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Posts Tagged ‘Il postino suona sempre due volte’

Gialli2. Se il delitto perfetto, come s’è dimostrato, esiste, infatti per la disgrazia della terrazza non fu nemmeno avviata un’indagine, è altrettanto vero che il caso a volte ci mette lingua, ma anche questo era stato detto. Forse è il secondo crimine quello che più avrebbe bisogno di attenzione, calma e cura. Quando le cose diventano ripetute aumenta il rischio che vengano risapute. In realtà a lei non si poteva addossare nessuna colpa per un incidente che era stato e rimaneva puramente un incidente, anche se i soldi dei fitti non se li beveva adesso tutti il defunto che l’aveva resa vedova. L’estate c’è tutti gli anni. Quelle luminarie per la festa del patrono le avevano sempre messe. Che lui beveva lo sapevano tutti. La scala era sicura ed in buone mani. Se si era rovesciata era solo perché quelle mani, che non erano le sue, s’erano distratte. E se lei aveva detto “spingi!” era stato solo per un attimo di debolezza, voleva solo sentire l’effetto che lei faceva su quell’uomo. E lui aveva tolto le mani. Non essendoci nessun contratto lui non aveva mai occupato quel letto. E tutti potevano continuare a vivere in pace. Tutti tranne naturalmente il suo ex coniuge.
I protagonisti della questa vicenda, tanto vale ricordarlo, sono lui, che nel precedente capitolo era l’altro ma visto che non c’era più l’altro era solo lui, lei e l’altro, un nuovo altro e la bassa padania. Un po’ di attenzione eviterà al protagonista di fare confusione. Ricordiamo che non si possono nominare i protagonisti cioè dire che lui altri non è che Gino, che si fa chiamare anche Franco e, per vezzo americanofilo, pure Frank, lei è sempre Giovanna detta anche Cora, gran bella donna, Giuseppe Pappadakis è il morto e pertanto non verrà più ricordato, e l’altro, quello nuovo, altri non è che l’altro. D’altro canto per quell’appartamento in affitto a letto si succedono tante persone che farebbe confusione e sarebbe vano ricordarli tutti. Tutto questo per pure ragioni di riservatezza e per evitare spiacevoli querele. La storia potrebbe sembrare un libro o anche un film, e in un certo senso lo è stata, ma come ogni storia poi se ne va per la sua strada e i protagonisti non sono che il pretesto per raccontare il fatto. E in questo casi i fatti sono fatti delittuosi.
Per un po’ lei e lui non si erano visti e le ore passavano monotone. Poi lei aveva incontrato lui, cioè l’altro, che potremmo anche chiamare lo spagnolo ma che non lo faremo per prudenza e tutela, nel modo più banale. Gliel’aveva presentato un’amica, ora ex amica, come il proprio fidanzato. Non era vero che erano fidanzati o almeno lui non lo sapeva o non era molto d’accordo, e comunque non lo erano ufficialmente. Anche lui aveva avuto bisogno di una stanza e gli aveva dato la più bella, cioè aveva dato a lui, cioè l’altro, la stanza che allora aveva dato a lui e che era rimasta libera da quando se n’era andato a Sottomarina senza poi fare ritorno. Non se n’era scordata completamente, di lui, ma col tempo le cose cambiano, e il ricordo si faceva sempre più lontano. E poi anche l’abitudine è una gran brutta compagnia. Comunque lui era lontano e l’altro, che non era nemmeno spagnolo ma qualcuno s’era fissato di chiamarlo così forse per l’abbronzatura e i tratti somatici, era lì tutti i santi giorni che con la scusa dello studio usciva anche poco. Lui, cioè l’altro, in verità sembrava più un messicano ma questo certo poco importa al lettore. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
Se ne stava lì ad ascoltar la pioggia, per così dire l’una tra le braccia dell’altro, e a farsi raccontare una storia di viaggi, che le sembrava piuttosto inverosimile, ma che lui, cioè l’altro, la giurava, e se la stavano fumando cioè si passavano la canna mentre si scambiavano parole, opinioni e, diciamo così, coccole, quando senza preavviso lui tornò. Fortuna volle che fossero nella stanzetta dell’altro e non nel suo letto matrimoniale altrimenti chi l’avrebbe sentito. Lei un marito ce l’aveva già avuto e la cosa non le era piaciuta. Non aveva nessuna voglia, almeno quella, di ripeterla quell’esperienza. Quando aveva sentito in campanello non avrebbe certo potuto immaginare chi poteva essere. Si alzò. Si mise addosso la prima cosa che trovò ed andò ad aprirgli. Se lo trovò di fronte con gli occhi arrossati e tutto bagnato. La macchina s’era rotta durante la strada e aveva dovuto lasciarla da un meccanico. Lei pensò che quando uno se la porta dietro, la sfiga, meglio sarebbe stargli alla lontana. Gli sorrise, ma cercò di trattenere quel suo solito sorriso e di esprimere un sorriso per così dire… più pacato, e lo fece entrare. Non poteva certo lasciarlo sulla porta o fingere di non riconoscerlo. In fondo erano stati buoni amici. E poi era rimasta vuota la parte del letto del defunto, e lui se lo ricordava. Forse era arrivato sotto la pioggia per quello. Come se il posto gli spettasse e senza pagare una lira. Ma come avrebbe giustificato il fatto di dirgli che non aveva posto se lui sapeva che almeno quello, e soprattutto quello, c’era?
