Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘invidia’

156702_118821124851321_100001703036472_131674_6224606_nForse dovrei provare a descriverla. Basterebbe la foto. Soffermarmi un poco nella nostra storia. Parlare del più e del meno. Dei nostri gusti. Delle tante cose in comune. Delle nostre quotidianità. Delle letture. Magari è indispensabile aggiungere che l’amore non è sempre tutto. Tra noi lo era, ma anche i nostri tempi erano difficili, come quelli degli altri. L’amore e un nido non bastano, perché ci sono l’affitto e le bollette. E tutto il resto. E anche gli innamorati devono mangiare. Almeno due volte al giorno.
Quando ho conosciuto Ludovica, Ludovica Blanciardi, quella che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie, credevo di vivere un sogno. Alta uno e settantacinque, quasi uno e ottanta. Capelli neri come la pece. Labbra carnose. Due occhi scuri con tutti i bagliori degli inferi. Pieni di promesse. E due tette da paura. Ricordo che eravamo alla mensa. Lei due tavoli distanti dal mio. Io ero solo come mi capita spesso. Un po’ perché non amo troppo parlare. Un po’ perché a volte ho bisogno di riflettere. Un po’ perché non amo molto la compagnia e la compagnia non mi ama troppo. Si potrebbe dire che sono un tipo un poco solitario. Insomma ero preso nel mio nulla dei miei pensieri quando l’ho notata. Ho cercato subito di distogliere gl’occhi.
Non mi sarei mai nemmeno avvicinato. Una storia con lei non mi sembrava possibile. Non riuscivo più a non guardarla, di striscio, cercando di non farmene accorgere. Avevo già perso tutta la mia disinvoltura. E poi era in compagnia di un’amica. Lei, l’altra, niente di speciale. Era solo lei, la mia protagonista, che richiamava l’attenzione di tutti. Come detto anche il solo tentativo di approccio mi sarebbe sembrato impossibile. Mi sarei evitato volentieri il solito due di picche. Le ovvie scontate risatine dei cosiddetti amici. Dei presenti. Quando si era alzata un’enorme delusione mi era scoppiata in petto. Si può restare delusi anche davanti al crollo di un sogno impossibile. Invece, con mia somma sorpresa, la vedo avvicinarsi per poi sedersi al mio tavolo.
A volte succede anche l’incredibile e l’impossibile. Ora tutti in sala guardavano verso di me. Un poco di imbarazzo lo provavo. E una veloce quanto effimera soddisfazione. Destinata a non durare. Credevo. Rompe subito il ghiaccio lei. Mi chiede perché da solo. Bofonchio in preda a un marasma di disordini. Confuso. Mi dice che ha visto come la guardavo, cioè come non la guardavo. Mi chiede se è solo per timidezza. Mi fissa che mi fa sprofondare, ma anche con un’espressione amichevole. Mi chiede se non mi ero accorto di lei. Le sembra strano. Mento spudoratamente confessando che ero distratto e non l’avevo proprio vista. Mi scuso. “Di che”? sorride, anzi ride. Mi confida sollevata che dovrebbe scusarsi lei, per la sua intrusione. Che dietro gli occhiali le sembro un tipo carino. A posto. Che non le sopporta più tutte quelle troppe attenzioni. Che vorrebbe poter vivere in un isola deserta. Non ho un’isola deserta solo per noi. Fatico a pagare anche quel misero affitto.
Per farla breve non finisco nemmeno di pranzare e usciamo. Del mio corteggiamento non c’è molto da dire. E’ stato come tanti. Niente di particolare. Io non sono mai stato certo uno bravo a lusingare una donna. Neanche con le parole. Devo avere un minimo di intimità. Con lei l’ho trovata quasi subito. Ora non fatico a raccontarle le cose. Allora era tutto un po’ più complesso. Comunque… ripeto: come tanti. Facciamo due passi e lei mi prende sottobraccio. Tutti possono immaginare la mia emozione nell’averla accanto. Nel sentire il suo corpo vicino al mio. Sfiorarmi. Trasmettermi brividi indescrivibili. E credo di impazzire quando mi dice che vive sola, cioè con un’amica, ma al momento non c’è, e mi invita da lei per un caffè. Balbetto che ci conosciamo da così poco. Mi spiega che avrebbe dovuto dirlo lei, e che è una ragione in più per conoscerci meglio. Temo una beffa. Non posso crederci. Invece è tutto vero. Saliamo e mi lascia solo in cucina. Mi spiega che vuole andarsi a mettere più comoda. Quando torna credo di morire soffocato. E’ come nella foto. L’ho scattata con lo smartphone perché nemmeno io ci avrei creduto. Ha solo quella sottile e leggera vestaglietta addosso. E un paio di mutandine nere, ma si possono notare in trasparenza.
Credo di aver veramente rischiato l’infarto. Ma con lei non sarebbe rimasta una volta isolata. Almeno per i primi tempi. Ora va meglio, ma allora lei mi faceva questo tremendo effetto. “Vuoi che andiamo di là o hai troppa fretta”? Avevo troppa fretta. Di più. In modo straziante. Impellente. Indifferibile. Altri particolari di ciò che avvenne in seguito mi sembrerebbero superflui. E lederebbero l’immagine del mio amore. La descriverebbero per quello che non è. Rischierebbero di essere solamente volgarità. Solo che la cucina era linda ma la tavola ancora apparecchiata. Combinai un macello. Lei non se la prese. In certi frangenti di certi momenti è sempre stata comprensiva e paziente. Ha sempre sospirato alzando le spalle aggiungendo che Non fa niente. Sognando volavo. Temevo il dopo. Non avrei comunque rinunciato per nulla al mondo. Così è iniziata tra noi, in un solo pomeriggio. Quella che credevo un’avventura fugace, un meraviglioso e impossibile sogno destinato a non durare che per quell’attimo, e nemmeno quello, è diventata la nostra storia. Ho dormito da lei e il mattino dopo, quando mi solo alzato stanco e assonnato, aveva già pronte le valigie per trasferirsi da me. Però non è come qui potrebbe sembrare.
Solo qualche tempo dopo ho avuto il coraggio di chiederglielo Perché proprio io? Mi ha spiegato che mi aveva capito subito. Anche per questo era stato tutto più facile. Io non l’avevo guardata con gli occhi che la guardavano tutti. Non avevo azzardato uno dei soliti stupidi complimenti. Non l’avevo trattata come un fenomeno da baraccone. Si vedeva lontano un miglio che non ero tipo da allungare le mani. A quelli, agli altri, non interessava nient’altro di lei, solo quello. Ma lei non era solo quello. Ora lei è Ludovica Pallacorda. Per me Chicca o Lulù. I primi anni non ce la siamo passata male. Vivevamo in quell’appartamento piccolo del nostro grande amore. Sapevamo accontentarci. Lei non ha mai chiesto molto. Io sono sempre stato bravo ad farmi bastare il poco. Poi l’innovazione tecnologica. Gli esuberi. Tutte quelle menate lì. Alla fine lei si è sacrificata per me e per noi. Ha accettato di farlo lei, l’esubero. E solo la mia non bastava. I tempi si sono fatti ancora più difficile. A volte eravamo talmente giù da trovare fatica anche solo a parlarci.
Devo aggiungere, per completezza, che era un tipo completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare a prima vista. Nei modi dal modo in cui io stesso l’avevo giudicata, a prima vista. E si potrebbe giudicare guardandola in modo superficiale. Prima di conoscerla, veramente. Dovrei anche dire che non è una gran chiacchierona. Per parlare parla, e non le mancano certo le parole o gli argomenti, ma ci sono cose di cui preferisce evitare. Come per il suo passato. Se lo fa lo fa a fatica. E’ quasi una inutile sofferenza. Ma quella sera, come poche volte, aveva voglia di raccontarsi. Era una storia che avevo già sentito altre volte, ma era una serata speciale. Lei era tesa e stanca. Tornava da quel colloquio di lavoro. Per lei, e anche per noi, era importante. In momenti come quelli debbo essere molto paziente. Lascio che Chicca parli e me ne sto semplicemente ad ascoltare. Cercando di non interromperla.
La invito a mettersi calma e a raccontarmi com’è andata. E allora ricomincia con la storia della sua vita. Da ragazzina era proprio piatta. Non aveva niente. E già tutti dicevano che era bella. Lei diventava una furia per questo. Lo fa ancora anche con me. Lei si era sempre vista al massimo carina. Non si era mai accettata. Ma la sua vita era stata segnata da come la vedevano gli occhi degli altri. Già da allora, quando davanti era come una tavola, faceva fatica a trovare amiche. A mantenersele. Anche quelle poche erano sempre invidiose e gelose di lei. Diventavano quasi indisponenti. Per le attenzioni dei ragazzi. Che colpa ne aveva se Oriliana era un po’ bruttina. Anzi proprio brutta. Se nessuno se la filava. La invitava. Se si doveva intrufolare alle feste solo perché quelli, i ragazzi, invitavano Lulù e lei si aggregava come un pena da pagare pur di avere Ludovica. E, anche in quel caso, poi, alla mia futura mogliettina, lo facevano pagare chiedendole perché si continuava a portare dietro il cagnolino, ovvero il ramarro. La pregavano che la prossima volta… Ma questo era solo un esempio.
La verità era che Liana uno disperato lo trovava spesso. Magari solo un per bacio. Per una passeggiata. Per una pomiciata. Per qualche palpatina. Lei era sempre molto disponibile. Troppo. Se non era lui ci provava lei. Alla fine era riuscita ad accalappiare il gonzo. E continuava a divertirsi anche fuori casa. Perché per quanto brutta era pur sempre una donna. E maschi dal palato non troppo fine se ne trovano a bizzeffe. Uomini, magari sposati, che si sanno accontentare. Anche perché per tanti un’avventura è sempre un’avventura. Mica debbono spiegare con chi. Basta fare e raccontare. Magari solo a sé. Tanto per andarne fieri. Tanto che il figlio che avevano avuto assomigliava, sputato, un poco al fornaio e un poco al ginecologo stesso. Quello dove Oriliana aveva lavorato finché non aveva deciso di fare solo la mamma. Mentre per la mia bella di esperienze, vere e proprie esperienze, poche. Non fatico a crederle. Me ne sono accorto da solo. La infastidivano tutte le attenzioni che aveva intorno.
Già alle superiori era giunta al sospetto che i giudizi sulle sue interrogazioni e i compiti avessero spesso qualche punticino in più di quello che riteneva di meritare. Quando l’insegnate era un uomo, naturalmente. La metteva in imbarazzo che i compagni la agevolassero anche quando di trattava di una semplice fila. Che tutti si offrissero per darle lezioni private. Di non poter andare ad una festa senza essere assillata. Senza che tutti non pretendessero almeno un bacio. Che cercassero di allungare le mani. Di essere invitata anche in posti vietati a tutti gli altri. Che persino persone anziane si alzassero per cederle il posto quasi fosse in attesa. Che se c’era da scegliere, succedeva anche quando si presentava per un impiego, scegliessero lei già prima di iniziare i colloqui. La faceva sentire colpevole. In peccato. Responsabile in un mondo ingiusto. Non che lei non si fosse meritato tutto. Le sembrava fin troppo facile. E sbagliato.
Sbagliato di non poter avere un amico che fosse un amico. Un vero amico. Perché anche i più cari alla fine, prima o poi, non si accontentavano e avrebbero voluto di più. Essere di più. E ridicoli si confessavano. Anche Sebastiano, che aveva sposato una sua amica. Oppure di essere invitata a cena per essere poi invitata a casa. A letto. Di andare al cinema e poi sentirsi le mani di lui sulle cosce. Di andare in barca e non potersi mettere libera senza che nessuno affogasse prima ancora di tuffarsi. Che gli prendesse un malore. Forse era anche solo perché di seno lei non era avara, e ne possedeva a sufficienza. Che colpa ne aveva? E ancora molti provavano a corteggiarla. Anche se era sposata. Lei, naturalmente niente. Non aveva bisogno di ripetermelo. Ho sempre creduto in lei. Per lei era diverso. Un pochino gelosa lo era. Insomma essere bella era un vero inferno.
Se non la fermavo avremmo fatto notte. La prego di arrivare al punto. A quel pomeriggio. Lei si mostra infastidita ma dura poco. Era arrivata puntuale e l’avevano fatta passare quasi subito. Una vera fortuna. Lui era un tipo molto pacato, distinto. Con un completo Principe di Galles effettivamente molto elegante. E una cravatta veramente raffinata. E una voce pastosa, un po’ autoritaria e un po’ suadente. Ma era un tipo che aveva superato molte volte gli anta. E anche gli ultimi capelli stavano comunicandogli il loro addio. Aveva guardato svogliatamente la domanda e lei con molta attenzione. Ma le cose non erano proseguite lisce. Mannaggia al cavolo. Mi dice che sembrava farlo apposta. Cazzo! E lo esclama proprio fuori di sé e a bocca piena. Perché le aveva chiesto delle cose veramente banali, anzi proprio assurde. Come quante battute sapeva battere in un minuto. Se conosceva Internet, come se potesse ancora esserci qualcuno che non conosce internet. La sua taglia. Se aveva esperienze e in che campo. Quello era un lavoro delicato diverso da tutti gli altri.
Se era sposata e pensava in seguito di avere figli. Perché i figli vogliono dire maternità e tutto il resto. Eppure era tutto scritto là. Aveva ributtato un occhio distratto al suo curricolo. E poi, dove abitava. Che ambizioni avesse. L’interrogatorio era proseguito stancamente. Se fumava. Se aveva impegni che avrebbero impedito che si fermasse se necessario. Se c’era bisogno di qualche straordinario. Se voleva un caffè. Il numero di cellulare. Persino se sapeva stenografare. Quando al mondo nessuno usa più la stenografia. Ci sono mille diavolerie da utilizzare al suo posto. Persino programmi che trasformano in parole il suono della voce. Non sapeva quali ma c’erano. Se voleva aggiungere qualcosa. “No, niente”! Per il caffè lei aveva ringraziato e declinato l’offerta. Era già abbastanza nervosa. Era certa di aver sbagliato qualche risposta. Non sapeva quale ma ne era sicura. Che si fosse aspettato che rispondesse a qualcosa diversamente. Ma non l’aveva messa alla prova. L’aveva licenziata con un distaccato e laconico Le faremo sapere.
Aveva capito che non era andata troppo bene. Le ho chiesto cosa si sarebbe aspettata. Niente! Non lo sapeva. Non ci aveva pensato. Magari anche solo un briciolo di maggiore cordialità. Forse la sua poteva essere sola una sensazione. Sperava fosse così, ma era impaziente. Il suo volto descriveva pienamente il suo insuccesso. Le veniva da piangere. E pensava al ritorno. Alla delusione che avrebbe dato anche a lui. A ciò che avrei detto. E a tutti i loro problemi. Si sentiva responsabile. In entrata c’era ancora quella segretaria, la stessa che l’aveva annunciata, mi spiega che era una vera arpia. Cerca di descriverla con un Cerca di capire. Due fondi di bicchiere. Una crocchia spellata di capelli ormai quasi bianchi. Una bocca sottile con dei denti irregolari. Un naso a becco di civetta. E un vestito nero che mamma me ne scampi. Da funerale. Mi guardava con quello che non riusciva a diventare un sorriso. Forse voleva mostrarsi comprensiva. “Il direttore non è poi così cattivo. E’ un uomo di cuore. Capisce le situazioni come la sua, se”…
Io la potevo capire, disse, voleva solo andarsene. Stringeva la borsetta come se la volesse strozzare. Per un momento ha pensato di strozzare anche lei, la segretaria. Si fa presto a parlare. Avrebbe voluto spiegarle la loro situazione. Che di quel lavoro ne aveva proprio bisogno. Aveva quel groppo in gola. Non era riuscita a estorcersi nemmeno una parola. L’altra aveva infierito quasi incurante. “Lui è come un padre, comprensivo con tutti, basta saperlo prendere per il verso giusto, basterebbe che”… Quelle pause sospese cominciavano a darle ancor più suo nervi. Quel sogghigno un poco da equivoco e un poco approssimativamente malizioso. Come può esserlo nel viso di una vecchia megera come quella. “Sono certa che il posto può essere suo, se”… A quel punto avevo cominciato a riprendermi. Ho tirato il fiato e glielo detto, papale papale. Sbottando con un tono deciso. “Insomma se… cosa? Che… cosa”? Avrei dovuto vederla, probabilmente aveva le gote come il fuoco. Non fatico a crederle conoscendola. Ma l’altra non aveva perso un millimetro di quella orribile calma “Possibile che non capisca? Proprio una come lei. Non dovrei essere io a dirlo a un ragazza così bella, basterebbe che”… Mi ha ricordato di ricordarmi come lei non ha mai amato gli indovinelli. Voleva mandarla papale papale a quel paese. Anzi a andare a farselo… eccetera eccetera. Ma chi avrebbe avuto il coraggio di mettere anche solo le mani addosso ad una strega come quella? “Lasci stare. La faccia breve. Si spieghi. Cosa dovrei capire”?
Lei, mia moglie, mi guarda e mi chiede se potevo mai immaginare una proposta come quella. Indecente. Osservo che se non si spiega più che immaginare non posso nemmeno provare a cominciare a capire. Un poco ho anche perso il filo del discorso. Cerco solo di non mostrarmi deluso. Temo la fine del suo racconto. Invece mi dice che quella, la befana, ha avuto in coraggio di darle quell’indegno suggerimento. E anche di sogghignare mentre lo diceva. “Da quando il mondo è mondo… l’uomo è uomo. Maschio. Mi capisce? Il dottore ne va pazzo. Si farebbe convincere anche con una semplice succhiatina”.
Che ne poteva capire lei. Sapere lei che è brutta come il diavolo. Credevo, cioè Lulù credeva, perché è lei che continua a raccontare, di non aver capito. “Vuole dire?”… Forse si limitava a tenersi informata sul suo datore di lavoro. E avrei voluto almeno che la smettesse con tutti quei puntini di sospensione. “Basterebbe… Che lei glielo ciucci”. L’ho guardata sorpreso e non ho potuto fare a meno di interromperla. Lo dico tra un ti sembra possibile e un ti sembra vero: “E tu”?
Sembrava essere tornata là dentro. Rivivere quell’istante. Era in preda alla collera. Non sembrava nemmeno lei. Anche se ci avessi provato non mi credevo in grado di riuscire a tranquillizzarla. “Io sono uscita come una furia. Sono andata a prendermi un altro caffè, alla macchinetta. Ero fuori di me. L’avrei ammazzato. Lui e anche quell’altra. Quella arpia che gli faceva da ruffiana”.
Volevo consolarla. Dirle che non faceva niente. Che sarebbe andata meglio la prossima volta. Che c’è sempre un’altra occasione. Ma avevo l’impressione che il suo racconto non fosse ancora finito. “E poi”?
Si prese una breve pausa. Sorseggiò anche un sorso d’acqua. Il tentativo di tornare in sé non le era del tutto riuscito. “Ero decisa a dirgliene quattro. Come ti ho detto: avevo un diavolo per ogni capello. Ed ero appena uscita dalla parrucchiera. Lo sai. Tutto per quel bel tomo. Per il disgraziato. Ho ripreso la mia domanda di assunzione dal tavolo della megera. E sono tornata diritta nel suo ufficio, senza nemmeno bussare”.
Speravo tanto che non avesse fatto un macello. Cominciavo a preoccuparmi. “Hai fatto bene. E?”…
Un altro sorso d’acqua e si era quasi completamente ricomposta. Gli occhi le si sono cambiati. Poi è scoppiata in un sorriso che lentamente si è trasformato in una risata soddisfatta. “E… e… cosa potevo fare? Ho avuto quel maledetto posto”.
Dovevamo festeggiare. Era un posto buono con un buon stipendio. Stabile. Quasi sicuro. Con i calici già mi mano mi sono lasciato cogliere da un dubbio improvviso: “Ma allora?”… Lei mi ha subito tranquillizzato sorridente spiegandomi che non mi dovevo preoccupare. Che lei non mi avrebbe mai tradito, lo sapevo. Era stato solo uno schizzetto che aveva lasciato cadere sul quel maledetto documento di richiesta d’impiego. Niente di più. Ho sempre avuto fiducia in lei, ed ero stato fin dall’inizio pronto a crederle che la bellezza, a volte, è una vera e propria maledizione.

