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Posts Tagged ‘jazz’

Loredana pensò che non si può essere ancora così stupide alla sua età. Per capire tutto quello che era successo doveva tornare indietro in quelle ultime ore. Faticosamente ricordare. Aveva dormito male. Non era tornato e nel letto lui non c’era. Avevano litigato, con Giordano, cose da nulla, che succedono tra marito e moglie. Le voci si erano fatte eccitate e le parole grosse. Aveva sbagliato a rimproverargli perché non era come Carlo. Lui non era Carlo che inseguiva i propri sogni; lui si accontentava di alzarsi ogni mattina per andare a rifugiarsi dietro una scrivania. Era stata proprio una stronza. Solo che sono cose che si dicono e sfuggono da sole da una bocca in preda all’ira. Forse le era scappato anche qualcosa di più.
Non era la prima volta ma stavolta lui era uscito sbattendo la porta. Si era diretto risoluto da Carlo, e lo aveva violentemente colpito, con un pugno. Lei non ne sapeva niente né immaginava, e non lo aveva più visto tornare. Carlo Di Francesco suonava la tromba in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Lei preoccupata aveva controllato l’ora. Poi ignorando quanto era successo aveva chiamato proprio lui; trovandolo ancora immerso nel sonno. Carlo, farfugliando, le aveva raccontato dell’episodio completamente sbigottito e aveva cercato di tranquillizzarla. Era certo che sarebbe tornato. Loredana aveva cercato di scusarsi anche per il marito. No! lui non immaginava dove fosse andato.
Anche lei non voleva credere e non riusciva a capire. Non sapeva come giustificarsi. Non era mai stato geloso. Non era nemmeno certa che quella fosse gelosia. Era solo uno scatto d’ira. Era solo perché si rammentava di quelle ultime frasi. Loredana si sentiva in colpa e voleva farsi perdonare. Probabilmente così aveva commesso l’ennesima stupidaggine: gli aveva chiesto di vedersi. Solo perché si era trovata in bocca quelle parole. E mentre andava aveva cercato di darsi una ragione, non capiva perché il marito si era comportato così. Ancora non aveva dato peso a quanto era successo. Erano cose tra loro. Poi aveva cercato di convincersi senza riuscirci. La verità ara davanti ai suoi occhi. Aveva bisogno di evadere. Aveva piacere di rivedere Carlo.
Amava il suono della sua tromba. Era affascinata da quell’uomo, per sempre ragazzo, a cui tutte ronzavano intorno. Lui era l’artista, suo marito era solo un noioso impiegato. Forse non era affascinata che dal suo mondo. In fondo non aveva mentito; era tutto vero. Era solo che non avrebbe mai dovuto dirlo. Si era chiesta qualche volta se la sua era stata la scelta giusta, allora; riusciva solo a continuare a mentirsi. Ora era davanti al trombettista. Giordano non s’era nemmeno fatto sentire, non rispondeva al cellulare, forse l’aveva spento. Di lui Carlo aveva solo ancora il segno dell’occhio tumefatto. Loredana si sentì in imbarazzo ma alla fine ne risero assieme.
***
Loredana prima di uscire si era impegnata per farsi bella. Giordano era un vecchio amico ed era come andasse ad incontrarlo per la prima volta. A Lui non erano mai mancati gli argomenti. E aspettando la comanda avevano vinto l’iniziale imbarazzo. Era da allora che non si trovava fuori una sera, con un uomo, sola, senza suo marito. Lui era stato gentile e molto garbato, e soprattutto brillante. Lui sapeva come comportarsi e come affascinare. Tutte cose che a suo marito mancavano. Non era certa di potersi fidare di sé. Era sicura di non potersi fidare di lui. Forse era solo quello che sperava. In quel momento era solo decisa. Poi tutto era scivolato via. Si erano veramente confidati ricordando episodi di quando erano più giovani e anche da ragazzi. Discorsi leggeri e con pochi rimpianti. Parole facili da dirsi. Rinvangando quelle vecchia amicizia tra loro due, tra loro tre; lei, con Carlo e con suo marito.
Avevano cenato e parlato e bevuto. Avevano cercato entrambi di scordare e di non darci peso. Era sempre stato il musicista ad avere avventure da raccontare. Avevano parlato della sua carriera con la musica. Delle serate e delle notti insonni. Di incontri affascinanti e di assoli. Della ricetta per le alici marinate. Anche di donne; e di uomini. Di tutto e di niente. Lui le aveva chiesto perché avesse smesso di dipingere acquarelli. Lei gli aveva chiesto quale fosse la tromba più bella. Ma lei aveva continuato a bere cercando quel coraggio che non riusciva a trovare. E lui bevendo aveva quasi scordato con chi era.
