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Posts Tagged ‘incontro’

22815364_10214891109771956_6937060464347600267_nMi muovo lentamente. Parlo piano, anzi nemmeno sussurro. È lì impettito, orgoglioso. Zampetta, becchetta, svolazza e torna a fermarsi. Saltella sui gradini che sembra perso nella neve. Mi osserva curioso senza darlo a vedere. Si avvicina sospettoso, ma solo un po’. Si allontana sospettoso, ma non di molto. Sparisce appena qualche attimo e poi ritorna. Sembra che anche lui sappia. È riservato, se alzo il cellulare per fargli una foto mi dà la coda. Aspetto paziente. Lui mi bada e non mi bada, indipendente, ma non smette mai di stare allerta con la coda dell’occhio. Poi si lascia fotografare. Poi si Allontana. Poi torna per un’altra foto. È una sorta di lunga e lenta danza. Cerco di non fare nessun rumore. Non lo voglio spaventare. Tutto intorno rimbombano nell’isola i colpi dei fucili. I cacciatori sparano a qualsiasi cosa si muova.
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Couple at romantic dinner in restaurantNon è infrequente imbattersi nell’uomo sbagliato. E un poco innamorarsene, o provare per lui rapidamente della simpatia. Così è successo con Alberto. Devo essere un ottima allieva in questo. Non è stata la prima volta e temo non sarà l’ultima. Capitano tutti a me. Eppure non sono certo una a cui dovrebbero mancare le occasioni. Ma questa non l’ho mai raccontata a nessuno.
Ci eravamo incontrati un paio di volte al supermercato sotto casa. Solo dopo ho saputo che lui ci andava solo perché era più grande e più fornito, anche se gli stava fuori mano. Avevo pensato: Peccato. Poi un pomeriggio, stavo prendendo due etti di prosciutto crudo al banco, ha trovato il coraggio. Ha aspettato poco distante che la banconiera finisse di servirmi e poi mi ha spiegato che anche a lui piaceva il crudo. Mi ha fatto i complimenti per il vestire. E per il taglio di capelli. Ci ha pensato un po’’, imbarazzato. Poi finalmente ha avuto l’ardire di invitarmi a cena. Io sulle prima ho cercato di mostrarmi sostenuta, ma poi, davanti alla sua galanteria, sono crollata, mi sono arresa e ho accettato per la sera stessa. Avevo già controllato che non portava la fede. Gli ho mostrato il portone e indicato qual era il campanello. Gli ho spiegato di suonare Sonia Bellavia e che sono io Sonia; che sarei scesa subito.
Gli avevo detto alle sette e si è presentato puntuale, anzi con cinque minuti in anticipo. Diversamente mi avrebbe trovata già giù ad aspettarlo. Ed è corso ad aprirmi la portiera. Gran bella macchina la sua. Grande e comoda. Blue elettrico. Non ne avevo mai provate di quel modello. Dopo avermi chiesto il permesso ha acceso l’autoradio. E mi ha portata in un locale veramente elegante, con le tovaglie candide e piene di posate. Grande. Un cameriere per il vino e uno per l’acqua. Io l’ho presa gassata e lui frizzante; l’acqua. E lui ha nascosto un sorriso compito dietro la mano. Prima che mi sedessi ha fatto una cosa veramente insolita: ha fatto il giro del tavolo per accostarmi la sedia. Avrei fatto anche da sola, ma quel gesto mi era sembrato veramente una cosa galante. Mentre aspettavamo mi ha detto di chiamarsi Vittorio Ernesto Gianmaria, ma che potevo chiamarlo Alberto. Poi ha assaggiato il vino.
Non abbiamo dovuto aspettare molto. Sembrava che lo conoscessero. Ho ordinato quello che ordinava lui, per non sbagliare. Tutto veramente squisito anche se le porzioni non si potevano certo definire abbondanti. Prima del dessert è passato un cingalese dell’India con le rose e lui me ne ha regalata una. Poi l’ha richiamato e me le ha prese tutte quelle che il piccolo uomo aveva. Tutte rosse, naturalmente. L’ho ringraziato lanciandogli un piccolo bacio a labbra socchiuse. Lui mi ha preso la mano spiegandomi che era una gioia. Alla fine ha fatto un cenno al cameriere, gli ha bisbigliato quasi all’orecchio e ha pagato tutto lui porgendogli la carta di credito.
Ero senza fiato. Non potevo credere che stesse succedendo proprio tutto a me. Mi ha accompagnato fino alla porta e sulla porta ha spettato per salutarmi e vedermi rincasare. C’è stato un attimo di silenzio che abbiamo consumato guardandoci negli occhi. Come se aspettassimo entrambi qualcosa. Gli ho chiesto cortesemente se voleva salire. Mi ha detto che non voleva rovinare tutto e mi ha salutato con un timido e rapido bacetto sulla guancia. Per tutte le scale mi veniva da cantare. E da ridere. E da piangere. E da imprecare. E ancora da cantare. Ho messo le rose in un vaso con l’acqua e stanca sono corsa a letto. La notte ho faticato a prendere sonno. Un po’ pensando a lui. Un po’ per l’emozione e per tutto. Un po’ per il vino. Un po’ perché mi sentivo immensamente sola in quel maledetto enorme letto.
Il mattino seguente si è fatto vivo subito, anche troppo presto. Nel primo messaggino mi chiedeva se avevo dormito bene. Nel secondo come stavo. Nel terzo si scusava se poteva aver mancato in qualcosa e se mi era piaciuta la serata. Naturalmente il quarto l’aveva scritto per chiedermi se potevamo rivederci. A questo ho risposto subito, senza farlo aspettare, per dirgli di sì. Certo! Che potevamo rivederci sicuramente. Quando voleva. Allora mi ha chiesto quando lasciandomi sorpresa. Non ho scritto “Anche subito, immediatamente”. Ci ho pensato e poi ho deciso per dirgli: anche stasera. Ci sono rimasta un po’ delusa e stupita quando mi ha messaggiato che proprio quella sera non poteva per un impegno. Se mi andava bene per l’indomani. Certo che mi andava bene. Per di più era di sabato. Avevo tutto il fine settimana davanti. Al mio “Certamente!” ha replicato invitandomi a teatro. Rimasi un po’ delusa. Avrei voluto rispondergli: Meglio da me.
