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Posts Tagged ‘invitati’

img_7029Stavo radendomi quando lei è entrata. Maledetta promozione. Si è accovacciata sulla tazza: Scusa, faccio in un attimo. Non potevi aspettare? Non ce la facevo più. Ero infastidito di non poter stare tranquillo nemmeno là. Ma forse solo un po’. Più che altro ero stato preso alla sprovvista. Non mi sarei mai immaginato. La sento farla. Il rumore della pioggia dorata. Come niente fosse.
Se la cosa non fosse tragica sarebbe ridicola: E bussare? Decisamente lei è incredibile: Sapevo che c’eri solo tu. Stai buonina e fammi finire. Fai finire anche me. Fai pure. Che c’è ti vergogni? Non è quello. Ti vergogni oppure?… Non fare la bambina. E allora non guardare. Son cose cheE nemmeno… tanta, bambina.
Se uno dei due non si sbriga potrebbe finire in una catastrofe. Io lo so bene com’è fatta lei. E poi chi entra entra sarebbe comunque perlomeno imbarazzante: Ti manca tanto? Mi manca quello che mi manca, non mettermi fretta anche tu. Debbo fischiettare? Non serve, grazie. Potevi almeno dare un giro di chiave. Così chissà cosa avrebbero pensato. E così? L’ho detto che mi scappava la pipì. Dovevi proprio dirlo? Che male c’è? è l’ha verità. Le cose si possono non dire. Si asciuga con cura. Viene da ridere anche a lei: E’ la verità tutta la verità, nient’altro che la verità, lo giuro. Comunque non servivaInsomma: è la verità, o quasi; che c’è di male? Non è quelIl male è nella testa degli altri, se c’è.
Si alza e usa il bidet. La guardo attraverso lo specchio. La cosa continua a divertirla: Ti sembra il caso? Perché no? Ne sono, a dir poco, stupido: Perché non è cosìSono di là. E noi siamo qua. E allora? Ci metto un secondo, non mi piace sentirmi sporca; che sarà mai. Manca solo che ti sogni di farti la doccia. Non sarebbe una cattiva idea, anche se l’ho già fatta prima di venire; nel senso di arrivare. Dicevo per dire. E io per fare. Devi essere pazza. L’hai già detto. Già! Allora non la faccio? Non credo che… Si sganascia: Scherzavo, però non era una cattiva idea. Meglio. Meglio cosa? Meglio se tuGuarda che non c’è niente da vedere. In verità avrebbe ragione. E’ stata molto attenta. Quasi pudica, ma… chi ci crederebbe? Non è nemmeno quelE’ solo che io credo che tu cerchi di sbirciare. Non è vero. Sei un bugiardo, o un villano.
Mi aspetto di vederla arrivare da un momento all’altro. Mi prendo ugualmente una pausa. Ormai cerco di sembrare tranquillo. Mi sciacquo il viso. Che sia quello che sia. Ho fatto del mio meglio: Avevamo detto una cena. Che importa se ci prendiamo il dopo cena prima della cena. Avevamo detto una sera. Va bene, è pomeriggio, cosa cambia? Siamo a casa mia. Lo so. Ci sono gli ospiti. Lo so. Tutto l’ufficio. So anche questo. Tu sei pazza. Facevo per dire; senza fretta. Non possiamo stare qui in eterno. Che usino l’altro. Che discorsi sono? Se vuoi ti tolgo io… dall’entusiasmo. Non essere stupida. Credevo fossi tu ad aver fretta, ma posso anche aspettare. Non devi credereSei stato tu a fare il birichino e ad invitarmi, o sbaglio? Vero maVedi; e senza ma. Volevo essere cortese. Lo sei stato e ora non lo sei.
E’ anche colpa mia. Forse non dovevo darle troppa confidenza. E’ che quando siamo in ufficio non riesco a pensare solo al lavoro. E’ anche efficiente. E’ anche così giovane. E’ anche così… Ha finito. Ho finito: Fai la brava. Ancora un secondo. Cosa ti manca ora? Sistemo il trucco. Fai pure. Mica posso uscire spettinata. Ti aspetto di là. Guarda che li hai aperti. Cosa? I pantaloni e che cosa? Mi fai… confusione. Per così poco? Sembra aDevo chiamarti capo? Non essere stupida. Allora capo… ti farei vedere io come si fa a toglierli. Non è cambiato niente. Che dici: ci facciamo un selfie? sarebbe divertente. E’ proprio incredibile. Dove le va a pensare?

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Al matrimonio di Carola (confidenziale, NDR) gli ultimi ospiti non si decidono ad andarsene fuori dalle palle (come direbbe lei) e, consapevole che s’è trattato di una indimenticabile rottura delle medesime, si confida con l’amica coraggiosa: “A volte mi chiedo se innamorarsi non sia un lusso inutile. Ti impedisce di capire e di vedere. Ti fa fare quello che non vorresti fare. Ti costringe ad impegni che ti soffocano e quasi mai ti divertono. Banalizza le cose e le costringe ad invecchiare e… ci sono anche altri modi, più semplici, di passare il tempo. Ma chi me l’ha fatto fare”?
L’amica la guarda dubbiosa (è ancora ragazza tutta romantica). Strana amicizia la loro: “L’amore non si cerca. E’ lui a trovarti”.
Lei perde l’ultimo disincanto: “E’ che ne so cos’è ma se guardo il conto ho il sospetto che non sia nemmeno un buon affare. Non fosse stato per”…
La raggiunge lo sposo stanco ma con le ultime forze raggiante; probabilmente è rimasto il solo a crederci. Hanno già i biglietti in tasca. Il sipario si chiude e anche l’applauso della platea è fiacco.

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raccontiS’era salvata solo lei perché quel giorno soffriva di poco appetito. Era stato per quello che non aveva preso il pasticcio. Si può anche capire, l’emozione di quel momento, ed era bella, Giulia, in quel vestito bianco. Non aveva nemmeno fatto a tempo a toglierlo; a cambiarsi. Almeno così lei si era giustificata. Eppure era tutto come lo aveva voluto, ma non come lo aveva sognato, nemmeno come lo aveva pensato. Trecento invitati, vocio per mille, brindisi coi bicchieri alzati e canti, prima. I primi canti impacciati dal vino. Il taglio della cravatta che da sola era costata quanto solitamente un vestito. Ma, si sa, ci si sposa una volta in tutto. Insomma almeno si dice così, che un matrimonio è per sempre. Poi erano finiti tutti, prima o dopo, alla rinfusa, una vera e propria fuga, all’ospedale: avvelenamento da cibo. Nemmeno il giro della distribuzione dei confetti avevano fatto. Ma perché poi scegliere quella funzione che non finiva mai. S’erano messi a tavola sfiniti. S’era pensato al caldo, ma solo in un primo momento. Dopo lo avevano appurato che era stato il pasticcio.
I primi erano stati proprio i testimoni, la sua cara amica Isabella. A dire il vero le stava bene. Sempre con quella sua aria svenevole, anche con suo marito. Sempre con quell’aria indifesa, come cercasse protezione. Brava furba, lo sapeva lei il tipo di protezione che andava cercando quella… quella. Poi quello stupido di Giorgio, col suo gessato inamidato, con le maniche corte e i polsini bianchi della camicia che gli arrivavano alle dita; si vedeva ad un miglio che era, e sarebbe sempre stato, solo uno di campagna. Ma lui si dava delle arie. E ne raccontava come se fosse stato protagonista di chissà quali imprese. Di donne poi. Però le portava bene e con disinvoltura, quelle di sua moglie. Poi era toccato alla cara suocera, donna di grande tonnellaggio quella cara donna, sempre pronta a spiegarle quello che sapeva. Piena di rossetto, quel giorno, e di profumo da strapazzo; tutta gioia e lacrimucce fasulle. Con i capelli violetta e le scarpe gialle. Poi al marito, cioè il padre dello sposo, e poi via uno, via l’altro, nessuno aveva resistito; la breve corsa al bagno era finita in quelle stanzette bianche che sapevano di disinfettante e di sudori. Lo sposo, stoico, aveva cercato di tenere duro; forse era anche peggio. Aveva avuto il timore che non sarebbe stato dignitoso farsela sotto davanti a tutti, e proprio il giorno del proprio matrimonio. Tutti con quell’aria distrutta e contrita, bianchi anch’essi come le lenzuola; pronti a scusarsi. A dire il vero, vederli così, facevano pena. A dire il vero non aveva mai provato simpatia per i genitori di lui. Certo uno la famiglia non se la più scegliere, ma non era stato certo fortunato. Ma ora, solo ora, le sembrava di vedere come lui assomigliava a quei due esseri… invadenti e melliflui e superflui. Non se n’era accorta prima semplicemente perché non ci si può accorgere di tutto. Eppure doveva sospettarlo, al primo bacio non era successo niente. Era stata troppo precipitosa in tutto. Era da lei, diceva sempre sua madre. Che ci poteva fare? Il secondo se l’erano dati a letto. Era stato anche quello, non poteva aspettare più. E poi quel’è quella donna che non si sogna in bianco?
