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Posts Tagged ‘Horror’

nonna-nipote-neonatoQuaranta due anni. Forse era presto. Non lo piaceva che glielo ricordassero. Era diventata nonna. Se glielo avessero chiesto non era pronta.
Susanna. Sei mesi. Un batufolo di tenerezza. Quando non frignava. Quando lo faceva, di strillare, era insopportabile. Sembrava non volere finirla mai. Per quanto la si dondolasse. Le si parlasse. Le si accarezzasse il pancino. Aveva provato anche con la tisana. Persino sciogliendo due pasticche sedative. Niente da fare. Era stata tentata di afferrare un cuscino.
Quella sera, quella sera maledetta, avevano deciso di andare al cinema; Claudio e Anna. Gliela avevano lasciata; Susanna. Senza nemmeno prendersi la briga di chiederglielo. Come se per lei fosse un dovere. Come se fare la nonna fosse un obbligo. E la piccola peste si era messa subito a sbraitare. Ogni attenzione sembrava vana. Pareva che sapesse che c’era solo lei. Di essere stata abbandonata da papà e mamma. Si disse di portare pazienza. Di sopportare. Cominciò a girare per le stanze. Non sapeva più cosa fare per calmarla. E la cena si era bruciata sul fuoco.
Fu così che, venendo pian piano meno la pazienza, prese un coltello e le tagliò la gola. Aveva le idee annebbiate. Non voleva più pensare. Quanto sangue poteva contenere una cosa tanto piccola. Ne succhiò un po’. Era dissetante. Aveva un sapore… buono. Il resto lo raccolse in alcune bottiglie, aveva intenzione di conservarlo. Del resto fece piccoli pezzi che ripose nella ghiacciaia. Tranne le guance che le servirono per quella cena che era andata in fumo. A lei bastava poco. Erano ormai le undici. Pulì tutto prima che tornassero. Poi ruppe una finestra. Rovesciò la poltrona. Un paio di soprammobili, compreso quel vaso da fiori che le piaceva tanto (con rammarico ne guardò i frammenti sparsi per il salotto). Sbatté per terra un paio di quadri. Sprimacciò i cuscini. Guardò il risultato di tutta quella sua laboriosità. Poteva andare, era stata brava, e chiamò i carabinieri.
Genitori e carabinieri arrivarono quasi insieme, come si fossero dati appuntamento. Si giustificò che stava guardando la televisione, però la bambina era buona. Si era addormentata subito. E anche lei aveva preso il sonno. Un sonno pesante. E poi quello era mascherato. Perché si trattava certamente di un uomo. E’ solo che le bugie hanno le gambe corte, proprio come le sue, e lo doveva sapere. La spiegazione di un rapimento perse presto di credibilità, di veridicità. E quelli, i maledetti carabinieri, presero a rovistare da per tutto. Mentre papà e mamma, che avevano lasciata da sola la loro bambina, si impegnavano ad interpretare nel modo più credibile possibile la disperazione. Basterebbe essere previdenti e pensarci prima alle cose.
Alla fine aprirono quella ghiacciaia. Cercò di inventare delle altre storie, su due piedi, ma quelli, i soliti carabinieri, sembravano non credere a niente. Nessuna giustificazione gli bastava. Fu così che fu tratta in arresto. Pensava si dicesse così. Non ne era certa. Era la prima volta. Fu tradotta in caserma. Chiusa in una stanza piccola e angusta. Una vera cella. Messa davanti al magistrato non le restò che ammettere la verità: «Dicevano tutti: Guarda com’è bella. Sarebbe da mangiare”». A lei non sembrava nemmeno così bella.

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inquisition_001Troppe volte la storia racconta le sue storie. Non è sempre bene crederci. A Salem non hanno mai bruciato una strega. Nella nostra contea preferiamo fare da noi. Non c’è altro modo per liberarsi di satana. Ogni male ha il suo rimedio. E le carte parlavano chiaro. E abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare. Nel massimo rispetto della legge, e con la massima scrupolosità. Prima che quell’epidemia si diffondesse anche da noi.
Si era fatta notare a cucinare funghi che per qualsiasi essere normale sarebbero stati tossici quando non mortali. O a cantare alla luna piena strane filastrocche che solo le più vecchie credevano, a malapena, di ricordare.
