Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Il primo furto non si scorda mai’

Era seduto sui gradini e finalmente stava riprendendo colore e ritrovando il ritmo normale del suo respiro. Ormai era solo leggermente preda di quell’affanno. Tutto stava passando. La prova era stata superata o quasi. Si poteva dire al sicuro o quasi. Ancora qualche minuto. Poi, ritrovato completamente il ritmo del suo cuore, si sarebbe avviato verso il ritorno. E se tutto fosse finito bene gli avrebbe fatto vedere. Lui che si era sempre sentito goffo e, senza alcun dubbio, lo era. Si chiedeva ancora perché avesse scelto proprio quello. Più che farlo scivolare nello zaino l’aveva infilato a forza. Era certo che non si potesse non notare quell’enorme rigonfiamento. Come era certo che non si potesse non aver notato l’impacciato lavorio che aveva dovuto eseguire per infilarcelo dentro cercando di mostrarsi disinvolto.
Si era sentito morire. Soffocare. Le forze gli mancavano. Si era aspettato le peggiori cose. Di non poter superare l’uscita. Di sentire suonare un campanello. Di essere richiamato da una voce. Di sentirsi afferrare all’improvviso al braccio. Qualcosa come “Dove pensi di andare”? Oppure “Cos’hai lì dentro, mi fai vedere”? Oppure “Credi che non ti abbia visto”? O ancora “Sei solo un piccolo ladro”. Se le gridava da solo nella testa tutte quelle terribili frasi che temeva e che lo incolpavano. Non era successo nulla. Eppure era incapace di quelle cose. La sua fronte era grondante di sudore. Le ascelle odoravano per il nervosismo che non riusciva a controllare. Le sue mani tremavano. Portò le dita al naso. Continuavano a tremare ancora mentre si puliva gli occhiali. Gli sembrava già arrivato l’estate anche se faceva ancora piuttosto freddo. L’appuntamento era al solito bar dal Pirata. Ma le gambe erano ancora molli. E si guardava ancora intorno con sospetto. E col timore che gli si potesse leggere in viso. E nei pensieri.
Perché proprio quello? Perché se l’era trovato davanti. In realtà non era interessato ai libri. Né a quello né a nessun altro. Nemmeno a quelli di scuola. Tanto meno a quelli. Anzi la scuola per lui era una sorta di immeritato castigo. Una sofferenza. Un suplizio. Una tortura. Stare dentro era essere rinchiuso in una prigione. E lo era ancor più quando si trovava davanti a tutti i compagni; interrogato. E forse era anche per questo che i suoi risultati erano sempre stati mediocri. I suoi dicevano che era perché si applicava poco. Che colpa ne aveva se faticava a memorizzare? Cioè se faceva fatica? Insomma la scuola non era per lui. Tanto avrebbe fatto il meccanico. Con i suoi voti c’era il rischio di dover tornare a settembre se non di dover ripetere quella maledetta prima media. E lo aveva scelto, quel libro, anche proprio perché era il più grosso. Nella fretta non ne aveva nemmeno letto il titolo, non avrebbe cambiato nulla. L’aveva preso e basta. Era monumentale e questo era sufficiente. Per quanto gli interessava poteva anche gettarlo in una cassetta per la posta. No! forse lì non c’entrava. Dentro la porta della prima chiesa. In un cassonetto. Liberarsene. E forse l’avrebbe fatto. Ma non prima di farlo vedere a quegli stronzi. Non aveva fatto quella fatica per niente. Avrebbe mostrato ai compagni che non solo non era un incapace, ma che anzi era anche migliore di loro. Era il più grosso e perciò la preda più difficile.
Non aveva mai rubato. Non lo avrebbe fatto. Perché allora? Per non sentirsi diverso. Perché avrebbero continuato a prendersi gioco di lui. Perché avrebbero seguitato a dire che lui era una donnicciola. Un fifone. Un vigliacco. E lui non voleva essere un vigliacco. Essere messo da parte. Essere invitato a starsene con le ragazzine. Voleva essere come gli altri. Voleva andare anche lui ai compleanni degli amici. Che lo rispettassero. Ma aveva avuto paura. Non l’avrebbe confidato a nessuno ma aveva avuto paura. E la paura è una gran brutta bestia. Ma sentiva dentro qualcosa di strano. Si sentiva ancora scosso. Anche un poco in rimorso. Se avesse potuto sarebbe tornato per pagarlo. Non aveva i soldi. Non poteva farlo. Non era la stessa cosa prenderlo e poi andare a pagarlo. O forse sì? E poi cosa avrebbe detto la cassiera? Comunque non ne aveva i soldi. Certo avrebbe potuto chiederli. E si sentiva anche orgoglioso. Aveva superato la prova. C’era riuscito.
Se l’avessero preso cosa avrebbe raccontato a casa? Spiando intorno sbirciò nello zaino senza particolare interesse. Senza farlo uscire lesse la copertina. Poteva intitolarsi in qualsiasi modo o Mondo senza fine quel maledetto libro. Poteva parlare di qualsiasi argomento. Per quando ne sapeva poteva essere uno stupido libro di matematica. O di geografia. Era ancora solo un libro. Un grosso e stupido libro. Poteva essere anche un libro di tutte pagine bianche rilegate. Il peso, il volume delle pagine era impressionante. Gli sembrava sciocco ma gli venne naturale pensarlo: non credeva esistessero in tutto l’universo talmente tante parole da poter riempire un libro come quello. Poi pensò che dentro molte parole erano ripetute. Comparivano più volte. Per questo il numero complessivo era minore. Gli sembrarono comunque tante. Certo più di quelle che conosceva. Ma esisteva in tutto il mondo qualcuno che potesse conoscere tutte quelle parole? Non sapeva ancora come e quanto quel libro avrebbe cambiato tutta la sua vita.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: