparato un colpo in aria e uno per terra. Non si era fermato. Orami gli era vicino con i denti digrignati e gli occhi spiritati, e al poliziotto non era rimasta altra alternativa che mirare al bersaglio grosso. Altri quattro colpi in rapida successione, ma quello niente. Continuava ad avanzare e gli si scagliò addosso, come li avesse esplosi a salve. Incredibile. Stava già per lanciargli contro l’arma di ordinanza.
Per fortuna che al suo fianco era intervenuta tempestivamente Medea che era una vera Calamity Jane, come tutti la chiamavano, a risolvere la situazione. Tre colpi decisi e tutti e tre diritti al petto. E la bestia si era accasciata esanime. Aveva commentato soddisfatta: “Glielo avevo detto, commissà, in casi del genere ci vogliono solo proiettili d’argento”. Lui aveva provato un attimo di vera paura. Si avvicinarono al corpo e quello era tornato cane. Il vento spettinava il bosco miagolando. Avevano fermato il responsabile ma non avevano l’assassino. Cosa avrebbe potuto scrivere nel verbale? Si guardarono negli occhi. Non ci sarebbe stato nessun rapporto. E quella lunga notte era appena iniziata.

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giovane-donna-che-sta-dietro-di-una-finestra-61763300Côte d’Or. Più che bungalow erano delle capanne. Tutte uguali. Qualche metro di giardinetto intorno con una pianta ad alto fusto, qualche volta una palma. Un vialetto e una luce sulla porta. Una piccola entrata con specchio. Un salottino con divano e una piccola televisione. Più che una piccola cucina un angolo cottura. Una camera matrimoniale ampia con una seconda tv via cavo. Una cameretta con possibilità dell’aggiunta di un secondo letto. E naturalmente un bagno. Ad essere pignoli l’unico inconveniente era la mancanza dell’aria condizionata. Ma questo nel dépliant non era detto.
Il villaggio offriva una piscina grande e una più piccola per i bambini, e per chi non sapeva nuotare. Un ristorante, dove non si mangiava per niente male, con una musica composta alla sera anche per chi volesse trattenersi per un drink. Naturalmente il servizio ristorante non era compreso nel prezzo. Una piccola discoteca. Degli spazi comuni di ritrovo. Due campi da tennis. Organizzava corsi e serate a tema. Tutto a cinquecento metri dalla spiaggia su un mare pulito.
Galena era più che bella. Nessuno poteva non notarla. Non c’era uomo che non girasse la testa al suo passaggio. Non c’era donna che non la guardasse con quella certa invidia. In costume sembrava una dea. Ma a lui, come a tutti, gli veniva mancare il fiato quando riusciva a rubare un brandello di lei nella sua riservatezza. Si era sentito soffocare quando, stesa sul telo mare, al bordo della piscina, col reggiseno slacciato per prendere il sole, gli aveva chiesto la cortesia di passarle il cellulare che non poteva raggiungere senza mostrarsi sconveniente. Aveva alzato il braccio per indicarlo e lui aveva potuto vedere, per un attimo, anche se in parte, quasi completamente, un seno sodo. Gli era mancato il respiro quando, soli, si era sistemata la calza prima di entrare al ristorante. Aveva patito un minuto di afasia quando si era chinata in ascensore per poi scusarsi accorgendosi che le si era slacciato un bottone della camicetta. Provava sempre lo stesso senso di vertigine nel guardarla mentre si allontanava dondolando su quei tacchi.
Lei sapeva di essere ammirata e lo faceva con nonchalance. Come se provasse piacere per tutti quegli sguardi. Certo non era così. Quando non era in piscina o al mare, quando si muoveva per gli spazi comuni, portava sempre tacchi sottili e molto alti. Camicette chiare che riempiva di sorprendente generosità. Gonne poco sopra il ginocchio ma così aderenti che sembravano dipinte addosso. Quel giorno tutti avevano continuato a sguazzare nell’acqua cercando ristoro. E lei come gli altri. Poi era andata a cambiarsi per prepararsi per la cena. Lui l’aveva osservata allontanarsi con quel solito batticuore che gli toglieva il respiro. Quasi stesse per svenire. Aveva avuto la sensazione che gli avesse lasciato un sorriso prima di andare.
