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Posts Tagged ‘imbarazzo’

img_7029Stavo radendomi quando lei è entrata. Maledetta promozione. Si è accovacciata sulla tazza: Scusa, faccio in un attimo. Non potevi aspettare? Non ce la facevo più. Ero infastidito di non poter stare tranquillo nemmeno là. Ma forse solo un po’. Più che altro ero stato preso alla sprovvista. Non mi sarei mai immaginato. La sento farla. Il rumore della pioggia dorata. Come niente fosse.
Se la cosa non fosse tragica sarebbe ridicola: E bussare? Decisamente lei è incredibile: Sapevo che c’eri solo tu. Stai buonina e fammi finire. Fai finire anche me. Fai pure. Che c’è ti vergogni? Non è quello. Ti vergogni oppure?… Non fare la bambina. E allora non guardare. Son cose cheE nemmeno… tanta, bambina.
Se uno dei due non si sbriga potrebbe finire in una catastrofe. Io lo so bene com’è fatta lei. E poi chi entra entra sarebbe comunque perlomeno imbarazzante: Ti manca tanto? Mi manca quello che mi manca, non mettermi fretta anche tu. Debbo fischiettare? Non serve, grazie. Potevi almeno dare un giro di chiave. Così chissà cosa avrebbero pensato. E così? L’ho detto che mi scappava la pipì. Dovevi proprio dirlo? Che male c’è? è l’ha verità. Le cose si possono non dire. Si asciuga con cura. Viene da ridere anche a lei: E’ la verità tutta la verità, nient’altro che la verità, lo giuro. Comunque non servivaInsomma: è la verità, o quasi; che c’è di male? Non è quelIl male è nella testa degli altri, se c’è.
Si alza e usa il bidet. La guardo attraverso lo specchio. La cosa continua a divertirla: Ti sembra il caso? Perché no? Ne sono, a dir poco, stupido: Perché non è cosìSono di là. E noi siamo qua. E allora? Ci metto un secondo, non mi piace sentirmi sporca; che sarà mai. Manca solo che ti sogni di farti la doccia. Non sarebbe una cattiva idea, anche se l’ho già fatta prima di venire; nel senso di arrivare. Dicevo per dire. E io per fare. Devi essere pazza. L’hai già detto. Già! Allora non la faccio? Non credo che… Si sganascia: Scherzavo, però non era una cattiva idea. Meglio. Meglio cosa? Meglio se tuGuarda che non c’è niente da vedere. In verità avrebbe ragione. E’ stata molto attenta. Quasi pudica, ma… chi ci crederebbe? Non è nemmeno quelE’ solo che io credo che tu cerchi di sbirciare. Non è vero. Sei un bugiardo, o un villano.
Mi aspetto di vederla arrivare da un momento all’altro. Mi prendo ugualmente una pausa. Ormai cerco di sembrare tranquillo. Mi sciacquo il viso. Che sia quello che sia. Ho fatto del mio meglio: Avevamo detto una cena. Che importa se ci prendiamo il dopo cena prima della cena. Avevamo detto una sera. Va bene, è pomeriggio, cosa cambia? Siamo a casa mia. Lo so. Ci sono gli ospiti. Lo so. Tutto l’ufficio. So anche questo. Tu sei pazza. Facevo per dire; senza fretta. Non possiamo stare qui in eterno. Che usino l’altro. Che discorsi sono? Se vuoi ti tolgo io… dall’entusiasmo. Non essere stupida. Credevo fossi tu ad aver fretta, ma posso anche aspettare. Non devi credereSei stato tu a fare il birichino e ad invitarmi, o sbaglio? Vero maVedi; e senza ma. Volevo essere cortese. Lo sei stato e ora non lo sei.
E’ anche colpa mia. Forse non dovevo darle troppa confidenza. E’ che quando siamo in ufficio non riesco a pensare solo al lavoro. E’ anche efficiente. E’ anche così giovane. E’ anche così… Ha finito. Ho finito: Fai la brava. Ancora un secondo. Cosa ti manca ora? Sistemo il trucco. Fai pure. Mica posso uscire spettinata. Ti aspetto di là. Guarda che li hai aperti. Cosa? I pantaloni e che cosa? Mi fai… confusione. Per così poco? Sembra aDevo chiamarti capo? Non essere stupida. Allora capo… ti farei vedere io come si fa a toglierli. Non è cambiato niente. Che dici: ci facciamo un selfie? sarebbe divertente. E’ proprio incredibile. Dove le va a pensare?