Ero impaziente. A pensarci non avrei avuto niente di adatto da mettermi. Ho preso un vestito rosso Valentino che m’è costato una cifra. E due scarpe con i tacchi che mi facevano le vertigini solo a guardarli. La borsa me l’ha prestata Ornella. Ho messo gli orecchini d’oro, quelli fatti come delle lanterne, che sono sempre belli. Ho cercato di pensare proprio a tutto sperando di non farmi confusione. Persino alle mutandine che ho immerse in un bagno di gelsomini. Per il trucco mi son fatta aiutare dalla stessa Ornella. Volevo essere perfetta. Lei, Ornella, mi ha detto che ero magnifica. Mi sono ammirata allo specchio e non ho potuto che darle ragione. Ho trovato sicurezza di me. Fiducia. Le ore dopo sono state una lunga infinita attesa.
Ero alta come lui o quasi. Non vedevo l’ora di sedermi e di sfilarmi, nel buio, quelle scarpe. Facevano una cosa sulla vita e la morte di un certo Caravaggio. Più sulla morte che sulla vita. Una cosa di una noia mortale, ma ogni volta che lui rivolgeva la sua attenzione verso di me cercavo di ricambiarlo con un sorriso. Non ci ho capito molto. Forse mi lasciavo distrarre dalle persone tra il pubblico. Forse pensavo a come sarebbe finita la serata. Fantasticavo. L’attore principale interpretava il protagonista e anche un altro personaggio, un certo Michelangelo Merisi. Non capivo quando era l’uno e quando era l’altro. Non cambiava nemmeno faccia. Avrei potuto chiedere ad Alberto, ma non volevo farmi vedere come fossi la sprovveduta che non sono.
Mentre tornavamo a casa mi accorsi che non mi erano state nemmeno chiare le vere ragioni della sua morte. Non che mi interessasse così tanto. Forse mi ero anche un po’ assopita. Prima di scendere mi ha spiegato che secondo lui due persone non dovrebbero mai lasciarsi prendere troppo dalla fretta. Non è una buona consigliera, mi ha detto. Non era una questione di fretta, ma eravamo già al secondo appuntamento. Fosse stato solo per me sarei stata felice di farlo felice anche lì in macchina. I sedili erano reclinabili, e comunque era molto comoda. Mi sono trattenuta. Certamente Ornella mi avrebbe rimproverato con un divertito: Bella stupida. Gli ho chiesto se era proprio sicuro di non voler salire. Ha declinato l’invito ancora e con grande amabilità ringraziandomi. Davanti al portone mi ha abbracciata e mi ha lasciata con un bacio sulla guancia, stavolta meno rapido, meno fuggevole.
In seguito non si era fatto sentire per tre giorni. Tre lunghi giorni di silenzio. Avrei voluto chiamarlo, ma non mi aveva dato il suo numero di cellulare. Avrei potuto contattarlo attraverso quegli stupidi messaggini, ma non volevo apparirgli invadente. E poi per sms non so mai bene cosa dire senza poter essere fraintesa. Per dirla tutta mi sono sembrati tre giorni d’infermo. Andavo su e giù senza trovare pace. Riempendomi la testa di domande alle quali non riuscivo né potevo trovare risposte. Era un silenzio ingombrante. Assordante. Un silenzio materiale che mi seguiva in qualunque stanza andassi, cercassi di nascondermi. Anche la televisione mi mostrava cose che non sentivo, che non capivo. E quando sono in ansia mi si crea aria nella trippa.
Alla fine si era rifatto vivo. Solo uno di quei maledetti messaggini, laconico. Mi chiedeva se mi andava bene per una cena per quella stessa sera. Ormai era pomeriggio. Ero nei guai. Non potevo certo mettere lo stesso vestito del primo appuntamento. Tanto meno quello del secondo. Troppo elegante. Non mi piace fare le cose di fretta. E non mi piaceva niente di quello che avevo nell’armadio. Per un verso o per l’altro niente andava bene. Decisamente inadatto. Troppo da pomeriggio. Troppo da signora. Troppo troppo. Ho comunque confermato per quella sera. E ancora una volta mi ha salvato Ornella. Lei ha tutto di tutto e qualcosa per ogni occasione. Mi ha salvato e, vedendomi, mi ha fatto gli auguri: Non farti fregare. Ma mi ero sbrigata tutto all’ultimo momento.
Lui mi aspettava davanti alla porta. Mi ha portata allo stesso ristorante. Sembrava un déjà vu, insomma una cosa già vista. Alla seconda visita però mi sembrava che il locale avesse perso un poco del suo fascino. Anche il cameriere per le ordinazioni era lo stesso. Anche il vino che ha ordinato. Persino le coppie agli altri tavoli sembravano le stesse. Però stavolta sapevo che le forchettine più piccole erano per il dolce. Appena seduti o poco dopo gli ho chiesto cosa avesse da dirmi. Si è scusato molto, tenendomi la mano, e mi ha raccontato che era dovuto andare in un posto vicino a Norcia. Per lavoro, mi aveva detto. Un posticino veramente incantevole, a sentire lui. Affogato nel verde. Poi è stato carino. Mi ha confidato che avrebbe voluto che ci fossi anch’io. Che avrebbe desiderato farmelo vedere. Che potevamo tornarci assieme.