La prima volta era stata la sera di un venerdì. Sua moglie aveva, come ogni sera, la canasta e lui la scusa che amava andare a guardare in compagnia quelli che giocavano a bocce, o qualche partita di tennis notturno. Erano cose che a Caterina annoiavano tremendamente. Rimasto solo aveva continuato a guardarla con insistenza, distogliendo solo di tanto in tanto lo sguardo nel timore di infastidirla. Era un incanto come sapeva accavallare le gambe. A volte poi la gonna risaliva quel po’ e lui vedeva e immaginava. Aveva notato che quella donna, Galena, ormai tutti avevano imparato il suo nome, aveva lasciato il suo spritz a metà. Si era alzata dal tavolo salutando e si era avviata. Così l’aveva seguita senza farsi notare.
La luce sulla porta era spenta, ma non quella alla finestra. Ed era rimasto a spiarla dietro i vetri. In silenzio e con attenzione per non farsi scappare niente. Quando era andata al bagno, almeno così lui credeva, l’aveva aspettata. Non si era fatta attendere. Era tornata e si era messa stesa sul divano senza trovare mai una posizione comoda. Aveva preso in mano il telecomando e poi aveva scosso la testa senza accendere il televisore. Aveva due splendide caviglie sottili. La gonna era risalita e le si erano scoperte le gambe. Fino alle cosce ben tornite. Con la mano cercò di sistemarsi una ciocca e di farsi aria. Slaccio due o tre bottoni della camicetta. Canticchiava tra sé una canzone che lui non poteva sentire. Se ne andò provando un po’ di delusione, ma questo non gli impedì di cercare di replicare quella esperienza, forse nella speranza di essere più fortunato.
La fortuna arrivo un paio di sere dopo. Il vialetto era sempre al buio. La finestra aperta e illuminata. Si ripeté la storia di lei sul divano che non riusciva a trovare la posizione migliore mentre la televisione restava spenta. Quella volta lui non perse la pazienza e fu premiato. Dopo un po’ lei si alzò, uscì e tornò, e poi si spostò in camera. E anche lui si spostò all’altra finestra appena si accorse che si era accesa. Lei scese dalle scarpe e lui cominciò a sperare. Si muoveva padrona di una lentezza incredibile. Ogni gesto pareva studiato. Si sfilò la gonna e la scalciò lontano. Lui temette che gli sarebbe preso un coccolone. Si slacciò la camicetta e rimase per un po’ coperta solo dalla sua delicata e sottile biancheria intima. Si sentiva veramente asfissiare. Lei si guardava allo specchio soddisfatta di quello che vedeva. Indugiò così per alcuni interminabili minuti. Era una statua. Poi si stese sul letto sopra le lenzuola. Si girò prima su un fianco e poi sull’altro e poi ancora. Temette di essere scoperto ogni qual volta che si girava dalla sua parte.
Da quella sera quello spettacolo si ripeté ogni sera. Lui si nascondeva dietro l’albero finché lei non aveva acceso la luce del salotto. Poi la guardava sul divano. Poi l’ammirava spogliarsi in camera da letto, stendersi sulle lenzuola e rigirarsi finché non arrivava l’ora di spegnere la luce. Alla fine se ne andava di malavoglia e con il batticuore anche se ogni sera era esattamente uguale alla precedente, ma ogni sera era un’emozione che si rinnovava. Lei era precisa e puntuale. Era come se sapesse che lui era là, che la spiava. Qualche volta lo faceva attendere un attimo di più, un niente. Una volta uscì dal bagno indossando già una sottile vestaglia trasparente che tolse di lì a poco. Dopo, come a salutarlo, restava come sempre dritta, coperta solo di quella piccola biancheria che indossava sotto gli abiti. Sembrava proprio farlo per farsi guardare. E finiva stesa a letto cercando sopra le lenzuola quella frescura che non trovava e una pausa nel caldo soffocante. Pensò di fotografarla col telefonino.
Poi quella sera gli sembrò proprio che gli sorridesse. Che rivolgesse le sue attenzioni, e ogni gesto, a lui. Questo lo fece sentire meno cauto. Le previsioni del tempo dicevano che quella sarebbe stata la sera più calda dell’anno. La sua vacanza stava finendo. Lui stava già sudando abbondantemente. Quando lei spense la luce lui prese la sua decisione. La porta era chiusa. Vide che la finestra del piccolo bagno era spalancata e la scavalcò, non senza fatica. Cercò l’uscio della camera e lo trovò socchiuso. Si fece coraggio. Si chiese se era un segno. Si chiese cosa le avrebbe detto se lei lo avesse interrogato. In fondo non le aveva mai rivolto la parola. Niente in quel momento avrebbe potuto fermarlo, così attraversò quell’uscio ed entrò nel buio. Silenzio.