Annunci

Read Full Post »

Loredana pensò che non si può essere ancora così stupide alla sua età. Per capire tutto quello che era successo doveva tornare indietro in quelle ultime ore. Faticosamente ricordare. Aveva dormito male. Non era tornato e nel letto lui non c’era. Avevano litigato, con Giordano, cose da nulla, che succedono tra marito e moglie. Le voci si erano fatte eccitate e le parole grosse. Aveva sbagliato a rimproverargli perché non era come Carlo. Lui non era Carlo che inseguiva i propri sogni; lui si accontentava di alzarsi ogni mattina per andare a rifugiarsi dietro una scrivania. Era stata proprio una stronza. Solo che sono cose che si dicono e sfuggono da sole da una bocca in preda all’ira. Forse le era scappato anche qualcosa di più.
Non era la prima volta ma stavolta lui era uscito sbattendo la porta. Si era diretto risoluto da Carlo, e lo aveva violentemente colpito, con un pugno. Lei non ne sapeva niente né immaginava, e non lo aveva più visto tornare. Carlo Di Francesco suonava la tromba in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Lei preoccupata aveva controllato l’ora. Poi ignorando quanto era successo aveva chiamato proprio lui; trovandolo ancora immerso nel sonno. Carlo, farfugliando, le aveva raccontato dell’episodio completamente sbigottito e aveva cercato di tranquillizzarla. Era certo che sarebbe tornato. Loredana aveva cercato di scusarsi anche per il marito. No! lui non immaginava dove fosse andato.
Anche lei non voleva credere e non riusciva a capire. Non sapeva come giustificarsi. Non era mai stato geloso. Non era nemmeno certa che quella fosse gelosia. Era solo uno scatto d’ira. Era solo perché si rammentava di quelle ultime frasi. Loredana si sentiva in colpa e voleva farsi perdonare. Probabilmente così aveva commesso l’ennesima stupidaggine: gli aveva chiesto di vedersi. Solo perché si era trovata in bocca quelle parole. E mentre andava aveva cercato di darsi una ragione, non capiva perché il marito si era comportato così. Ancora non aveva dato peso a quanto era successo. Erano cose tra loro. Poi aveva cercato di convincersi senza riuscirci. La verità ara davanti ai suoi occhi. Aveva bisogno di evadere. Aveva piacere di rivedere Carlo.
Amava il suono della sua tromba. Era affascinata da quell’uomo, per sempre ragazzo, a cui tutte ronzavano intorno. Lui era l’artista, suo marito era solo un noioso impiegato. Forse non era affascinata che dal suo mondo. In fondo non aveva mentito; era tutto vero. Era solo che non avrebbe mai dovuto dirlo. Si era chiesta qualche volta se la sua era stata la scelta giusta, allora; riusciva solo a continuare a mentirsi. Ora era davanti al trombettista. Giordano non s’era nemmeno fatto sentire, non rispondeva al cellulare, forse l’aveva spento. Di lui Carlo aveva solo ancora il segno dell’occhio tumefatto. Loredana si sentì in imbarazzo ma alla fine ne risero assieme.
***
Loredana prima di uscire si era impegnata per farsi bella. Giordano era un vecchio amico ed era come andasse ad incontrarlo per la prima volta. A Lui non erano mai mancati gli argomenti. E aspettando la comanda avevano vinto l’iniziale imbarazzo. Era da allora che non si trovava fuori una sera, con un uomo, sola, senza suo marito. Lui era stato gentile e molto garbato, e soprattutto brillante. Lui sapeva come comportarsi e come affascinare. Tutte cose che a suo marito mancavano. Non era certa di potersi fidare di sé. Era sicura di non potersi fidare di lui. Forse era solo quello che sperava. In quel momento era solo decisa. Poi tutto era scivolato via. Si erano veramente confidati ricordando episodi di quando erano più giovani e anche da ragazzi. Discorsi leggeri e con pochi rimpianti. Parole facili da dirsi. Rinvangando quelle vecchia amicizia tra loro due, tra loro tre; lei, con Carlo e con suo marito.
Avevano cenato e parlato e bevuto. Avevano cercato entrambi di scordare e di non darci peso. Era sempre stato il musicista ad avere avventure da raccontare. Avevano parlato della sua carriera con la musica. Delle serate e delle notti insonni. Di incontri affascinanti e di assoli. Della ricetta per le alici marinate. Anche di donne; e di uomini. Di tutto e di niente. Lui le aveva chiesto perché avesse smesso di dipingere acquarelli. Lei gli aveva chiesto quale fosse la tromba più bella. Ma lei aveva continuato a bere cercando quel coraggio che non riusciva a trovare. E lui bevendo aveva quasi scordato con chi era.
La verità era che per lei non c’era mai stato niente di diverso; ma stava veramente succedendo? E con quel ragazzo che non era mai diventato uomo. Lei era felice della sua vita, delle sue scelte. Era quello che voleva. Non era mai stata particolarmente bella. Affascinante, sofisticata o cosa. Le feste le facevano confusione. Il fumo le irritava la gola. Non si era mai illusa. Non si era mai mentita. Allora perché? Non era poi nemmeno così brutta. Giordano non era stato un ripiego. Per disperazione. Questo no. Forse era diventato lui perché era là, in quel momento, al momento giusto. Ed era pieno di gentilezze.
Le loro liti erano diventate sempre più frequenti. Aveva trent’anni e le sembravano troppi. Proprio in quel momento avrebbe voluto riavere quei diciott’anni. Scappare. Lasciarsi dietro ogni cosa. Ritrovare quel coraggio che aveva frequentato solo per troppo poco. La possibilità di innamorarsi solo per amore; dell’amore. Avere altre storie da raccontare. In fondo, si rese conto, aveva sempre invidiato le altre. Così futili e così superficiali. Frivole. Che coglievano al volo tutte le opportunità della vita. Leggere. Incapaci di chiedere cosa avrebbe riservato loro il mattino. Senza bisogno di giustificazioni. Con quell’aria da padrone del mondo. Da conquistatrici. Da irresistibili. Senza la paura del futuro e degli anni.
Era stata stupida, dopo tutto quel tempo, le era proprio scappato di bocca. Non poteva che rimproverare se stessa. Parole fuggite nel mezzo di una mezza lite. Ma non si poteva stare attenti sempre ad ogni parola. Aveva cominciato lui. Oppure lei? Aveva voluto ferirlo. Solo questo. Lui era sempre vissuto all’ombra di quel Carlo. Di un Carlo che non conosceva veramente. Che aveva idolatrato. Ecco chi era quell’uomo. Era quello che si stava per approfittare della sua prima e unica debolezza. Della donna di un amico. Giordano doveva saperlo. Anche lei avrebbe dovuto saperlo. Aveva l’anima dentro la tromba, e quando non suonava era un altro, era solo un poverino. Senza scrupoli e senza sentimenti.
Avevano bevuto, molto, e la serata era finita con lei ubriaca fradicia, come non le era mai successo. E lui che rideva per un nulla e cercava di dire cose che non gli scappavano nitide. Appena fuori all’aria fresca avevano ritrovato quel minimo di lucidità per capire dov’erano e dov’erano rimasti. Si erano guardati ed erano scoppiati a ridere. Le gambe erano molli. Loredana aveva cercato di negare; come avrebbe potuto spiegare, giustificarsi con se stessa? Voleva scusarsi, la verità era che lei sapeva che era andata lì per lui. Stava veramente cercando solo la debolezza di una sera? Al diavolo, l’unica cosa che contava era che lei era lì. E aveva smesso di preoccuparsi.
Carlo poteva essere solo una cosa gradevole per un tempo breve. Una cosa da consumare. Per farsi invidiare dalle altre. Per sballare. Per dimenticare. Era come una birra da sorseggiare in fretta, e dopo ti rimane ancora la sete. Era l’artista sul palco. Non si può indossare i panni degli altri. Ma quali erano i suoi? Era mai stata veramente felice? Aveva cercato la sicurezza, aveva trovato le certezze e insieme la monotonia. Le sere davanti alla televisione. Il ruolo della brava donna di casa. No! non bella, ma quella che sa aspettare il proprio uomo. Sapeva solo che si sarebbe risvegliata al mattino nel suo letto, piena di vergogna. Non le importava. Quella sera era bella per lui, e per se stessa.
***
Loredana ancora non se ne convinceva, ma stava succedendo veramente. Andavano di notte per una strada con passo incerto, soli. Non ne era certa. E non poteva dare la colpa a nessun’altro, tanto andavano sbiadendo i pensieri. Era stata vigliacca un’altra volta. Era solo fuggita. Verso sera la solitudine era diventata un dolore fisico insostenibile. Il vuoto nella casa un vuoto immenso. Ricordava chiaramente solo che era scappata da quella sorta di incubo. Dalla sua inutile attesa. Era certa che lui non sarebbe rientrato. Non aveva mai amato nessun’altro, solo suo marito; da quando si era sposata. Non aveva mai voluto nulla di diverso. Certo non aveva mai amato Carlo, forse lo aveva solo desiderato, e solo per un breve istante. La sua era solo una bugia. Forse tutto quello non stava succedendo.
Carlo le aveva messo una mano sulla spalla e barcollante l’aveva invitata a casa sua. Chissà se aveva sperato troppe volte di sentirgli dire quelle parole; in quell’invito. Solo per l’invito. Forse aveva temuto. Non ne era mai stata capace. Non era da lei. Certamente la colpa era in quel vino. Era certa di non essere lei, o almeno lo sperava. Era come in un film. Tutto le girava e assieme girava la sua testa. Si sentiva allegra, avrebbe potuto dire felice; sicuramente leggera. Senza responsabilità Sarebbe stato solo che era solo successo. E se invece fosse stata proprio lei a inseguire il coraggio? Fin dall’inizio? Quel coraggio che le era sempre mancato? Mancato perché si era ritrovata vecchia troppo presto. E fidanzata ancora prima. Troppo piena di paure. Di incertezza. Troppo piena la testa di tanti discorsi. Dei suoi. Della morale. Dell’etica. Delle abitudini. Di tutte quelle cose importanti che però non servono a granché, tranne a rovinarsi la vita. A far stare sempre lì a temere di pensare.
Non poteva più fingere di non accorgersi della sua mano sul culo, era un tocco leggero e quasi amichevole, e non riusciva a mostrarsi offesa. Si sentì in obbligo, costretta, di chiedergli, senza astio, cosa stesse facendo. L’amico gli sussurrò che non aveva mai notato di quanto fosse bella. Fu solo un soffio che la riscosse dentro. La sua risposta suonava come se a parlare fosse un’altra. Loredana aveva alzato le spalle e riso e aveva accettato il suo invito. Forse gli aveva anche messo fretta. Non aveva sentito quello che lei stessa aveva detto. A rifletterci le sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Era passato tanto tempo. Troppo.
Non poteva essere lei quella. In quella strada. A quell’ora. Così. Non l’aveva mai fatto prima, non l’avrebbe più fatto. Si stava già pentendo? Era ormai troppo tardi? Immaginava che il tradimento non sarebbe mai entrato nella sua vita. Non credeva di avere nulla da rimproverarsi. Prima era stata una perfetta compagna, dopo sarebbe tornata ad esserlo. Sempre. E lui non aveva nessun diritto di essere geloso improvvisamente anche del suo passato. Si stava già pentendo? Una mattina, una stanza, delle lenzuola. E anche il suo corpo di uomo. Carlo. Era stato solo il sogno di un attimo fuggente; ma un sogno può tornare? Non era possibile. Voleva scappare. Aveva solo voglia di ridere.
Non si illudeva. Non voleva farlo. Sarebbe stata solo una cosa senza importanza. Era solo una bugia. Oppure no? La pazzia di una notte, da ubriachi. Forse lui aveva profittato della situazione. Forse lei aveva colto l’occasione? Forse non era proprio così ubriaca. Forse l’aveva voluto. Forse l’aveva sempre voluto. Non era certa di nulla. Se solo avesse potuto non ricordare. Perché quando si entra in una di quelle camere non si torna mai indietro. Non si esce più. O quella che esce è un’altra persona. Si resta sporcata dentro. E allora avrebbe voluto cancellare tutto. Stavolta non sarebbe scappata mentre lui ancora dormiva. Ma non si può vivere la vita di un’altra.
Eppure era arrivato il suo turno. E salirono le scale faticosamente sorreggendosi l’un l’altra, mentre lui cercava di solfeggiare Almost Blue. Ridendo di quella fatica e del loro imbarazzo. In quell’istante… Una delle tante ragazze che gridavano ai suoi concerti in quei locali pieni di fumo… Non le dispiaceva sentirsi una di loro. Non la faceva stare male; anzi… Cercava di immaginare come sarebbe stato. Cercava di scacciare il timore, ma… Ma sulla porta il sogno era svanito. Quando aveva visto il posto in cui viveva improvvisamente aveva capito. Dentro c’era odore di chiuso e il disordine più completo; per terra non solo calzini. Aveva preso una bottiglia ormai quasi vuota. Aveva fatto un ampio inchino e l’aveva chiamata principessa. Lei aveva abbassato gli occhi. Sapeva che quelle parole non erano per lei.
Non riusciva più a guardarlo. Tutto era solo imbarazzante e colmo di rimorsi. Quella desolazione le era entrata dentro. Aveva creduto di esserne capace; si era sbagliata. Povera stupida. Cercò di spiegarlo all’amico e gli disse solo “Non posso.”, e lui aveva capito. Si era grattato ancora incredulo in testa e aveva preso due lenzuola stropicciate. Gettata la bottiglia si era nascosto al bagno a farsi una pera. Poi aveva suonato la tromba solo per lei, fin quasi al mattino; e l’aveva suonata come non l’aveva mai suonata. Nei suoi occhi scorrevano le lacrime. Quando era andata a pulirsi la faccia aveva visto la siringa nel cestino. Aveva dormito sul divano, ancora vestita.
Il mattino si era guardata intorno. Non riconosceva niente. Giordano l’aveva chiamata al cellulare. Non le aveva detto dov’era stato, aveva solo chiesto a lei dov’era finita. Dove avesse passato la notte. Il tono della voce non lasciva presagire nulla di buono, era indispettito. Lei lo aveva pregato di non andare in collera. Stava cercando di pettinarsi. Lo aveva rassicurato che sarebbe rientrata subito e che gli avrebbe chiarito tutto; di non preoccuparsi. Non sapeva ancora come avrebbe potuto spiegare a quell’uomo, che era suo marito, di aver dormito con Charlie Fanciscotown.

Read Full Post »