Il vestito a fiori di Ornella era un po’ scollato. Forse più che abbastanza. Me lo sono chiesta: esagerato? Lui sembrava distratto. Sembrava distrarsi a guardarmi nella scollatura. Ma non troppo. Non come mi sarei aspettata. In fondo che c’è di male? E poi… non che si vedesse proprio tutto. Avrei voluto chiedergli qual era il suo lavoro, ma non lo feci. Per la mia solita insopportabile riservatezza. Lasciai parlare quasi solo lui, mi piaceva starlo ad ascoltare. Anche solo sentire. Aveva un tono melodioso. Persino quando ha ordinato il filetto di cernia. Io ho alzato solo le dita nel segno di vittoria come dire: per due. Lui ha controllato l’ora tre volte, sono stata attenta, sempre scusandosi, come se dovesse dopo andare in qualche altro posto.
A volte vengono proprio delle idee bizzarre. Avevo sperato che mi avrebbe portata in un posto nuovo. Un poco delusa ci era rimasta. Per fortuna non mi aveva invitato al cinese. Io con le bacchette non so nemmeno come cominciare e come finire. Non riesco ad afferrare le cose, tantomeno portarmele alla bocca. Sì! proprio una fortuna. Certo il locale era bello, ma troppo grande. Troppo illuminato. Con tutti quei lampadari la candela perde ogni effetto e significato. Troppo chic. Era troppo… troppo… troppo poco intimo. E il cameriere era sempre tra i piedi. Non potevo finire una frase. Non potevo finire di bere che già mi aveva riempito il bicchiere. Speravo in un posto magari meno distinto, ma più romantico.
Non potevo dire che era bello, non proprio. Però era intelligente, pulito, elegante, educato, raffinato, delicato, galante e tante altre cose. E sempre rasato in modo perfetto. Forse anche bello. E poi… quando c’è del sentimento cosa importa? E le scarpe mi facevano un male d’inferno. Erano di un numero più piccolo del mio e mi soffocavano i piedi. Anche il vestito era una taglia in meno, ma non potevo rimproverare niente a Ornella. Decisi di rinunciare al dolce per non compromettere la tenuta della cerniera. Sarebbero stati guai seri. Sono pudica il giusto, non avrei mai voluto ritrovarmi spogliata davanti a lui in mezzo a tutta quella gente. Mentre mi dicevo tutte queste cose cercavo di non negargli l’attenzione e di ascoltare le sue parole. Un gioco complicato di equilibri in cui non sono proprio una maestra.
Insomma quell’interminabile cena era finita con lui che mangiava una fetta di Saint-Honoré e io che aspettavo paziente. Paziente ma non troppo. Era il terzo appuntamento e sapevo appena il suo nome, anzi facevo fatica anche a ricordarli tutti quei nomi. Era pieno di attenzioni eppure mi sentivo invisibile. Mi guardava di più il tipo due tavoli distanti. Per quanto mi chinassi sembrava non ci fosse niente da fare. Ancora una volta pagò tutto lui, per due. Poi facemmo in macchina il percorso in un silenzio imbarazzante. Parcheggiò sotto casa mia, ma non fece cenno a scendere per aprirmi la portiera. Aspettai anch’io. Aspettammo in un attesa infinita. Infine si fece forza e, senza guardarmi negl’occhi, mi chiese se poteva confidarmi una cosa. Un segreto. Certo! –gli dissi. Cercai di spiegargli che poteva chiedermi tutto quello che voleva. Che ero pronta a tutto. Forse mi stavo veramente innamorando. Forse ero solo felice.
Mi pregò di starlo a sentire senza interromperlo. Mi pregò di non dire a nessuno quello che stava per dire solo a me. Che era un segreto. Mi sentii emozionata. Privilegiata. Perché no? Intanto io avevo il tempo di immaginarmi chissà quali cose. Persino le più strampalate. Invece mi confessò che in verità lui si chiamava Vittoria Ernestina Giannamaria, cioè lei si chiamava così, o si era chiamata. Che da bambina tutti la conoscevano come Giannina o Tina, ed era una vera discola. Poi era cresciuta fino a diventare Alberto. Ma… che… insomma… non era Alberto del tutto, un poco era ancora Giannina. Mi ci volle qualche minuto per pensare e per capire. Per realizzare cosa mi stava raccontando. Credo sia umano. Vorrei vedere un’altra in una situazione simile. Non gli risposi subito. Poi mi dissi: Che sarà Mai? Un nome è solo un nome. Il modo in cui ti chiamano gli altri. Ma nemmeno nella voce ero convinta.
Era assolutamente addolorato. Sconfortato. Con molta tenerezza gli passai una mano sulla guancia assolutamente liscia. Forse era troppo tardi per tornare indietro. Gli spiegai che… io… insomma… potevo amarlo anche come donna. Non ne ero certa. Non avrei saputo come fare. Ero anche disposta a provarci. Mi rispose sconsolato che lui però non poteva amarmi come un vero uomo. Mi ricoprì di scuse. E non volle salire. A casa ero furiosa. Ero delusa. Ero… fuori di me. Dovetti sorbirmi una tisana, dopo essermi tolta quel maledetto abito e sfilate le scarpe. In seguito a quella sera a volte ci troviamo dalla parrucchiera, a volte dall’estetista. Come due buone amiche. O due buoni amici. O entrambe le cose. Nessuno dei due ha trovato il coraggio per fare quell’ultimo passo.
Come ho detto fin dall’inizio: questa è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno. Per pudore? Per vergogna? Perché non saprei da dove cominciare? Perché non saprei come farmi capire? Perché confonde pure me? Non lo so. E anche ora che la racconto ho ritenuto opportuno usare nomi di fantasia. Nella realtà non c’è nessun Alberto. E io non sono io. Mi sono inventata questo nome per rispetto nei suoi confronti. Per non compromettere la sua carriera. Per evitare i pettegolezzi. Perché lui è l’uomo sbagliato, ma una splendida e meravigliosa amica.