A volte si chiederebbe alle donne di avere un coraggio che nemmeno gli uomini hanno. Così lo fece accomodare, ma per prima cosa lui aveva bisogno di mangiare e di farsi una doccia e poi di cambiarsi. La confuse quell’ordine e come l’aveva messo in fila lui. Ricompose l’ordine nella sua testa: aveva fame, e c’era qualcosa anche se poco che lei gli poteva offrire, solo che gli sembrava che già campasse pretese. Poi certamente aveva bisogno di una doccia poiché si sentiva senza il bisogno di avvicinarsi troppo. Infine dopo, ma solo dopo, aveva bisogno di vestirsi. Era lì in piedi immobile senza valigia. Lei sperava che gli andasse qualcosa del suo defunto marito, anche se non è che il defunto avesse particolare gusto nel vestirsi, ma non si può pretendere tutto, la pancia piena e la moglie serva. Mangiare a sbaffo e dormire in compagnia. Cavolo! Mentre lui era sotto la doccia corse e lo avvertì, l’altro, facendo tutto con una fretta da toglierle il fiato. Proprio come una ladra. Per adesso gli aveva raccontato, all’altro, che era suo fratello, tornato dall’Australia, come le era venuta quella scusa? e che non voleva sapesse di loro. Magari gli avrebbe spiegato meglio in seguito e con più tempo. Certo che si vedeva la vita complicarsi e trasformare la noia in una corsa sfrenata e senza fiato. Non la preoccupava tanto quel farsi in due ma il per chi? che le sembrava irragionevole. Non poter essere sincera e doversi inventare sempre frottole nuove e correre dietro ai ghiribizzi di due. Non aveva voluto bambini anche per quelli che con quelli c’è da venir matta. Ma sapeva che in qualche modo e con qualche storia ce l’avrebbe fatta.
Appena aveva avuto il tempo per riordinare le idee s’era inventata di raccontare che l’altro era uno studente che non era troppo intelligente e lei, purtroppo, doveva aiutarlo negli studi; e tutto allo stesso prezzo del letto. A l’altro aveva raccontato che lui non era proprio suo fratello ma un cugino, e anche alla lontana, che si era messo delle strane idee in testa su di lei, ma lei niente; se l’era, come si dice, fatta e detta, solo che aveva contratto lì, in Guinea, una malattia strana e aveva bisogno delle sue attenzioni e delle sue cure. La spaventava il pensiero di dover lavare le mutande di tutt’e due. E non sapeva decidersi se averne due, ma non assieme, era una fortuna o poteva trasformarsi in una specie di lavoro. Con molta oculatezza e enormi sacrifici, ma anche con l’aiuto dell’oste e del bancario, che l’avevano presa in simpatia, aveva acquistato un altro appartamento. Non aveva ancora finito di sistemarlo ma lui, intanto avrebbe potuto mandarlo lì. Così non l’avrebbe avuta sempre sotto gli occhi. Ma anche questo non avrebbe saputo come dirglielo. Quello pensava di sistemarsi proprio dentro casa sua magari senza un minimo di pensione. Capiva che non ce l’avrebbe fatta per molto. Non poteva continuare così. Tra l’altro l’altro era pure vegetariano e già non poteva cucinare mattina, mezzodì e cena per due, figurarsi cucinare per due e due pasti differenti. A sé non pensava, lei era una che si adattava, e mangiava quello che trovava.
