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Posts Tagged ‘ipocrisia’

tazzina di caffèL’allegria che barattavano era colma d’ipocrisia. Nel fumo stagnante lui li guardava senza poter essere visto. Avevano avuto gli occhi ma avevano scordato come servirsene. Come molto altro ma ormai era tardi; finalmente. Stava finendo il tempo degli uomini. Niente era servito. Niente aveva potuto insegnare loro. Anche quando ai chedrani erano state tolte le ali. Anzi loro avevano provato a volare anche senza ali. Così convinti. Così adoranti la loro bellezza che anche le zasove [mitiche figure di luce] si potevano innamorare del loro aspetto. Perché Arox li aveva forgiati e si sarebbero detti lui. Ma sarebbe stato possibile ciò forse solo ad un occhio distratto. Eppure gli era stato dato tutto. Compreso l’amore. E la capacità di discernimento. Ma da quando avevano assaggiato il sapore del sangue non avevano più potuto rinunciarci. Ormai era stato deciso. Ormai erano troppo pieni di rancore. Troppo assetati di dolori. Avevano imparato a farne spreco in pubblico e in privato. Avevano abbattuto anche le mura che loro stessi avevano innalzato. Annegato i figli credendosi immortali. Bruciato i migliori di loro, temendo la verità. Non c’era più spazio in quel censimento. Tutto così tragico. Tutto così avvilente. E loro ancora si credevano gli unici esseri solo perché erano visibili. Il tempo gli aveva fatto scordare che ormai erano visibili solo tra loro. Idrogone si alzò, l’odore della loro vanità e di quella carne in decomposizione gli stava premendo lo stomaco. Non riusciva nemmeno a provarne compassione.

