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Posts Tagged ‘innamoramento’

Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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luna, castello, uccello e personaggiNon c’è niente di meglio dopo che una buona sigaretta”. Le persone si riconoscono anche da come bevono il caffè. Ero stato a guardarla attentamente, Olga non aveva lasciato sulla tazzina la minima traccia di rossetto. Il sole la colpiva di sghimbescio senza riuscire ad infastidirla. Alice, naturalmente, stava sorseggiando svagata un the alla menta. Gabriele la guardava come vedesse una visione e versò dello zucchero sul piattino. Marcello aveva una macchina fotografica digitale nuova e non la lasciò nemmeno un attimo; il cucchiaino tintinnava senza gentilezza nella tazza. Era una regalo di Carla: Carla aveva uno dei suoi soliti piccoli malanni ed era stata aspettata per nulla. Aveva mandato un messaggio diverso per ognuno. Alessia non riusciva a stare ferma per ricordare a tutti ogni sua grazia e teneva il mignolo teso e il naso all’insù. Non ne aveva molto di seno ma non era un mistero per nessuno. Gli angoli della bocca di Giuseppa erano rivolti in giù e anche quel caffè sembrava avere un sapore terribile. Flavia era in ansia per presentare alla compagnia il suo nuovo; l’ultimo. Diede di gomito alla vicina. Lui portava gli occhiali e tutti si aspettavano qualcosa di intelligente, ma era solo una questione di vista. Tutti ancora si chiedono il perché del gesto di Isabella.

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tazzina di caffèSi chiamava Vanessa quella che tutti chiamavano la ragazzina bionda coi codini. Seconda ginnasio, sezione B; ma quel giorno c’era sciopero a scuola. Lo stavano aspettando ma lui non ci era proprio andato. Era una primavera dolce e lei aveva due disarmanti occhi azzurri. Erano minuti, ore, giorni che guardava quel colore incantato; il tempo aveva perso ogni valore. Non era abbastanza caldo eppure nella sua testa sciami di cicale si agitavano e frinivano. Lei aveva una voce che sapeva di fragole con lo zucchero. Lui più volte si era sentito salire fino alle labbra parole che subito gli erano sembrate stupide e inutili. Che poi aveva scordato inesorabilmente. Non riusciva che a guardarla e ascoltarla senza nemmeno sentirla. Lei camminava tranquilla, lui lento e agitato e impacciato; le mani nelle tasche, nascoste. Un vento leggero gli spettinava i capelli ma non lo aiutava a respirare. Cercava di ingoiare quel vento e si sentiva soffocare, gli occhi arrossati. Li chinò per guardarsi le ginocchia sbucciate e per cercare di resistere alla tentazione di continuare a guardare lei. Improvvisamente si sentì banale ed ebbe la sensazione che la stava perdendo. Che tutto stava finendo appena cominciato; ma cosa stava finendo? Si era distratto dentro quei suoi pensieri, ma lei l’aveva preso per mano e l’aveva accompagnato attraverso il sogno.

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Annamaria ne aveva spezzati di cuori. E si cercava in un’immagine riflessa. Non era più giovane ma era bionda come l’oro di una vera da sposa il primo giorno; quella che non aveva. Non si poteva dire bella ma aveva occhi verdi e quell’elettricità che alletta. Aveva spalle larghe e fianchi larghi e il viso tondo e braccia che avrebbero sorretto un uomo robusto. Avrebbe potuto condurlo con se, quell’uomo, ma non l’avrebbe fatto. Spesso la sera da sola piangeva perché soffriva quei dolori ma era condannata a risvegliarsi il mattino. E il mattino, ogni mattino, si ricominciava dietro il bancone di quell’osteria. Il vecchio Danilo non si reggeva più in piedi aspettando un suo sorriso. Aveva affinato, in tutti quegli anni, la sua arte di essere galante, ma quando era costretto ad appoggiarsi al banco per sostenersi e a spostare tutto il peso sulla destra in una stabilità precaria e pericolosa allora anche gli articoli gli si appiccicavano alla lingua come francobolli. “Sei proprio una gran bella… bella… un altro”. Lei pensò che ne aveva avuti abbastanza. Nessuno sapeva ma era passato tanto tempo ed era stato un amore a bassa gradazione alcolica. Raccoglieva ancora i frammenti e, ora, le poche volte che diceva sì lo faceva con lo stesso tono di quando prendeva le ordinazioni.

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Non lo credeva ancora di essere stato lui. Aveva trovato quelle parole che aveva detto ai suoi occhi. Parole che gli erano parse belle e di suoni belli quanto trovate da un altro e in fine aveva trovato anche quel coraggio. Ogni cosa dopo sembra semplice, ma lui sapeva che per lui non era stata semplice; e non lo era mai stata. Molto spesso le cose erano successe perché dovevano succedere. O era stato solo l’oggetto delle storie. Fino ad allora non se ne era dato pena. Ma Elena aveva un sorriso che lo metteva a disagio, molto a disagio. Un sorriso che gli sussurrava sottili favole che lo rivoltavano dentro. Lo faceva… sentiva un calore come fosse stato rinchiuso in una stanza col riscaldamento a mille. Non gli era facile da spiegare. Gli sembrava bella, bella come non ne aveva mai visto una più bella. Bella da fargli scordare tutto il resto. Lo vedeva che non era proprio come la vedeva, ma la vedeva, eppure, così: bella. E la sua voce aveva suoni che lo distraevano trascinandolo distante. (“Lascia che ti tenga la mano”) Qualcosa di gentile prima o qualcosa di malinconico dopo. Si sarebbe accontentato che gli dicesse anche solo “Tienimi ancora stretta.” ma lei era solo curiosa di farlo con uno con la barba. Con uno con la barba non lo aveva ancora mai fatto. Era solo una ragazzetta viziata.