Poi, all’improvviso, proprio quel mattino, mentre indossava l’abito, si dice che può succedere, aveva visto veramente chi era. E tutto le era sembrato complicato e finto e difficile. L’aveva scambiato per panico. Era colpa di suo padre che l’aveva fatta uscire dal bagno. S’era anche dovuta rifare il trucco; così era una maschera. Lui doveva essere già davanti alla chiesa ad aspettarla. L’aveva visto con gli occhi della mente lì impaziente, camminare avanti e in dietro, sbuffare, guardare l’orologio, guardare la strada. Era facile per lui. Ci aveva messo apposta ancora più del necessario. Che aspettasse. Ben gli stava. Ora sapeva che l’aveva gabbata. Forse era stato allora che l’aveva capito. Forse anche prima ma non si era voluta ascoltare. Forse davanti a quel ridicolo prete e ad un giuramento che le sembrava altrettanto ridicolo: cosa significa per sempre? Forse, in cuor suo, sperava semplicemente che si stancasse di aspettare. Forse non ne aveva avuto il coraggio. Era stato proprio quello per cui alla fine si era trovata circondata da quella marea di invitati, per meglio dire di scalmanati vocianti, anzi, meglio ancora, di barbari. Affamati come solo le belve lo possono essere. Scatenati. Paura? Le pareva di non riconoscerne uno. E tutti a rimpinzarsi come forsennati. Facce che credeva di conoscere e si erano trasformate in ironiche e … oscene maschere.
A dire il vero si sarebbe almeno risparmiata l’ospedale. Non poteva però evitare di fare la parte. Di andare a far loro visita. Erano pur sempre i suoi invitati. E il vestito si era tutto stropicciato. Certo non ne avrebbe avuto bisogno per una seconda volta, anche questo l’aveva infastidita. Non si usa lo stesso vestito da nozze per due nozze. Non si fa la sposa due volte con lo stesso abito. Che spreco. Ed era certa che non avrebbe rifatto lo stesso sbaglio. Eppure, già prima di recarvisi, lo sapeva senza vederli perché avrebbe risparmiato, con tutte le proprie forze, anche quella, ennesima, prova. Era stato per loro che lo aveva fatto. Era tutta colpa loro. E poi, al massimo, se la sarebbero cavata con una lavanda gastrica, ed era ancora poco; almeno così l’aveva rassicurata il dottore. Anche lui: perché non si faceva gli affari suoi?
Aveva pensato alla prima notte, e gliel’avevano ricordata, ridendo, sguaiati, con osceno umorismo di cacca, cioè proprio del cazzo; non riusciva ad immaginare come potesse essere diversa dalle altre, anche questo la preoccupava. Veramente ormai non più. Lo sposo, il solito esagerato, fifone, piagnucolone, lagna, anche per un semplice raffreddore, e poi dicono gli uomini, sembrava più di là che di qua. Forse il dottore si sbagliava. Mica era solo quello. Per dirla tutta nemmeno lei sapeva dire cos’era; non avrebbe saputo spiegarlo. Certo che solo vederseli intorno quei trecento (300) affamati era stata l’ultima goccia. Era stato troppo. Erano già stati fortunati che lei non era cattiva, non era vendicativa. Era stata fin troppo buona. Che esagerazione i giornali: avvelenati. Tredici sveglie a cucù, tre servizi da tè ognuno d’una diversa meta turistica italiana. Due servizi completi di posate d’argento; sai il divertimento a farle tornare lucide, e poi chi mangia più ingozzandosi con le posate d’argento? Etc. Trecento avvelenati ad un pranzo di matrimonio. Come si può costruire così una notizia? I funghi erano tossici ma non erano mortali. Ancora una volta la spiegazione le era stata data dal dottore. Quello lo rompeva proprio. E poi non avrebbe mai voluto finire troppo sui giornali. Trecento morti era un prezzo esagerato per la sua dabbenaggine. Le era dispiaciuto solo per Augusto. Chissà se Marileva l’aveva già conosciuto. Quella ne era capace. Come aveva fatto a non accorgersi prima di quanto era carino. Mentalmente s’impegnò a ricordarsene.

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