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Il personaggio, di cui al titolo, è facile incontrarlo per le nostre calli. A parte un piccolo errore ortografico dello scrivere girovagando con sole due dita e gl’occhi fissi sulla tastiera. Dovendo parlare prese la parola. Alcuni occhi si spostarono su di lui. Gli sembrava normale… già! normale; cosa voleva dire normale? Avrebbe voluto affermare che tutti… almeno per cominciare. Ci sono parole che tradiscono. “Tutti” è una di queste. Sembrò volergli restare in gola. Trattenersi ancora un attimo. Appena uscita provò quella inadeguatezza. Già in due ce n’era uno di troppo per quel tutti. Su tutta la linea. E cercava di dare velocità al suo rimuginare. Di non soffermarsi nel guado. Cercava i termini perfetti. Ad esempio: “tutti sognano il grande amore”. Sembra una frase scontata. Un po’ al femminile, se vogliamo; ammettiamolo. Invece? Gabriele sognava la vittoria della Spal. Ma lui era di Ferrara. Anzi di un paesino lì vicino. Ester si immaginava già a fare la velina. Ma Ester era rimasta a casa. E così via viaggiando. Perché la testa mica la fermi. Perché tutti, e il suo singolare tutto, è una parola non solo estremamente imprecisa, ma anche pericolosa come in amore un “sempre”. Ma ci sono Le 10 cose per cui vale la pena vivere? Al solito Amedeo mette al primo posto: fare all’amore. Anche Giuseppe. E pure Ernesto. E anche Cristina, che me l’ha confidato a parte. Per Riccardo c’è ma è terzo. Credo che Antonella farebbe lo stesso, l’unica cosa che ignoro è il posto in graduatoria; certamente all’inizio della hit. In questa corsa pare che nessuno lo scordi. Allora è valido per tutti? Certo, basta non dare nome al soggetto.
Ho spiegato a Sandro di non aver detto d’essere bravo a fare all’amore. L’affermazione era che sapevo amare. Ma questo molto tempo fa. Troppo. Credo di non ricordare più come. E poi è tutto così complicato. Ero solo stanco di ascoltare le sue grandi imprese, di Sandro. Ed Elvira dissentirebbe di sicuro. Lei così decisa e decisionista. Così profondamente donna da essere molto più maschio di molti maschi. Ha deciso, caparbiamente, che si può farne senza. Nessuno ha trovato il coraggio di chiederle se dell’amore o dei gesti del farlo. Di qualsiasi dei suoi gesti. Ma forse tutti sapevano già la verità. La risposta. E volevano evitare di imbarazzarla. Solo che non l’ho mai vista provare un vero imbarazzo. Solo quei rossori di lusinga. Certo che dovrebbe riprendere l’esercizio del reggiseno. Smettere di lasciarli nel cassetto. Non vuole rendersi conto ma ormai comincia a non bastarle più quel pudore. E nessun ammiccamento. E solo che ognuno si loda a modo suo. Ed io sono uno che ha sempre amato con parsimonia. Diversamente però mi sono dato ai miei pochi amori con spreco. Soffrire fa parte del mio modo di amare. Ma torniamo a quel “tutti”. L’indomani avrebbero dovuto essere tutti in piazza. Samuele aveva da fare. Carlo i bambini. Cristina avrebbe ritrovato la scusa del parrucchiere. Chi era lui questa volta? Certamente qualcuno avrebbe timbrato. A quel modo nessuno andava da nessuna parte. Io non m’ero ancora deciso. Era stato così che il nostro oratore s’era preso un attimo di riflessione.
Ne ho viste troppe per lasciarmi ancora affascinare. Da credere nel suono delle parole. E mi stava soccorrendo una certa sonnolenza. Forse un pranzo pesante. E così vagavo nelle mie fantasie. E pensavo alle tette di Elisa. Ora era pronto. Ne sapeva di cose. E ne aveva imparate. Ed era aduso ai linguaggi della politica. E anche a quelle trappole. Era completamente proprietario delle due parole. Del “Ma” e del “Però”. Ma era veramente pronto? Comunque come cominciava a pronunciarle io cominciavo a tremare. Lo so bene che vogliono dire tutto il contrario del già detto. Ormai credo che tutti vi abbiano fatto caso e l’abbiano imparato. E anche stavolta promettevano che la cosa non sarebbe finita lì. Che tutto ricominciava e che sarebbe durato ancora per molto. Alle fine del “tutto quanto detto dal collega (collega?) che mi ha preceduto mi trova completamente d’accordo” poi, senza sorpresa, eccolo quel “però”. Come da prassi non restava nulla di valido nel precedente intervento. Il nuovo relatore, naturalmente, dopo quel “però” dissentiva su tutto (e qui il tutto era veramente tutto). Persino sul nucleare c’era un distinguo che comportava un progetto diverso, certo frutto di un analisi diversa. Persino per quanto riguarda l’acqua. E aveva annunciato “sarò breve” esibendo una pila di un palmo di fogli di appunti. Non aveva certo alcuna intenzione di andare a braccio. Forse voleva non correre il rischio di dover scordare qualcosa. Quello che era più bello è che gli appunti erano chiaramente stati redatti prima. A casa. All’oscuro di quanto avrebbero detto quelli che avevano parlato prima del suo turno. Avevo deciso che stava abbondantemente giustificando il nome che gli avevano dato.
Intanto me ne stavo a sorbirmi quell’ennesima pippa. Alla fine non sapevo più cosa c’entrava la politica. e si mescolava la politica al letto. O almeno mi distrassi. Non mi affascina più. Preferivo pensare a questa sera e a Rebecca. Certo che ha un nome da film, ma è quello vero. Uno non può scegliere di chiamarsi con un nome diverso da quello che si trova. Ecco un’altra parola di sproposito. Nessuno si prende la briga mai di chiamarsi, cioè di chiamare sé. Ilenia l’ha fatto ma lei Sandro l’ha incontrata in chat. I suoi l’avevano chiamata Veronica ma non le piaceva. E’ così che l’ha incontrata come Ilenia. Ma è stato affascinato anche dal cognome che s’era inventata. Non era stata una gran prova d’ingegno ma aveva funzionato. Non si può non chiedere subito l’amicizia ad una che si chiama in rete Ilenia Porcona. Poi gli aveva mandato una foto con quell’aria fatale e quelle labbra gonfie da scoppiare. Una foto che non era evidentemente sua. Ma tanto non se la doveva mica sposare. E nemmeno lei aveva messo quel profilo in rete a quello scopo. Credo che da qualche parte un marito ce l’abbia. Sandro dice che a pensarlo lo eccita anche di più. Ma per ora lo fanno solo per chat.
Sempre meglio che chiamarsi Efrem, o Astarita. Ma dove vanno certi genitori ad inventarsi i nomi? Credo sia una vera crudeltà. E lei ormai non ci fa più caso a sentirsi malignamente raddoppiare la t nel nome. E intanto stamattina hanno trasmesso per la settima volta lo stesso telegiornale. Mi chiedo perché mia moglie si intestardisca ad accendere la tele appena alzati. Intanto l’attenzione langue. E mi sembra di partecipare al festival dell’ipocrisia. O di presenziare al funerale del buonsenso. Manca solo il prete che come un attore smaliziato fascina la platea narrando le meraviglie dei suoi giochi di prestigio. Lui si è veramente padrone delle parole. Ma lui possiede un vocabolario proprio. E ogni parola si relativizza già prima di prendere suono. Avrei voluto solo non essere là. Meglio il calcio. L’unica cosa di cui sono rimasto certo è che non sono un masochista. Si fermò giusto in tempo così da non lasciarsi imbrogliare dall’unica domanda impronunciabile: “Come”?

