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Posts Tagged ‘Il vestito di Rossini’

Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini

Torno su cose già trattate, anche se raramente, anche se superficialmente. Torno con queste due canzoni: “Il vestito di Rossini” e “Piazza, bella piazza”; entrambe già postate. La prima di Paolo Pietrangeli e la seconda di Claudio Lolli. Torno rubando una domanda che il poeta Roberto Roversi (quello di “Dopo Campoformio”) ha scritto per Lucio Dalla nella canzone “Le parole crociate” (magari ve la proporrò appena possibile) riguardo al cosiddetto passato e alla memoria: “Sono cose di ieri”? Naturalmente torno indignato, ma per nulla sorpreso. C’è una ipocrisia che mi evito, quella del buonismo e delle cose tutte perfette da una parte e dei cattivi dall’altra. E’ un veleno sottile. Ha sempre ammalato tutto, persino la Resistenza. Forse ci sarebbe bisogno di una riflessione, non oggi. Oggi non mi va di spiegare. Oggi ho questo sordo rancore. Come dopo Genova, dopo Piazza Alimonda, di cui sarebbe anche più facile parlare e di cui Guccini ha scritto un’altra bella canzone. E’ strano vedere come le canzoni siano spesso presenti. Ma la piazza è da sempre il luogo dell’incontro, anche quando questo è conflitto.

Claudio Lolli: Piazza, bella piazza

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Bandiera rossaSono tornato dalle vacanze, anzi la testa è rimasta nel blu di un mare stupendo, nei tramonti mozzafiato; a Ponza. Cerco di ritrovare la quotidianità, non è tra le cose più semplici. Ritrovo il mio blog; questo spazio. Naturalmente leggo commenti ad un vecchio mio post; il post su Carlo Giuliani nell’anniversario del suo “assassinio”. Non me li aspettavo. Io avevo scritto semplicemente «Ci sono giorni in cui è tempo solo di silenzio, ma anche un silenzio può fare rumore»; null’altro. Me li aspettavo; sempre quando si va a certi argomenti vengono stimolati commenti di varia natura. Non avevo detto nient’altro, ma chiarisco il mio pensiero senza entrare polemicamente in alcune osservazioni mosse sulla “vittima”, né sugli atti successivi relativi ai famigliari del “ragazzo”. Quel giorno (20 luglio 2001) muore un ragazzo, e già questo mi appare come un avvenimento a cui vorrei lasciare solo un rispettoso silenzio (come detto nel post). Dovevo esserci, a Genova. Non ho potuto andarci perché all’estero (Praga). Vi si sono recati molti miei giovani amici, nessuno di loro conosciuto come facinoroso; tutt’altro. Ero davanti al televisore perché quella mi sembrava la cronaca di una morte annunciata. Era nell’aria. Fortuna (?) vuole che resta solo quella “vittima” fotografata in un gesto che pare quasi giustificare. No! fortuna vuole perché sono stati massacrati di botte molti “inermi” che però sono tornati da quell’inferno; da quell’agguato. Il governo ha schierato un dispiegamento di forze da repubblica sudamericana, robocops vestiti come cavalieri dell’apocalisse. Da dittatura sudamericana quei “tutori del disordine” si accaniscono sul dissenso: provocano e picchiano con ferocia inaudita. Fomentano e cercano lo scontro. In 45 anni di militanza politica ho visto questo e quello; speso quello. So cos’è la gestione di una manifestazione. Ho imparato a riconoscere un comportamento provocatorio, l’arroganza di un potere che vuole mostrare i muscoli. Che si muove come in una rappresaglia e sfida alla reazione. A parte il mistero del “blocco nero” quella prova di forza sfidava un popolo inerme, un dissenso quasi completamente pacifico. Mi si scusi se non so perdonare l’arroganza di quel potere che non sa creare una forma di dialogo con chi manifesta pacificamente la sua critica, appunto. Dedico a chi prende le distanze e a chi banalizza e cavilizza, tra le tante, nuovamente una vecchia canzone perché credo che anch’io, fossi stato lì, avrei perso il lume e probabilmente avrei reagito alla vista del “sangue innocente”, dell’infierire persino sui medici e su chi portava soccorso. Certo il carabiniere era solo un altro ragazzo mandato allo sbaraglio da un governo privo di vergogna e di scuse. Un’altra vittima. Questa è l’altra storia; anche se ritenevo sufficiente e opportuno il silenzio.

Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Il vestito di Rossini.mp3

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colombaUn caro amico mi ha invitato a raccontare qualcosa del mio sessantotto. Non c’è nessuna ricorrenza particolare. Ha visto oggi gli studenti e il loro movimento. Lui nel sessantotto c’è nato e ne ha sentito solo parlare. Io, a modo mio, non racconto una storia né la storia, forse ci proverò. Voglio qui dare solo un piccolo accenno alle mie emozioni di allora; per lui e non solo per lui.
Capelli lunghi, cioè si! avevo i capelli lunghi. Un gay per strada mi apostrofò con un “Tanti uomini e nessun maschio”. Altri anni. Per la prima volta erano apparsi i ragazzi nella storia del mondo, o almeno in Italia. Improvvisamente eravamo diventati un mercato da mungere, ma era ancora un’Italia povera.
E’ il miracolo economico, ma un miracolo economico che si fa pesantemente sulla pelle degli operai, e dei poveri “terroni”; quelli delle valigie di cartone, migranti. Un miracolo che si chiama catena di montaggio, cottimo, Ritmi di produzione insostenibili. Un paese dove le disegualianze sono ancora tante e naufragano le aspirazioni nate nella Resistenza perché resiste ancora un’organizzazione del paese che risente del ventennio.
Paolo Pietrangeli: Ugualianza [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Uguaglianza.mp3”]La sinistra, la sinistra storica, il P.C.I., in ritardo, un ritardo storico, incapace di rinnovarsi. Dopo i fatti di Reggio Emilia, dopo tanto sangue, una nuova generazione sta crescendo e lo fa al di fuori delle organizzazioni dei partiti. Nascono mille piccoli gruppi spontanei che si richiamano al Marxismo e non; anche ai personaggi scomodi della lotte delle sinistre nel mondo. Una vampa investe anche altri paesi che chiama alla solidarietà. Al libercolo di Lenin “Estremismo, malattia infantile del comunismo” risponde un altro libercolo che diverrà un manifesto di quei giorni “Comunismo, malattia senile dell’estremismo”. Gli studenti prendono coscienza e scendono in piazza, ma il percorso da dove arrivano non è stato breve.
Paolo Pietrangeli: Valle Giulia [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Valle Giulia.mp3”]E’ la presa di coscienza. Ci si rende conto di essere consumatori e, allo stesso tempo, burattini; che altri vogliono decidere per una intera generazione. Oggi ho come l’impressione che quel 68 sia esistito quasi esclusivamente in città. Io l’ho vissuto, il 68 e gli anni prima, a Venezia, e poi a militare impegnato in qualcosa che assomigliava a quelli che avrebbero poi chiamato i “proletari in divisa”. Ci si interroga sui temi dello sfruttamento. Grandi idee, grandi teorie e tutto ne viene investito. Porterà al 69. Quei giovani studenti andranno a Porto Marghera, davanti alle fabbriche. Si recheranno a conoscere la “classe sfruttata”, la classe operaia.
Gualtiero Bertelli: Studenti e operai [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Studenti e operai.mp3”]Grande attenzione sarà prestata ai mezzi dello sfruttamento. Per non dilungarmi troppo trascurerò alqune cose, in alcuni punti estremamente precise. Per la prima volta una rivolta generazionale. Figli contro padri. Tutto messo in discussione. Nascono riviste che formeranno nuove coscienze. Il cinema, il teatro, tutte le arti e l’intero pensiero non può restare estraneo agli avvenimenti. I riferimenti sono mille, vanno dai Quaderni piacentini a Ombre Rosse, da Marcuse a Russell a Gandhi a Luther King, dal Living a I pugni in tasca, da Fabrizio De Andrè a Bob Dylan, da Parigi a Praga, dalla politica al disagio e alla frustrazione. Infondo è una generazione disarmata, forse cavalcata; solo qualcuno percepisce i rischi, per la maggioranza la sfida è il gioco.
Ivan della Mea: O cara moglie [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Ivan della Mea – o cara moglie.mp3”]Tutti sanno che niente sarà più lo stesso anche se nessuno sa ancora cosa sarà. Ci si impadronisce dalla piazza. Nei cortei si canta anche Bandiera rossa, ma si canta soprattutto Contessa (che denuncia il “revisionismo” e il tradimento di quel PCI) e soprattutto We shall overcome. Si sperimenta. Si ipotizza. La lotta viene portata nei posti di lavoro, le università sono occupate. La polizia carica duro.
Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Il vestito di Rossini.mp3”]Il movimento non recede. La rivoluzione sembra ad un passo. Le frange filosovietiche sono poco meno che marginali. Dentro la stessa chiesa nasce il germe della rivolta. L’epicentro organizzativo restano le fabbriche, o lì dovrebbe essere. Per i più la divisa è un eskimo. Per molti l’idea è confusa. Si sa che si sta andando ma non dove. Si sa che non si può che resistere.
Gualtiero Bertelli: A portomarghera [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero bertelli – A Portomarghera.mp3”]Le grandi lotte del ’69 porteranno ad un’Italia radicalmente diversa. Preparano alle grandi conquiste dei diritti civili. Ad un paese molto vicino alle maggiori socialdemocrazie europee. Avanzato. Ad un nuovo senso della stato. Ad una solidarietà diffusa. Le grandi manifestazioni percorreranno l’Italia per intero. E’ una enorme spinta che nasce dal basso, spontanea. Difficilmente canalizzabile. Che si da i suoi leaders, nuovi leaders. Pochi sopravviveranno a sé stessi.
Giovanna Marini: I treni per Reggio Calabria [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Giovanna Marini – I Treni Per Reggio Calabria.mp3”]Eppure quasi una intera generazione, quella del ’68, resterà schiava del suo sogno, incapace di crescere. Continueranno, patetici, a fare gli Hippies o gli estremisti pronti a gridare contro tutto e tutti. Cresceranno figli talmente liberi da non poter possedere una etica. Lentamente si isoleranno, si chiuderanno torno a quegli slogans o si venderanno. Torneranno a rifugiarsi nel privato. In questo sconfitti anche dalla strategia della tensione. Assisteranno impotenti alla follia degli “anni di piombo”. Ma in quei due anni si è cominciato a cambiare il mondo e il 68 italiano finirà solo con l’assassinio Moro che ci farà ripiombare nel buio.
No! quei ragazzi non assomigliavano a quelli che scendono in piazza. O forse si! Spero solo che una parte di quella storia si possa ripetere ma che un’altra parte non torni.

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