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Hanno la casa subito dopo quella di mio fratello Giulio. Lui dice che non li conosce bene. Che sono una coppia molto appartata. Quest’anno è venuto a luglio. Poi basta. La casa era vuota. Un peccato. Sarebbe, anzi, stata una bestemmia non approfittarne. Così ho preparato armi e bagagli e sono venuta su. Io invece non li conoscevo per niente. Mai incontrati. Non c’era mai stata occasione. Sono passata a salutarli. Sono gentili. Lui trova buffo che mi chiami Donatella. Per il fatto… insomma a me sembra una cosa stupida. Mi sono invitata a cena un paio di volte. Un altro paio ho chiesto se potevo usare la piscina. Non so per quale motivo. Ne avevo voglia. Loro mi sembrano gentili. Soprattutto lei. Lui sta più sulle sue. Parla poco. Forse perché ha lei vicina. Non mi è mai capitato di essere così poco… calcolata. I suoi occhi sembrano non voler vedere. Ha occhi solo per lei. Sono proprio una bella coppia. Peccato… Il mare mi piace ma la solitudine mi annoia. E anche due parole a volte aiutano. Sono compagnia. Ma anche le cose belle son destinate prima o poi a finire. E in vacanza i giorni corrono. Si avviano frettolosamente a finire.
C’è così poca intimità in queste casette a schiera. Le nostre finestre sono vicine. Molto vicine. Faccio molta attenzione quando sono in casa. Prima di spogliarmi controllo sempre di non essere vista. Lo faccio prima ancora di accendere la luce. E anche all’improvviso, più di una volta. Mi scruto intorno. Controllo. Non che abbia qualcosa di cui vergognarmi, da nascondere. Solo che anche in vacanza, al mare, conservo il mio pudore. Anche se al mare siamo tutti così poco vestiti. Si sta quasi sempre in costume. E non è che poi un costume copra troppo. A volte sei guardata in costume peggio che se fossi nuda. Lui no. Di lui, del marito, mi posso fidare. Nel modo più assoluto. E’ incapace di vedere. So di poter stare tranquilla, ma non si sa mai chi potrebbe passare. Quando, come ogni mattina, faccio stretching, perché io ogni giorno che viene al mondo lo faccio, per tenermi in forma e tonica, perché io ho cura del mio corpo, una cura quasi fanatica, e sono fasciata nella mia tuta come una vera pelle, e magari il sudore mi rende ancora più indifesa, vulnerabile, cioè il mio corpo traspare evidente dal tessuto, sono certa che lui non ha nemmeno mai pensato neanche un momento di profittarne. Di spiarmi. Sono sempre stata molto guardinga. E lui è sempre stato un galantuomo.
Posso dire anche di più. Quando vede accendersi la luce, per riguardo, gira la sedia per dare le spalle alla finestra. Me ne sono accorta. Purtroppo non ci sono tendine. E comunque lui è così discreto. Anche quando sono uscita dalla vasca, col solo asciugamano addosso, il suo sguardo mi ha appena sfiorata distratto. Quando m’è scivolato il reggiseno era distratto. Quando sono corsa sotto la doccia era assorto. Così come quando ne sono uscita con solo l’asciugamano in testa. E spesso è sprofondato dentro un libro. E’ un vero mistero. Credo che anche se mi presentassi nuda alla sua porta per chiedergli lo zucchero non se ne accorgerebbe nemmeno. Sarebbe capace di chiamare lei perché non sa dove lo tiene, lo zucchero. Non che lo farei. Si fa per dire. Non lo farei mai. Anche se il mare è il mare. In fondo al mare siamo sempre tutti un po’ nudi. Ciò che riusciamo a nascondere è proprio poco e quel poco spesso è solo una scusa. E’ quasi una convenzione. Ciò che non si vede, a volte, è ancora meno mistero; è più che esibito proprio dalla presenza menzognera di quel velo lusinghiero di stoffa. Non che io abbia qualcosa di cui vergognarmi, come detto, del mio corpo. Ciò non toglie che di così non ne avevo ancora trovati. Un vero signore. E io a volte sono un po’ smemorata. Ma non sono mai stata maleducata.
E prima che me lo aspettassi è arrivato quell’ultimo giorno. Senza nessuna grande nuova su nessun fronte. Non molto da ricordare. Qualche cartolina. Qualche pappagallo da spiaggia. Qualche apprezzamento, anche villano, di quelli mordi e fuggi. Una gita in barca. Una spiaggetta che non avevo mai visto. E di cui non avevo mai sentito parlare. Molto riservata a fuori dagli occhi. Uno galante un po’ troppo avanti con l’età. Un pareo nuovo con dei colori che sono una meraviglia. Gli occhiali da sole dimenticati su uno scoglio. Il libro che non ho ancora finito. Un giro in centro a negozi. Un paio di uscite serali senza provare emozioni. Non è un posto che brulichi di vita. Un paio di telefonate di amici che non sapevano che ero via. Cose così. Fortuna che c’erano loro. Anche per due chiacchiere. Volevo presentarmi con qualcosa, magari una bottiglia di vino. Ma il giorno del commiato è stato un giorno disgraziato. S’è messo a piovere e non sono andata fino a giù. Che poi non so come avrei potuto fare. Si sa come siamo fatti noi giovani. Avevo finito il soldi ed ero proprio al lumicino. Perfino minuti non me ne restavano più. E poi non si dice forse che basta il pensiero. Così sono andata lo stesso anche se era ora di pennichella. E poi non vedevo chi può andare a letto dopo pranzo anche se fuori piove. Come se non fosse già iniziato settembre: “Posso”?
Prego”.

Vieni, vieni”.
Son venuta salutare”.
“…”
“…”
Lei”?
Dorme”.
“…”
La chiamo”?
Ha il sonno?”…
Leggero”.
Credo che allora è meglio se facciamo piano. Non la dobbiamo disturbare. Magari la saluto dopo.” –e ho lasciato scivolare a terra il reggiseno sorridendo.

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Avevo ripetuto almeno sei volte quell’articolo indeterminativo: “Un cinema”? Ero riuscito a dirlo. A chiederglielo. La domanda si tratteneva ancora in bocca. Così: mozzata, a metà. Quasi una non domanda. Dove avevo trovato quel coraggio? Deglutii. Aveva un sapore strano. Non dovevo lasciarle il tempo. Non dovevo farla pensare. Il momento non sarebbe tornato. E sudavo. Per la tensione. Temevo si sentisse; l’odore del sudore. Temevo che qualcuno ci interrompesse.
Certo mi ero preparato tutto in testa. Tutto per bene. Un bel discorso. Cercando di convincermene. Riuscii a dire a stento solo quello. Me lo potevo immaginare. Disse solo “Quando”? “Stasera”? Odiavo rispondere con una domanda. Una domanda dopo una domanda. Odiavo le domande. E l’attesa. L’attesa è sempre snervante. Uccide. Eppure mi ero detto che non dovevo avere fretta. Che non potevo averla. E che non mi dovevo mostrare così. Non riuscivo a controllarmi. Non mi importa cosa succede per gli altri. So quello che succede a me. Intanto fantasticavo. Certo che la fantasia non mi manca.
Mi spiace, non posso”. E ne restai deluso. Mi sentii morire. Avevo sbagliato. Ancora una volta. Per sempre. Forse per la fretta. Dov’erano finite le parole Tutte quelle parole? Povero stupido. Avrei voluto dirle che la amavo. Quanto la amavo. Qualcosa di simile. Dirlo e non dirlo. Magari meno impegnativo, per lei, ma con quel senso. Insomma aprirle i miei sentimenti. Sapevo che era sbagliato. Non si comincia dalla fine. E come avrebbe potuto capire? E capirmi? E poi perché avrebbe dovuto ricambiare? Nemmeno io lo sapevo se era vero amore. E per le donne è diverso. O forse sono solo io, che perdo così facilmente la testa. Che occhi aveva quando mi guardava. Fu solo un attimo. Per fortuna, quell’attimo da parte sua: “Ho già un impegno. Perché non facciamo domani”?