Donna rossa affascinante appoggiata ad un grosso tronco in inverno.Nel paese di Scarparotta tutti erano abituati a vederci come una sola persona, se arrivava lui subito dopo comparivo io, e viceversa. Come se uno fosse l’ombra dell’altro. Avevamo fatto le scuole assieme, la comunione assieme, giocato assieme nella stessa squadretta, ma io ero in panchina, fumato assieme la prima cicca e insieme ci eravamo ubriacati per la prima volta, a casa di Gaetano Sambuca.
Io e Doriano Soffice il fornaio eravamo amici da sempre. Eravamo stati bambini assieme, ragazzini inseparabili e ancora come fratelli da ragazzi; almeno finché non avevamo raggiunto quell’età di passaggio. Quell’età quando un ragazzo comincia a farsi uomo, e a pensare come crede che pensi un uomo. O meglio fino a quando Rosina Chiappa non s’era fatta proprio carina.
Fino al giorno prima a Rosina nessuno aveva dedicato nemmeno uno sputo, poi da un momento all’altro era sbocciata. Aveva messo quelle cose sotto la maglietta e si era pittata gli occhi. All’improvviso tutti si erano accorti di lei e aveva fatto la sua comparsa nelle chiacchiere di tutti. Anche nei discorsi tra me e Doriano si infilava spesso quella bellezza. Ma la nostra era ancora sorpresa e ci chiedevamo perché.
Un po’ alla volta quelle chiacchiere alle sue spalle cominciarono a crearmi fastidio, così mi accorsi che la mia, per lei, era vera passione. Fu la fine di quella nostra indissolubile amicizia. Non facevamo che parlare di lei, non avevamo che lei in testa, non cercavamo che di incontrarla, con una scusa, nella nostra strada. E in silenzio conobbi la sfida e la rabbia. L’avevo vista prima io, le avevo parlato per primo, l’avevo baciata per primo. Lei aveva sorriso prima a lui, si era tolta la paglia dai capelli con lui e gli aveva lavato e stirato la camicia.
Odiavo quel suo sguardo un po’ asimmetrico da cui non riuscivo a liberarmi. E i lazzi che si facevano in paese sul suo nome. E i pettegolezzi dei più grandicelli che nascondevano solo invidia. E gli occhi di rimprovero e di biasimo di quelle brave madri di famiglia. La verità era che non passava una notte senza che la sognassi, né un a sola ora senza che le dedicassi un sonetto. Avrei finito per ammalarmi. Mi stavo dimagrendo a vista d’occhio.
La credevo una bella cosa, invece si rivelò uno sbaglio. Ero andato con un progetto scolastico di Erasmus quattro mesi in Islanda. Quattro mesi e avevo imparato solo cosa vuol dire non avere nessun altro con cui parlare che con se stesso. Avevo masticato solo freddo, e vento e avevo guardato neve e ghiaccio dietro ai vetri; ma non l’avevo dimenticata. E quando sono tornato per il paese e da Luigi il barbiere non si parlava che del loro imminente fidanzamento. Doriano e Rosina di qua, Rosina e Doriano di là. Lui non s’era nemmeno fatto vivo, e lei non si vedeva se non a mano del suo spasimante.
Non stavano nemmeno bene insieme: lui così lungo e secco, lei così poco alta e formosa. Non sapevo cosa fare e quando non si sa cosa fare si rischia sempre di fare stupidaggini. Così cercai consiglio da Armanda la fattucchiera. La gente diceva che con le mani guariva le bestie, ma anche che ne sapeva di filtri. Non che ci credessi ma avevo esaurito le mie idee, e poi tentare è meglio che restare ad aspettare. Mi aveva guardato dentro una tazzina dopo aver succhiato il caffè. Aveva scosso la testa e mi aveva spiegato che era tardi per un filtro d’amore.
Non mi ero dato per vinto e la giovane megera mi aveva chiesto di portarle qualcosa di lui; dello stronzo. Non ricordavo di aver conservato niente. Forse delle figurine, ma non ero certo che fossero proprio sue. Gironzolai la sera attorno all’orto del rivale e scappai con un collare e una medaglietta. Solo che sotto la trebbiatrice ci finì il gatto. Ad Armanda dissi solo che la fattura, in un certo senso, non aveva del tutto funzionato. Lei parlò ancora con i fondi del caffè restando per un po’ disorientata. Mi chiese se ero in grado di fare un ritratto dell’antagonista. Ho alzato le spalle, non ho mai saputo tenere in mano bene nemmeno una matita, e lei si era rassegnata.
Allora mi invitò a riprovare, ma di accertarmi che quello che le portavo era proprio e solo di Doriano. Ho rubato una sua maglietta dal filo della biancheria, poi per essere certo ho ritrovato in un cassetto una vecchia foto di scuola e ho ritagliato la sua faccia. Lei, quella maga di paese, aveva appuntato la foto alla maglietta con una spilla da balia vecchia di cent’anni. Mi aveva chiesto se ero proprio sicuro di quello che volevo. Mi aveva guardato con rimprovero e consigliato di mettere quel trofeo nascosto in soffitta. Secondo lei tanto la maglietta avrebbe sofferto l’usura del tempo e nella foto Doriano sarebbe ringiovanito e diventato più identificabile, tanto ne avrebbe sofferto la sua salute. In quel momento avevo riconosciuto la sua pazzia.
Ad essere onesti di dubbi non ne avevo pochi e avevo creduto che l’aspirante strega avesse solo pensato di aver incontrato il solito allocco. Insomma non ne ero del tutto convinto. Comunque per stipulare quel nostro orrendo quanto insensato patto mi aveva chiesto una parcella ben poco onerosa; ma aveva preteso che giacessi con lei; sembrava necessario. Fosse stata almeno un po’ più pulita, e avesse assomigliato meno ad una zingara… Alla fine mi convinsi in quella stamberga fumosa e maleodorante. Non sapevo bene come fare, ma lei mi dimostrò pazienza e mi spiegò bene tutto. Alla fine mi invitò solo a fidarmi e ad avere calma.
Ad Armanda smisi di pensare, o meglio cercai di scacciarla dalla mia testa. Di pazienza invece me ne restava ormai poca. Ero stanco di vederli passare mano nella mano, e occhi negli occhi. Lei sorridermi e salutarmi con quella sfaccia che sembrava sfidarmi nel gesto di ostentare quella loro felicità. Lei non poteva certo sapere quello che io sapevo e l’infermo che mi ardeva dentro. Riuscii ad attendere solo un paio di giorni poi salii in soffitta a guardare quel cimelio. Restai allibito: era normale che la maglietta avesse incominciato a riempirsi di polvere, ma lo era meno che mi sembrasse che la foto stesse diventando più nitida.
Chiesi di lui e sembrava che si fosse malamente scottato nell’informare l’ultimo pane. Chiesi di lei e la madre, che non mi aveva mai avuto in simpatia, mi spiegò, con un sorriso largo come la piazza del comune, che era vicina al fidanzato per prestargli le cure necessarie. Me la vedevo applicare pezzuole sulle ustioni che spandevano suppurazione; anzi non me la immaginavo proprio. Anche Lisetta, la zia della canaglia, mi aveva confermato che quella gentilissima ragazza non si muoveva mai da quel letto. Sembrava nemmeno per fare i propri bisogni. Non mi sentivo meglio, anzi in me cresceva rabbia e rancore. La chiamai al cellulare, due parole e poi mi disse che aveva fretta perché lui aveva bisogno delle sue cure.
Non volevo ancora crederci, ma non volevo lasciare niente in mano al caso. Cominciai ad aiutare lo sporco ad accanirsi su quella maglietta. La strofinai per terra, gli versai sopra anche del tè e ne strappai una manica. La maglietta stava diventando un cencio puzzolente e nella foto i suoi denti si erano allineati e non portava più quell’orribile aggeggio; persino il suo naso s’era raddrizzato. Incredibilmente i dottori erano stati costretti ad amputargli quel braccio. Era una cosa che non s’era mai vista. Non sapevano proprio cosa fare. La salute del vecchio amico, di Doriano, andava assurdamente progressivamente peggiorando. Lei ormai non si allontanava più dal suo letto e lo ricopriva di attenzioni. Era pazzesco ma invidiavo l’infermo.
L’infezione si stava inesorabilmente diffondendo. Ormai la maglietta era ridotta ad un brandello di fango attorno all’ago di sicurezza, e nella foto lui aveva messo qualche chilo e un po’ di carne nelle guance tanto da sembrare quasi bello. Non potevo essere certo che quella della foto non fosse puramente mia immaginazione. Ma mi chiamò Lisetta piangendo per comunicarmi l’incredibile decesso, di quel nipote ancora così giovane, e partecipandomi delle esequie che si sarebbero tenute quel venerdì, in mattinata. La zia mi chiese se per caso, visto che eravamo tanto amici, avevo una foto di lui da mettere su quel marmo. Mentii e sostenni di non avere nessuna foto di Doriano.
Per un attimo avevo avuto terrore; mi facevo paura da solo. Ero certo che la colpa si potesse imputare solo ad un infelice quanto tragico caso, ma corsi giù in orto e sotterrai quello che era rimasto di quel raccapricciante cimelio. Tra i dubbi decisi di partecipare al funerale dell’amico. Non eravamo in molti a dire il vero a vedere scendere la bara nella fossa, non erano intervenuti nemmeno i genitori di lei, ma tutti avevano gli occhi arrossati. Il prete lo aveva ricordato sprecando solo poche parole. Non sapevo se piangere, ma le lacrime mi venivano da sole. Aspettai verso la fine per avvicinarmi alla vedovella disperata e inconsolabile. Ci allontanammo sotto gli occhi di tutti. Cercammo un posto dove non ci potessero guardare.
Le misi un braccio sulle spalle. Cercai di consolare quel suo dolore. La strinsi a me, ma solo come si stringe l’angoscia di una sorella e la tristezza di un amico. Lei alzò gli occhi e mi chiese pietà. Si schiacciò nel mio abbraccio disperata. Era stato tutto sbagliato. Tra i presenti avevo notato in disparte la partecipazione di Armanda che mi aveva guardato con occhi malevoli. Provavo a non pensarci. Cercai di spiegare a Rosina che nella vita c’è sempre un po’ di speranza. Che Doriano continuava a vivere nei cuori di chi lo aveva amato. Che lei poteva sempre contare su di me e sulla nostra amicizia. E la sentivo singhiozzare contro il mio petto.
La stringevo a me. Le accarezzai i capelli, le alzai il mento e la guardai negli occhi affranti. Mi faceva una pena infinita, ma mi sembrava non fosse mai stata così bella. Lo so che non era rispettoso, che era stupido, ma in quel mentre pensai che Rosina di quelle del cognome ne aveva almeno due. Ne fui tentato, fu difficile resistere. Le dissi che io ci sarei sempre stato. Non riuscivo a scacciare dai miei occhi il volto di Armanda. L’Armanda al funerale era un’altra Armanda; era pulita e pettinata, troppo lontana per sentire se si era anche profumata. Finalmente non c’era nessuno tra noi. Rosina profumava di lavanda e di arance. Mi resi conto che avevo paura di Armanda.
Cercai di spiegare come non mi era mai stato facile non pensare a lei. Che lei per me era la più grande delle amiche. Più di un’amica. Mi sentivo falso, non ci eravamo mai detti più che un paio di parole. Io avevo soprattutto parlato in silenzio. Mi ricordavo di quel bacio, speravo se ne ricordasse anche lei. I miei occhi dovevano solo essere una supplica. Ora era lei a rimproverarmi. Perché quando l’avevo baciata mi ero solo lasciato baciare? Perché non le avevo detto nulla? Perché non l’avevo lasciata fare? Perché me n’ero andato? Perché l’avevo lasciata sola con lui?