Certo che bastava guardarla per capire cosa un uomo poteva fare per lei, anche se lei non era certo una che chiedeva. Era comunque curiosa di vedere la nuova collezione di biancheria intima. Lui diceva di averla dovuta lasciare in macchina. Lei sperava che non se la fosse persa, che non si fosse fatto licenziare o che non se la fosse fatta sequestrare. Non lo sentiva mai parlare di lavoro né lo vedeva uscire; restava sempre lì, tra i piedi. Almeno l’altro era divertente, anche se come studente era molto improbabile, o almeno dopo i primi tiri tutte le sembrava più divertente. Lei non l’aveva mai provata né ci aveva mai pensato, colpa di quei paesini, tutti uno sputo come quello, che sono tutti di idee ristrette, e sembrano vere e proprio prigioni. Non ci sono sbarre, è vero, ma ci sono lingue, e poi gli zotici sono zotici, quando tornano dai campi non hanno altri interessi. Magari una botta e via. Magari dopo essersi ubriacati. Ne era certa che anche senza nessuna sensibilità ne preoccupazione per il piacere della donna. E quelle si lagnavano e poi erano le prime a giudicare e a lavare i panni delle altre. Umanità perduta e anche scordata. Appena avesse avuto in tasta la possibilità lei se ne sarebbe andata da quel buco del culo del mondo. Non era nata per andare a raccogliere pomodori, e zucchine. E poi a lei la stoffa ruvida le irritava la pelle. Pensò che però anche il detersivo le rovinava le mani, e tornò ad aver terrore di dover lavare le mutande per due.
Certo che lui era diventato anche possessivo. Una vera Ossessione. Lei non gli aveva chiesto con chi era stato quei mesi a Sottomarina. Non lo voleva sapere, lei. Non se la doveva essere passata troppo bene. Il vestito con cui era tornato era da buttare. Aveva accennato qualcosa, sugli affari che non andavano bene e sui negozi che chiudevano. Le solite cose da uomini, che alla prima difficoltà vanno in panico e in confusione. Come bambini. In verità l’uomo resta sempre un eterno bambino. Le aveva solo detto, ma questo una vera infinità di volte, che era stata dura senza di lei. Che non faceva che pensarla e il tempo non passava mai. Ma mille volte aveva preso in mano il telefono per chiamarla ma che poi aveva messo giù. Sapeva che non doveva chiamare ma non riusciva a fare senza, almeno della sua voce. E le aveva anche detto, altrettante volte, che non riusciva a scordare. Che continuava a vederlo cadere all’infinito. Che non trovava pace. Neanche di notte. Che non riusciva a vivere con quel rimorso. E gliele diceva, tutte quelle cose, stando nel suo letto; nella parte del morto. Ma non le aveva mai spiegato chiaro e tondo che rimorso. Certo che gli uomini le sanno raccontare bene, le balle. Pur di infilarsi tra le gambe di una brava donna.
Forse aveva provato simpatia, per lui, e forse anche tenerezza. Doveva aver sbagliato perché per lei era un amico, un vero amico, ma ora stava rovinando tutto. Forse non si era spiegata. A lei piaceva la vita tranquilla ma a tutto c’è un limite. Lui avrebbe voluto il caffè a letto. Che se ne stesse lì a perder tempo, a farlo sentire importante. A chiamarlo caro. Mica era il marito, che di quello ce n’aveva già avuto uno, e le era bastato. Anzi uno e uno di troppo. E ora le sembravano uno la copia carbone dell’altro. Uguali come due gocce d’acqua. E anche questo aveva preso amore per il vino. Non come l’altro, cioè il suo ex consorte, certo che no! anche perché lui non lo reggeva per niente l’alcol. E si sentiva male subito. E poi lei doveva fare da crocerossina. E lei non si vedeva proprio a star dietro ad un malato, soprattutto quando uno il male se lo vuole. Non aveva l’aspirazione per il sacrificio e il martirio; lei. Per star lì a sostenergli la fronte. Lei la pensava così: la compagnia è bella finché non puzza, cioè le storie sono belle finché durano. E la loro era durata fin troppo. Era andata in scadenza; anzi… da consumarsi entro… anzi era scaduta. Trovava che quel consumarsi fosse un brutto termine. Il marito consuma, una sola volta, la prima. Quella notte. Cercava di ricordarsi se c’era stato qualcosa di speciale. A parte il letto che cigolava.