Mi andava bene anche subito. Ma potevo imparare ad aspettare. E poi domani non è così lontano. E’ sola là, dopo di oggi. Non avevo pensato che potesse. Nella vita che avevo immaginato c’era posto solo per i sì e i no. Non lo avevo previsto. Non ci potevo credere. Mi mancarono le parole. Ma allora voleva dire sì? Anche se domani tornava così lontano. “Passo a prenderti”. Forse avrei dovuto chiederle subito dove? E quando? E’ facile dirlo adesso. Accorgersene ora. Al momento ero troppo felice. Troppo emozionato. Troppo confuso. E troppo tutto. Ero solo al settimo cielo. E nel pieno della bufera. Deluso. Ansioso. Impaziente. Al momento avevo solo confusione in testa. Aveva veramente detto sì? Aveva veramente detto sì. Era fatta.
Se prendiamo lo spettacolo prima si potrebbe… dopo… si potrebbe… magari una pizza”.
Divampai. Non riuscivo a crederci.
Al Dante alle sette”. “Al Dante alle sette”. Mentre io ancora stavo a pensare l’aveva detto. L’aveva detto come una cosa naturale. E con un sorriso. Di compiacimento? Di simpatia? Mi bastava. Però l’aveva detto. Forse avrei dovuto essere io. Forse avrei dovuto dirlo io. Odio essere così. Quello che sono. Sentirmi la testa vuota; e le parole che non escono. Sentirmi mancare la saliva. E mi ripetevo il suo nome, come fosse possibile dimenticarlo. E cercavo solo di fissarla negli occhi. In tutti i suoi occhi. Quegli occhi che mi intimidivano. Quelli occhi che non si abbassavano. Insomma quegli occhi. I suoi occhi. Così azzurri. Così senza espressione. Così muti. Occhi di ragazza.
Era un sorriso di incoraggiamento. Sembrava quasi una lusinga. Oppure era solo cortesia? Pura gentilezza? Mera gratitudine? Basterebbe saper aspettare. Non mi avrebbe detto sì. Non avrebbe accettato. Non lo avrebbe fatto se anche lei non sentiva almeno un poco. Un poco di quello che provavi io. Una sorta di… E se fosse solo amicizia. Dalle cose nascono le cose. Mi sarebbe bastato starle vicino. Magari tenerle la mano. Mi sarebbe bastato? Non avrei dovuto biascicare quel “Grazie”! Sono solo le cose che dovrei che mi escono. Quelle poche. Dovrei mostrarmi più sicuro. Più deciso. Infonderle fiducia. Non essere io quello che… Ma io sono così. Alle persone do tutto. Ma le riempio di silenzi. Forse sente la mia agitazione. E’ sempre stato così. Stavolta non sarà come sempre. Gliel’ho chiesto. Maldestramente ma l’ho fatto. Domani sarà diverso. Certo. Le dirò le cose. Le racconterò di me. Le chiederò. Ma che film faranno? Mi lascerà prenderle la mano? Si lascerà… Come si fa al primo appuntamento? Lei mi ricorda una canzone. Non ricordo quale. Potrebbe essere la nostra, canzone. Vorrei che fosse bella.
Allora, che aspetti”?

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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Foto di una scollatura con collanaSi chiamava Erika. Ma perché devo essere sempre così laconico? Si chiamava Erika, sì! con la Kappa. Cioè si chiama Erika e la conoscono tutti. Di un rosso vivo e falso ha sempre un sorriso e una battuta per ognuno. Ma forse quella kappa era stata solo un suo vezzo, una delle sue tante civetterie, che poi si è trovata addosso. Sposata con due figli ormai grandicelli, maschio e femmina, pare non volersi liberare di quella patina da ragazza impertinente.
Erika doveva essere stata una bella donna, certamente lo era stata ma gli anni non perdonano nessuna distrazione, ma è ancora oggi una donna con un suo intrigante fascino, un sorriso malizioso sempre pronto e una sua grande sicurezza, insomma è simpatica e divertente. E’ così con tutti ovvero ogni suo gesto è colmo di quella provocazione femminile e le sue parole piene di più o meno sfacciati e sfaccettati sottintesi. Provocare le è naturale come tante cose che entrano dentro nella pelle e si fanno come parte di te senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Le è facile entrare in confidenza e giocare con senso di complicità e di intimità.