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MascheraQuesta la scrivo com’è capitata, nella sua singolarità, perché si commenta da sola. Naturalmente nomi e occasione sono puramente fittizi ma il fatto, in sé, è vero. Era maggio e i cali delle vendite erano ormai una costante conclamata e ostinata. Ci sentiamo con Mirco, scendo fino al suo ufficio. E’ ampio con un gran finestrone sulla via centrale. Lui è sprofondato nella sua enorme poltrona. Lo so preoccupato almeno quanto me. –Tu come la pensi?- Mi guarda e so che mi ascolta. La situazione è andata; oltre la tragedia. Alcuni posti sono a rischio. Non certo il mio. Non certo il suo. Infondo a me la cosa un po’ imbarazza solo perché intacca il mio portafoglio. Qui si tratta di salvare o tagliare tutta la rete di distribuzione della Liguria, forse del Piemonte. –Ho pensato al Salvatici. Te n’avevo accennato. E’ adatto e l’ho già proposto ai piani alti del gruppo.- Mi guarda e gli si illuminato gli occhi a spillo quel tanto che basta che sembra che mandino luce anche gli occhiali. Sistema la cravatta e la pancia pare farsi più orgogliosa. Il candidato ha già dato prova della sue capacità proprio con Mirco, quando hanno concluso il contratto a Skopje. E resta il migliore del suo staff. –Perché non c’ho pensato? Perfetto. Lo sapevo che ci toglievi dai guai.- Già! vorrei saperlo come ha fatto a non pensarci avendolo sotto gli occhi. Già! quando ci sono guai tutti si ricordano del sottoscritto. L’avessero fatto prima forse non ci troveremo al punto in cui ci troviamo. Forse. Ci riflette ancora un attimo su. Ne è sempre più convinto. Le sue membra si rilassano. Prende il telefono. Toglie il viva voce. Si consulta con Giovanna. Giovanna è la sua compagna storica, e, anche, la sua confidente, e, anche, la sua ultima parola. Tutti sanno della sua storia con Giovanna. Una storia nata su quella scrivania. Nessuno dei due ne fa mistero. Espone l’idea. Scribacchia ghirigori sulla carta intestata. Annuisce. Abbassa la cornetta. –Fatto! Anche lei ne è entusiasta.- Naturalmente sta a me il compito di organizzare il tutto e portare la proposta alla prossima riunione di tutte le affiliate.

Mi metto al lavoro subito. Non resta molto da fare. Marta spedisce le lettere. Minutaglia. Lei è efficiente e chi deve sapere sa già. Il curricula del Salvatici è da marzo sui tavoli di tutti i membri del consiglio di amministrazione. Alla fine il loro parere avrà il suo peso, ma la decisione spetta all’assemblea. Lo stesso Magni mi aveva chiamato, di persona, per congratularsi dell’ottima scelta. Torniamo a occuparci del bilancio provvisorio di assestamento. Io non mescolo mai il lavoro con le altre cose. Con Marta ci vediamo fuori dall’ufficio. Ci vediamo da lei. E’ il lavoro a mescolarsi tra noi. Ce ne stiamo tranquilli, io e lei, nei nostri ultimi minuti, quando, prima di rivestirsi, mi stampa un bacio sulla fronte e mi ricorda che è meglio fare personalmente quel paio di telefonate. Mi riaccompagna fino a pochi passi da casa mia. La saluto pregandola di ricordarmelo il mattino, in ufficio. Cominciano a pesarmi queste ultime giornate febbrili. Non voglio correre il rischio di scordarmene.

Con Carlotta non parlo mai del lavoro. La lascio fuori delle mie preoccupazioni. Vado a dare la buonanotte ai bambini e ci guardiamo un po’ di tele. Le accenno solo il nome. Lei ha avuto modo di conoscerlo ad un paio di cene. Non pare sorpresa. Pare saperlo già. Conviene che è la scelta migliore. Controlla il suo entusiasmo con pacatezza. Carlotta è sempre così, non sai mai distinguere fin dove la spinge la sua soddisfazione. Ha cambiato profumo. Anche davanti ad un regalo non sai mai se la fai felice o se la fai contenta. Non ricordo di averle preso quegli orecchini. Forse l’ha fatto da sola. Non ne abbiamo accennato. Finalmente una notte tranquilla. Ora che il più è fatto forse posso prendermi anche un paio di giorni di vacanza. Ne ho già accennato a lei che dovrò recarmi ad un sopraluogo per valutare le condizioni di alcuni uffici periferici. Quelli purtroppo sono ormai destinati. Sentirò Marta se ha qualche idea stuzzicante. Questo a Maggio, come detto fin dall’inizio. Poi, con Marta, siamo riusciti a ricavarci anche una intera settimana al mare, e qualche giorno qua e là. Carlotta è molto ragionevole. Si fida di quanto le dico. A volte anche troppo. Intanto i mesi si sono sommati ai mesi. Rimandare è impossibile. Il punto dolente è portare la proposta in assemblea. E’ per domani. S’è fatto tutto il possibile. Marta s’è prodigata. L’impressione è che non tutti abbiano fatto la loro parte. L’impressione è che il Garbino sia favorito. Gli scommettitori lo danno in vantaggio. Spingono per lui i suoi anche se sono proprio loro ad averci infilati in questo guaio. Intanto la situazione di Camogli è definitivamente compromessa, e proprio per colpa dello stesso Garbino. Penso se potevo fare dell’altro. Mi riprometto di tenere duro sul nome.