La verità era che per lei non c’era mai stato niente di diverso; ma stava veramente succedendo? E con quel ragazzo che non era mai diventato uomo. Lei era felice della sua vita, delle sue scelte. Era quello che voleva. Non era mai stata particolarmente bella. Affascinante, sofisticata o cosa. Le feste le facevano confusione. Il fumo le irritava la gola. Non si era mai illusa. Non si era mai mentita. Allora perché? Non era poi nemmeno così brutta. Giordano non era stato un ripiego. Per disperazione. Questo no. Forse era diventato lui perché era là, in quel momento, al momento giusto. Ed era pieno di gentilezze.
Le loro liti erano diventate sempre più frequenti. Aveva trent’anni e le sembravano troppi. Proprio in quel momento avrebbe voluto riavere quei diciott’anni. Scappare. Lasciarsi dietro ogni cosa. Ritrovare quel coraggio che aveva frequentato solo per troppo poco. La possibilità di innamorarsi solo per amore; dell’amore. Avere altre storie da raccontare. In fondo, si rese conto, aveva sempre invidiato le altre. Così futili e così superficiali. Frivole. Che coglievano al volo tutte le opportunità della vita. Leggere. Incapaci di chiedere cosa avrebbe riservato loro il mattino. Senza bisogno di giustificazioni. Con quell’aria da padrone del mondo. Da conquistatrici. Da irresistibili. Senza la paura del futuro e degli anni.
Era stata stupida, dopo tutto quel tempo, le era proprio scappato di bocca. Non poteva che rimproverare se stessa. Parole fuggite nel mezzo di una mezza lite. Ma non si poteva stare attenti sempre ad ogni parola. Aveva cominciato lui. Oppure lei? Aveva voluto ferirlo. Solo questo. Lui era sempre vissuto all’ombra di quel Carlo. Di un Carlo che non conosceva veramente. Che aveva idolatrato. Ecco chi era quell’uomo. Era quello che si stava per approfittare della sua prima e unica debolezza. Della donna di un amico. Giordano doveva saperlo. Anche lei avrebbe dovuto saperlo. Aveva l’anima dentro la tromba, e quando non suonava era un altro, era solo un poverino. Senza scrupoli e senza sentimenti.
Avevano bevuto, molto, e la serata era finita con lei ubriaca fradicia, come non le era mai successo. E lui che rideva per un nulla e cercava di dire cose che non gli scappavano nitide. Appena fuori all’aria fresca avevano ritrovato quel minimo di lucidità per capire dov’erano e dov’erano rimasti. Si erano guardati ed erano scoppiati a ridere. Le gambe erano molli. Loredana aveva cercato di negare; come avrebbe potuto spiegare, giustificarsi con se stessa? Voleva scusarsi, la verità era che lei sapeva che era andata lì per lui. Stava veramente cercando solo la debolezza di una sera? Al diavolo, l’unica cosa che contava era che lei era lì. E aveva smesso di preoccuparsi.
Carlo poteva essere solo una cosa gradevole per un tempo breve. Una cosa da consumare. Per farsi invidiare dalle altre. Per sballare. Per dimenticare. Era come una birra da sorseggiare in fretta, e dopo ti rimane ancora la sete. Era l’artista sul palco. Non si può indossare i panni degli altri. Ma quali erano i suoi? Era mai stata veramente felice? Aveva cercato la sicurezza, aveva trovato le certezze e insieme la monotonia. Le sere davanti alla televisione. Il ruolo della brava donna di casa. No! non bella, ma quella che sa aspettare il proprio uomo. Sapeva solo che si sarebbe risvegliata al mattino nel suo letto, piena di vergogna. Non le importava. Quella sera era bella per lui, e per se stessa.
***
Loredana ancora non se ne convinceva, ma stava succedendo veramente. Andavano di notte per una strada con passo incerto, soli. Non ne era certa. E non poteva dare la colpa a nessun’altro, tanto andavano sbiadendo i pensieri. Era stata vigliacca un’altra volta. Era solo fuggita. Verso sera la solitudine era diventata un dolore fisico insostenibile. Il vuoto nella casa un vuoto immenso. Ricordava chiaramente solo che era scappata da quella sorta di incubo. Dalla sua inutile attesa. Era certa che lui non sarebbe rientrato. Non aveva mai amato nessun’altro, solo suo marito; da quando si era sposata. Non aveva mai voluto nulla di diverso. Certo non aveva mai amato Carlo, forse lo aveva solo desiderato, e solo per un breve istante. La sua era solo una bugia. Forse tutto quello non stava succedendo.