Lei accese l’Abatjour e si voltò su quel fianco, dalla sua parte. Non sembrava nemmeno sorpresa. Semplicemente gli sorrise del sorriso più bello che lui avesse mai incontrato e gli disse semplicemente, proprio come se stesse aspettando lui: “Ti stavo aspettando”. Restò immobile ad ammirarla, bella, allungata sopra quelle lenzuola, incredulo di tutto quello che stava succedendo. In bocca gli si era seccata la saliva. Non aveva un gesto di cui non si sarebbe potuto pentire. Si sentì chiedere cosa stesse aspettando, lì. Lo invitò ad avvicinarsi, lo rimproverò di essersi fatto aspettare: “Ti avevo visto fin dalla prima sera. Solo non credevo… Non dirmi che ti metto paura. Non sarai mica timido? Non sarà mica per colpa mia? Dimmi cosa posso fare. Mettiti comodo”.
Era tutto… tutto… proprio tutto… così… incredibile: “Non so se… io… Mi sono permesso… Credevo… La finestra era… Ma se vuole”… Il suo sguardo era disarmante. “Sei proprio incredibile. Incorreggibile. Non so cosa dovrei… Non so fare bene la vittima. E tu non hai proprio la faccia del criminale, del, come si dice? dello stupratore”. Scoppiò a ridere, di una risata che suonava come accordata su bicchieri di cristallo, mostrando tutti i suoi denti candidi e perfetti. Il rossetto li circondava come una rossa cornice luminosa: “Così non faresti paura nemmeno a una lucertola a cui nascondi il sole. All’essere più minuscolo. Non devi aver paura. Non ti mangio mica. E poi sei tu… Ti va se facciamo un gioco? A me piacerebbe un po’… violento”.
Lui fece sì con la testa senza nemmeno sapere cosa faceva. Avrebbe risposto in quel modo a qualsiasi cosa lei avesse chiesto. Gli lanciò una delle sue calze e gli chiese di infilarsela in testa. Rise. Disse che così andava un po’ meglio anche se non del tutto. Lo mandò in cucina a prendere un coltello: “Non così. Più credibile. Impegnati un po’. Come se mi minacciassi veramente. Impugnalo come per colpirmi. Già meglio. Ora slacciati la cintura. Non essere timido. Abbassali. Calati i pantaloni. Bravo”. Lui era completamente confuso. Con un gesto deciso lei si strappò il reggiseno e scoppiarono alle luce quelle due splendide meraviglie: Su! Fatti vedere. Non puoi solo guardare. Non ti puoi limitare a…. Non credevo saresti stato tu. Non speravo. Non ne ero certa. Ora, coraggio, prendimi per il braccio e scuotimi. Fammi vedere quanto uomo sei”.
Avrebbe voluto accontentarla. I seni le dondolavano appena. Lo invitò a metterci più energia. Più rabbia. Frugò nel cassetto del comodino. Il suo ex era un carabiniere. Una storia brevissima di cui si era sempre rimproverata l’inutile stupidità. Ne estrasse la pistola e gli sparò tutti e sei i colpi diritti nel centro del petto. Si spettinò. Si ruppe un’unghia. Si sbaffò il rossetto. Si controllò. Poi prese il telefono e con voce agitata chiamò. Non sarebbe più tornata in quello stupido villaggio. Era stato uno sbaglio e l’aveva capito fin dall’inizio. Se si fosse chiesta “Perché”? Non avrebbe saputo trovare una risposta o si sarebbe detta: “Solo per curiosità”. Invece si limitò a osservare che quelli erano proprio tempi strani se non ci si poteva fidare nemmeno tra ladri.

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cappuccettonero02Era insolito vedere una ragazzina, poco più che una bambina, girare per quelle viuzze mentre si faceva buio. Ma lei era piena di giudizio. Camminava diritta senza guardarsi intorno; sicura. Andava per la sua strada. Sola canticchiando tra sé e sé: «Son marinaio, marinaio della marina. Porto le chiavi dell’oro e dell’argento. Son capitato di questo bastimento. Finché l’Italia più libera sarà… sarà… … Sarà
Non si sarebbe fermata per nulla al mondo a parlare con nessuno. Ma lui era grande e grosso, e aveva un sorriso rassicurante. E camminava in centro della strada venendole incontrò. Da principio non ci aveva fatto caso. Certo che nessuno poteva vederli: «Se fossi una regina, sarei incoronata. Ma son na contadina, nei campi a lavorar
Lui le fece un altro di quei sorrisi e un cenno del capo, e lei rispose a quel sorriso senza pensarci un attimo. Era una bimba gentile e premurosa, e intelligente. Lui le si fermò davanti con la sua altezza imponente. La sua ombra nascondeva la luce e l’abbracciava tutta: “Come ti chiami”?