Quel giorno, quello del matrimonio, sarebbe stato da raccontare, ma non centrerebbe nulla con i fatti; forse un giorno qualcuno lo farà. Era stato tutto una delusione. La prima notte di nozze non era stata diversa da tante altre. E prima il pranzo che non finiva mai e che era costato una vera fortuna. Per dar da mangiare a quei quattro bifolchi dei suoi parenti. Lui che era già ubriaco e rideva sguaiato con gli amici. Lei in bianco a star attenta a non macchiare il vestito che alla fine lo aveva macchiato. Tutte quelle risate piene di sottintesi come se: vedrai che sorpresa. Come se stesse sposando un uomo con la coda. Un uomo con la coda davanti; ma cosa finiva per pensare? Che se lei avesse aspettato lui, lui che le avrebbe insegnato a volare. No! che non aveva imparato a volare. Russava ancor prima di cominciare. Bella festa. E aveva tutto il sugo colato sul colletto e sulla cravatta. Sul mozzicone, anche quello, di cravatta. E alla fine? E alla fine il rospo che non si era mai trasformato in principe. E nemmeno in farfalla. Era lui che avrebbe dovuto imparare a volare. Che lei glielo aveva chiesto: “Non vorrai mica mettere le luminarie al poggiolo”? Non aveva mai avuto fortuna con gli uomini.
Quella sera non aveva nulla di speciale e lei non sapeva perché avesse scelto proprio quella sera. Forse perché di sabato gli uomini si fermano più volentieri in compagnia e stanno meno a contare il goccio. E poi avevano la mesata in saccoccia. Ma quella sera o un’altra faceva poca differenza. L’importante era che: o uno o l’altro, o meglio ancora, a quel punto, nessuno. Lei sapeva bastare per sé. E avrebbe anche avuto bisogno di liberare quella cameretta. Stavolta però all’altro spiegò le cose bene e per filo e per segno, meglio pensarci prima che trovarsi nei pasticci dopo. L’altro, che non era nemmeno spagnolo, non è che possedesse il coraggio di un leone ma alla fine si fece convinto. Convinto di una decisione che era tutta sua. Ed era vero che non brillava certo per intelligenza e perspicacia. Era come parlare con uno che conosce approssimativamente la tua lingua. Bisognava dirgli le cose dalle due volte in su. Poi al dunque, quando c’era da prendere una decisione, era una vera nullità. La vita della donna era stata sempre costellata da incontri simili. Quando uscì dalla porta lei cominciò a stare in pena per lui, cioè l’altro. Eppure anche lui, cioè l’altro, era tanto sprovveduto ma quand’era il momento ne sapeva ben trovarne di pretesti, di scuse, ne sapeva raccontare di ciance, in questo caso la sapeva lunga, per cercare di toglierle le mutandine.
Ma bisogna dire che lui aveva fatto, almeno per un volta, le cose per bene; come lei gli aveva consigliato. Sembravano proprio due amiconi di vecchia data. E’ pur vero che un bicchiere tira l’altro e che il vino affratella. Così all’osteria l’aveva fatto bere e bere e bere, non stancandosi mai di alzare il fiasco. Rosso, le hanno poi riferito, ma da quelle parti per il bianco non c’era mai stata gran simpatia. Ed è altrettanto vero che il vino veritas, cioè ti fa dire anche quello che non vorresti, cioè che Bertoldo bevendo si confessa. E quello, cioè lui, aveva la lingua lunga, anche troppo lunga, soprattutto quando cominciava a bere. E tutti intorno li stavano a sentire, poiché ormai vociava, nonostante la bocca impastata, che c’era persino il maresciallo dei carabiniere intento in uno scopone. E lui, poco prima di finire sotto il tavolo, s’era messo a piangere da far pena, come un bambino, che aveva distratto anche quelli che giocavano la loro partita. Persino quelli alle macchinette, che uno ha vinto e quasi non se n’era accorto. Ma era stato solo un attimo. E alla fine l’altro gliel’aveva fatto dire e ripetere e lui, quasi con tempismo perfetto, appena il vincitore aveva raccolto la sua cascata di soldini, lo aveva detto a voce alta: “Sono stato io, io a buttarlo già dalla scala. Non è stata una disgrazia”.