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VENEZIA – lunedì 19 settembre alle ore 18 presso la sala S. Leonardo – Cannaregioamira-hass-locandina-copia

Incontro con la giornalista israeliana Amira Hass (scrive su Haaretz e su Internazionale) sulla questione dello sfruttamento e controllo israeliano delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati.
Parteciperanno con Amira Hass
Renato Di Nicola – Forum italiano dei movimenti per l’acqua
Luisa Morgantini – Assopace Palestina
Stephanie Westbrook – Campagna No Mekorot

Per capire meglio la situazione idrica in Israele ecco un articolo pubblicato su haretz qualche giorno fa: La crisi idrica di Israele non è finita

 

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Sabato 13 febbraio dalle ore 18:00
VENEZIA
Scoletta dei Calegheri
Campo San Tomà, S.Poloincontro con:
Nurit Peled-Elhanan (premio Sacharov 2001)
Luisa Morgantini (già Vicepresidente Parlamento Europeo)
Margot Galante Garrone, canterà Ninna Nanna per Gaza
e canzoni di pacea cura di:
Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina
Edizioni GruppoAbele
Coordinamento per il Medio-Oriente

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Nurit Peled-Elhanan,
insegna presso la facoltà di scienze dell’educazione linguistica dell’Università ebraica di Gerusalemme. Nel 2001 il Parlamento europeo le ha conferito il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e i diritti umani.

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Luisa Morgantini,
presidente di Assopace Palestina, è stata la prima donna eletta nella segreteria della FLM di Milano. Parlamentare europea nel 1999 e riconfermata nel 2004 come indipendente. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza, è inoltre nel coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace. Ha ricevuto il premio per la pace delle donne in nero israeliane e il premio Colombe d’Oro per la Pace di Archivio disarmo. E’ tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la pace.

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Margot Galante Garrone,
è stata tra gli esponenti di spicco del gruppo di Cantacronache con cui ha inciso le prime canzoni di cui è autrice, oltre a riproporre le canzoni folk e popolari. Nel 1987 fonda il Gran Teatrino La Fede delle Femmine insieme a Leda Bognolo, Paola Pilla e a Margherita Beato, con cui realizza spettacoli di marionette costruite da loro stesse.

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Aveva detto “solo un incontro d’affari. Uno spuntino. Due chiacchiere tra colleghi. Quattro cose veloci. Senza impegni. Sarai a casa per cena”. Mi pensavo di trovare anche altri. Mi apre e scappa via. Mi accorgo di essere da solo. Scusa e si scusa per il disordine. La guardo allibito. Prende un pomodoro e comincia a tagliarlo a fette.
Qualcosa non va”?
No, va tutto bene”.
Era femmina insolita. Veloce di lingua. Rapida con tutte le parole. Sapeva stare agli scherzi di tutti e sapeva rispondere a tono. Spesso allegra e spesso fin troppo gioviale. Sapeva come provocare e come rispondere alle provocazioni. Se comprava un vestito nuovo non si faceva nessuna remora a metterlo, anche se era di colori troppo vivaci o un po’ audace. Spesso mi capitava di sentire le colleghe chiacchierarla. Ma le vere chiacchiere riguardavano le altre. Per quanto mi risultava alla fine non si era mai fatta mettere il sale sulla coda da nessuno. Riusciva sempre ad uscire indenne dai veri pettegolezzi, come dalle maldicenze e dalle zuffe. Non c’era grande soddisfazione a prendersela con lei. Sgonfiava qualsiasi cosa trasformandola in burla. Probabilmente per quel suo carattere era sempre rimasta libera.
Nel suo andare e venire indaffarato si accorge di come la guardo: “Non badare al vestito, è stato un capriccio. Non è la cosa più comoda. E’ che toglie le parole a qualsiasi fantasia. Ho detto subito: è mio. Sai come sono fatta. Beh! Se avevi dubbi ora non ne hai più. Naturalmente scherzo. Volevo vedere le facce. Che te ne pare? Posso venire in ufficio”?
E’ veramente un po’ temerario. Questa volta ha esagerato. Riesco a fingere di guardarla distratto. Di cercare di farmi un’opinione ponderandola. Come se mi avesse chiesto un parere su una partita di piastrelle per il bagno tra le quali deve scegliere. So che qualsiasi cosa posso dire non cambierà le sue decisioni. Se lo vuole fare è capacissima di arrivare con quella cosa addosso. Mi sembra anche un po’ sado, non lo dico: “Spero che non mi abbia fatto venire solo per questo. Cosa ti posso dire? E’ un po’ stretto. Un po’ azzardato. Ti sembra dipinto addosso. E sul serio non lascia supporre nulla. Non lascia spazio all’immaginazione. Neanche un respiro. Ma se credi di farlo”.
E con questo spero di aver esaurito l’argomento. Con lei affronto ogni cosa con molta circospezione. Ho paura delle sue risposte, non una sola volta ne sono stato folgorato. E’ sempre riuscita a mettermi in confusione. Cerco di guardare fuori dalla finestra. Aspiro gli odori che arrivano dalla cucina. Non ho la più piccola idea di come sia come cuoca. Non mi sembra adatto nemmeno per l’ora. Pare proprio uno strumento di lavoro. Se fosse uno sconosciuta la mia considerazione non sarebbe certo molto garbata. Ho imparato che non si può sempre dire pane al pane. E così me ne sto in angustie sulle mie. Mi sento come se fossi seduto su di una graticola. Intanto finisce di imbandire la tavola e lo fa non come lo si fa per un spuntino ma come se preparasse per una vera cena; per una cena importante.
Sparisce. Sento ruggire un motore, probabilmente quello di un frullatore. E’ tutta affaccendata. La sento gridare da un’altra stanza: “Hai bisogno che ti accenda per l’arrivo della tappa”?
Torna a metà della mia risposta mentre mento spudoratamente: “Non fa niente”.
Ad ogni ulteriore apparizione si rinnova il mio senso di disagio, la mia meraviglia, e il mio parere sull’abbigliamento peggiora. Temo debba trattenere il respiro. E’ anche costretta a zompettare per quei tacchi, come le gallinelle che hanno appena deposto l’uovo. Con passettini brevi. Incerti. Va continuamente da qui e là in modo ridicolo: “Avrei fatto meglio ad infilarmi delle ciabatte. Solo che poi me lo fanno sembrare che ramazza per terra”.
Se la ride. Forse si aspetta un complimento. Che le dica che non è vero. Sto sulle mie. Preferisco continuare precauzionalmente a starmi zitto. Penso che abbia aggiunto profumo al profumo che si mescola a quello dei cibi. Non mi ha ancora chiesto di Loredana. Ma non abbiamo avuto molto tempo di scambiarci qualche parola in santa pace; nemmeno un semplice convenevole.
Cosa mi volevi dire”?
Magari mi racconti intanto qualcosa. Mentre finisco di preparare. Poi parliamo. Scusami, posso lavorare e ascoltare. Mi son fatta prendere un po’ in ritardo”.
Ci penso sopra, non mi viene niente. Tento di darmi delle arie. Mi affido ad un po’ di ironia: “Cosa vuoi che ti dica? I mondiali sono andati come sono andati. Quello che c’era da scoprire è stato scoperto. Paesi, continenti, monti, pianeti e malattie. Le guerre sono state fatte. Ora la gente muore in silenzio o lo fa distante. I martiri sputano razzi. Nessuno sa più fare un martini come cristo comanda. I giornali parlano di niente. La televisione ha detto che c’è un nuovo anno, ma nessuno se n’è accorto. Tutto quello che c’era da fare e da dire è stato fatto e detto. L’unica cosa che si muove sono i soldi, e lo fanno per scappare lontano. Quelli corrono. Cosa vuoi che ti dica”?
Non intendevo questo. Sei pessimista”.
Non io, è il mondo a esserlo”.
Mi guarda perplessa. Sono seduto in cima alla sedia in procinto di precipitare da un momento all’altro. Guardo l’ora: “Cominciamo a spiluccare”?
Mi mette in mano l’apribottiglie: “Torno subito. Faccio in un attimo. E poi… sono qui. Possiamo continuare a parlare mentre ti servo”.
La guardo allontanarsi. Andare verso il piccolo mobile addossato alla parete. Belle gambe, però. Non ci avevo mai fatto caso come adesso che le vedo tutte. La guardo di spalle. La vedo mentre si appoggia alla piattaia. La guardo chinarsi. Basta quel niente. Quel niente è anche troppo: “C’è ancora tempo. Caffè, tè, o meglio un aperitivo; stai tranquillo. Stai pure comodo. Ti servo io”.
E dopo qualcuno dice che è l’uomo che si mette certe idee in testa. E’ meglio se io certo di non aggiungere niente. Mi limito a guardare e in silenzio. Fasciata così in nero non è più lei. E solo l’immagine anonima che mi rimbomba in testa. Rischio di fare un gesto sconsiderato: “Spero che tu non abbia fretta”.
Mi alzo e mi avvicino furtivo. Se non rendo omaggio subito a quel culo faccio offesa a me stesso, al buon senso, agli assenti e probabilmente anche a lei. Cerco di circondala con le braccia. Sono già lì lì per stringerla a me e riempire le mie mani di lei. Audace. Con spezzo del pericolo. Senza pensarci. Non me ne importa più nulla. Che sia quello che deve essere. Meglio uno schiaffo che passare per un idiota.
Si gira di scatto per la sorpresa. Il sorriso le si spegne in bocca. Il vestito esplode. Un brandello di stoffa fa oscillare il lampadario. Nel salto a ritroso rovescia un’intera pila di piatti che precipita al suolo frantumando anche la vetrinetta. Frana seduta su quella maledetta sedia e mi guarda sbigottita; in preda al panico. Un bottone salta e mi colpisce in un occhio; è ancora tumefatto. Nel tentativo di afferrare qualcosa e salvarlo dalla caduta mi taglio sul polso. Il taglio sputa sangue e mi ritrovo schizzato tutto d’olio. E’ tutto un disastro. Finiamo al pronto soccorso. Io a far da paziente, quattro punti di sutura con la benda sull’occhio, e lei al capezzale del moribondo a sprecare preoccupazioni e a dispensare compassione.
In attesa dell’ambulanza s’è rivestita di fretta. S’è messa dosso la prima cosa che ha trovato. E’ ancora in cima a quei tacchi. Mi dice dispiaciuta: “Peccato, avevo fatto l’arrosto di maiale. Doveva essere venuto buono. Mi rincresce, sarà per la prossima volta”.
Mi chiedo se le spiace di più per i piatti, per l’arrosto, per il vestito, perché nemmeno abbiamo cominciato a affrontare l’argomento costi e benefici, o per quale altre diavoleria. Mi chiedo se in qualche modo posso riparare. Mi chiedo se posso correre il rischio di una seconda volta. Già per questa ne dovrò dare di spiegazioni. Ho arrischiato la vista e la vita. Mi chiedo dove diavolo era, in quella casa, la stanza da letto. E il bagno.
Spero che di vestiti come quello non avesse che quello. Mi mordo la lingua prima di chiederglielo. Mi riprometto che la prossima volta parliamo stando al tavolo di un bar. Oppure al parco. E che se deve essere arrosto di maiale che sia arrosto di maiale. Do la colpa alla mia sbadataggine. Mi scusa prontamente. Con delicatezza le spiego che per servire in tavola è meglio indossare un grembiule.
Mi dice: “Credi”? Aggiunge: “Però le calze nere”… Mi spiega: “E’ che non volevo sembrare sfacciata”. Mi saluta: “Scusa, se non hai più bisogno, vado a raccogliere i cocci”.

