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CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) tecnica mista su carta, 6 giugno 2010Quando l’ho vista arrivare ha richiamato subito la mia attenzione. Solitamente la mia anticamera è sempre gremita. C’è una folla enorme e varia e multicolore in attesa. Uno spaccato di molteplice e misera umanità. Gente che insegue la fortuna, l’amore o una illusione. Per lo più gente male in arnese e rumorosa, di tutte le età. Spesso mi intristisce e mi fa pena quell’universo di gente disposta a dilapidare tutti i suoi miseri risparmi di una vita per governare la sorte. Molte sono le donnette e molte di loro stringono in mano un santino e si segnano continuamente. Io ci campo di loro e ci campo bene.
Lei invece era elegante e curata e cercava di nascondere l’avanzamento inesorabile dell’età. Aveva aspettato che tutti se ne andassero e lo stavo già facendolo anch’io. Cosa non del tutto insolita era tra chi non vuole che gli altri credano che anche loro credono in queste cose; non voleva farsi vedere. E mostrava quel certo disagio tipico anche di chi non frequenta abitualmente studi come il mio.
Molti, quando escono da qui, sono i primi a dire che loro sono gli ultimi a credere. Si avvicinò con fare quasi circospetto e si sedette, facendo attenzione a non sgualcire minimamente la gonna, estraendo dal cilindro un sorriso di circostanza che però le illuminava il viso. Era gradevole la sua voce e il profumo che usava senza abusarne. In lei era tutto composto: la parlata, compresa la grammatica, l’eleganza e quel sorriso pacato. Aspettai un attimo affinché passasse quella minima ansia del primo momento, bisogna essere anche un poco psicologi nel nostro lavoro.
Voleva sapere cose le riservava il futuro; nientemeno. Nulla di più semplice. Faticò a confidarmi nome, cognome, età e ed indirizzo come se noi dovessimo sapere proprio tutto, anche quello. Spostai le carte e le presi la mano. Era una mano curata, come del resto tutto il resto, che abbandonò lievemente tra le mie con delicata apprensione rivolgendo verso l’alto il palmo. La gente, quando ci interpella, non vuole la verità ma vuole la sua verità; vuole sentirsi dire quello che si aspetta da noi. Non è raro che, riconoscendo la persona dagli occhi, siamo costretti ad indorare la pillola e ad aggiungere alla nostra lettura un po’ di quella fortuna o di quell’amore in più che vorrebbero fosse loro riservato. Così è stato, debbo ammetterlo, anche per lei, ma non avrei potuto comunque dirle la verità. Avevo visto subito che la sua linea della vita si interrompeva bruscamente ed in modo violento: era incisa in maniera netta e non le lasciava che cinque giorni di vita. Poveretta, mi fece pena.
Pensai che era ancora una bella donna, piacente e che non poteva avere più di quarant’anni. Mi riebbi subito e cercai di nascondermi in un sorriso tranquillizzante. Le dissi di non preoccuparsi e che anzi l’aspettava, di li a quei fatidici cinque giorni, una svolta nella sua vita. Che avrebbe trovato tutto quello che cercava: equilibrio, amore, felicità e agiatezza economica. La invitai a festeggiare i giorni che la separavano dalla realizzazione dei suoi sogni prendendo pieno possesso del suo tempo e vivendolo intensamente alfine di farsi trovare ben pronta e preparata a quel cambiamento.
Le spiegai che non potevo vedere l’origine di quel grande patrimonio, che non leggevo nella sua mano nessun evento tragico per cui forse era l’incontro con un uomo, probabilmente quello della vita, o forse una grande proposta d’affari. La consigliai perciò di non farsi prendere alla sprovvista e di munirsi di un po’ di denaro da tenere in casa perché a volte anche la fortuna ha bisogno d’essere aiutata. Cercò di interrompermi per spiegarmi che la sua situazione economica era già buona e che non era quello che voleva ma non la lasciai terminare. L’avevo capito dall’anello che portava al dito, ma si stava ormai facendo veramente tardi. La tranquillizzai anche per quanto riguardava la salute e le accarezzai il palmo della mano molto delicatamente. Lei accennò un sorriso intimidito e abbassò gli occhi ringraziandomi.
Dopo che se ne fu andata pensai che cinque giorni in fondo sono ben poca cosa, che sfuggono in un soffio. Il giorno fatidico, il quinto, ricordo che era una martedì come questo, dopo averle preannunciato la mia visita per cellulare andai a trovarla. Mi accolse con un sorriso aperto e cordiale che le illuminava tutto il viso, al pari di un vecchio amico, e mi ringraziò anche se non mi sarei dovuto disturbare. Come avevo immaginato la sua era una bella casa signorile, molto signorile ed elegante, anche l’arredamento era di un gusto raffinato; una vera reggia. Lei era veramente in splendida forma e mi fece accomodare in salotto ansiosa di raccontarmi. Quei giorni erano stati per lei veramente, come le avevo anticipato, dei giorni speciali. Lei non aveva avuto altro pensiero che quello di pensare a sé e il tempo le era passato come un soffio tepido e sereno. Il marito stava organizzando un bellissimo viaggio da fare assieme in un posto esotico di cui ho scordato il nome già mentre me lo diceva. In quel momento era sola in casa perché lui aveva dovuto naturalmente recarsi in ufficio come al solito.
Mi confermò che aveva mantenuto il segreto sul nostro incontro, come le avevo raccomandato, e che perciò si sentiva come una bambina discola e bugiarda. Aggiunse che un po’ le era rimasto difficile perché dalla lingua le sfuggivano le parole poiché non riusciva a trattenere l’allegria e la felicità che aveva trovato. Mi offrì un caffè che fece con le sue mani in quanto aveva dato il giorno libero alla servitù e si scusò di un disordine che non c’era motivandolo con il fatto che stava già preparando le valigie. Mi confessò che era leggermente in ansia per le novità che ancora l’aspettavano soprattutto per quella giornata. Temeva per il viaggio, che la costringesse ad essere assente proprio nel momento che avrebbe suonato a quella porta la fortuna. Le dissi di stare calma e di avere fiducia in me che tutto sarebbe andato bene e che sarebbe successo nel modo più naturale che poteva immaginare.
Aveva un sorriso luminoso e talmente tante parole che non sembrava in grado di governare la pazienza e che non avesse tempo bastante per tutte. E quella voce cortese che scivolava dalle labbra lucide e rosse librandosi di tra i denti candidi che sembrava un massaggio. Rischiai di lasciarmi distrarre. La fissavo negli occhi e non riuscivo a distogliere lo sguardo. Mi disse che non sapeva proprio come ringraziarmi. Glielo spiegai io e mi fece accomodare in camera da letto. Lasciò che le facessi scivolare a terra l’abito e poi si rivelò dolce, tenera e passionale. Tra le mie braccia mi confidò che non se lo sarebbe mai aspettata e che forse ero io quel futuro che l’aspettava. Modestamente penso di essere bravo in tutto quello che faccio. Mentre il suo sguardo si stava facendo liquido e la voce le veniva a mancare si rivelò romantica e tra i sospiri le sfuggirono parole di desiderio e d’amore, ma io stavo già stringendo la presa sul suo collo. Una mano come quella, liscia e di velluto, con all’indice quel rubino naturale birmano ovale purissimo d’un rosso tanto violento da accecare, non poteva mentire sul suo destino.

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