La domenica dopo si era anche scordato delle pastarelle. Certo non si può lasciar fare niente agli uomini. Sono così… incapaci. Era stata fortunata, ma meglio non sfidarla un’altra volta la signora. Meglio era se si fosse arrangiata da sé. Odiava quelli che facevano le cose pressappoco, senza testa, approssimativamente e senza pazienza. L’avesse fatto lei non avrebbe lasciato al caso nemmeno il più piccolo dettaglio. Ma lei non si vedeva come criminale. Era incapace del male. E poi il delitto è sempre al maschile. Sono loro i bruti; i violenti. Loro che fin da piccoli fanno pratica con l’odio e la battaglia. Era convinta che il delitto perfetto esistesse ma lasciava agli uomini provarci. Lei amava il suo prossimo. Era incapace di pensare a far del male. Non aveva potuto esimersi dal dichiararsi quale parte lesa, dopo che l’avevano chiamata persino a deporre. Che aveva messo il suo iban sopra ogni letto e aveva la valigia già pronta. Perché a quarant’anni, che non aveva ancora quarant’anni, lei, si può anche ricominciare. Ché lei si sentiva già la signora Moroni. Quello sì era un vero signore. Anche se un po’ avanti con l’età. Oltretutto il campionario non era stato neanche granché. E non c’era nemmeno un costume da bagno.

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GialliMa chi ha detto che il delitto perfetto non esiste? Potremmo definire perfetti tutti i crimini insoluti. Sarebbe banale. Qui ci proponiamo di escludere tutti i reati che non appartengono agli omicidi e tutte quelle uccisioni, naturalmente di esseri umani, che comportano colpa e che non hanno trovato colpevole solo per la pura incapacità degli organi inquirenti. Più semplicemente mostreremo come possa esistere il delitto perfetto presentando un unico caso a dimostrazione. Se vogliamo un caso nella sua semplicità banale. Siamo consapevoli che la fantasia dell’uomo può trovare, e lo ha ampiamente dimostrato, un’infinita varietà di soluzioni alla impunibilità del crimine. E’ anche una questione di intelligenza, e di pazienza, e di razionalità. Inversamente l’imperfezione del male, la sua corruttibilità e la sua condanna, è spesso solo dovuta a casualità, a quella che volgarmente viene etichettata sotto la definizione di sfiga.
1. La storia è una storia di provincia; di bassa padania. Potrebbe essere una storia come tante. Sarà il lettore a dividersi sulla sua originalità o sulla sua banalità. Ci affidiamo alla sua indulgenza. Un’ultima osservazione preliminare: Scusate se qui non verranno fatti nomi cioè se Giovanna[i], coniugata in Bragana detta anche Cora, verrà chiamata lei o la donna, se il povero e ignaro Giuseppe, che essendo greco di cognome farebbe Pappadakis, viene nominato come lui o il marito, e se infine Gino, Costa per completezza d’informazione, che si fa chiamare anche Franco, e per vezzo americanofilo, pure Frank verrà nominato come lui o l’altro. Se si è deciso di mantenere l’anonimato dei protagonisti è solo ed unicamente per ragioni di riservatezza, anche evidenti data la delicatezza delle confessioni che sono state raccolte.
Per essere esaustivi sulla vicenda dobbiamo dire che lei e lui abitavano in un appartamento in un appartamento al quarto piano di un grosso condominio. Che, per essere previdenti per il loro futuro, avevano acquistato da tre anni l’appartamento dirimpetto al loro che, debitamente restaurato, fittavano a studenti. Che lui era un personaggio incapace di tutto, noioso cioè inutile, e destinato eternamente al bicchiere; un vero ubriacone. Insomma di quelli che nemmeno al mattino gli puoi affidare nemmeno di sostituire una lampadina; credi ci siamo capiti. Con questo non vogliamo certo dare nessun giudizio morale né ridurre l’importanza dei fatti.