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Mi lascio cadere sulla sedia sfatto. Ho deciso: prendo un caffè e poi me ne torno a casa e mi infilo sotto le coperte. Cosa le racconto? Ho accettato questo lavoro perché non ho trovato altro: cacciatore di vampiri. Non che ci credessi molto. Non volevo farle vedere che me ne stavo semplicemente a ciondolare in casa senza cercare di reagire. Come uno scansafatiche qualsiasi. Ho girato tutta la notte. Naturalmente senza risultato. Niente che assomigliasse minimamente a quello che cercavo. Mi sono infilato in feste, in balere e discoteche, nei locali più sordidi, per le vie più buie. Mi sono spinto fimo al cimitero. Ne ho viste molte e ne avrei di storie da raccontare. In tasca non ho una lira. Non è con le storie che si mangia e ho accettato di farlo a cottimo: un tot, che non ho capito come si quantifica, ad ogni cattura. Potevo trovarmi un lavoro più assurdo? Rigiro fra le dita il mio cuneo di frassino. Lo infilo in tasca. Puzzo anche di fumo, alcool e un po’ di vomito. Ho bisogno di una doccia. Gli occhi mi bruciano. Una notte insonne per nulla.
Sono bravo a lasciarmi tutto dietro le spalle. Mi si avvicina un tizio, dice “Posso?” e s’è già seduto. “Sono Giuseppe”. Lo guardo senza attenzione: “Anch’io”. Ho scelto questa strategia per non dare confidenza ai perdigiorno. Non si lascia nemmeno sfiorare dalla sorpresa. Aspetto che arrivi il cameriere. Lui mi confida come fosse un segreto: “E’ il tuo giorno fortunato. Se cerchi lavoro hai trovato la persona giusta”. Viene il cameriere. Lui, Giuseppe, per sé lo ordina macchiato con poca schiuma. Aspetto. Arriva l’ordinazione. Esagera con lo zucchero e sembra volerlo mescolare per tutta la mattina. Cerca di destare il mio interesse. “Si tratta di raccogliere patate. La paga è buona”. Gli spiego che sono ingegnere e che non è quasi l’alba. Di rimando mi precisa che lui è uno onesto, si prende solo non venti percento; non come quelli. “Guarda, –gli dico senza degnarlo di uno sguardo– non ho chiuso occhio e questo film non so se vorrò vederlo nemmeno in seconda serata”. Resta deluso. Mi borbotta che non so cosa mi perdo e se ne va senza pagare. Abbandono al vento un sospiro di sopportazione. Si allontana verso un camion parcheggiato sopra il marciapiede. Dev’essere la mancanza di sonno e devo avere un aspetto orribile, da extra. La città non ha ancora cominciato a riprendere vita. In verità comincio ad avere il sospetto di non essere tagliato per il lavoro.
Il giorno non è ancora molto popolato. Solo i primi rumori. Uno si avvicina. Mi guarda bene. Scuote la testa e se ne va verso un altro camion. Dev’essere la camicia. Mai saputo dei giorni delle raccolte. Mi rendo conto di come la notte sia fatta di tante ore. Quel tizio mi ha versato addosso del merlot rosso. Speravo che si notasse appena. Forse questa gente ha occhi da gatto. Il caffè s’è freddato. Richiamo il cameriere per farmene portare un altro. Mi conto i soldi in tasca. Non sono così disperato. Laura mi ha lasciato quelli per passare in lavanderia. I pantaloni possono aspettare. Avrei voglia di prendere anche un cornetto. Ho lo stomaco sottosopra. E mi accorgo che un altro tizio ha sostituito al mio tavolo quello delle patate. Mi fa: “Se hai cinquecento euro in ventotto minuti li raddoppiamo”. Se li avessi non sarei seduto a questo tavolo. Gli rispondo in silenzio osservandolo in viso attentamente. “Si può fare anche con duecento ma allora ci vuole più tempo”. Gli domando se vuole vedere il tesserino. Si alza immediatamente spiegandomi che si trattava solo di uno scherzo.
La sedia non resta vuota per molto. Viene a accomodarsi una donna, anzi anche lei vi si lascia cadere. Sputa un sospiro di liberazione dalla fatica. “Notte dura… eh”? “”! “Ne offri uno anche a me”? Le avvicino la mia tazzina. “E’ stata lunga e inutile. E per te”? Ho il sospetto che mi abbia scambiato per un lavoratore della notte. Per uno che fa il suo stesso mestiere. Non mi interessa di deluderla: “Anche per me”. Cerca le parole e poi infine le trova: “Bel ragazzo, andiamo a divertirci”. Rifaccio i conti in tasca. Il risultato non cambia. “Temo di doverti dire di no”. Mi invento che sono uno studente. Mi guarda con gli occhi stanchi e arrossati, palesando un po’ di delusione. “Peccato. Credimi, mi dispiace. Fosse per me… ma lui non me lo permetterebbe”. Ha voglia di parlare. Comincia a raccontarmi la sua storia. Del figlio. Di lui, il protettore, che la picchia, ma solo qualche volta. “Ma poi è gentile”. Dei genitori anziani: “Naturalmente non sanno”. Loro, i genitori, se ne stanno in campagna. Lei non era tagliata per quella vita. Che lei lo fa proprio per bisogno. Che le piacerei molto. Prova un’ultima volta a tentarmi spiegandomi che è brava. Mi ripete che le spiace perché le piaccio veramente, ma che proprio non può. Vorrebbe continuare. Forse si accorge che l’interesse che le riservo non è il massimo. All’improvviso si interrompe. Mi ringrazia del caffè e si allontana lasciandomi un vago appuntamento: “Ci vediamo”. La sua figura è appesantita. Il passo un po’ trascinato, ma gli occhi non erano brutti. Temo che avendoli avrei rischiato di spendere i miei soldi per nulla, per deluderla. Non so se quelle signore possono provare delusione. Forse la mia è stata anche carina, non saprei valutare quanto tempo fa.
Non resto per molto da solo. Viene al mio tavolo un quarantino in cravatta. Profuma di dopobarba cosparso da poco. Anch’esso invadente. Dopo un po’ si presenta con un “Buongiorno!” e mi spiega che è la mia “Giornata fortunata”. La fortuna sembra accanirmisi contro. “Offriamo un’assicurazione che copre tutto, ma proprio tutto, al venticinque per cento meno della più economica della concorrenza. Sarebbe criminale non approfittarne”. Lo guardo e mi chiedo che idea si possa essere fatto di me. Controllo le mie scarpe e vi è rimasto del fango. Trattengo l’istinto di pulirle contro la gamba dei pantaloni. Forse ha ragione lui: sono criminale. L’istinto cerca di sopraffarmi. Avessi raggiunto subito casa non mi troverei tanta plebe tra i piedi. Possibile che non esista più un angolo di intimità? Vorrei pensare solo ai mei pensieri. Gli rispondo annoiato: “Non ho la macchina”. Dico sempre così per togliermi dai piedi questo tipo di guaritori e santoni. La città è sempre più una giungla piena di trattole. Devo avere l’aspetto della facile preda. “E’ l’occasione perfetta per farsela”. Per istinto mi verrebbe da spiegargli chi mi farei. Soprassiedo.
Mi si avvicina un barbone mentre sto ancora mentalmente lasciando i miei saluti alla signora. Forse si chiede se pietire almeno il solito caffè. Non lo devo aver convinto. Inizia la sua preghiera ma si ferma subito. S’accomiata immediatamente con un: “Buona fortuna, amico” –e si allontana senza girarsi. Non ho ancora trovato la forza di alzarmi. Il letto può attendere. E’ il tragitto a spaventarmi. Non mi sento le forze. Credo di essermi anche appisolato, ma solo per poco. Sono sospeso tra il bisogno di riposo e un fanculo. Incapace di decidermi. Inoltre ho lasciato la macchina a mia moglie. Dovrei comunque farla a piedi. Non è molto ma quanto basta. Intanto i negozi si sono aperti. Una donna esce per le spese. Cerco di immaginare l’occupazione di quei passanti. Verso quale tipo di ufficio si stanno incamminando. Guardo se in qualche tavolo c’è un giornale. La stanchezza ormai è diventata torpore. Credo che faticherei a prendere sonno. Mi faccio portare il terzo caffè per me. Sferraglia il tram. Uno corre per non perderlo. C’è un senso di già visto e di quotidianità in tutto. Non so com’è andata a finire la formula uno.