Credevo veramente che fossimo soli. Da distante ci osservava Armanda. Capivo che ci avrebbe continuato a guardare e che non avrebbe mai distratto i suoi occhi da noi due; da me. Quella ragazza mi faceva paura, ma non mi faceva solo paura. Cercai di ricordare se avevo dato due mandate alla porta. Consigliai a Rosina di stendere il suo bucato solo in casa, pregandola di non chiedermi perché. Di non appendere fuori nemmeno un reggiseno. Mi spiegò che non portava il reggiseno, che non ne aveva bisogno. La guardai con tenerezza e vidi che Armanda la fattucchiera si era finalmente allontanata. Sapevo che non poteva aver udito le nostre parole, ma sapevo anche che quella sera sarei andato da lei.

Read Full Post »

Dietro la finestra. Nessun suono. Con gli anni Claudia aveva imparato la pazienza. E a guardare la gente. A riconoscerla. A raccontare le loro storie. Storie che diventavano anche un poco sue. E quel giorno era un venerdì. Normalmente il venerdì Giovanni non riceveva nessuno. Forse quello non era nemmeno il suo nome. Non gli aveva mai rivolto la parola. Gli piaceva immaginare che si chiamasse così. Come l’ultimo degli evangelisti. Ultimo anche in quello. Ebbe un dubbio, ma era proprio venerdì. Ed era mattina quando quella donna entrò. Parlando lei gesticolava molto. In maniera esagerata e insolente.
Stava quasi per andarsene quando lei gli allungò uno schiaffo. E lui la spinse lontana. Peccato non fosse ancora abbastanza caldo. E le finestre fossero chiuse. Doveva frenare la sua immaginazione. Cercò di celarsi dietro la tenda. Aspettava di assistere ad un dramma famigliare. Ne succedono tante e di ogni genere dentro le quattro mura. Cercò inutilmente di leggere il labiale. Probabilmente lei lo aveva apostrofato con uno “Stronzo”. Son cose che si dicono. Che sfuggono. Il rimmel le colava con le lacrime. Lei s’era pulita con la mano. Continuavano a fronteggiarsi. Aveva frugato nella borsetta probabilmente in cerca del coltello. Sicuramente il colpevole era lui. Lei fece per andarsene. Lui gridò qualcosa. Li separava il tavolo. Lei si fermò. Si stava condannando da sola. La prese per un polso. Si divincolò. Lo guardò con furore. La sua bocca si chiuse in una morsa di disprezzo. Quel Giovanni strinse ancora i pugni con fare minaccioso. Stava per scoppiare la tragedia. A Claudia non era mai capitato, in tanti anni, di assistere ad una scena simile.
Fu tentata di chiamare il 113. Non sarebbero arrivati in tempo. Pensò a dove poteva aver messo la macchina fotografica. Non poteva togliere gli occhi dalla finestra. Era sicuramente l’unica testimone. Avrebbero dovuto darle ascolto. Lei gli gettò il vino rimasto nel bicchiere in faccia. Lui si asciugò con la manica della camicia continuando a fronteggiarla. Sicuramente le aveva sputato in fatta: “Puttana”. Lei scosse i capelli. Scoppiò n una risata isterica. Gli sputò in faccia una serie di insulti. Alzò nuovamente la mano per colpirlo. Invece sbottonò un bottone della camicetta, poi un secondo, poi si mise a nudo un seno. Giovanni parve interessato. S’ammutolì. La sua espressione si rilassò. Sorrise a quella donna. A quel gesto. Girò attorno alla tavola e la spinse sulla stessa. Claudia guardò l’orologio incredula. La moglie non sarebbe rientrata che nel tardo pomeriggio. Con la scusa delle lezione in casa il vecchio professore… Si baciavano con furore. Lo stavano per fare in cucina. Lui fece scorrere la mano sulla coscia fino a sollevarle la gonna. La donna sotto non aveva messo mutandine.
Lei lo aveva scritto alla poveretta. E più d’una volta. Forse non aveva ricevuto le lettere. Certo le aveva ritirate lui dalla cassetta. Oppure la picchiava; anche lei. E lei s’era rassegnata. Comunque non riusciva a capirla. E si trovava senza altre spiegazioni. E quella non era mica la sola. Comunque i due amanti si davano da fare, così, in cucina, e con passione. Doveva fare qualcosa. Doveva smetterla il vecchio porco di portarsi le donnacce per casa. Ma nessuno sembrava volerla ascoltare. Intanto i due amanti si erano un po’ calmati. Lui l’aveva aiutata ad alzarsi e così com’era, con i pantaloni a mezz’asta e tutto fuori l’aveva accompagnata verso la camera. La fedifraga aveva finito di sbottonarsi la camicetta e sembrava divertita. Zoppicava perché le si era sfilata una carpa. E lo seguiva accondiscendente. A Claudia non sfuggiva un solo particolare ma non poteva vedere proprio bene tutto. Le finestre erano troppo distanti. Doveva ammettere che lui era un bell’uomo. Anche se un po’ avanti con l’età. Aveva mantenuto un certo fascino. Continuava a non capire come quella donna, le donne, potessero cadere in tentazione, subire le sue lusinghe. E come detto non poteva esserne certa per la distanza tra i due palazzi. Si spostò incuriosita nell’altra stanza per continuare a tenere i due concubini sotto controllo, ma i due avevano le tende accostate. Delusa andò a farsi un caffè nell’attesa di rivederli in cucina.
Ormai da anni la vita degli altri era la sua vita. Che lei ricordasse, da sempre. Cercò disperatamente di mettersi nei panni di quella donna, senza riuscirci. Con una estrema confessione cercò anche di togliersi quei panni come la donna sconosciuta. Una cosa la colpì allo stomaco, sospesa tra un languore e un colpo al basso ventre. La caffettiera cominciò a borbottare. Certe volte s’erano incrociati casualmente, e lui l’aveva guardata in quel certo modo. Lei gli avevo mostrato tutto il suo disprezzo. Convenne che non era poi così vecchio. Forse aveva pochi anni più di lei, anzi erano sette; lo sapeva. Ma lei era una signora a modo, di quelle che una volta chiamavano signore per bene, donne serie. Lei non era mai andata con i mariti delle altre. Non lo avrebbe ammesso ad anima viva: nel dubbio non era mai andata, o quasi. Solo quella volta, che lei ricordasse. Ma lui le aveva detto che in casa non andavano d’accordo. Senza che lei glielo chiedesse. Intanto quei due sembravano non stancarsi mai e ancora si si vedevano. Veramente lei aveva anche un bel seno, doveva ammetterlo. Non riusciva ad essere contenuto in una mano. Ma ora aveva le sue faccende da sbrigare. Non poteva indugiare in quei pensieri dove non trovava nemmeno conforto. Lei era la vera guardiana di quel piccolo mondo. Intanto la televisione andava ad alto volume. L’abbassò anche se dubitava che ci sarebbe stato qualcosa da sentire. Lei la faceva andare la tele ma non riusciva mai a restarne affascinata. Non era come quelle che seguivano ogni programma con gli occhi appiccicato sullo schermo quasi che il mondo fosse quelle. Lei non ne era interessata e non si beveva quelle favole.
Tra i caffè e i pensieri s’era distratto un attimo; quello giusto. I due si stavano salutando sulla porta e nel frattempo s’erano ricomposti e riassettati come se nulla fosse successo. Ma a lei non era sfuggito un attimo, o quasi. Lei lo sapeva che quello del terzo frugava nella posta e leggeva le lettere degli altri inquilini. Che Stefano aveva attaccato nel proprio garage elettrodomestici alla luce condominiale. E credeva che quel piccolo vano fosse un laboratorio di falegnameria. Come potevano non sentire la sega e il trapano che andavano di continuo? Sapeva che il figlio dei Ciabottini succhiava la benzina dalle auto in sosta. Prima o poi l’avrebbero preso, anche se non avevano mai preso in considerazioni le sue segnalazioni anonime. Quel ragazzo sarebbe sicuramente finito male. E poi si faceva anche gli spinelli. Non che la madre si potesse considerare una donna irreprensibile. E dov’era finito suo marito, se mai l’aveva avuto un marito? Povero ragazzo. E lei sapeva che e come il signor Gaetano facesse gli occhi dolci alla signora del quinto, quella Pernilla che si dava tutte quelle arie. Anche quella era destinata a non finir bene. E sapeva anche chi c’era dentro quando l’ascensore si bloccava e non arrivava mai. E chi lasciava le immondizie fuori dal bidone. E non era un mistero per nessuno che il tanto distinto ragionier Bonifazi era fallito. Aveva perduto lo studio e poi la moglie. Non i polli da spennare. Era tornato a spassarsela bene. Una sera l’aveva invitata. Aveva detto per un drink con gli amici. Fossi matta, s’era risposta. Lui non aveva insistito e non glielo aveva più chiesto. Ma era certa che la guardasse dietro.
Quando c’era del marcio lei era incapace di tacere. Lei era una che si faceva gli affari suoi, ma il troppo è troppo. Non poteva vedere le cose e starsene buona a subire. Prese carta e penna e si mise a scrivere l’ennesima lettera alla moglie di quel Giovanni. Stavolta l’avrebbe infilata nella cassetta il mattino presto, prima che uscisse per andare in ufficio. Poi avrebbe scritto alla finanza, la macchina nuova del caro ragioniere Carlo era un offesa per tutti quelli a cui aveva fatto perdere i soldi. Non se la poteva permettere nella sua posizione. Sicuramente era il frutto di una truffa. Infine si sarebbe liberata di quel segreto che la tormentava da tempo: avrebbe confessato ai Carradori che il Di Carlo, che la signora trovava tanto simpatico, si puliva le scarpe sul loro zerbino. Perché tutti la ascoltavano tranne chi avrebbe dovuto? Non era invidia la sua ma bisogno di giustizia. No! non avrebbe voluto essere nei panni della donna e trovarsi tra le braccia di quel Giovanni. Certo avrebbe voluto sentire le cose che s’erano detti. Lei le sue occasioni le aveva avute. Non era certo mossa da invidia. Certo qualche sera si sentiva sola. Un giorno un signore distinto le aveva anche chiesto se aveva esperienze e se le sarebbe piaciuto fare l’indossatrice.
Era giovane allora. Come poteva “con tutto quello che ciò da fare”. Allora le aveva lasciato il suo bigliettino. Ma la Luisella, quella smorfiosa, che era presente, lei sì c’era andata. L’aveva scritto a quel gran signore che della Luisella non ci si poteva fidare, che ha l’alito pesante e non si fa troppi scrupoli, nemmeno per quello. Cioè che era chiacchierata, non che si sapesse qualcosa per certo ma si diceva, e visto come si vestiva e si veste non è difficile da credere, che avesse avuto una certa relazione e fosse una facile da convincere. In testa d’altronde non aveva granché. Erano rimaste amiche ma lei non aveva potuto tacere. Non solo perché non aveva molta simpatia per Luisella, in fondo lei aveva vissuto la sua occasione, gliel’aveva rubata, ed era solo svenevole davanti al primo uomo. E poi cosa c’è di male nel dire la verità. Lei, la Luisella, gliel’aveva anche chiesto ed era stata Claudia a dirle di andare pure, ma le persone debbono sapere. E in verità lei aveva solo chiesto un parere: se a lui sembrava opportuno. Mica gli aveva messo in bocca una risposta.
Inutile rivangare i tempi passati. Allora prese in mano il telefono e lo chiamò il signor Giovanni, ma quando la sua voce rispose lei non riuscì a dire nulla. Certo aveva una bella voce, e doveva essere una persona convincente. Era ormai ora di infornare l’arrosto. Chissà se lui amava la buona cucina.