E infine che lei era una donna da non passare facilmente inosservata tranne che per i troppo distratti e quegli altri. Basta vedere la foto. Non che lei accogliesse sempre così i suoi ospiti, tutt’altro. In quell’occasione, quando era stata scattata l’istantanea, aveva voluto avere il parere da lui, cioè dall’altro, dal marito non aveva mai la minima soddisfazione, di come le stava il coordinato nuovo che aveva appena preso. E poi lui era anche un ottimo fotografo, e le chiacchiere sul suo conto erano solo chiacchiere prive di fondamento. Spesso frutto solo di spudorata invidia delle vicine. E poi chi ci vede la malizia è malizioso lui. Ma andiamo con ordine.
Il puro caso volle che quando arrivò avessero un posto letto che si era appena liberato. Si notava subito che non era uno studente seppure fuori corso. Lei ne aveva visti bene tanti e tanti studenti passare di lì e fermarsi anche solo per una notte. Gli studenti si distinguono subito e poi solitamente sono un po’ trasandati, almeno nel vestire, nel senso che non badano troppo all’eleganza. Gli studenti sono così giovani e anche inaffidabili. E poi non sono proprio capaci di mantenere un segreto. Lui era diverso e seppure fosse ancora giovane, lei gli diede una stima di una decina d’anni in meno di sé, era già un uomo. E per dirla tutta non lo trovava nemmeno del tutto male. Aveva una sua eleganza e una sua sicurezza, anche quest’ultima dote che solitamente gli studenti non portano con sé, almeno nei primi giorni. Era di passaggio. Una emergenza. E pioveva a dirotto. Era tutto fradicio. Il fiume era straripato e per la strada non era possibile passare.
Era un commesso viaggiatore: vendeva calze e mutande; sia uomo che donna. Naturalmente lei era più interessata alla donna ma non era ancora sua cliente. E poi lui non vendeva al dettaglio. Non era di quelli che vanno a suonare alle porte o, come certi irregolari, che fermano per strada. Lui vendeva direttamente ai negozi. In zona aveva parecchi clienti: Sotto chic, La mutanda assassina, Il desiderio della notte, ed altri di cui lei nemmeno aveva sentito parlare; ma era distante da casa. Tutte queste cose all’inizio naturalmente lei non le sapeva, sapeva solo che cercava un posto per dormire. Non portava la fede al dito anche se vuol dire poco e lei ne aveva esperienza. Gli disse: “Se si adatta”? Pensò che era meglio se pagava in anticipo. Per macchina aveva una vecchia automobile comoda e ancora in buono stato. Lui, cioè l’altro di cui stiamo parlando, in quel momento solo uno sconosciuto, si mostrò disponibile ad adattarsi: Cameretta, poco più di un letto, con uso bagno e cucina; ma alla cucina non era proprio interessato.
Lei si accorse immediatamente di come il nuovo affittuario, se così si poteva definire, le guardava il culo. Le donne sono abituate da sempre a scorgere certe attenzioni senza darsene a vedere; anche se questa è una osservazione poco rilevante ai fini della vicenda. Benché fosse gelosa del suo culo la cosa la trovò lusingata e un po’ curiosa. Per un attimo la sfiorò una strana idea in testa; ma fu solo un attimo di frivolezza. Naturalmente quell’inutile nullità del marito non si accorse di nulla; e quando mai. Era già ubriaco e come sempre quando c’era qualcosa da fare doveva vedersela tutta lei. Così accompagnò il nuovo pensionante, se così si poteva definire, nell’altro appartamento per fargli vedere la sistemazione per la notte. Forse fu tradita dal suo stesso sorriso che ma altrettanto di poca importanza è che, aveva appena infilato i soldi nel reggiseno, e si era appena piegata per sistemare il letto, che si sentì le mani di lui, cioè dell’altro, addosso. Ma nemmeno addosso con un gesto riguardoso e garbato; proprio addosso. Forse quel sorriso, a sua stessa insaputa, era un sorriso assassino. La cosa le diede del fastidio perché pensava che poteva avere anche un po’ più di garbo e di educazione, che perdio la porta era rimasta spalancata, e poi lei era una signora, ma portò pazienza perché non voleva essere scortese con il nuovo venuto. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
Lui, nel senso del marito, quella notte, se ricordava bene, aveva dormito il sonno rumoroso e profondo del ciucco. Il mattino, lui, cioè l’altro, si era levato presto ed era partito che il tempo si era messo al meglio. Lei l’aveva visto andare dalla porta con un cenno della mano che ancora non aveva avuto il tempo di mettersi in ordine. Così com’era, mezza vestita e mezza da vestire. I capelli spettinati e addosso aveva infilato approssimativamente la prima cosa che le era venuta in mano. Nemmeno il tempo di truccarsi ché il trucco era andato a quel paese. Nemmeno un istante per coprirsi le vergogne, cioè di provare la biancheria che lui, l’altro, le aveva gentilmente regalato. Aveva paura che qualcuno, quelle pettegole malelingue potesse vederla in che modo era stata costretta a uscire per quel fugate e candido saluto. Di storie di venditori d’intimo ce ne son tante e tutti le conoscono. Questa può apparire superficialmente una di quelle. Lei pensò che si era trattato di un… incontro fugace. Di quelle amicizie che durano poco, il tempo che faccia un nuovo mattino. Forse se ne sarebbe scordata anche il nome perché certo erano destinati, come quelle conoscenze, a non incontrarsi più. Due destini che vanno ognuno per la propria strada; ignari. E poi aveva anche altro per la testa: doveva prepararsi per uscire per la spesa, non poteva stare tutto il giorno così; e a pensarci.