Carlo le aveva messo una mano sulla spalla e barcollante l’aveva invitata a casa sua. Chissà se aveva sperato troppe volte di sentirgli dire quelle parole; in quell’invito. Solo per l’invito. Forse aveva temuto. Non ne era mai stata capace. Non era da lei. Certamente la colpa era in quel vino. Era certa di non essere lei, o almeno lo sperava. Era come in un film. Tutto le girava e assieme girava la sua testa. Si sentiva allegra, avrebbe potuto dire felice; sicuramente leggera. Senza responsabilità Sarebbe stato solo che era solo successo. E se invece fosse stata proprio lei a inseguire il coraggio? Fin dall’inizio? Quel coraggio che le era sempre mancato? Mancato perché si era ritrovata vecchia troppo presto. E fidanzata ancora prima. Troppo piena di paure. Di incertezza. Troppo piena la testa di tanti discorsi. Dei suoi. Della morale. Dell’etica. Delle abitudini. Di tutte quelle cose importanti che però non servono a granché, tranne a rovinarsi la vita. A far stare sempre lì a temere di pensare.
Non poteva più fingere di non accorgersi della sua mano sul culo, era un tocco leggero e quasi amichevole, e non riusciva a mostrarsi offesa. Si sentì in obbligo, costretta, di chiedergli, senza astio, cosa stesse facendo. L’amico gli sussurrò che non aveva mai notato di quanto fosse bella. Fu solo un soffio che la riscosse dentro. La sua risposta suonava come se a parlare fosse un’altra. Loredana aveva alzato le spalle e riso e aveva accettato il suo invito. Forse gli aveva anche messo fretta. Non aveva sentito quello che lei stessa aveva detto. A rifletterci le sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Era passato tanto tempo. Troppo.
Non poteva essere lei quella. In quella strada. A quell’ora. Così. Non l’aveva mai fatto prima, non l’avrebbe più fatto. Si stava già pentendo? Era ormai troppo tardi? Immaginava che il tradimento non sarebbe mai entrato nella sua vita. Non credeva di avere nulla da rimproverarsi. Prima era stata una perfetta compagna, dopo sarebbe tornata ad esserlo. Sempre. E lui non aveva nessun diritto di essere geloso improvvisamente anche del suo passato. Si stava già pentendo? Una mattina, una stanza, delle lenzuola. E anche il suo corpo di uomo. Carlo. Era stato solo il sogno di un attimo fuggente; ma un sogno può tornare? Non era possibile. Voleva scappare. Aveva solo voglia di ridere.
Non si illudeva. Non voleva farlo. Sarebbe stata solo una cosa senza importanza. Era solo una bugia. Oppure no? La pazzia di una notte, da ubriachi. Forse lui aveva profittato della situazione. Forse lei aveva colto l’occasione? Forse non era proprio così ubriaca. Forse l’aveva voluto. Forse l’aveva sempre voluto. Non era certa di nulla. Se solo avesse potuto non ricordare. Perché quando si entra in una di quelle camere non si torna mai indietro. Non si esce più. O quella che esce è un’altra persona. Si resta sporcata dentro. E allora avrebbe voluto cancellare tutto. Stavolta non sarebbe scappata mentre lui ancora dormiva. Ma non si può vivere la vita di un’altra.
Eppure era arrivato il suo turno. E salirono le scale faticosamente sorreggendosi l’un l’altra, mentre lui cercava di solfeggiare Almost Blue. Ridendo di quella fatica e del loro imbarazzo. In quell’istante… Una delle tante ragazze che gridavano ai suoi concerti in quei locali pieni di fumo… Non le dispiaceva sentirsi una di loro. Non la faceva stare male; anzi… Cercava di immaginare come sarebbe stato. Cercava di scacciare il timore, ma… Ma sulla porta il sogno era svanito. Quando aveva visto il posto in cui viveva improvvisamente aveva capito. Dentro c’era odore di chiuso e il disordine più completo; per terra non solo calzini. Aveva preso una bottiglia ormai quasi vuota. Aveva fatto un ampio inchino e l’aveva chiamata principessa. Lei aveva abbassato gli occhi. Sapeva che quelle parole non erano per lei.
Non riusciva più a guardarlo. Tutto era solo imbarazzante e colmo di rimorsi. Quella desolazione le era entrata dentro. Aveva creduto di esserne capace; si era sbagliata. Povera stupida. Cercò di spiegarlo all’amico e gli disse solo “Non posso.”, e lui aveva capito. Si era grattato ancora incredulo in testa e aveva preso due lenzuola stropicciate. Gettata la bottiglia si era nascosto al bagno a farsi una pera. Poi aveva suonato la tromba solo per lei, fin quasi al mattino; e l’aveva suonata come non l’aveva mai suonata. Nei suoi occhi scorrevano le lacrime. Quando era andata a pulirsi la faccia aveva visto la siringa nel cestino. Aveva dormito sul divano, ancora vestita.
