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Posts Tagged ‘inizio’

L’altro che viveva nel suo corpo si era guardato allo specchio senza notare alcuna differenza. Ancora non lo sapeva, oppure non si era reso completamente conto. Non voleva. Sarebbero bastati pochi attimi. Quando lo aveva messo alla porta si era sentito morire. Così aveva creduto. Proprio di morire. Aveva provato persino una specie di dolore fisico. Di mancanza di respiro. Prima di asfissia. Poi una pressione sul petto. E aveva ricordato. A pensarci tutto appariva così strano.
Si era svegliato il mattino seguente guardandosi intorno. Lo ricordava nitidamente. Ai muri erano appese brutte stampe, probabilmente ricavate da qualche rivista; sbiadite. Non c’erano i suoi quadri. Non c’erano nemmeno i suoi libri. A guardare meglio non c’era nemmeno la libreria. Al loro posto un intonaco screpolato e muffito, scandalosamente nudo. Assurdamente bianco, come un bagliore iridescente ed irriverente; che accecava. E c’era invece la televisione. Quel televisore piccolo senza telecomando che era rimasto acceso. Non avevano mai voluto il televisore in camera. Già! non era casa sua. Non ci voleva molto a capirlo. Solo che si era appena svegliato. Era ancora in precario equilibrio con la notte, anche se fuori il mattino di giugno era fin troppo chiaro. Ma lui era ancora in precario equilibrio con quell’onirico e con l’illusione. Non aveva fatto caso, quello no! che accanto al lui, nel letto, non c’era la sua presenza. Ma era da tempo, da molto tempo, da quando ancora c’era che non c’era. Non c’era veramente. Si rintanò comunque nel suo angolo. La cosa non funzionava più.
Si era acceso una sigaretta. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Niente gli impediva di fumare in quella stanza. Addirittura a letto. Stanza? Casa? Non lo era. Non la sentiva come una casa. Non certo sua. Era solo un buco. Un buco destinato inevitabilmente a stargli sulle palle, anche se provvisorio, perché gli avrebbe ricordato. E lui non voleva; non voleva ricordare. E cercava di mettere ordine nella sua mente. Aveva l’impressione di non riuscirci. Di non fare troppi progressi. Ma il peggio era stata la prima notte. Aveva rimandato il possibile prima di rientrare. Strano verbo per descrive il gesto di chiudersi dietro la porta di un appartamento nel quale era entrato per la prima volta solo quel pomeriggio di disperazione. Aveva preferito cenare fuori che mettersi ad improvvisare una cena senza voglia. Magari mettere due wurstel sul fuoco. Impanare un petto di pollo. Era rientrato e si era messo a letto credendo di dormire. Il buio gli aveva messo paura. Quel silenzio. Una strana paura. Continuava a dirsi che non aveva più l’età per temere il buio. Si ripeteva che lui non era mai stato il tipo da aver paura. O almeno non ricordava l’ultima volta. Era passato troppo tempo che rammentarsene. Si era alzato a farsi il tè ormai consapevole che sarebbe stata una notte lunga e senza riposo. Girando su e giù per quei pochi metri quadrati. Andando alla finestra. Eppure era stata una fortuna trovare almeno quello. Almeno aveva un letto; per quando duro ma un letto. Poi, dopo innumerevoli tentativi, s’era assopito che già faceva chiaro.
Da quei ricordi non erano passati che pochi giorni, ma sembravano una vita intera. Si era abituato presto a tutto. Fin troppo in fretta. Non gli sembrava vero. Era stato fin troppo occupato da tutte le cose che doveva fare. Tutto era un’emergenza. Aveva dovuto fissare le maniglie dell’armadio perché non gli rimanessero in mano. Quel mini arredato era privo di tutto. Persino dello scovolino da bagno. Persino dello stretto necessario. C’era una pentola invalida d’un manico, ma nemmeno un tegame. Due bicchieri due. La tazza per il caffelatte del mattino se l’era fatta prestare. Il calendario appeso risaliva a due anni prima. La luce del frigo era spenta, e quel frigo versava acqua su quel linoleum e c’era finito dentro. E poi, dal primo momento libero, si era tuffato negli acquisti. Metodicamente. E quello gli aveva impegnato la mente. Era per quello che non ci aveva pensato prima. Doveva ordinare i mobili per quell’altro mini; quello che sarebbe stato suo dopo il rogito. Certo non aveva capito quella fretta. Tanti anni assieme e poi anche un giorno in più era stato troppo. No! non la riusciva proprio a capire. Aveva dovuto ricomprare quasi tutto. Stoviglie, bicchieri, tovaglie, lenzuola; gli sembrava di non aver scordato nulla. Eppure, a pensarci, doveva ammettere che era stata anche generosa. A volte va anche peggio. Solitamente va anche molto peggio. Lei invece gli aveva dato la sua parte del loro vecchio appartamento. La sua parte di una stima fatta da lei. Gli era bastata assieme al mutuo. Cosa contava il resto. Era finalmente fuori. Fuori da quell’incubo. Eccola la verità. Davanti ai suoi occhi. All’improvviso. Un attimo prima si sentiva perso. Un attimo dopo, passata quella porta, aveva provato uno strano senso di liberazione. Come quello di un passato che si lasciava definitivamente alle spalle. Di cui si liberava. Che restava dietro quell’uscio che si chiudeva. Anche se ne restavano imprigionati tutti i suoi ricordi. Ma quelli, i ricordi, avevano smesso di fargli del male. E in quei giorni, in cui non aveva avuto il tempo di riflettere, si era occupato solo di sè. Aveva dovuto fare tutto da solo, come non faceva da quando era ragazzo, cioè da prima, forse da quando s’erano sposati. E aveva dovuto farlo facendo attenzione anche alla più piccola spesa.
Ora non aveva più nemmeno una foto, era come non fosse mai esistito prima di quel giorno. Come non fosse mai esistito nulla. Eppure si sentiva inaspettatamente bene. Assopito in un senso di leggerezza, di soffusa soddisfazione. Persino di appagamento. Le cose che aveva acquistato erano ancora imballate. Era vissuto tutti quegli anni sotto l’ala di lei. Protetto. Lasciandole le scelte, almeno quelle vere. Quello che era successo l’aveva costretto a riprendersi la sua vita. A fare. A decidere; da solo. Non era certo quello che lei forse aveva pensato, e nemmeno lui l’avrebbe creduto, ma quella donna, con quel gesto, gli aveva restituito la vita. Era rinato. Si affacciò alla finestra per ringraziare lei e il mattino. Poi si accese una sigaretta e si affrettò per tornare la lavoro.

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