Avevo sentito delle chiacchiere nei suoi confronti ma io non sono tipo da dar retta alle chiacchiere e avevo sempre pensato che il suo era solo tanto fumo; fumo senza arrosto. Lei cura ancora molto la sua persona e anche il suo vestire che spesso sembra studiato ad attirare la curiosità maschile e soprattutto ad imbarazzare e provocare; a mostrare magari quanto più si può senza raggiungere la sconvenienza ma esaltando le sue grazie. Magari cose corte e/o attillate, bottoni che sono rimasti come casualmente slacciati, malizie tutte al femminile anche un po’ inadatte alla sua età, ma non è raro trovare nelle donne vanità simili. Lei è sempre al centro di ogni occasione così come in queste parole che girano su loro stesse. Pareva allora inoltre divertirsi particolarmente con me. Per dirla tutta spesso avevo avuto l’impressione che si spingesse anche un po’ oltre, ma alla sua allegria viene perdonato quasi tutto. Ne avevo parlato in varie occasioni, ora non più, con Vittoria, mia moglie, certo glissando su alcune cose o senza scendere troppo nei particolari; parlarne non mi sarebbe stato comunque facile, soprattutto con una donna e ancora di più con una moglie, ma i miei dubbi restavano. Non era insolito che le sentissi fare apprezzamenti pesanti, allusioni a prestazione e cose di questo genere, con quell’espressione soddisfatta in volto, quasi in una sfida. Ma perché parlare tanto, troppo, di lei quando nella realtà lei è sempre una che va direttamente al nocciolo delle cose, pronta a dire pane al pane, eccetera? Perché per lunghi tratti del nostro lavorare nella stessa sede lei mi è stata parecchie volte di vero imbarazzo e non solo se restavamo un attimo da soli. Come quando sembrava fantasticare proprio su di me o mi provocava chiedendomi “non vuoi vedere cosa ho indossato sotto? son certa ti piacerebbe.” o altre amenità simili come quando mi assicurava che lei era rossa naturale e mi chiedeva se non le credevo e se volevo controllare.
Non che fosse mai successo molto anzi nulla perché il suo sembrava restare un gioco e il suo divertimento non chiedere altro e non andare oltre. Infatti se si accorgeva che soffermavo troppo il mio sguardo dentro la sua scollatura o sulle sue gambe, invero un po’ massicce, o, che ne so? sulle natiche di quel suo sedere abbondante, non le sfuggivano certo le cose, o se nei miei occhi appariva, come diceva dopo lei, quell’interesse che sfiorava la libidine, lei non perdonava mai una virgola, prima ancora che completassi un gesto di allungare le mani o che ne so ma anche subito a ridosso delle sue più ardite provocazioni, lei scivolava via soddisfatta ridendo con quel suo singhiozzo cantilenante un po’ sguaiato canzonandomi dopo il suo solito “dimmi cosa mi faresti”?
Scappava; ed io restavo lì come un imbecille; questa è la sacrosanta assoluta verità. Un imbecille come un sedicenne e questo doveva divertirla molto. Mi son sempre chiesto se il mio atteggiamento partecipasse a quello che era lei, se in qualche modo collaboravo, magari inconsapevolmente, a quel suo gioco e se era quel rossore che riusciva a darmi a renderla così spavalda, persino sfacciata, perché le sue domande potevano diventare delle vere e proprie staffilate come quando mostrava curiosità indiscreta e spudorata delle mie intimità. Io non cerco casini perché di quelli ne ho già abbastanza ma mi sembra ancora che con gli altri non si spingesse a tanto, ma questa può essere solo una mia confortante considerazione. E’ per tutto questo e anche per quello che non ho ricordato di rammentare che sono restato di sasso ieri mattina quando le mie solite attenzioni su di lei, la scollatura era veramente generosa anche se il suo seno abbondante comincia a mostrare segni di cedevolezza, non hanno provocato la solita fuga. Tutto poteva rimanere in quell’atmosfera di eccitato solito cameratismo un po’ spinto invece… Me ne vergogno a raccontarlo perché io sono un uomo assolutamente discreto e del tutto diversamente da lei, ma tanta è stata la mia sorpresa quando è andata come al solito alla porta ma stavolta diversamente ha fatto girare la chiave nella toppa chiudendoci soli all’interno e stavolta non ha detto la solita frase lasciandomi allibito. Il suo sorriso era diverso ieri, in quel momento, era solo ammiccante e sembrava seriamente curiosa e dalle sue labbra è uscita come una promessa e una sfida stavolta una frase nuova il cui suono non le avevo mai sentito: “dimmi cosa mi farai!”. A dare ascolto le chiacchiere di prima avrebbe dovuto saperne una più del diavolo…

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