Vengo distratto dal tavolino all’angolo. Indubbiamente è un bel vedere. Mi osserva per un lungo attimo poi prende il suo amaro e viene a sedersi al mio tavolo. Sembra che tutto il mondo stamattina sia curioso di me. E con me voglia scambiare due chiacchiere. Ho un gesto di disgusto: mi rendo conto di non averlo zuccherato. Le chiedo scusa. La guardo senza prestarle troppa attenzione. E’ una vera signora. Bella è bella. Elegante è dir poco. Il trucco: perfetto. Solo gli occhi leggermente arrossati ma subito li nasconde dietro un enorme paio di occhiali scuri. Ha l’aria di una attrice del cinema e ne assume anche la posa. Rigiro la tazzina. “Divertito”? “No”! “Nemmeno io, per quello… E poi… un vera noia”.
Quando accavalla le gambe lo fa con la consapevolezza che quel gesto può fare impazzire il mondo. Ha preso i miei occhi. Cerco senza riuscirci di mettermi comodo. La stanchezza ha smesso di blandirmi. Insiste: “Nemmeno tu sembri uno che s’è divertito molto”. Temo che il suo tempo non sia dedicato a me. Per un attimo fa scorrere il suo sguardo intorno: “Bella giornata”… Sembra avere altro da dire, ma non lo dice. Allunga un attimo di silenzio. Mi chiedo molti perché. Eppure c’è. Eppure è al mio tavolo. Seduta davanti a me. Attenta ancora a studiarmi. Caldo o meno bevo il caffè com’è. Mi richiama alla realtà: “Cerchi un lavoro”? “Non so”. “Sai guidare”? “Naturalmente”. Pare che oggi abbiano tutti un lavoro da offrire. Ha un sorriso complice: “Cerco giusto un autista. E’ una cosa semplice. Il mio s’è… licenziato, diciamo così, pochi minuti fa”. Desta in me un po’ di interesse ulteriore. Sicura di sé. Sembra poco interessata a qualsiasi mia risposta. Decisa. Mi dice che “Posso provare”. Il “se voglio.” che aggiunge alla fine mi sembra avere il gusto della presa in giro. Persino il tono con cui lo dice sembra porre fine al nostro dialogo. Si alza e va verso la sua lunghissima macchina argentata.
Certamente non ha la preoccupazione di passare inosservata. Io la guardo brevemente allontanarsi e poi pago le consumazioni e velocemente la seguo non distogliendo il mio interessa da lei. Mi scodinzola davanti ch’è una meraviglia. Mi sento molti altri sguardi addosso. Mi metto al posto di guida. Sistemo il sedile e lo specchietto. E’ lei ad indicarmi dove andare. Cerco di guardare solo la strada e di seguire le sue indicazioni sufficientemente precise. Imbocchiamo il corso e poi a destra. Poi rincorro solo la sua voce. Cerco di darmi un atteggiamento disinvolto, se non professionale. Penso che forse è la mia occasione. L’ho cercata tanto e poi è stata lei a trovare me: “Non che non mi spetterebbe il titolo di contessa. Non bado a queste cose. Tu puoi chiamarmi signora Elisabetta”. Un po’ mi distraggo nei miei pensieri. Cerco di respirare il suo profumo garbato. Sembra quasi non fare caso a me: “Credo tu abbia il bisogno di… darti una ripulita”. Annuso l’aria in ansia. L’aria di quell’abitacolo che sa di fumo. Per fortuna non impieghiamo molto ad arrivare.
Mi fa entrare nel suo regno magico aspettando davanti ad ogni porta perché io gliela apra. E’ tutto luce e spazio. Tutto toglie il fiato. Non ho visto nulla di simile nemmeno al cinema. Non riesco a distrarre gli occhi da lei e ho modo di ammirarla tutta con attenzione. Stanza dopo stanza mi perdo seguendola in un alveare di stanze finché raggiungiamo la nostra meta. Come entriamo una musica si diffonde nell’ambiente da sola. La camera da letto è enorme ed enorme è anche il letto che sta al centro sormontato da un soffitto di specchi: “Questa è la mia”. Mi sorride garbatamente mentre le dita affusolate scorrono ad invitare lo sguardo del visitatore, poi ridacchia di pancia. I suoi gesti sono lenti ma sicuri. Intanto è scesa dai sottilissimi tacchi sfilandosi le scarpe. Mi indica il bagno: “Fai pure”.
Non sono riuscito a trovare il suo invito offensivo, mi è anzi parso gentile. Solitamente sono tra quelli che preferiscono infilarsi nella vasca. Magari restando a poltrire immerso di schiuma. Non che abbia fretta ma cerco di fare presto. Dopo mi controllo allo specchio e mi sistemo i capelli. Annuso uno tra i tanti deodoranti che fanno bella mostra di sé sulla mensola e lo rimetto dov’era. Mi passo senza sapere perché i denti con un dito. La stanchezza si fa sentire in sottofondo. I miei pensieri sono un’unica confusione. Non so cosa sta succedendo intorno. Ho solo voglia di annullare ogni domanda. Mi concedo un attimo di tregua; una pausa. Torno dentro ad un accappatoio completamente imbarazzato. Convinto che fuori mi aspetti con una divisa. Invece è rimasta in piedi davanti alla porta e mi guarda ridendo: “Dovresti cambiarti. Dopo guardo se ho qualcosa che ti può andare bene”. Mi sento un verme. In realtà avevo solo bisogno di una ripulita. Magari ne avrebbero bisogno anche i miei abiti; Lungi da me negarlo. Anche solo di una rinfrescata. E di lavarmi i denti.
Mi dice di fare come se fossi a casa mia. Mi guardo torno cercando qualcosa che assomigli a casa mia senza trovarlo. La presenza del letto mi imbarazza. E le impalpabili mutandine di pizzo sulla poltrona. L’aria di intimità che pervade la stanza. La stessa di ogni camera da letto; penso. La musica. Tutto è una ruffianeria. Un’alcova da fiaba in una bolla di sapone. A lei non mancano gli argomenti. “Faccio anch’io una doccia. Mettiti comodo”. Fatico ad immaginarmi comodo.
Mi siedo ad aspettare sul bordo di una sedia fissando la stessa porta dietro la quale è sparita. Sento lo scrosciare nell’acqua. Mi ricordo di aver lasciato la mia biancheria per terra. Non vorrei fare nessun gesto che possa deluderla. Fatico a non immaginare lei sotto il getto. Guardo quel letto. Ho la tentazione di avvicinarmi e accostare l’occhio a quella serratura. Resisto e resisto al tempo che scorre lento. Credo che in circostanze simili molti sarebbero felici di pagare per questo lavoro. Non mi arrendo ad un attimo di panico. Sono certo che presto mi sveglierò dal sogno. La musica è una carezza. Conto mentalmente gli spiccioli che ho in tasca. Non penso sia il caso di andarmene. Torna mentre sono ancora immerso tra le mie stupidità. E’ fasciata da un velo impalpabile: “In certi momenti… capiscimi… di confidenza… va bene anche Elisabetta”.
Avrei dovuto ricordarmi di quello che si dice dei Bátorai quando ho letto quel nome alla targhetta della porta dell’immensa villa? E poi sono proprio io a spiegare a mia figlia perché non ci si dovrebbe mai fidare degli sconosciuti. Cerco di distrarmi un attimo di lei. Gli chiedo titubante delle origini di quel nome. Mi sembra non le vada molto di parlarne. E mi risponde anche leggermente infastidita. Mi conferma che lontanamente, ma molto lontanamente, affondano in Ungheria. “Sai… preferisco che sia tu a togliermelo”. Non avrei bisogno di quell’invito. Sono disposto a perdermi in quell’universo. Non accosta nemmeno le tende: “Magari dopo ti faccio vedere la piscina”. In pieno giorno mi butta sul letto. Le parole le sospira: “Ora non c’è tempo per queste cose”. Capisco che non uscirò più dalle sue braccia. I suoi occhi luccicano di una luce sinistra; colma di lussuria. Ingoia un prolungato sospiro osceno: “Sei proprio un diavolo”. Ha unghie iridescenti lunghe e affilate, e le affonda nella mia carne con voluttà. Mi squarciano la pelle facendola sanguinare. Le sue labbra rosse raggiungono subito quelle ferite e prendono a succhiare avidamente il sangue che cola.