Il mattino si era guardata intorno. Non riconosceva niente. Giordano l’aveva chiamata al cellulare. Non le aveva detto dov’era stato, aveva solo chiesto a lei dov’era finita. Dove avesse passato la notte. Il tono della voce non lasciva presagire nulla di buono, era indispettito. Lei lo aveva pregato di non andare in collera. Stava cercando di pettinarsi. Lo aveva rassicurato che sarebbe rientrata subito e che gli avrebbe chiarito tutto; di non preoccuparsi. Non sapeva ancora come avrebbe potuto spiegare a quell’uomo, che era suo marito, di aver dormito con Charlie Fanciscotown.

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Si svegliò verso le undici in quel letto vuoto. Era stato trascinato fuori da un sogno che gli aveva lasciato languore e dolcezza dentro. Non ricordava molto ma era quasi certo che erano ragazzi in quel momento. Era con Orlanda e lei era molto carina. Era stata la sua prima ragazza ed era stata lei ad insegnargli a baciare. Quando si erano lasciati gli aveva detto che non capiva che uno potesse suonare così bene la tromba ed essere allo stesso tempo così arido e così stronzo. Non sapeva perché ricordava in modo confuso tutto quello. Non era nemmeno certo che si trattasse veramente di un sogno.
Era stato svegliato all’improvviso dal telefono; era Loredana. La bocca gli doleva ancora e l’occhio era diventato nero. La voce dall’altro capo gli sembrava persino irriconoscibile. Forse non era ancora del tutto sveglio, non si fosse presentata forse non l’avrebbe nemmeno riconosciuta. Eppure quando era stato svegliato aveva pensato anche a lei. Aveva ancora la sera prima stampata davanti agli occhi. Con quel Giordano che non riconosceva: “Lo hai visto”?
L’ho visto e l’ho anche sentito”.
Allora ti ha trovato”?
Cosa gli è preso”?
Non lo so, so solo che quand’è uscito era proprio furioso”.
Avete litigato”?
Niente di grave. Poi se n’è venuto fuori… Ha preso la giacca e non è più tornato. Comincio a preoccuparmi”.
Era come se tutto il suo passato si fosse coalizzato e messo nello stesso momento contro di lui. Era stato qualche volta scoperto da qualche marito o fidanzato geloso, o più semplicemente sorpreso dalle loro reazioni, ma non aveva mai tradito un amico, o quasi. Cosa poteva farci se lui alle donne non sapeva dire di no? E se quelle, le donne, se lo bisticciavano; sul palco e fuori? Non che lui si sentisse privo di colpe. In realtà era sempre stato bravo ad infilarsi nei guai. Gli era sempre piaciuto sentirsi invidiato, non ne provava più piacere. Loredana non era come quelle, lei non si sentiva bella, affascinante e irresistibile. Non aveva fole per la testa. S’era messa con Giordano, che forse era sempre stato il più sfigato, e gli era rimasta per sempre fedele. Non se la immaginava in nessun altro modo; in nessun altro ruolo che quello della compagna devota. Non se la raffigurava a tradirlo. L’immagine gli riusciva inconcepibile; non lei.
Lei sembrava stesse piangendo, e se non piangeva era comunque ansimante; la voce irrequieta di una donna affannata. Cercò di consolare l’amica: “Gli hai detto qualcosa”?
Lei non si era calmata: “Niente che potesse… Forse m’è scappata una parola. Forse sono stata una stupida. Sai quando si litiga. Non è vero niente ma magari l’ho lascito pensare. Non mi guarda più come”…
Erano sempre stati quelli dove si era rifugiato nei suoi momenti di difficoltà. Aveva sempre saputo di poter contare su loro. Una coppia tranquilla. Lei sapeva anche cucinare. Due insomma a cui nessuno avrebbe fatto caso. Provò amarezza in quelle parole. Nemmeno la sua voce sembrava la sua. Glielo disse perché ne era convinto: “Vedrai che torna. Lui torna sempre”.