Forse sì, forse no, non si sa se già allora lei fosse alla ricerca di un piano, di un alibi, di un idea. Forse aveva pensato a qualche studente restandone delusa giacché sono così giovani ed inaffidabili, nessuno lo può dire con esatta certezza. Non si può incatenare un idea, e forse era stata meno che un’idea ed era durata un attimo. E comunque intorno tutto tornò come prima, le solite faccende, le solite ore noiose, i soliti obblighi e le solite pettegole. E lei se ne sarebbe anche dimenticata così presa dal tutto dei suoi giorni, tra il far da cena e tutto il resto per lui, ovvero il marito, e star dietro alle spesso assurde richieste di tutti gli inquilini, cioè gli studenti. Tra lavare, stirare e sistemare. E’ sempre una vita grama per una donna. Si diceva che se ne sarebbe scordata se lui, cioè l’altro, non fosse tornato. Era estate e gli studenti erano via, chi in vacanza, chi dopo aver disdetto il contratto, uno s’era anche laureato, e i negozi non facevano acquisti, qualcuno era pure già chiuso. In paese non c’era ormai più quasi anima viva; pareva un cimitero, come odiava quel posto ai confini della civiltà. Si accorse subito che lui, l’altro, non era cambiato. Poteva scegliere e lei gli diede la stanza migliore; naturalmente non gli fece firmare nessun contratto, cosa servono tante carte per una cosa così stupida? Stavolta si sentì più tranquilla e decise che avrebbe potuto fargli credito e aspettare la fine del mese. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
La povera donna, come capita, la donna è un essere debole e delicato, succede, a poco a poco, con la frequentazione, si invaghì del suo inquilino. Lui aveva nei suoi confronti delle attenzioni che lui, il marito, non aveva più da tempo, se mai le aveva avute. Ed era tanto soddisfatto di vederle indossare tutto il suo campionario, naturalmente quello donna, che non volle un centesimo e anzi le promise che appena pronto le avrebbe fatto vedere anche il prossimo. C’erano un paio di cose che a lei erano subito piaciute. A dirla tutta anche qualche capo un po’ spinto, ma sotto nessuno vede, e quelli che possono vedere non potrebbero che essere soddisfatti. Ne volle indossare subito uno anche se doveva prima andare fin dal verduraio che le zucchine e le cipolle erano finite. E così i giorni seguivano ai giorni senza che nulla cambiasse né che quell’incapace del lui marito si accorgesse di nulla. Quasi quasi le faceva rabbia che fosse tanto babbeo anche perché era ancora un’altra dimostrazione che non la guardava punto; dell’attenzione che le prestava. Certo avrebbe avuto molte novità da raccontare ma non lo poteva fare, non le poteva raccontare e non c’era nessuna a cui confidarle. E poi ormai anche quelle novità stavano diventando abitudine. Per essere gentile qualche volta invitava anche lui, l’altro, a cena. A lui, al marito, potevano farglielo tranquillamente sotto il baso che non si sarebbe accorto di nulla. Lui beveva e beveva, mangiava, sbadigliava e alla fine ruttava.