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Mamma li turchi

C’era una volta… una città fiorente in oriente, anzi in medio-oriente: Hebron, che vuol dire amico. Una città di commercio e artigianato (una delle più antiche ininterrottamente abitata da più tempo). Dicevamo c’era e c’è ancora una città di circa 200.000 abitanti in quella terra dove le religioni sono nate e avevano imparato a vivere insieme.
Un bel giorno, anzi un brutto giorno come in certe storie, del lontano 1976 un gruppo di “immigrati” di religione ebraica decisero di occupare il centro storico e commerciale della città confiscando terre e case perché anche quella era parte di una “terra promessa”. E’ così che affluirono nel centro storico e commerciale della città (unico caso in questa tormentata terra) 700 persone per “vivere” appunto nell’antico quartiere ebraico. Una delle colonie più violente di tutta la Palestina, perché Palestina si chiama quella terra.
Un freddo inverno, più esattamente il 26 febbraio 1994, uno di questi coloni (di origine statunitense), l’eroico Baruch Goldstein, armato di fucile automatico, entrò nella moschea di Hebron ma con sua sorpresa non trovò il feroce Saladino e le armate dell’Islam ma solo fedeli mussulmani che eseguivano la preghiera del tramonto, per non essersi recato inutilmente in mezzo a quegli infedeli cominciò a sparare all’impazzata. Alla fine il colono Goldstein perse la vita sul posto, non prima di aver avuto il tempo di massacrare 29 palestinesi e di ferirne gravemente oltre 100.
Dopo questo episodio di sangue, esattamente nel 1997, si decise di dividere la città in due, da una parte il suo centro storico, appunto con la nominata Shuada street, e dall’altra il resto di quella estesa e popolata città, e per garantire la sicurezza Israele inviò nel luogo un contingente di circa 1.500 soldati in assetto di guerra a dirigere il traffico e sorvegliare le “normali” attività, come si conviene in ogni luogo di questo mondo civilizzato. E’ bene non scordare che questi nuovi crociati, che in qualunque altro posto verrebbero chiamati invasori e occupanti, si installarono in una terra che non fa parte del cosiddetto stato di Israele essendone ben fuori dai suoi confini.
Da bravi soldati portatori di Pace e di ordine pensarono bene di usare checkpoint, cancelli, cavalli di frisa, e ogni altro tipo di barriera per separare le due comunità chiudendo completamente quel centro storico, simile a qualsiasi Bazar colorato, odoroso e affollato o alle nostre Mercerie, ad ogni attività commerciale esistente e all’ingresso ma solo per la comunità palestinese. Le serrande dei negozi vennero abbassate e sigillate e le abitazioni dei testardi residenti vennero piombate e murate le porte (i pochi domiciliati rimasti da allora sono costretti ad entrare nelle loro case attraverso quelle dei vicini, tramite buchi sui muri o addirittura passando dai tetti). Ora la “città vecchia” è deserta, non fosse per il passaggio sporadico di coloni sempre in cerca di “rissa” e di soldati abbondantemente armati, è solo un ghetto tanto che Hebron viene anche chiamata Ghost City.
Il Carnevale è quello spazio dell’anno dove vanno al potere per pochi giorni quelli che il potere non l’hanno mai avuto, gli ultimi, e chi sono tra gli ultimi i più ultimi degli ultimi se non i Palestinesi cacciati dalla loro terra e tormentati nelle “riserve” in cui viene loro concesso di provare a sopravvivere? Oggi festeggiano allegramente con noi per le strade di Venezia due amici palestinesi, Izzat Karaki e Jawwad Abu Aisha dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) di Hebron per continuare a coltivare il sogno che la loro città torni ad essere una città. Un sogno di Pace dove, come in ogni favola col lieto fine, non ci sono i cattivi e i buoni ma solo gli esseri umani. Un sogno di Libertà: Open Shuhada street.

Assopace Palestina
e
Restiamo umani con Vik

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