A pensarci gli sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Amarezza e rabbia. Un po’ il mondo che in fondo inviava a loro che crollava. Quella che lui testardamente sognava come l’altra opzione per il suo futuro. Era stanco di quella vita. E ora era entrata anche la droga. Si guardò il braccio e per un attimo perse il controllo della voce e del cellulare. Forse gli era scappato qualcosa di quello che lei stava dicendo. Niente gli sembrava così vero. La voce di Loredana sembrò rassegnata quando gli disse: “Sì! certo, ne sono sicura anch’io”. Poi cambiò tono, si fece d’un tratto più incerta e meno ansiogena. Lo ringraziò e gli disse che avrebbero dovuto parlarsi, magari trovarsi, magari una sera. Non avrebbe potuto dirle di no, ma non sapeva a cosa sarebbe servito. Non sapeva nemmeno come spiegare all’amico, a Giordano, che non si poteva che essere trattato di un equivoco. Che lui mai e poi mai… Ma dove si era cacciato? Pensò di chiedere ai suoi, forse era andato là. Non aveva mai esagerato di fantasia, né in coraggio. Era certo che l’avrebbe trovato, non sapeva come avrebbe trovato le parole. Avrebbe dovuto essere l’altro a scusarsi; lo stronzo. Pensò che doveva tenersi buona sua moglie. Guardò la sveglia e tornò a dormire.

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Il realtà lui si chiamava solo Carlo Di Francesco. Suonava in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Era volato a Roma per una serata. Lui amava volare. Salire sul palco e esibirsi. Lo faceva sentire bene. Era la cosa che sapeva fare. E l’esibizione era andata bene. Non si poteva lagnare. E non si poteva lagnare nemmeno delle compagnie femminili. Si sa che il palco affascina. Anche quella sera, alla fine, un paio di ragazze giovani lo avevano aspettato fino alla chiusura. La più furba e svelta era riuscita a infilarsi nel sul letto. Era molto carina, ma nemmeno ricordava il nome. Ormai era quasi parte del suo stesso lavoro. Suonava, si faceva qualche birra, qualche spino, quando c’era, loro sotto il palco lo adoravano, non lui ma l’artista, e lo aspettavano fino a notte. Se lo bisticciavano. Spesso sotto gli occhi dei loro compagni. Avevano grandi fantasie se avevano necessità di una scusa. Cercavano di approcciarlo anche nei luoghi più improbabili.
Le prime volte ne era orgoglioso, poi sempre meno. Qualcuna era rimasta anche tra i suoi ricordi. Ricordava, ad esempio, una delle tante, non più troppo giovane, con marito al seguito. Una, che non voleva perdere tempo, dietro al palco. Quella bionda scatenata che era solo una ragazzina e per un po’ lo aveva seguito in giro per le date. In particolare Jessika che, per una ragione che non comprendeva, gli era rimasta appiccicata dentro più delle altre. Cose così. Niente che durasse più di qualche settimana. Ma certe sere se lo chiedeva se la vita gli aveva dato tutto o niente. Gli capitava certe notti in cui si trovava solo e si lasciava prendere da una sorta di malinconia. Perché in fondo lui si ritrovava da solo. Tutti quei visi, e quei sorrisi e il loro indaffararsi, erano di passaggio. Probabilmente nemmeno loro si ricordavano di lui. Era solo il musicista sopra al palco. Forse un po’ figo, un po’ tipo, con la sua giacca con le frange, forse nemmeno quello. E ci si trovò a pensarci anche al ritorno dall’esibizione di Roma.
In quei momenti invidiava Tommaso che alla sua stessa età aveva già messo su famiglia, e aveva già due figli. Giordano con la sua favola cominciata alle superiori e che durava ancora. Cosentino tutto preso dalla sua carriera in comune. Con loro aveva iniziato, ma loro avevano messo in soffitta i loro sogni per cose più concrete. Ora loro avevano qualcuno che li aspettava quando tornavano a casa. Avevano un posto dove tornare. Anche quella sera doveva suonare, al «Pappagallo verde»; strano nome per un pub. Era stata un’esibizione senza lampi, senza pregi né difetti. Una sera come tante altre. Forse anche la sua musica cominciava ad essere stanca di quella vita. Alla fine era uscito dal retro con una sgrinfia di cui nemmeno sapeva il nome. L’aveva baciata e poi le aveva rifilato una pacca dietro. Lei se n’era andata verso la notte ridendo tutta contenta e soddisfatta. Una scena che aveva già visto. Era sparita nel buio della stradina e da quel buio era apparso Giordano. Che ci faceva là a quell’ora? Lo stava aspettando? Lo stava aspettando ed era strano il modo con cui si avvicinava. Sembrava fuori di sé.