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Mara. Camminava contro il vento e contro tutti senza esitazione e quel vento le gonfiava i capelli. I suoi occhi erano specchi del sole. Non aveva rimproveri né paure perché aveva diciott’anni. Non aveva imbarazzi né timori nonostante i suoi diciott’anni. Inseguiva sicura il suo sguardo e lui si innamorò. Chiuse gli occhi per non smettere mai di guardarla. Aveva vent’anni e gesti incerti e cento e gesti stanchi, ed era certo di non averla mai incontrata.

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melaNon erano stati che pochi secondi. Il dubbio. L’incredulità. La speranza. La curiosità. In quel breve lasso di tempo s’era detta tanto che pareva raccontasse una vita intera. Una folla si era assiepata nella testa di Rossana. Una incredibile confusione. Ognuna a dire la sua. Contemporaneamente. Le varie Rossana a confrontarsi. A combattersi. A sostenersi. A replicare. A rimbeccarsi. Qualcuna aveva avuto il tempo di riconoscerla. C’era la giovane Rossana con ancora quei sogni intatti. E la Rossana cinica di oggi. La Rossana spaventata e la Rossana rassegnata. La Rossana impacciata e la Rossana tenera e la Rossana timida che credeva se ne fosse andata durante una scampagnata di alcune vite prima. Naturalmente non mancava la Rossana decisa. E altre ancora. Era stata molte donne e tutte stavano lì a parlarle, ognuna cercando di dire la sua. Non aveva il tempo per ascoltarle tutte.
Era stata la timida Rossana la prima a gridare “E’ proprio lui”, con un certezza che non pareva sua e non avrebbe avuto nessuna giustificazione. Il resto, come detto, era venuto da sé. Era stato un sussulto. “Ma come può essere lui?” aveva detto la Rossana separata. “Ma lui chi è”? “Non lo puoi sapere”. “Magari nemmeno è lui”. “E se non si ricorda”? “E se si ricorda”? “Forse solo uno che gli assomiglia”. “Certo che è cambiato parecchio”. “Cosa credi di fare”. “Vi dico che è lui”. “Come fai a dirlo”. “Già può ricordare anche quanto sei stata stronza”. “E’ passato troppo tempo”. “Non puoi rischiare. Sei stata tu a tradirlo”. “Ero solo una ragazza”. “Cosa ti stai mettendo in testa”. “Comodo dire, troppo giovane”. “Si può anche perdonare”. “Non con il suo più caro amico”. “Stronzo quello”. La Rossana cinica: “La vera stronza sei tu”. “Lo so ma non si può pagare tutta la vita”. “Forse è poca”. “Ma cosa speri”? “Comunque stronzo anche lui”. “Cosa pretendi”? “Fai persino fatica a contarli tutti, quegli anni”. “Smettetela vuoi. Non pretendo nulla”. “Non vorrai mica”. “E’ solo ritrovare un amico”. “Un amico? Cos’è questa eccitazione”? “Non è eccitazione. Solo una piccola emozione”. “E’ da capire, dopo tanto tempo”. “Bella scusa i ricordi”. “Mica sei rimasta la stessa”. “Nemmeno lui, per quello”. “Alla tua età”. “Cosa c’entra l’età”? “E’ giusto, non si è mai troppo”. “E poi è solo per amicizia”. “Non gli sei proprio stata amica”. “Nel bene e nel peggio”. “In fondo non hai mai nemmeno detto perché”. “Non capivo”. “Andartene così”. “Così come”? “Dai che lo sai, mica sono lui. E nemmeno lui”. “Vi dico ch’è lui”. “Sei stata solo una stupida”. “Direi una stronza. Stronza e puttana”. “E’ facile giudicare così; dopo”. “Credi che non lo farà”? “Credo che”. “Lui era diverso”. “Ti sei bevuta il cervello”? “E’ per questo”? “Se non lo farà è perché non si ricorda”. “Perché non sei”. “Forse non sono mai stata”. “Ecco brava”. “Continua così”. “Sempre la stessa”. “Solo a pensarci”. “A pensarci dovevi pensarci prima”.
Rossana allungò il braccio per spengere la luce sul comodino. Lui dormiva al suo fianco. La foto cadde. Era stata una giornata incredibile. Troppe cose per riuscire a prendere tranquillamente il sonno. Non poteva non riandare ai fatti accaduti. A ripensare a tutti quei suoi pensieri. Nessuna avrebbe potuto convincere le altre.
“Io comunque vado”. “Che aspetti”? “Sì! buttagli le braccia al collo”. “Dove vuoi andare”? “E smettila di chiamarlo sbaglio; stronza”. “Non si può mai dire mai”. “come pensi di convincerlo; con quella. Ma ti sei”. “In fondo cosa chiedo”? “Solo una stupida”. “Tante parole non servono”. “A chi vuoi darla a bere”? “Non servono a nulla”. “Brava”. “Che fai; gli racconti quella volta; ancora”? “Per una volta smettila”. “Povera illusa”. “Non sei più la stessa”. “Mica si può tornare indietro”. “E’ andare che è uno sbaglio”. “Già! uno in più”. “Magari lo vai a pregare”. “Un po’ di buon gusto”. “Per una volta smettila di pensare a te”. “Ma non è”. “Non c’è più quel lui”. “Guarda che”. “Finisce che se ne va”. “Meglio così”. “Sia quel che sia”. “Cosa cazzo pensi di fare”? “Non penso di fare niente”.
Ciao! È tanto che aspetti”?

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