Read Full Post »

C’è l’invidia e c’è il Blaah! L’elogio e la disapprovazione. Il disprezzo. Così come si abbracciano strettamente amore e morte. E non vivono l’uno senza l’altra. O l’una senza l’altro –poiché non hanno genere. Dietro quelle finestre. Guardando gli altri. Cercando di essere guardati. Spiando. Ci sono sempre due strade. Due alternative contrapposte. Ad ogni scelta, il contrario. La sua antitesi. E vanno pari passo. Senza incontrarsi mai. Come quei due innamorati. Lei guarda il fiore. Lui la luna. Nella dieta della vita. Spiando.
Ciò che vorresti essere. E cerchi negli altri. E allo stesso tempo gratuita è la denigrazione. Come ciò che non vorresti essere. E quello che rifiuti. Degli altri. Le loro debolezze. Ciò che dimentichi. I loro vizi. Le loro condanne. Cioè tutto. Come esposto in vetrina. Al ludibrio del mondo. Beffa nella beffa. Per tutti i saltimbanchi dell’esistenza. Per gli artisti del forse. Per gli acrobati del vorrei. Per le coltivatrici di gerani. Gerani da balcone. Per le miss del gnocco. Di patate. Con due braccia così. E il mattarello incorporato. Il disprezzo. Gli altri non sono che gli altri. Falliti. Illusi. Mancati. Gente che non risponde all’appello. Solo GLI ALTRI.
Il disprezzo.
C’è anche Laura. Lei non sogna nei sogni degli altri. Delle altre. Lei l’invidia non la sa. Conosce altre religioni. Altre filosofie. Altre pubblicità. Conosce; soprattutto. Va per la sua strada. Diritta. Lei lavora per il pane. Se lo suda. S’è guadagnata tutto. Persino le lacrime. Anche la verruca. Tutto. Minuto per minuto. Come quelli del calcio. Senza potersi distrarre. Mai rilassarsi. La vita ti guarda. Non è un film. Nessuno scrive la sceneggiatura per gli altri. Perché dovrebbe volere la vita degli altri. Ne ha abbastanza della sua. Di sua. Ci ha impiegato anche troppo a raddrizzare gli spigoli. A farla andare diritta. A farla marciare. In questo mondo di saltimbanchi. Lei le certezze le ha trovate. Non ha più bisogno di cercarle. Di sognarle. Quelle son brame per i deboli. Sogni. Per chi non ce l’ha. Per quelli che le palle le tengono solo nella scatola. E le mettono solo a Natale. Con l’albero e il carillon.
Non ha bisogno di sognare, lei. Dice sempre il Vanni che la vita non è dentro un barattolo di confettura. Magari di prugne. Basta ricordarlo. L’effetto delle prugne. Lui, il Vanni, non sarà il massimo. E’ un uomo. Magari nemmeno il massimo. Neanche in quello. Ma lui c’è. E’ vero. La viene a prendere. L’aspetta. Non si lava. Torna ubriaco il sabato. Qualche sabato. Anche questo è vero. Si dimentica qualche anniversario. Sono cose che succedono. Agli uomini. Piccole cose. Sfumature. Inezie. Uomini. Lui la fa anche ridere. E divertire. E la sa ancora accendere. Anche se è un po’. E’ passato un po’ di tempo. L’amore. L’affetto. I sentimenti non si misurano col tempo. Lei sa che lo può fare. Che la può ancora accendere. In qualsiasi momento. E’ la sua lampadina. Uomini. Se lo vuole. Se non è stanco. Se è a casa. Lei non ha una foto nell’altro cuscino del letto. Non ha un aspirante niente. Un vagheggio. Ha un uomo intero. Nel suo poco le può dare molto. Le può dare tutto. Potrebbe. E’ uomo anche nel tirare la bestemmia. Lei sa dove va quando esce. Ma dove va?
Laura, sua moglie, insomma la sua compagna. Fidanzato? E’ la cassiera dell’ultimo banco in fondo a destra. Sul suo nastro trasportatore passano le spese. Controlla e fa leggere il codice a barre. E’ il suo lavoro. Da il conto e ritira il contante. O la carta di credito. Fa lo stesso. Esattamente. E vede tutti i prodotti che vanno consumati. Saprebbe dire a mente quelli che vanno per la maggiore e quelli che stentano. Lei pensa che lei pensa. Lei pensa perché lei pensa. Si impegna del suo lavoro. A volte deve trattenerla per aspettare la pausa, per il bagno. Non è un lavoro semplice. E’ il suo. A volte non è così difficile. Ormai se n’è fatta una ragione. E nelle etichette legge la vita delle clienti.
E’ un mondo al femminile. Di donne. Donne giovani. Donne vecchie. Donne. I maschi che passano sono una irrilevante minoranza. Poco significativa, anche ai fini statistici. I più muniti e guidati dal loro bigliettino stropicciato. Sempre pronti a perdersi. Incapaci di confrontare un prezzo. Estranei. Sperduti. Immemori. Ma sempre pronti a distrarsi per quelle presenze di fauna al femminile. La guerra dei generi. L’odore del territorio di caccia. Il richiamo. Anche quando il cacciatore è al limite delle forze. Anche quando escono con l’arma scarica. Quando s’è chiusa la stagione della caccia. Maschi sempre. L’istinto. Il buon vecchio istinto.
Tobia nel suo foglietto tiene la lista delle catture. Data e… bionda formosa. Data e… mora vistosa. La data c’è sempre. Minuziosamente. Nei periodi migliori anche l’ora. Soprattutto in primavera. Anche in autunno. In estate non è proprio aria. Fatica. Sposterà il suo territorio. E poi: Magrolina. Alta. Bionda molto bionda. Anoressica. A volte estremamente preciso: Depilata. Vistosa e porca. Attricetta. Alta e bionda. Romena. Rossa naturale. Moldava. Romena. Romena. E quando gli da il conto la saluta dicendole cose tipo: ciao amore. Laura. Prego! L’ha visto aggiungere i titoli sotto ai precedenti. Un indice personale. Lei pensa che qualcuna gli abbia solo indicato lo scaffale. Donne. E questo gli è bastato. Bastardo. Come tutti allunga la lunghezza del pescato. E di altro. Esagera. Si vanta e non spara. Nemmeno un colpo. Almeno non tutti quelli scritti. Questo è il suo pensiero. Nemmeno il coraggio di allungare la mano. Mi poggiarla molle su un sedere. Ma questa è un’altra storia. E lei deve badare alla cassa. Laura.
Disprezzo. Sì! Bella scoperta. Quattro etti d’amore, grazie.1 Al supermercato. Come se fosse una verdura. Un deodorante. Al massimo è un anestetico. Tra un’offerta e l’altra. Tra colazione, pranzo e cena. Zucchero, latte e miele. Meglio Zucchero, spaghetti e ammazza caffè. Tra i precotti. Tagliati a fette sottili? Nel banco frigo? Insieme ai gelati? Forse è il posto migliore. Tra piselli e ghiaccioli. Con quella patina di brina.
1 CESTINO DI FRAGOLE
4 ARANCE
2 POMPELMI
2 BANANE
600 grammi di zucchine a pagina 11
1 CONFEZIONE DI CAROTE
1 CONFEZIONE DI FIORI DI ZUCCA
1 CONFEZIONE DI POMODORI
2 NELANZANE (in stretto ordine per genere merceologico)
Un arrosto d’infanzia e uno di tacchino: da surgelare
1 BARATTOLO DI PEPERONCINO TRITATO
1 Barattolo di fiducia
2 da sei uova
1 CONFEZIONE DI TROFIE DI FARRO BIOLOGICHE
2 PACCHI DI FARFALLE BARILLA (possibilmente meglio evitare pubblicità occulta)
1 panetto di burro da 250 grammi
2 litri di latte
200 grammi di prosciutto San Daniele (San Daniele non è una marca, è un paesino); meglio qualche fetta in più. Va bene anche il Parma (è una città), se è dolce
MEZZO LITRO DI OLIO D’OLIVA DA COLTIVAZIONE BIOLOGICA
Un chilo di pane, uno di illusioni
1 CANDELA AL MUSCHIO BIANCO
1 Autan spray
e
1 CONFEZIONE DI HAMBURGER SURGELATI AL TOFU (?)
1 BOTTIGLIETTA DI SALSA DI SOIA
1 BARATTOLO DI CAFFE’ ILLY (come per le farfalle)
6 LATTINE DI HEINEKEN (BIRRA; diversamente non si capirebbe)
Eccetera.
La denigrazione. Come la storia della storia. Corrono davanti a Laura. Già dimentica della saga di Tobia. Del suo saluto. Di tutto prima di indossare la tenuta. Col cartellino e il nome: Laura. E il capellino in testa. Scorrono. Solo merci. Barattoli. Confezioni. Vasi e vasetti. Buste e bustine. Scatole. Aiuta ad imbustarle. Ad imbustare quelle vite. Quelle anime. Quei giorni. Le abitudini. Quelle della signora Enrica. Signora, poi… Che vive nei ricordi. In un unico ricordo. Sa tutto di lei anche senza averci mai parlato. Dalla sua spesa.
Quella della signora Tea. Tea come Teresa? Come TeAti? Come Tiberiade? Come?… se Telefonando? Come?… Come Teodora.
! Quella niente.
Quella Fidelibus. Che nome. Proprio un nome del cazzo. Nemmeno. Ma t’immagini? Il nome di un frigo. Quella stronzetta gonfiata di Lei. Pippe cerebrali. Che vive di cessi. E di cessi l’è rimasto l’odore addosso. Il papà. Il pappa. Lui sembra. Bello è bello. Il tipo interessante. Tenebroso. Laura non l’ha mai visto. Solo in foto. E poche anche di quelle. Nemmeno ricorda il nome. Che perché… E’ rimasta una sciacquetta. Magra come la miseria. Tutta pelle e ossa. Pelle e niente. Come quella tolta al pollo. Dal pollo disossato. A proposito dei prodotti in offerta. Il pollo ha una ripresa incredibile. La crisi. La miseria. La tirchieria. La poca voglia di far del bene. E’ questa la condanna del pollo. Così emaciato. Esangue. Cereo. Povero pollo, con l’etichetta incollata al petto. E’ il simbolo dei tempi. Tra un po’ liquideranno anche la balbuzie in confezioni offerta. Dentro il nailon. Tirato. Trasparente. O nel gran mercato telematico.
Laura, l’avrebbe cambiato quel nome. Quel Fidelibus. «Che ne so? Tandini. Che suonava molto meglio. E faceva anche TiTi. Come un accenno a un motivetto. Molto musicale». Insomma lei. Piena di arie. La diva. Quasi fosse un Moltalbano. Secondo lei quel Fabiano non la convinceva. Gli sembrava… Come dire? Né carne né pesce. Né reparto verdure ne reparto casa. Un pappataci. Un mezzo prete. Un marito da saldi. Da operetta. Non era credibile. Mentre quell’altro. Quell’ Anthony. Un giorno era arrivata con lui. Anthony. Lei le annusava le cose. Non era del tutto stupida l’attricetta. Lo sfilatino. La bavetta. Figo era figo. Con gli addominali. Secondo lei c’era tresca. Anche se americano a metà. Un americano da gag. Quando apriva bocca cascavano le braccia. Come attore era un cane. Un vero cane. Invidia di cosa? E si credeva simpatico. Ma se taceva. Se lo sarebbe fatto anche lei. Laura. Una di quelle belle. Spudorate. Spudorate con entusiasmi. Sui due piedi. Senza pensarci su. Anche subito. Sul banco di macelleria. Nel ripostiglio. In mezzo alle scope. Anche una per reparto. Se guardavano? Che rodessero. A volte la pigrizia. A volte la riservatezza. A volte sono lussi che non ci si possono permettere. MAI.