Quando gli fu davanti ebbe la certezza che fosse infuriato, e lo era con lui. Era tanto che non si sentiva apostrofare col suo vero nome. Quello lo affrontò a muso duro. Non ebbe nemmeno il tempo di dirgli un “Ciao!” che l’amico lo colpì violentemente alla bocca e si trovò seduto per terra. Cazzo che botta. Il sangue gli scendeva copiosamente dal labbro ferito. Era frastornato e senza un perché. Non lo ricordava nemmeno mai arrabbiato; era un tipo mite, Giordano. Non l’aveva mai visto così deciso e non lo faceva così forte. E il compagno di tante avventure da ragazzi, il suo primo batterista, gli sputò un faccia con rabbia la sua verità: “Sei solo un lurido bastardo, fallito. Puoi avere tutte quelle che vuoi; e allora perché? Perché con lei? Ti avverto: stai lontano da Loredana”. Scuotendo la testa cercò di realizzare cosa era successo mentre gli aveva già voltato le spalle, allontanandosi con le spalle curve e i pugni ancora stretti. Ci capiva sempre meno. Loredana non era certo il suo tipo. Ad essere onesti non era nemmeno molto bella. Non aveva nulla di attraente. Era simpatica ma una come tante. In un certo senso l’aveva presentata lui a quel rompiballe. In quel momento uscì un cameriere e corse ad aiutarlo a rialzarsi. Gli chiese cos’era successo. Lui gli rispose: “Non è nulla. Non è successo niente”.
Aveva lo stomaco sotto sopra. Per quanto ci pensasse era certo che non ci fosse stato mai niente tra loro. Andò a piedi per schiarirsi le idee. Salì da Giovanna ma lei non c’era. Per un po’ Giovanna aveva suonato con loro. Anche la sua era una storia vecchia. Una storia che forse aveva distrattamente buttata al vento. In bagno si fece la prima pera.

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musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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Il pezzo dei Gong presentato appartiene all’album Camembert Electrique, registrato durante le fasi di luna piena di maggio, giugno e settembre del 1971, album che getta le basi alla successiva trilogia di Radio Gnome Invisible. Anche se da noi non sono conosciuti quanto meriterebbero con le loro sonorità, che spaziano, come nessuno aveva mai fatto prima a questi livelli, tra la psichedelia, il jazz, lo space rock ed il progressive, i Gong scrivono una pagine fondamentale nella storia della musica rock. Dovremmo dire che sono anche loro figli di quella scuola di Canterbury che ha visto tra i più riconosciuti interpreti complessi come i Soft machine e i Caravan, così affollata di grandi talenti che si incroceranno e si ritroveranno spesso. A mio avviso la musica dei Gong è tra le più innovative del periodo e piena di fascino e di ironia. In verità sono sempre stato dell’avviso che i dischi, quelli che venivano definiti come 33giri, soprattutto dalla fine degli anni sessanta, vadano ascoltati nella loro interezza, e non solo perché spesso vengono presentate delle suite o insiemi senza soluzioni di continuità che si definivano allora concept album. Scegliere un brano come significativo è sempre una cosa soggettiva e complicata e crudele ma la rete offre qualità bassa e tempo ristretto; chiede frettolosità. Questo è il motivo per cui ho sempre usato questi posts solo e unicamente come invito all’ascolto. E poi sono nati per regalare alla mia compagna il ricordo di musiche (per lei che così tanto come me ama la musica) che spesso allora non aveva potuto conoscere. Operazione certo resa ancora più difficile perché alcune atmosfere erano strettamente legate a quei momenti. Comunque… a Lei e a tutti quelli che passano BUON ASCOLTO.You can kill my father
You can kill my son
You can kill my children
With a gun…
You can kill my family
My family tree
You can kill my body, baby…
You can kill my body, baby…
But you can’t kill me
My lord, I love you…
My lord, I love you…
Now you’re here…
Then you’re gone…
Night and day…
Right and wrong…
You can do what you want
You can do what you want
You can do what you want
You can do what you want…
I’ll be seein’ you again
I’ll be bein’ you again
I’ll be dreamin’ you again
Again and again and again
I see you sittin’ there on your old back veranda
You got your shady lady and waltzing Matilda
You’re really only me if you’d only remember

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[Storia di Gualtiero detto Guy]¹

La paura dei venditori immigrati abusiviNon è raro trovarlo in portineria di quel condominio popolare con il bocchino della tromba fra le labbra che ci da dentro a tutto spiano. Gonfia le guance che sembra Gillespie e stringe gl’occhi e suona la sua musica silenziosa verso il cielo. Allora non fa caso a nessuno e prende assoli come solo i grandi sanno. Non c’è musica più bella e più nera della sua. Allora mi è facile capire perché gli angeli hanno scelto questo strumento, mentre suona con loro.
A causa di un brutto incidente, che gli occorse in autostrada mentre partiva per le ferie e che gli valse questo posto, Guy ha perso l’uso della mano sinistra. Il braccio pende completamente inutile alla fine del braccio rinsecchito. Questa menomazione gli crea disagio in tutti i suoi movimenti ma lui non vive il suo stato come una menomazione. E questo non può creare ostacoli alla sua musica. C’è sempre un bicchiere pieno sulla tavola di casa sua.