Stavolta è Mirco a scendere da me. Bussa ed entra. Marta si sistema immediatamente e sistema un po’ le carte con naturale noncuranza. Gli regala un sorriso gradevole. Capisco e la prego di uscire. Ci porta il caffè e ci lascia soli. Da me non stiamo altrettanto comodi perché ho organizzato tutto in base alla funzionalità e non alla vista. Mirco aspetta un po’ a dirlo. –Per domani… si va col Salvatici.– Si ferma e mi lascia ad aspettare. Sa di dopobarba fino alla mia postazione. Dopo vent’anni mi sembra di non conoscerlo più. Infondo è anche merito mio se lui è dov’è. Ho un attimo di timore. Mi ricordo di come Marta me lo aveva detto. Lei sembra capire meglio l’animo umano. Non è imbarazzo il suo, è solo il silenzio che precede. Le parole non le spreca mai. –Che ne dici; tiriamo diritti e, là, contemporaneamente, con discrezione, lasciamo afferrare che forse il Garbino è meglio?– Lo guardo e capisco che sta parlando seriamente.

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Mi coinvolge Julia (ma perché mi è così difficile dire no?), a sua volta coinvolta da Efesto, la quale, Efesto, ha già dato tutte le risposte che avrei potuto dare e mi ritrovo a trovarmi¹ d’accordo con lei. Il tema è: tre cose di questa nostra Italietta che riteniamo disgustose, vergognose, che ci fanno venir voglia di urlare il nostro disprezzo e pensare che sarebbe meglio vivere da un’altra parte“. Io non amo le catene e per quanto mi riguarda la cosa finirà qui e, a parte la compagnia che è decisione esclusiva della citata amica Julia cercherò di scrivere qualcosa certo di non riuscire ad essere nemmeno originale. Considero inoltre che in realtà l’osservazione è più mirata sugli italiani che sul paese o meglio è indirizzata sul paese che hanno costruito nel tempo, e soprattutto nel recente, gli abitanti di questo paese.

Cercando di essere sommario Efesto elenca in questo ordine:

  • ipocrisia, assieme a furbizia e paraculismo e una dose di servilismo e creduloneria;
  • insostenibilità di un apparato giudiziario che non consente di ottemperare al problema della giustizia;
  • crisi organica in cui versa oggi l’istruzione.

Julia invece elenca questo ordine: mafia (cioè stato nello stato), corruzione (endemica), burocrazia

  1. Secondo parecchi economisti ci troviamo davanti ad un futuro che vedrà impegnate le grandi economie in una guerra epocale dagli incerti esiti. Soffermandosi sul nostro paese sembra delinearsi non più un Italia a doppia velocità ma due Italie.
  2. L’insicurezza nel futuro che genera la solita lotta tra peones e trasforma un paese che non è mai stato razzista, solo campanilista o antimeridionalista, in un paese non solo razzista ma xenofobo, fomentando l’egoismo anche nei ceti più deboli che difendono persino le loro miserie e le loro precarietà.
  3. Il senso di non appartenenza, già storico, che non permette di percepire in tutto e per tutto un riconoscimento di unità nazionale e di comunità d’intenti.

In realtà sono note improvvisate e buttate lì. Nei prossimi giorni vorrei accennare, se trovo l’occasione, alla guerra del 1993, dichiarata da una potenza non identificata ad uno stato nazionale: l’Italia. La nostra storia è sempre stata costruita tra un attentato e una bomba (o una strage). E’ una ipotesi, ma da quella guerra esce un nuovo paese che è quello che viviamo o che si sta costruendo.

P.S. Marino (che appare fin troppo ed è già tra i miei “favoriti”) mi richiama perché dovrei ricordare anche Lu come iniziatore di questa “catena” (una visita vale la pena). Sia o non sia non costa nulla adempiere anche a questo dovere.


 1] La contorsione lessicale è voluta

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