Susanna, ma tutti mi chiamano Susy”.
Bel nome”.
Me l’hanno detto”.
Sai che sei proprio carina”.
Me l’hanno detto. E tu”?
Io cosa”?
Tu, come ti chiami? Non importa. Assomigli proprio a mio zio. Mio zio Egidio. Posso chiamarti papino”?
Puoi chiamarmi come vuoi”.
Grazie”.
Dove stai andando”?
Dovrei tornare a casa”.
Posso accompagnarti? Queste strane non sono mai tanto sicure per una bambina bella come te. A quest’ora della sera. Col buio. Non si sa mai che incontri si possono fare”.
Mamma dice che… Non importa. Se vuoi. Sei gentile”.
Lei lo prese per quella grande mano e si incamminarono.
Hai la faccia piena di efelidi”.
Si dice così? Le lentiggini fanno bella”.
E due belle trecce bionde”.
Me le fa la mamma”.
A chi hai rubato quegli occhi azzurri”?
Ah! questi sono dello zio. Ti ho detto di…”?
Sei proprio carina”.
Me l’hai già detto. Lo so. «Do re mi fa, fa, fa. Sol la si do, do…»”.
Cosa stai canticchiando”?
Una canzoncina dei giochi. Me l’ha insegnata mamma. A lei l’la insegnata la nonna. Alla nonna gliela ha insegnata la sua… beh! non importa. Non credo che a te interessino queste storie. E non ha nessuna importanza”.
Ti sbagli”.
Lei lo guardò con due occhi di ghiaccio. Come se lui fosse lo stupido. Una nullità: “Mamma dice che io non mi sbaglio mai. Papino”.
Fu in quel preciso momento che quell’uomo grande e grosso ebbe per la prima volta un attimo di paura. Si sentì stupido. Era solo una bambina. Non più alta di un soldo di cacio. Tranquilla. Di niente sospettosa. Dopo si sarebbe fatto un buon bicchiere di vino: “Non facciamoli stare in pena”.
Non ti preoccupare. Loro mi conoscono. Si fidano di me. Però questa non mi sembra la strada per casa mia. Ed è buia”.
Non ti preoccupare. E’ solo una scorciatoia. Di qua facciamo più presto”.
Se lo dici tu”.
Posso dirti una cosa”?
Spara”.
Ti faccio paura”.
No”!
Possiamo fermarci un attimo. Solo un secondo. Ho il fiatone”.
Purché sia un secondo”.
Si era chinato per cercare di raggiungere la sua altezza: “Non bisognerebbe mai aver fretta. E dovevi saperlo che non si dovrebbe mai nemmeno parlare con gli sconosciuti. Sei stata un poco imprudente. Devi ammetterlo. Dovresti stare più attenta. Per questa volta… Non voglio farti del male. Tu sei così carina e se sei carina con me potrei farti un bel regalo. Che ne dici? Però non dovrai dirlo a nessuno. C’è qualcosa che desideri”?
Lei sfoderò ancora quegli occhi di ghiaccio, e lui, per la seconda volta, provò quel senso stupido di panico. Era certo che non era semplice vergogna. “Giro giro tondo… L’avevo capito. Sei uno di quelli. Si fingono tanto amici… In questo mondo nessuno fa più niente per niente. Cosa vorresti? Non sei nemmeno abbastanza intraprendente. Va bene. Cosa vorresti che facessi? Non dirlo. E’ inutile. Tanto lo so. Le leggo come le immagini di un film in televisione le tue fantasie. Ce le ho davanti agli occhi. Sei solo un porco pervertito. Magari hai anche bisogno di un po’ di roba per farlo. Potrei anche dartela. E’ solo che hai detto la parola sbagliata. Ma chi sono io per giudicarti? Tutti hanno i loro vizi. I loro sogni. Le loro preferenze. I loro capricci. Sbrighiamoci. Perché mi guardi così? Non sono abbastanza bambina da non sapere. Va bene. Te la sei voluta. Ma sai almeno chi sono”?
Chi sei”?
Giro giro tondo, casca il mondo… Ti aspettavo. Mamma dice che sono una principessa. Sono la principessa del buio. La puntura che hai sentito nel palmo non era una stupida zanzara. Non è nemmeno la stagione. Dovevi accorgertene. Non si dovrebbe mai essere così distratti. Sì! era benzodiazepine; o qualcosa del genere. Potrai sognare di farlo e di farmi tutto quello che vuoi mentre piombi davvero nel mondo dei sogni da cui non potrai risvegliati più. Scusami, è meglio lasciarsi andare. Cercare di resistere, ribellarsi, non farà che aumentare il tuo dolore”.
Lui bofonchiò “Io ti”… mentre si afflosciava al suolo. Ai piedi di quella piccola bambina. Forse più piccola della sua età. Lei gli si chinò sopra e appoggiò le sue labbra su quelle dell’uomo. Le ginocchia per terra senza il timore di sporcare le calze bianche. Se mai qualcuno, sfortunatamente, fosse passato in quel momento avrebbe avuto, con incredibile sorpresa, la convinzione che lei lo stesse baciando. Gli occhi divennero di brace. Lentamente gli aspirò la vita. Pian piano lui si svuotava come una camera d’aria. Succhiò tutto di lui e alla fine, sulla strada, rimasero i suoi abiti e poco più. Solo a quel punto, dopo essere certa del risultato, si rialzò per riprendere il suo cammino. Nella notte si lasciò sfuggire solo: “Peccato”.

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nonna-nipote-neonatoQuaranta due anni. Forse era presto. Non lo piaceva che glielo ricordassero. Era diventata nonna. Se glielo avessero chiesto non era pronta.
Susanna. Sei mesi. Un batufolo di tenerezza. Quando non frignava. Quando lo faceva, di strillare, era insopportabile. Sembrava non volere finirla mai. Per quanto la si dondolasse. Le si parlasse. Le si accarezzasse il pancino. Aveva provato anche con la tisana. Persino sciogliendo due pasticche sedative. Niente da fare. Era stata tentata di afferrare un cuscino.
Quella sera, quella sera maledetta, avevano deciso di andare al cinema; Claudio e Anna. Gliela avevano lasciata; Susanna. Senza nemmeno prendersi la briga di chiederglielo. Come se per lei fosse un dovere. Come se fare la nonna fosse un obbligo. E la piccola peste si era messa subito a sbraitare. Ogni attenzione sembrava vana. Pareva che sapesse che c’era solo lei. Di essere stata abbandonata da papà e mamma. Si disse di portare pazienza. Di sopportare. Cominciò a girare per le stanze. Non sapeva più cosa fare per calmarla. E la cena si era bruciata sul fuoco.
Fu così che, venendo pian piano meno la pazienza, prese un coltello e le tagliò la gola. Aveva le idee annebbiate. Non voleva più pensare. Quanto sangue poteva contenere una cosa tanto piccola. Ne succhiò un po’. Era dissetante. Aveva un sapore… buono. Il resto lo raccolse in alcune bottiglie, aveva intenzione di conservarlo. Del resto fece piccoli pezzi che ripose nella ghiacciaia. Tranne le guance che le servirono per quella cena che era andata in fumo. A lei bastava poco. Erano ormai le undici. Pulì tutto prima che tornassero. Poi ruppe una finestra. Rovesciò la poltrona. Un paio di soprammobili, compreso quel vaso da fiori che le piaceva tanto (con rammarico ne guardò i frammenti sparsi per il salotto). Sbatté per terra un paio di quadri. Sprimacciò i cuscini. Guardò il risultato di tutta quella sua laboriosità. Poteva andare, era stata brava, e chiamò i carabinieri.
Genitori e carabinieri arrivarono quasi insieme, come si fossero dati appuntamento. Si giustificò che stava guardando la televisione, però la bambina era buona. Si era addormentata subito. E anche lei aveva preso il sonno. Un sonno pesante. E poi quello era mascherato. Perché si trattava certamente di un uomo. E’ solo che le bugie hanno le gambe corte, proprio come le sue, e lo doveva sapere. La spiegazione di un rapimento perse presto di credibilità, di veridicità. E quelli, i maledetti carabinieri, presero a rovistare da per tutto. Mentre papà e mamma, che avevano lasciata da sola la loro bambina, si impegnavano ad interpretare nel modo più credibile possibile la disperazione. Basterebbe essere previdenti e pensarci prima alle cose.
Alla fine aprirono quella ghiacciaia. Cercò di inventare delle altre storie, su due piedi, ma quelli, i soliti carabinieri, sembravano non credere a niente. Nessuna giustificazione gli bastava. Fu così che fu tratta in arresto. Pensava si dicesse così. Non ne era certa. Era la prima volta. Fu tradotta in caserma. Chiusa in una stanza piccola e angusta. Una vera cella. Messa davanti al magistrato non le restò che ammettere la verità: «Dicevano tutti: Guarda com’è bella. Sarebbe da mangiare”». A lei non sembrava nemmeno così bella.

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