A volte, mentre se ne va distratto, dimentica anche di essere per la strada o in qualsialtro posto. Silenzioso e assorto con la destra fa virtuosismi incredibili privo anche dell’ancia. Le dita che frugano l’aria premono rapide sui pistoni mimando interamente qualche grande classico, nota per nota, della registrazione tal dei tali. E suona. Suona spostando il capo a scatti di lato o si suona fin dentro allo stomaco. Suona da per tutto e quando non suona le sue dita tamburellano e tengono il tempo perché la musica, quella musica, per lui è tutto; è la sua stessa vita.
Non beve e non fuma Gualtiero, perché questo è il suo nome completo, quel nome che nessuno ormai rammenta più per intero. Tutti lo conoscono così e lui è personaggio molto conosciuto. E’ molto magro con naso che gli ombreggia la bocca. Ha sempre un po’ di peli ispidi di barba mal rasata e i capelli radi tagliati cortissimi che accarezza verso la fronte e ha sempre un sorriso largo stampato in viso. Non ricordo mai di averlo visto se non sorridente.
Continuamente con la mano buona si tira su, data la magrezza, i pantaloni prendendoli per il davanti, sulla fibia della cinta. E ha un incedere leggermente claudicante e dinoccolato grazie a quella maledetta disgrazia. Quasi come avesse un equilibrio incerto. E’ un po’ come se quello scheletro di poco rivestito non fosse altro che una struttura morbida, di gomma. Tutto questo lo aiuta a farne il bianco più negro del luogo.
Nessuna banda dei dintorni potrebbe suonare mai senza invitarlo a unirsi con loro. Nessuna serata sarebbe possibile senza di lui, anche solo a far baldoria e tirare notte. Non si può passare dalle sue parti senza andare a bere un gotto da lui. Anche perché lui sogna in grande ma con gli amici ama la compagnia e non guarda la musica; suona all’occorrenza.
Prima non badava molto al vestire ma da quando si è sposato la moglie si prende cura anche di questo e ha sempre una lunga sciarpa intorno al collo. Forse è un po’ meno lui ma lei se lo coccola come un cucciolo. Lei è molto più alta di lui e questo accentua il senso di protezione che esprime il loro abbraccio. Quando gli mette la mano sulla spalla lui si fa piccolo piccolo come sotto un’ala piumata; il pulcino.
E’ stato un matrimonio il loro, come se ne son visti pochi, e non solo dalle nostre parte. In un’area allestita con capannoni, grande come due campi da calcio. E c’era la pista per ballare, naturalmente; dove si è ballato per due giorni. E c’era il posto per mangiare e per due giorni quel nuovo paese ha mangiato e bevuto. Ha cantato, gridato, brindato e fatto i suoi bisogni nei bagni in lamiera o dietro la sponda del canale. Non si ricorda a memoria una festa paesana tanto grande. Quattro maiali di notevoli dimensioni hanno fatto le porchette e non sono sopravvissuti. Vagoni di cibo sono stati spazzati via come foglie dal vento. La catasta vuota delle botti di birra ha richiesto due camions. Il parmigiano veniva affrontato con tanto di accetta per ridurlo in scaglie.
Ma dentro al suo cuore ha sempre avuto un grande cruccio: quella maledetta canzone che non è mai riuscito a suonare. Nota per nota l’ha ricostruita tutta, ogni passaggio, ogni sfumatura ma giunto sempre in quel preciso punto la tromba del maestro prendeva un acuto in modo divino, la sua cornetta precipitava in un raglio sgraziato; o guaiva. Ogni volta sperava, si emozionava e con l’incedere dello spartito si caricava e poi quel suono, cadeva e gli precipitava addosso lo sconforto e la rassegnazione più assoluta.
Nel bene o nel male con quella musica sognava e si addormentava. Forse è questo che distingue i semplici mortali dagli Dei –si diceva; e sempre dopo l’ennesima delusione riponeva lo strumento nella custodia, la sbatteva in un angolo imprecando e poteva stare anche giorni senza riprenderlo in mano. E anche se durava poco per quel poco restava scontroso. Ma poi c’era sempre qualcuno e una ragione per svuotare quel bicchiere di vino. Tornava con gli uni a fare quella loro musica campagnola da ballo sull’aia e con gli altri ad accompagnare improbabili cantanti che inseguivano inverosimili ska e con altri ancora a intonare marcette o tutto quello che era tessuto nelle note.
Forse bisognava essere stati nel Delta, a New Orleans, per suonare e vivere quella musica. Forse non bastava averla vista in faccia ma sarebbe stato necessario averla accompagnata, la morte, almeno per un breve tragitto. E aver bevuto di quelle notti e veder salire le puttane e poi ridiscendere ancora tristi. E aver sfidato il cielo e aver fatto a chi la suona più forte. Forse neanche la luna è la stessa. Certo quella musica non lo era perché gli mancava una nota, sempre quella. E vallo a spiegare tu che era semplicemente un mezzo quando questa diventa un tutto.

Il disco girava sul piatto: “The complete town hall concert”² pieno di nomi mitici e di suoni mitici. Con quel “St. Louis blues” che restava inarrivabile. E c’era anche il grande Jack. Ma su tutti quella tromba rantolante.³
Prese il disco fra il pollice e l’indice. Lo tenne piatto e deciso colpì l’angolo della cassa. Il disco andò in frantumi.


1] Il titolo deriva da: Dippermouth (o più semplicemente Dipper) perché aveva una bocca a forma di mestolo.
2] I grandi suoi classici dal 1928: Ain’t Mibehavin’
3] Satchmo (da Satchelmouth, bocca a forma di borsa).
scritto il 11.11.1994

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Nell’enciclopedia multimediale Wikipedia inizia così la voce relativa a Charlie Haden: «Charles Edward Haden (nato il 6 agosto 1937) è uno dei più importanti contrabbassisti jazz contemporanei, reso famoso probabilmente per la sua lunga collaborazione con il sassofonista Ornette Coleman.» Ma Charlie Haden è nella musica, come si può facilmente vedere, qualcosa di più di un semplice ottimo strumentista. E’ quello spazio (nello specifico si parla di New Thing, a cui ci si può avvicinare anche attraverso un romanzo) tra il free jazz (anche se si parla ancora di free jazz) e ciò che verrà dopo. A suo nome si ricordano tutta una serie di splendide perle ma forse il suo merito maggiore è stato nell’essere titolare dei dischi della Liberation Music Orchestra.

014-senza-titoloSenza titolo per Lorca. Tecnica mista su cartone telato di Mario DG

Dietro il maestro di cerimonie che prende la titolarità del disco c’è, a mio avviso, una corresponsabile con non meno “colpe”, una musa che risponde alla splendida figura di Carla Bley. Credo che il suo peso sul progetto sia almeno pari a quello del contrabassista.
Il prodotto del sodalizio è una musica prettamente politica e di recupero della musica popolare o semplicemente di alcune sue sonorità, come frequente nelle incisioni di Haden e della stessa Bley e di altri musicisti dello stesso entourage come Don Cherry. Nel disco preso in esame la prima facciata è occupata da brani dei resistenti nella guerra civile spagnola. Nel retro si ripropongono brani celebri della canzone politica internazionale come una struggente “Song for Ché“, sicuramente il brano più celebre di Haden che prende spunto da “Hasta sempre” di Carlos Puebla (con un campionamento dell’originale del 1969) o come “We shall overcome“, ma per qualche dettaglio in più sul disco siete pregati di fare almeno un salto qui.
E’ questo comunque un disco che segna un’epoca e, a mio avviso, se non il miglior disco degli anni settanta certamente uno dei migliori in assoluto. Il brano scelto è per intero tutti i 20 minuti e 48 di quella meravigliosa sorta di mosaico (si dovrebbe dire medley) che è: “El Quinto Regimiento (The Fifth Regiment – trad., arr. Bley) / Los Cuatro Generales (The Four Generals –  trad., arr. Bley) / Viva la Quince Brigada (Long Live the Fifteenth Brigade – melody trad., words Bart Van Derschelling)“.
Il cantato sembra venire direttamente da lontano, dal dolore, dalla strenua resistenza delle Brigate Internazionali. Dall’Alkazar. La guerra, tutte le guerre, sono un momento di barbarie; non è possibile cercare un ordine e un etica, ma spesso c’è una parte giusta e loro erano dalla parte giusta, dalla parte dell’uomo.
Liberation Music Orchestra: El Quinto Regimiento-etc.

Per chi non si accontenta del semplice ascolto la formazione è la seguente:
Perry Robinson: clarinet
Gato Barbieri: tenor saxophone and clarinet
Dewey Redman: alto and tenor saxphones
Don Cherry: cornet, indian wood and bamboo flutes
Mike Mantler: trumpet
Reswell Rudd: trombone
Bob Northem: french horn, hand wood blocks, crow call, bells and military whistle
Howard Johnson: tuba
Sam brown: guitar, tanganyikan guitar, thumb piano
Carla Bley: piano, tambourine
Charlie Haden: bass
Paul Motion: drums, percussion instruments
Andrew Cyrille: drums, percussion instruments

Un disco assolutamente da ascoltare e più volte.

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