Cosa poteva invidiare alla famosa? All’infamona? Le avventure? Secondo la cronaca era sempre sotto. Indiavolata. Che le bruciava. Sempre a cosce aperte. Gli uomini? Non che non si vedesse. Ce l’aveva uno specchio. Ma piaceva. Anche dentro quella divisa ridicola. Sotto quel capellino. Avrebbe potuto averne anche lei. Quanti voleva. Se solo lo avesse voluto. Le sarebbe bastato. Volerlo. Volere è. Insomma quello. E nemmeno quelli. Bizzeffe. Non era solo Tobia a chiamarla Amore. Ma lei niente. Che aveva più di lei? A parte l’iniziale sugli occhiali? Che poi a Laura non dispiacevano con un po’ di pancetta. Non perfetti. Umani. Interessanti. Stupidi. Diversi. O un po’ leggermente zotici. Come lo stesso macellaio.
Mica è una puntata a fare l’uomo. Si sa che la tele non è sostanza. Non ha spessore. Come dire? Meglio tacere. Quando si tace non si sbaglia. Non si fa male. Teresa restava una delle acciughe in uno dei barattoli di vetro della Enrica. Soprattutto d’estate. Lei. Lei che l’estate lo nasconde dietro gli occhiali. Due lenti d’estate. Panoramiche. E… E sotto il vestito niente. Né anima né carne. Né un seno che sia fatto di tette. Piatta. Insulsa. Inutile. Anche il culo l’ha lasciata. Se n’è andato. Liscia come acqua. Senza bollicine. Inutile. Quale uomo, che sia uomo, si accontenterebbe della sola lisca? Tranne che per la televisione. Per il visagista. Per il dentifricio al fluoro. Per i gonzi che la seguono. Per chi la lascia parlare dormendo sul divano. Puntata dopo puntata. A Vanni piace la sostanza. Glielo dice sempre. Soprattutto prima.
Appunto. Per non parlare di quella Enrica. A encefalogramma piatto. Con i suoi due rompicoglioni. Due mocciosi. Che corrono tra gli scaffali. Che sbraitano. Che piangono. Col muco al naso. Soprattutto la ragazzina. Vanitosa. Vanitosa per niente. Il piccolo col triciclo. Lei che gioca a fare la brava casalinga. Riempiendo il carrello come una caserma. Come per la fame nel mondo. Come una tribù all’ingrasso. Della sua normalità. Benpensante. Priva di sogni. Rassegnata. Trascurata quel giusto. Come da modello. Casalinga madre. Madre casalinga. Tutta casa e confessionale. E magari piena di passioni segrete. Represse. E le unghie rovinate. E le mani rovinate. Con le mani da cipolle appassite lente. Da troppo detersivo da piatti. E la cena sul fuoco. E i parenti. Quelli di lui. Chissà che noia di lui? Che normalità. Quelli di lei. Processione di comparse. Altre comparse. Comparsa lei per protagonista. Solo comparse. Per piccole parti. Due battute. L’arrosto nel forno. «Speriamo la besciamella»… L’alloggio vacanze. In comproprietà. Magari Jesolo a novembre. Col fiato da vaporella. I soldi non bastavano. Quelli non bastano mai. Agosto era troppo caro. Novembre. Due settimane. Le seconde. Il mutuo. Tutto quello che si potevano permettere. I cannelloni ripieni. Un nuovo detersivo. «Sperando la besciamella non faccia grumi».
Se la immaginava. Qualcosa di più. La vedeva. La casa sempre in ordine. Le lenzuola fresche di bucato. Quelle lenzuola senza niente da raccontare. Lenzuola annoiate. Che da anni ascoltavano solo la stessa storia. La storia del capone. E quella di una pazzia. L’unica. Lontana. Stremate di attesa. Lei mica la lascia lì la torta. Secondo Vanni. E’ come nei vangeli. Proprio così. Secondo Vanni. Cerca nei dolci l’affetto. E’ naturale. Quando non hai vicino un uomo vero vai di cioccolata da spalmare. A volte Laura pensa che certe sere dovrebbe farglielo vedere, un barattolo; al Vanni. Lei pensa. Perché lei pensa. Ma non le manca niente. Non certo una scatola di detersivo. O il rumore del triciclo. E le sue tette, stanche. Loro non sanno fingere. Non possono. Non riescono a fare quella faccia fintamente soddisfatta. Sorridere ai bambini controvoglia. Mentre vorrebbe strangolarli con un unico filo da bucato. Lasciarli dietro la porta di un convento. Seppellirli in giardino. Quello del vicino. Appenderli con le mollette. Loro, le tette, si deprimono. Il tempo. Gli anni. Le mani di quel lui sconosciuto. Solo rassegnazione. Abbassano… gli occhi. Loro. E lei, Laura, ha una intolleranza proprio per le fragole. Le si irrita tutta la pelle. E poi chissà quali segreti si portava dentro? La brava massaia. Quali segreti crede di nascondere?
E Blaah! Per il Tofu. Per gli Hamburger al tofu. Doppio Blaah! Simbolo di arroganza. Di presunzione. Di vanità. Sanno di vanagloria. E ostentazione. Sanno come la pioggia al mare. Come un morso di nebbia. Hanno il buon sapore della muffa. Di passato. Di vuoto. Incolmabile. Di fotoromanzo. Della domenica del derby. Di tutto quel mondo che vive in uno specchio. Che si parla addosso. Che cerca due parole sulla rivista di moda. Che racconta di vacanze in costa Smeralda. A Ibiza. Quella guarda solo le marche. Nemmeno sa farle; le spese. A volte ci sono prodotti di maggiore qualità. Magari anche a prezzi più vantaggiosi. Per lei: niente. Vuole proprio quello lì. Se glielo dice la televisione, la moda, lei si mette la maionese sui cioccolatini. La marmellata sugli spaghetti. Si parla in due. Infila le mutandine in testa. Infila le mutandine. Se riesce a trovare la testa. E le mutandine. Secondo Laura le aveva assicurate. Le doveva perdere continuamente. Con quello che costano, un paio… O non le metteva per sicurezza. Contro la smemoratezza. Per non lasciarne troppe in giro. Perché sembra sia sposata. E allora è difficile spiegare certi costi. E quelle scordate anche nel camerino dell’idraulico. Di comprarne come tutta una compagnia di subrette. Chissà se aveva bisogno del gobbo anche per quello? Senza la tele sarebbe una delle tante. Anche meno. Un bucatino senza salsa. Slavato. Acqua di rubinetto. Un lezzo. E l’altra, la dolce casalinga, è anche peggio. Il peggio del peggio. Lei che crede di possedere l’arte della spesa. Ha rubato. L’ho vista. Ha preso 1 tubetto di latte condensato zuccherato direttamente dal carrello dell’altra. Dalla spesa dell’attricetta. Come fosse una reliquia. Con fare circospetto. Guardandosi intorno. Proprio come una ladra. Mentre l’altra era girata.
Perché restano uguali. Quelle due. Quella con gli occhi da pesce lesso. E l’altra. Quella che lessa il pesce. E conserva gli occhi per l’attrice. Uguali. Sputate. Lei se n’era accorta che si controllano la spesa. La misera dell’una. L’esagerata dell’altra. Si guardano nel carrello. E fantasticano. In un barattolo. In procinto di affogare. Senza scambiarsi una parola. Ma è vita la loro? A sognare negli assorbenti dell’altra? Testa o cuore. Questo è quello. Testa e cuore. Ci vogliono entrambe. Lei sì che lo sapeva. L’aveva imparato. La vita è andare avanti. La vita è non dire mai basta. La vita è portare a casa il soldo. Praticità. Convenienza. La vita è un Vanni. Da tenere stravaccato sul divano. In mutande. Il tre per due. La grappa in frigo. La vita si vive alla carta. Si consuma. La vita è una mano sulle chiappe. Anche se è quella del direttore. Mani. Che poi sono la stessa cosa. Uguali. Quelle di quello di prima. Uguali. Quelle del nuovo. Più di due mani non hanno. Anche se possono sembrare cento. Mica è COPIA. INCOLLA.
Dalla lista manca, secondo Laura: UNA CONFEZIONE DI LAMETTE (anche della marca più economica) per tagliarsi le vene per lungo.

1. I protagonisti Tea (Teodora) Fidelibus, Anthony Fark, Fabiano e persino Laura sono deliberatamente rubati dal libro: Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnaldo Mondadori Editore S.p.A. 2013. Per la storia invece si ringrazia la stessa autrice per non averla scritta.

Read Full Post »

1. Io guido e lei mi distrae dalla strada. Non è stata una buona idea. Non dovevamo nemmeno partire. Avevamo appena caricate le valigie e avrei voluto già essere arrivato. Una non può dirmi: mi ci porti al mare? E poi venire all’appuntamento così. E dopo il primo incontro. Con quella maglietta, così gonfia. E quei jeans che minacciano di scoppiare. Come sarà riuscita ad infilarli? Ad entrarci? Avesse la necessità di infilare in tasca un biglietto da cinque non ci riuscirebbe. Io non emetto fiato. Sono sette chilometri che guido questa bagnarola in apnea. Fuori il caldo è soffocante. L’aria condizionata non va; devo farla sistemare. Il finestrino aperto le da noia, e si spettina. E pare si sia portata dietro tutta la casa. Questa casa al mare a volte è una manna. Altre una disperazione. Cerco di fissare la mia attenzione sui cartelli stradali che indicano quanto manca. Inutile, mi distraggo. Cambio le marce con estrema prudenza, per non sfiorarla. Insomma faccio tutto per stare tranquillo. Perché questo sembri un viaggio normale. Chiede se per cortesia posso fermare. Accosto subito sul ciglio. In seconda fila. L’ha detto come fosse una urgenza. Cosa c’è adesso?
Mi verrebbe da dirti: il programma è sottotitolato alla pagina 771. Cosa fai? Cosa tiri gli occhi? Non credevo che sarebbe finita così. Insomma… cominciata così. Appena partiti. Prima ancora di partire. Almeno ferma questa dannata macchina. Che non andiamo anche in cerca di farci del male. Accosta. Ecco, bravo. Vuoi vedere? Allora guarda. Sembra che non ne hai mai viste. Bastava dirlo. Speriamo che non mi veda nessuno”.

Ragazza in automobile che mostra le tette (?)

La foto è stata censurata da Google+ (?)

Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Io resto di stucco. Senza parole. Carina è carina. Giovane e giovane. Forse sono io che sono un po’ più avanti. La serata. Il buon vino. La compagnia. Non mi ero reso conto… cioè… quasi… che… insomma. Che mi prende? mi balbettano anche i pensieri. E poi una non viene al mare in jeans. E vestita di tutto punto. Cioè solitamente una mette qualcosa sopra il costume. Sono curioso di vederlo, il costume. Sono curioso di tutto. E senza fiato. Lei non alza gli occhi. Mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta. Sembra anch’essa affascinata da quella meraviglia. Forse si sente in imbarazzo. Non ci avevo pensato. Non le avevo chiesto nulla. E’ solo… è solo che mi viaggiava a fianco. Non è facile guidare con una come lei vicino. Me ne rendo conto ora. Forse ho avuto troppa fretta quando sono arrivato. Nel farla salire.
Ti facevo uno… uno che si controllava di più. Così piacciono solo a voi uomini. E so che vi piacciono. Vorrei che qualche volta… insomma una parola carina. Un gesto. Non quello. Un gesto d’affetto. Una battuta spiritosa. Invece te ne stai lì senza emettere un fiato. Come tutti”.
E non c’è reggiseno che tenga. Che possa frenare quella loro aspirazione a dondolarti davanti. Definirla giunonica mi pare anacronistico. Curioso ne sono diventato curioso. Come ho fatto ad essere così distratto? A vederla salire senza valutare il volume, l’ingombro di quei due airbag naturali? Decisamente l’età rende stupidi. E pensare che avevo accettato solo perché mi sembrava una ragazza a posto, e simpatica. Mi aveva parlato di transavanguardia e non mi ricordo di cosa. Era nata una simpatia immediata e spontanea; tra noi. Era stata Enza a dire della mia casa al mare. Ho paura che me le sognerò di notte. Le ho fatto una foto. Lei se n’è infastidita. Credo che la terrò religiosamente tra i miei momenti più emozionanti.
Certo che… così… qui in macchina. Potevi almeno aspettare. A casa saremmo stati più comodi. E poi… mi potrebbero anche vedere. Sai cosa potrebbero pensare di me? Che sono una facile. Una di quelle. Che siamo qui… Mica mi piace così. Metterle al vento. Sono così…. Così… insomma. Non pensi che ne abbia troppe? E’ imbarazzante averle. Portarsele dietro. Tutti ti tengono gli occhi addosso. Solo che… potevi dirlo subito. E poi, al primo appuntamento. Forse non sarei dovuta nemmeno salire. Non sei certo un signore. E’ solo perché sei tu. Mi stai simpatico. Ma non lo dovrei fare. E’ tutto così… così… tutto. Non farti strane idee su di me; però. Sì! forse lo avrei fatto lo stesso, anche se me l’avessi chiesto subito. Ti ho detto che mi sei simpatico. Non so proprio. E con i se e i ma. Forse. Invece siamo qui”.
La sua voce è un ronzio anche piacevole che porta alla sonnolenza. Non fosse per l’adrenalina che ho in corpo, la fretta di arrivare, sarebbe pericolosa. Non mi viene proprio nulla da dire.
Spero che adesso non ti metti strane idee in testa. Ti vedevo così teso; cioè curioso. Mi son detta: «questo si distrae. Poi chissà come va a finire. Se ne sentono tante in macchina». Ora calmati. Spero che tu sia contento. Se vuoi, la sfilo. La maglietta. Ma poi ognuno al suo posto. Poi mi rimetto in ordine e andiamo. Altrimenti si arriva tardi. E a me non piace. E non vorrei che ti mettessi altre cose in testa. So come siete voi. Poi magari vuoi anche toccare. Forse era meglio se non lo facevo. Forse era meglio se non venivo. Che con questi jeans, sono così stretti. Mi chiedo cosa ci sto a fare qui. Con tutto al vento. Solo per un capriccio. Il tuo capriccio. Che poi… nemmeno me l’hai chiesto. Sembra quasi che abbia fatto tutto da sola. Non fossero i tuoi occhi a parlare. E te ne stai li zitto. Come se ti avessero rubato la parola. Respira. Devo essere proprio scema”.
E pensare che non mi ero prefissato niente. Per un attimo avevo pensato che se doveva succedere qualcosa sarebbe successo. Per un altro attimo ho pensato che più che carina aveva un sorriso fresco. Per un attimo ancora che era tanto giovane. Troppo. Forse. Poi mi ero imposto di frenare la fantasia. Non mi è frequente abbandonarmi. E’ solo che avevo bevuto un bicchiere in più. E volevo evitarmi delle stupidaggini. Da film. Mi sono spiegato che era solo una giornata al mare; come tante. Forse tutto è dovuto perché era seduta, di fronte. Avevo guardato parlare i suoi occhi; il suo sorriso. Avevo ascoltato il suono della voce. Ecco perché Giangi aveva chiesto: “Ma l’hai vista”? Non avevo capito. Non le vedevo nessun difetto. Ingrano e riparto. Sono naturalmente intralciato nei movimenti. Non vorrei che… è un attimo di comprensibile imbarazzo. Cerco di uscirne.
Che fai”?
E’ l’unica cosa che riesco a dire di questo viaggio: “Resta così. Ti prego. Almeno un po’. Non manca molto. Mi piace come mi guardano i tuoi occhi”.
Ma allora sei proprio vizioso. Ti facev”…
La macchina che sorpassiamo strombazza di clacson. Il guidatore lancia un grido a finestrino chiuso. Il suo entusiasmo resta imprigionato nella scatola di lamiera. Ci occhieggia con i fari. Lei brevemente ritrova la sfacciataggine della sua età. Si volge indispettita ad illustrargli tutta l’enorme vastità esibita dei suoi due promontori, ritta sulle ginocchia: “To’”! Gli indica il cielo con un dito; il medio. Dice ch’è uno zotico incivile. Anche di peggio. Si rimette comoda e chiede scusa indirizzandola verso la nostra destinazione. Lo vedo sbandare e frenare giusto in tempo ad un nanomillimetro dal guardrail. Credo lei si sia resa conto del mio stato. Le sfugge un impercettibile sorriso di approvazione. O almeno è questa la mia impressione. Forse di biasimo? Sembra disposta ad assecondarmi.
Sto leggendo “Quattro etti d’amore, grazie”. L’ultimo della Gamberale.[1] E’ appena uscito. Non so; conosci? Sono solo all’inizio. Non so se è un libro che può piacere ad un uomo. A me invece piace la sua scrittura. Trovo sia pieno di passaggi brillanti. Sottili e brillanti. Siamo proprio così, noi donne. Molte di noi, naturalmente. Ogni tutto è relativo. Scusa le licenze linguistiche; sono fatta così. Non esistono al mondo gli assoluti. Anche i termini debbono essere considerati nella loro relatività. Anche se crediamo solo nelle assolutità; soprattutto noi donne. Nell’amore assoluto, per esempio; anche se è un esempio banale. Ma siamo attente e riflessive. A nostro modo riflessive. Ogni uno è due. Potrei avere tutto, si parla per ipotesi, e paradossi, dicevo che avessi tutto invidierei chi ha l’amore. Per quello, quello vero, siamo pronte a rinunciare a tutto. Vorrei dirti cosa penso di te. Per vedere se ci ho azzeccato. Solitamente ho fiuto per le persone. Riesco a riconoscerle al primo sguardo”.
Non è che abbia una guida particolarmente nervosa. E’ che sono curioso di vedere la loro vita. Di vederle muoversi. Accelerare. Rallentare. Oscillare. Allargarsi. Riassestarsi. Posarsi. E poi, con impertinenza, fare un balzo avanti. Oppure indietro. E ondeggiare. Un sciabordio che prende direttamente allo stomaco. Con quei piccoli capezzoli che quasi scompaiono. Che quasi li devi cercare. Su quella carne bianca. Su quella massa. Microscopiche presenze. Quasi due punture di insetti. Nel mezzo approssimativo di quei due mappamondi. Al centro di quelle vastissime aureole. Che hanno la forma… la forma… che cazzo ne so? Di quelle aree. Non mi sembra il momento di cercare certe similitudini. Ho un enorme ronzio in testa. E la strada scivola fin troppo veloce. Il mio mostro divora vorace la pianura. Chissà se si abbronzano? Non so se è stata una bella idea.
Io leggo molto, come avrai capito, non solo romanzi, ma a volte anche nel racconto più stupido, banale, puoi trovar delle vere perle. Spunti di riflessione, Considerazioni illuminanti. Persino casuali. Chissà se l’autore ne è sempre consapevole. Tu che ne dici”?
Non so. Mi chiede di rallentare. Osserva il suo petto in movimento. All’improvviso cambia di umore. Non è una cosa rare nelle donne. Nella sua mimica silenziosa si addensano un’enorme quantità di nubi; si rabbuia. Non la conosco abbastanza per conoscere tutte le sue facce. Certo che all’improvviso la sua maschera si fa opaca. Non può essere un mistero che dietro quel suo volto, in una donna, non possano che presentarsi riflessioni. Ansie. Considerazioni. Dicono sempre le stesse cose, in certi momenti, gli occhi di una donna. Quel silenzio di un istante non può che nascondere la ricerca spasmodica di una decisione, magari una qualsiasi. Magari una delusione; seppure passeggera. Speriamo passeggera. Magari una rinuncia. Il dubbio di un fallimento. Di una sconfitta. La delusione. Più semplicemente la lista confusa delle cose che ha portato, alla ricerca di quelle che può aver dimenticato. La paura di non essere bella. Un beffardo pensiero di riscatto; magari licenzioso. A volte apertamente osceno. Nascosto. Negato. Perché contengono anche quello le cose non confidate delle donne. Quelle che non dicono che a sé. O tra loro. Non certo in presenza di un uomo. La scoperta di una macchina sulla maglietta. La rincorsa ad una testardaggine. Volitività. Ne può uscire qualsiasi cosa. E un uomo non può stare mai tranquillo quando una donna tace in quel modo.
Puoi rallentare, per favore”?
Fa uno sbadiglio che sospetto annoiato. Riporta quelle due montagne di delizia negli appositi contenitori. Si sistema la maglietta. Si controlla il trucco. Rimette la cintura. Mi studia per due minuti buoni. Legge la mia delusione. Si volta per prendere la borsa, credo, e scopre di aver messo anche quella nel bagagliaio. Districa i capelli che si sono aggrovigliati sugli orecchini. Li rassetta con le unghie. Guarda fisso davanti a noi: “Per cortesia, torniamo”. Intanto ora la vita delle gemelle è diventata più pacata. Non riescono a stare ferme nonostante il gran rifiuto della stoffa a fiori che traspare impercettibilmente sotto, ma hanno un moto più lento. Più lieve. Quasi controllato. Elastico. Anche contro improvvise accelerate e frenate, cambi di velocità e sorpassi all’ultimo, ondeggiano leggiadre, composte, rassicuranti, gentili, lievi, parche, sobrie, moderate, equilibrate, di una vita comune, quasi in un cenno.
Guarda che… non mi p… Non è più divertente”.
Come si può non fantasticare. Gli occhi azzurri come lapislazzuli. I capelli di quel morbido castano pieni di riflessi rossi. Il sorriso virginale da dea dell’amore. A guardare un po’ di pancetta ce l’ha. Chi non ha debolezze nascoste? La pelle… la pelle come… la pelle lisca e senza imperfezioni. Dev’essere soda e morbida allo stesso tempo. Della morbidezza della affettuosità. Devo convincerla a restare. La casa e libera. Che senso ha tornare la domenica dal mare? Inventerò. Se debbo insistere insisterò. Già m’immagino gli occhi in spiaggia che sbiadiscono quando passiamo. L’ammirazione di quei bagnati del dilettantismo. Tutti e tutte che invidiano lei, e me al suo fianco. Uomini e donne. Mi vedo: io e la mia regina. I miei pensieri debbono avermi fatto assentare per alcuni istanti. Superiamo un autogrill. Non mi ha chiesto di fermarmi. Non ne ho né voglia né bisogno. Probabilmente lei non è una di quelle che ci deve andare ogni cinque minuti. Non finirò mai di scoprire i suoi pregi.
Cosa dici? Ho pensato di chiedere un parere. Di consultare un chirurgo. A proposito di ridurle. Di farle stare massimo dentro una quarta. In fondo non è una decisione facile. Però questa non è vita. Sono un pericolo per gli altri e per me. Sono una fonte di incredibili imbarazzi. Se non ero con te… sono sicura che un altro ci avrebbe provato. Che rischiava di finire come va sempre a finire. Sono stanca. Stanca che qualsiasi cosa dica chi mi sta davanti guardi solo loro. Pazienza gli uomini, ma persino le donne. E con quella bava di invidia. Stanca di far fatica a trovare la mia taglia. Dei fischi per strada. Delle mani che mi frugano addosso, in qualsiasi occasione. Degli amici che diventano curiosi. Che mi chiedono come faccio. Se sono mie; persino loro. Com’è? E che anche loro, spinti da un neonato interesse, mi chiedono “Posso”? Non riesco a mantenermi un amico. E per quello nemmeno tanto un’amica. Di quelli che pensano che sarei una grande mamma, o una grande balia, perché tante tette tanto latte. Di quelli che tante tette vuol dire troia. E chissà il resto? Cretini”.
Sento un dolore al petto, una sorta di compressione. Un dolore che poi si estende al braccio sinistro. E una gran sete. Vede la smorfia sul mio viso; la transumanza. Glielo dico e lei mi ordina immediatamente: “Frena”! Scendendo rapida mi impone: “Spostati”! Scivolo nel sedile del passeggero. Lei prende in mano la situazione e il volante. Fa una pericolosissima inversione a U e accelera al massimo. Non fiata né mi dice quello che pensa, solo che: “Si va all’ospedale. Stai tranquillo!” –sembra veramente preoccupata. Comincio a preoccuparmi anch’io. Non ho bisogno di spiegazioni, mi sono imbattuto nel famoso sabato triste, anzi di merda. Credo che le sue parole cerchino di distrarmi. Continua come nulla fosse successo.
Pensare che qualcuna (delle mie amiche n.d.M. [n.d.M.: nota di Marisa]) invidia la mia fortuna. Perché sono bella, cioè carina, e così tanta bella. Invece è una disgrazia. Una vera disgrazia. E pensare non è solo l’inizio. Non hai ancora visto niente. Ho un costume nuovo che è uno schianto. Peccato. Se solo fossi stato un po’ più carino. Un po’ più paziente. Adesso proprio non so. Non so se fidarmi di te. Io non sono una ragazza come tante. Credo nei sentimenti. Credo che da cosa possa nascere cosa. Anche se doveva essere solo una giornata al mare. Forse un fine settimana. Dipendeva da te”.
So solo che mi ritrovo in una sala asettica. Piena di monitor che mi sembra d’essere precipitato in uno degli episodi di Alien. Uno stormo di medici si da un gran da fare intorno a me. L’ultimo commento che ricordo è quello dell’anestesista che mi spiega: “La sua signora la sta aspettando fuori”.