La storia sta scappando di mano e da sola si sta dilungando. Per farla breve la sera della festa del patrono, anzi più che la sera la notte, lo pregò, il marito, di non mettere gli addobbi luminosi in poggiolo. Lei gliel’aveva detto anche al parroco che quest’anno non avrebbero messo le decorazioni, ma lui no! testardo. Viveva per dispetto. Soprattutto quand’era ubriaco; cioè sempre. Non volle darsi ragione. E così lei gli prese le luminarie e dovette portargli anche la scala. Lo pregò: “Più in alto, più in alto, così non si vede.” –e lui salì fin l’ultimo gradino della scala. Guardò intorno e la notte era nera come la notte. Non c’era anima viva. Quelli che non se n’erano andati dormivano della grossa, e si sentiva. Si offri di chiedere aiuto per quell’incapace del marito all’inquilino e andò a chiamarlo. Lui, l’inquilino, aveva in tasca il biglietto per Sottomarina, ma mica era partito. Maledetta quella volta: era tutto a nome del marito. Mentre lui, l’altro, teneva ferma la scala a le scivolò spontaneo di bocca quel sorriso che a lui, l’altro, piaceva tanto, che sembrava dirgli un sacco di cose che lei nemmeno aveva mai pensato. Cosa gli avrà mai detto quel sorriso lei non lo avrebbe mai saputo. A volte le cose è bene chiederle. Involontariamente gli si appoggiò addosso, a l’altro, e fece aderire tutto il proprio corpo a quello dell’uomo. Non è che fosse molto vestita, era un gran caldo, e quel poco era leggero come un soffio e gli soffiò nell’orecchio e le bastò ordinargli come una confidenza sussurrata “spingi!” che quello, l’altro, spinse.
Lui, il marito, cadde, cioè precipitò da quel quarto piano, perché è bene ricordare che abitavano al quarto piano, e prima ancora che avesse il tempo di un lamento era spiaccicato al suolo. Tra la porta del loro garage e quella di quell’antipatico del sesto piano. Lei si guardò torno ma nessuno, era naturale, si era lamentato nemmeno del sordo tonfo che aveva fatto quel corpo inanimato che sembrava uno straccio. Lui uscì e stavolta lo prese il pullman per Sottomarina, anche se in ritardo. Lei andò a dormire. Si sarebbe accorta il mattino dopo di quanto era successo a lui, al marito, e avrebbe chiamato la polizia sul luogo dell’incidente. Non dormì certo tranquilla perché a lei non piaceva dormire sola nemmeno d’estate. Non la infastidiva il caldo anche perché mandava l’aria condizionata. Per lei l’estate era come tutte le altre stagioni. Tutti i mesi erano uguali, come i giorni della settimana. Il mattino dopo non fu la prima perché fu svegliata dalle grida. Chiamò la polizia e l’ambulanza ché nessuno ci aveva pensato, anche se non ce n’era bisogno; della seconda telefonata.
Si mise qualcosa addosso. Si sistemò, Si controllò allo specchio, e forse questa non fu la cosa più furba di quel mattino. E andò ad aprire la porta ai tutori dell’ordine che giunsero per primi. Fece un ampio sbadiglio con gli occhi ancora assonnati. Vicino al corpo c’erano le lampadine, nella caduta non se n’erano salvate più che un paio. E c’era una gran macchia di sangue, ma lei avrebbe pensato di più, anche con tutto quel vino che dal corpo mandava un puzzo di botti marcite. Probabilmente a causa di tutte quelle domande avrebbe dovuto saltare il pranzo, ma lei non se ne diede pena: a mezzodì le era sempre bastato poco, soprattutto quando fuori era quel gran caldo. E poi doveva cominciare a stare attenta al peso; la spiaggia non permette distrazioni. Forse non tutto era stato perfetto ma poteva contare anche sulla complicità dell’incapacità della nostra polizia. Che pare che il r.i.s. lo chiamino solo quando c’è da andare in prima serata alla televisione.


[i] Per i nomi sono stati utilizzati impropriamente e liberamente e indebitamente quelli de “Il postino suona sempre due volte” e della versione cinematografica liberamente ispirata al romanzo: “Ossessione”. Tranne per la presenza alla fine tramite youtube dell’intero film di Luchino Visconti il racconto nulla ha a che vedere né con il romanzo né con lo stesso film. Tranne forse l’esile ricerca di un delitto perfetto che alla fine non si realizza.

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