In molti l’avevano vista dimenarsi per terra con la lingua fuori e gli occhi rovesciati. Cercare di strapparsi le vesti di dosso. Emettendo versi più simili a quelli di un maiale che viene scannato. Alcuni avevano osservato come aveva gambe lunghe. Altri erano stati più stregati dalle sue mammelle turgide che erano proprio come quelle di una donna che dovrebbe allattare il suo bambino. A questo punto non tutti erano concordi ma a volte la verità ha più di una faccia. E persino io non ero rimasto immune dalla sua avvenenza quando si era presentata davanti a noi, in tribunale.
La prima a dar voce al sospetto che già alleggiava nell’aria era stata Katrin, una donna timorata di Dio, sempre presente alle funzioni religiose. Katrin affermava sicura di averla vista parlare con le galline, e che aveva rubato il senno e il sonno del suo uomo. Lui, il marito, sentito, a testa bassa, non aveva voluto aggiungere nulla alle affermazioni della moglie. Si era chiuso in un silenzioso riserbo aggiungendo solo che lui non ne sapeva di quelle cose lì.
Come non cominciare a inquietarsi? Subito dopo si era presentata Elisabeth la quale aveva dichiarato che frequentava troppi uomini. Era stata pregata di limitarsi e non elencarli per nome. Lei, l’imputata, ne aveva riso affermando, senza rispetto né della testimone né della corte, che di Elisabeth puzzava anche il fiato. Non sembrava del tutto consapevole della gravità delle accuse che le venivano mosse.
Anthony aveva dichiarato che lei amava l’amore e che in quei momenti sembrava avere il diavolo in corpo. Appunto; e sotto giuramento. Non per essere stato presente ma per averlo sentito dire. E che qualche volta lo faceva anche chiedendo in cambio un piccolo tornaconto. Sempre riferendo voci che gli erano giunte alle orecchie, all’osteria. Lei, l’accusata, ne aveva riso e aveva risposto che con quello sfigato foruncoloso non sarebbe andata nemmeno al ballo della fiera.
Poi era stato Noam a presentarsi spontaneamente svelando che l’aveva vista spogliarsi mentre guardava casualmente da dietro una finestra, senza essere visto e senza che lei provasse alcun pudore. Secondo il testimone lei era una donna strana. E persino non disdegnava un buon bicchiere di vino, senza cercare di nascondere quel suo vizio. Erano state proprio queste le sue parole. Lei, l’incriminata, non aveva nemmeno risposto; sembrava divertita.
Tobia, sebbene straniero, aveva voluto dire la sua giurando sulla sacra bibbia che era troppo ben nutrita per frequentare così poco il suo negozio. Che la trovava bisbetica, poco incline a confidarsi e alquanto altezzosa; anche se lui si era sempre mostrato più che gentile con lei. Gli dispiaceva solo, a suo dire, ma la rea aveva negato, perché gli aveva lasciato un conticino ancora da pagare.
E poi c’era la deposizione di Sarah a cui era sparito il figlio, ancora in fasce, che non era più stato ritrovato. Sarah aveva anche insistito che fosse messo agli atti che quel figlio senza padre non poteva che essere lui stesso figlio del male. Giurava di non essere mai entrata in contatto con il peccato, almeno non in modo consapevole. E Sarah era giovane e bella, e sana; anche se non troppo sveglia. Come non crederle anche se spesso i suoi gesti e il suo vestire non erano del tutto rispettosi di quel minimo di decoro e di decenza che si richiederebbe in una piccola comunità come la nostra.
In molti avevano sostenuto di averla vista accoppiarsi con altri uomini. Spesso a uomini diversi. Persino farlo da sola. Altrettanti avevano testimoniato di averla osservata, senza essere notati, girare nel bosco, a piedi scalzi, di notte, come fosse in trance. E di avere, in quelle occasioni, sentito gridare il gufo. Qualcuno diceva invece che si trattava di una civetta.
Certo si erano levate anche alcune voci, tutte maschili, in sua difesa; ma poche e sempre più indecise e flebili. Ma Joan alla fine, dopo molte insistenze, non senza qualche incoraggiamento, ma senza troppa violenza, mostrò le cicatrici che lei aveva guarito con un impacco di strane erbe.
Le streghe nel fuoco solitamente alle prime vampe bestemmiano con voce roca il nome di dio. Invocano il maligno. Vanno in escandescenza. Sbraitano accuse incomprensibili. Cercano di liberarsi delle corde. Giurano vendetta. Quando non volano via, almeno nella loro anima terrena, di tra le fiamme, a cavallo di una scopa.
Invece lei era morta come muore ogni donna, e ogni essere umano. Gridando nelle fiamme con la sua voce rotta in un tanfo di carne arrostita. In me ora sorge il dubbio che lei non fosse una vera strega, o la moglie del maledetto. Se ciò dovesse essere vero vorrebbe anche dire che dobbiamo ricominciare tutto daccapo e ricercare le vere streghe.

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ows_1418325560122851Quand’ero piccola mamma mi raccomandava sempre di non parlare con gli sconosciuti. Naturalmente non dovevo accettare caramelle. E che se vedevo l’uomo nero dovevo starne alla lontana. Nelle sue parole e nella mia innocente fantasia quell’uomo nero era quasi un gigante con un enorme sacco sulle spalle. Il sacco dove lui ficcava i bambini cattivi che aveva rapito e che i genitori non avrebbero visto mai più.
Io non sono mai stata una bambina cattiva. Sono sempre stata giudiziosa ed educata. Le ho sempre dato retta. Ho sempre santificato le feste. L’aiutavo persino nelle sue piccole faccende, come potevo. Così col tempo cominciai a scordare le sue parole o almeno quella paura si trasformò in timore e il timore divenne via via sempre più flebile. Almeno fino a quel maledetto giorno.
Lo vidi avvicinarsi fin da lontano. Era veramente un omaccione, ma non diedi peso alle parole della mamma. E poi non era per niente nero. Era un uomo come tanti, come tutti e forse nemmeno immigrato; solo un po’ più grande e grosso. E io ero ormai cresciuta. A scuola andavo bene. Sapevo i verbi a filastrocca. A dieci anni ci si può credere adulti o quasi. Così lo lasciai avvicinare e solo quando mi fu accanto notai l’enorme sacco sulle sue spalle. Eppure non ebbi che un briciolo di diffidenza; e solo allora.
Mi chiese: “Dove vai, bella bambina?”
Gli risposi, guardandomi intorno, solo che stavo andando a casa dalla scuola, anche se era una piccola bugia. E intorno la strada era deserta. Ero diventata diffidente, questo sì. Si offrì di accompagnarmi, ma ancor prima che accettassi, o potessi dargli la benché minima risposta, la sua enorme mano (e aveva delle mani veramente enormi) calò sulla mia testa. Mi sollevò senza apparente fatica e mi buttò nel sacco. Solo allora capii quanto aveva avuto ragione mia mamma, anche se il suo ammonimento non era stato del tutto preciso.
Mi ritrovai gambe con gambe, braccia ingarbugliate ad altre braccia, in un groviglio buio di arti di bambini. E subito ne nacque un vociare d’infantili “chi sei?” e “come ti chiami?” e “mi fai caldo.” E “fatti più in là!” a cui non sapevo rispondere, né avrei avuto il tempo di farlo tanto era eccitato e rapido quel turbinio di voci. Era un’unica grande confusione. E già io ero un bel po’ confusa. Confusa e sballottata dal passo sicuro dell’uomo che sosteneva il sacco. In più ero certa che qualcuno si doveva esser fatto la pipì addosso; lì dentro regnava un odore nauseabondo di iuta, di piscia, di sudore e di paura.
Mi costrinsi a non piangere, anche se ne avevo una gran voglia, né a gridare. Passò del tempo, non so dire quanto, ma mi sembrò molto, e continuavo a essere sbatacchiata come tutti quegli altri bambini che non conoscevo e che nel buio non potevo riconoscere. Uno disse di chiamarsi Aldo. Mi sembrava il più calmo e intraprendente. Ero ormai preda di una stana e curiosa e intimorita curiosità quando mi resi conto che l’uomo aveva appoggiato il sacco per terra; e senza nemmeno molta cautela. Fu allora che lui mi tirò fuori dal sacco e mi ritrovai davanti alla mamma. Lui le intimò mi mangiarmi, doveva farlo e subito dinanzi a lui poiché avevo detto una bugia. La mamma sghignazzò, e fu solo allora che provai il panico e un urlo mi salì spontaneo in gola senza che potessi ricacciarlo indietro.
Fu quel gridò a farmi risvegliare repentinamente, tremante e tutta sudata. Accesi subito la luce, ma non mi calmò. La mamma era davanti a me, sghignazzava con le labbra spalancate e aveva degli occhi sgranati proprio strani. Sembrava avida. Le sue mani enormi e secche mi si protendevano contro con le unghie lunghissime come artigli. Balzarle alla gola fu un solo unico gesto spontaneo senza nemmeno il tempo di pensarci. Restare orfana non è mai una gran bella cosa. E poi i medici mi chiedono tutti quegli inutili perché a cui non so rispondere che tanto non mi crederebbero. La mamma è sempre la mamma, ed è buona anche prima dell’ora della colazione.

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