2. «Scusate se da qui la storia la continuo io. Niero non è più in grado di farlo o non ne sente la necessità. Il dottore ci ha detto che deve evitare gli sforzi e le emozioni. Non credevo che quel sabato avrebbe cambiato così la mia vita. Ma dopo tutto quello che c’era stato tra noi non potevo proprio abbandonarlo da solo. E mi suonano ancora nelle orecchie con immensa delizia e gratitudine le ultime parole che gli ha rivolto l’anestesista. Mi hanno fatto e mi fanno sentire importante. Ma la convalescenza è lenta e non si vedono grandi segni di ripresa. Tra l’altro era anche carina, e ho resistito all’impulso di strapparle gli occhi. I dottori sembrano rassegnati e fatalisti. Non me ne preoccupo: è un ottimo compagno anche così. Forse è anche meglio. E’ un uomo che sa ascoltare.
Poveretto: è rimasto completamente immobilizzato com’era; anche, incredibile, nel suo entusiasmo. Ma ora ha me. Anche il minimo movimento gli costa sforzi precari. Ma io provvedo a tutto. E cerco di anticipare i suoi desideri. Credo di riuscirci. Ha perso quasi completamente l’uso della parola. Per il poco che so non è mai stato troppo ciarliero. E fatica immensamente anche per i pochi vocaboli che riesce ad articolare. Li sputa inzuppati di saliva. Me li spruzza addosso. Usa praticamente solo quei pochi epiteti, spesso riferimenti a femmine di animali, così frequenti nella bocca di tanti uomini, come “vacca” o “maiala”. Ma in lui sono carinerie. Sono quasi, ma anche senza il quasi, nel nostro gergo segreto, segnali di gradimento. E i suoi occhi, che spesso lacrimano senza ragione, sono prodighi di muti elogi. E io gli asciugo delicatamente quegli occhi. E i contorni delle labbra. Marisa invece lo dice ormai quasi perfettamente e senza fatica. Si capisce che chiama me.
E’ tutto nuovo per me. Lo curo di tutto e gli metto in bocca tutte le medicine che deve prendere, che sono veramente tante. Se serve ho imparato anche a fargli le punture. E ho imparato a cucinare. Inizialmente cose semplici, ma sto diventando bravina. Qualcuno dice che son diventata veramente una bella signora. Non lo so, lascio agli altri giudicare. Io ci credo veramente che l’amore ti fa bella. Sono sempre io persino a radergli la barba. Con la massima precauzione perché ho sempre paura di tagliarlo. Me lo pettino e me lo vizio. Ieri sono andata a prendergli un pigiama veramente figo. Anche se non ne fa grande uso mi piace curare il suo abbigliamento nei minimi dettagli. Mi piace vederlo elegante e curato. Con i pantaloni in perfetta piega. E poi lui sta bene con la giacca. Ma anche con una bella polo dal colore vivace. Mi piace sceglierle con tonalità che si adattino ai suoi occhi. Una l’ho acquistata del colore dei suoi pochi momenti di tristezza. Perché quelli mi sanno strappare il cuore.
Deve soffrire, povero caro, in quei brevi attimi, la consapevolezza delle sue menomazioni. Io cerco di cancellargli qualsiasi nostalgia. Anche di quel nostro primo vero incontro, non ha perso granché. Solo un sabato al mare. Perché poi già nella notte il tempo è cambiato e s’è messo pure a piovere. Avremmo comunque dovuto starcene chiusi soli in casa. Perché oggi sono certa che mi avrebbe convinta. Magari ci saremmo anche annoiati. Questo non voglio che succeda mai. Con tutte le mie forze. Anche il due pezzi che avevo scelto per l’occasione poi gliel’ho fatto vedere. L’ho indossato in casa e solo per lui. L’ho indossato e poi l’ho anche tolto davanti a lui. E gli ho confessato come mi piace prendere il sole, integralmente. Ovviamente quando non ho altri occhi addosso. Non che abbia potuto stendermi in riva al mare; non c’è nessuno ma proprio per questo la stagione, cioè la temperatura, non lo permetterebbe. E con la carrozzina farei comunque fatica sulla sabbia. Mi sono stesa sul divano con la luce della finestra alle spalle. Una luce un po’ opaca. Credo ne possa aver ricavato un’idea, e nemmeno tanto approssimativa.
Anche nella mia vita privata è cambiato molto se non tutto. Oggi sono più sicura di me. Posso dire che sono una donna soddisfatta. Al suo fianco il mio mondo, più che un mondo felice, è diventato un vero sogno. Finalmente ho conosciuto il vero grande amore e lo vivo giorno per giorno, minuto per minuto, senza lasciarne nemmeno una briciola. In fondo devo tutto a lui e, nonostante i pericoli che comporta, mi capita di non riuscire a non dirglielo. A volte mi sento persino colpevole nei confronti di chi ha meno di me. Il lavoro? quello no. Ho dovuto lasciarlo. E ho dovuto lasciare anche tanti progetti nei quali pensavo di realizzarmi. Ora mi sembrano fantasticherie infantili; lontane. In realtà non è stato nemmeno un grande sacrificio. Lui è più importante di tutto.
Le tette? La storia che non può far fatica e deve evitare le emozioni non mi convince pienamente. Io credo nella scienza, ma ci vorrebbe un miracolo. Ma io credo anche nei miracoli. Comunque io ho ogni cautela del caso. Forse troppe. Forse quelle giuste. Sforzi? Che fatiche può fare uno nelle sue condizioni, tra la poltrona e il letto? Che quando usciamo se ne sta comodo sulla carrozzina? Sono io, doverosamente e con gioia, a spingere. Ma non mi costa alcuna fatica. La carrozzina poi è leggera e maneggevole. Per quanto riguarda le emozioni, povero piccolo, mon petit, ormai quelle, le mie tette, le ha viste e viste bene e riviste. E non solo; perché io non me lo trascuro. Voglio non gli manchi niente. E ormai niente di me può certo rappresentare più chissà quale turbamento. Ho messo la foto che mi ha scattato allora in una cornice sopra il canterano.
I soldi? Quelli non ci mancano. Per fortuna lui ne ha per tutt’è due. Anche se mi sento un po’ limitata nella mia indipendenza. Cioè mi sento un po’ come se sfruttassi lui o la situazione. Lo so che è un pensiero sciocco: cosa farebbe senza di me? Dipende da me in tutto e per tutto; almeno per ora. Lui ha ogni istante della mia vita. E mi succhia ogni energia. Lo cambio sopra e sotto, lo lavo (nel far questo a volte non gli so proprio resistere), lo vesto, lo accomodo nella stanza dove sono, me lo bacio ogni volta che passo, gli parlo, lo imbocco, lo coccolo, gli accendo la televisione, lo spoglio, lo metto a letto, e tutto il resto. E poi, alla fine, per dirla tutta e senza riguardi, la sua famiglia ha mostrato fin dal primo istante di volersene lavare le mani. Che per loro, di lui, importavano solo i soldi. Per me non è nemmeno fatica. Non ci manca niente, assolutamente niente. Nemmeno quello, anzi.
Come ho avuto modo di accennare: nell’incidente, perché preferisco continuare a pensarci in questi termini, è stato anche fortunato. Sì! anch’io, e arrossisco nell’ammetterlo. Lui è rimasto immobile com’era. Voglio dire che è come se mi volesse tutto il giorno, e la notte. Lui è lì ed è come se aspettasse sempre me. Non so se mi spiego. Mi sento desiderata in ogni istante della giornata. Ogni volta che ne ho voglia, e non è quella che manca, lui è immediatamente disponibile. E se per caso non mi dovesse andare, lui è pronto per quando mi torna. Sembra non stancarsi mai. Certo che al mio piccolo amore, al mio little boy, il suo zuccherino non gli fa mancare nulla, e cerca di evitargli ogni fatica. Lui ha solo il dovere di essere felice. E soddisfatto. E di aspettare me. Non fatemi dire cose che non mi piace dire. Sono particolari intimi.
Ma mi prendo cura anche del nostro spirito, per quanto posso. Per esempio al momento gli sto leggendo “Mille piccoli soli[2]. Non è certo fresco di stampa. Lo faccio proprio per lui. Io l’avevo già letto appena uscito. E’ un po’ duro ma è giusto che cominci a capire. Che diventi consapevole. E un paio di sere fa, abbracciati, comodamente accoccolati sul divano, abbiamo guardato assieme, e assieme ne abbiamo pianto, “Restiamo umani; the reading movie[3] di un mio caro amico. Gran bella testimonianza. Che ti tocca diritta nel più profondo. E ti lascia dentro quella sorta di ansiosa angoscia e di rabbia. Quando la nostra attenzione è tutta presa da cose simili ci dimentichiamo anche di noi. Nulla ci può distrarre. Abbiamo attenzione solo per quelle immagini o sulle pagine di quelle storie. Ogni altra cosa è rimandata a dopo. Alla fine mi piacerebbe sapere che ne pensa. Mi accontento di vederlo attento e di liberarmi l’anima di tutte le emozioni che la bellezza e l’intelligenza suscitano in me. Dopo lui le cose che amo di più sono la cultura e l’arte.
Quando mi va di uscire lo faccio e basta. Col suo consenso in un cenno finale degli occhi. Lui sa che sono una ragazza ancora giovane e piena di energie. Di quelle, di energie, in verità, la vita con lui me ne lascia ben poche. Ma abbastanza perché, come tutti, certe sere mi venga voglia di evasione. Come tutte mi vien voglia di indossare questo o quell’abito. Di farmi bella. Di sentirmi gli occhi degli altri addosso. Allora mi metto in ghingheri. Proprio in tiro. Curo ogni dettaglio. Biancheria compresa. Mi faccio ammirare da lui, sopra e sotto, meticolosamente, e lo saluto sulla porta. Questa vita non mi costa nessun sacrificio, ma faccio attenzione e non faccio mancare nulla nemmeno a me. Voglio evitare assolutamente di correre il rischio che questo nostro meraviglioso amore si possa un giorno sporcare di rimpianti. Mentre esco lui solitamente mi dice qualcosa che suona come “coccola” o “zoccola”. E lo dice con occhi imploranti e pieni di quella sua dolcezza.
Ma quando sono fuori non sto mai completamente tranquilla; un po’ dei miei pensieri resta con lui; è naturale. I primi tempi non lo facevo, non lo lasciavo mai solo, non potevo farlo. E mi bastava. Mi tranquillizza solo il fatto che se dovesse aver bisogno, anche se non è ancora successo, io correrei subito da lui. Le dita quelle le sa muovere e anche bene. Ormai si gira i canali da solo. Allora gli metto il cellulare vicino. Non dovrebbe fare altro che comporre il numero breve: il primo, il mio. Sa fare perfettamente il segno del medio e spesso congiunge l’indice col pollice in un messaggio che non ho ancora imparato a decifrare. Infatti gli piace, e piace anche a me, quando gli prendo le mani e me le porto al seno. La sue dita allora sanno cosa fare. Riescono a suonare nelle mie corde più intime delle armonie incredibili. Letteralmente sanno farmi impazzire. Piccoli segni di miglioramento mi sembra di vederli. Si deve aver pazienza, ma io di quella ne ho a pacchi, a pacchi, a pacchi».

[1] Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, 2013

[2] Mille piccoli soli di Hosseini Khaled. Edizioni Piemme, 2007
[3] Restiamo umani; the reading movie (Stay Human, the reading movie) progetto di Fulvio Renzi, Luca Incorvaia. edizioni dal basso, 2013

Read Full Post »

tazzina di caffèGli abitanti di Carvo erano un popolo di gente strana. Quando gli avevano imposto le regole avevano creduto di poter restare quelli che erano e invece (come avviene) le regole li avevano cambiati (un poco per volta). Allora erano una comunità operosa ma anche generosa, aperta a tutto. Per loro non esistevano gli stranieri ma solo gli esseri umani, ma forse avevano cuori e vene troppo fragili per questo giorno. Anche quando era arrivato lui era diverso ma loro non lo avevano visto diverso e le piccole egeni avevano fatto a gara per preparargli la tavola, per stirare le sue camice, per lavare i suoi panni, per pulire le sue stanze e (con piccoli sorrisi appena maliziosi) per scaldare le sue lenzuola (forse non conoscendo ancora nemmeno quelle pieghe dell’egoismo). La pietra che nascondeva nel petto non si era fatta bagnare dall’umidore di quegli occhi generosi. Aveva comprato tutto quello che poteva comprare ed era stato facile perché nessuno lì aveva mai venduto nulla, e aveva insegnato loro l’uso del denaro. Poi con una nave aveva fatto arrivare il liquore di mele e le banane, che non avevano mai visto, e nascosto il frumento dopo esserselo accaparrato. Era uscito di giorno con la donna della notte per insegnare alle altre l’invidia. Lui conosceva il suo mestiere e molto lentamente la peste si era diffusa. Il gorzino lo affrontò sfoderando il coltello e lui seppe che aveva vinto. Quando li minacciò di andarsene loro furono costretti a scegliere: deposero il loro re per offrirgli il trono. Ma lui voleva di più, voleva anche ogni loro sogno.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: