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Posts Tagged ‘Joan Baez’

Soldatino su base in legno e sfondo dipinto a macchie di colore vivace; atc.Notte di silenzio e di luna piena. Sulla spiaggia erano tutti intorno al falò. Tutti intorno a vent’anni. Ancora bagnati di mare e di quel senso di libertà. Le volute della fiamma incidevano indelebili i profili di quei giovani. Volti scavati, barbe accennate e indecise, occhi curiosi, nasi orgogliosi e capelli lunghi, tranne le ragazze.
Di loro Sara si era addormentata sulla sua mano destra e aveva un respiro tranquillo. Anche Samuele le si era assopito accanto dopo l’amore. La sfiorava solo un tenero ricordo. Adamo era nudo, si era arreso e aveva smesso di cercare i vestiti. Cercava di asciugarsi di quel fuoco. Giacobbe spingeva gli occhi dietro le ombre titubanti e rollava distratto. Dolores voleva ritornare a casa perché era attesa, troppo giovane per essere là, per poi decidersi come in un dispetto e sfilarsi la maglietta. Mostrava quello che non aveva e che nessuno cercava di vedere. Non avevano tempo per altro. Christo, il bulgaro, cercava di cucinare la carne infilzata in un lunga ramo secco. Vicino a lui Maria lo coccolava con gli occhi; aspettava un figlio ma lo sapeva solo lei. Elena singhiozzava sottovoce, tornava da un brutto viaggio. Ulisse aveva una casacca che aveva comprato in india, a Delhi o a Bhopal, e una collana di conchiglie.
Francesco suonava la chitarra e cantava le sue canzoni. Per dovere di cronaca fu interrotto mentre intonava “We shall overcome”. Ettore baciava Diana e la cercava. Michele si limitava a guardare il mare e il guizzare dei riflessi pallidi sulle onde, dondolava al fruscio della risacca e della musica. Mugugnava sordo cercando di seguire il testo che si perdeva in un quasi sussurro. Doveva scrivere un libro e nel libro imprigionare una storia, la loro storia; quella. Con un tizzone Efesto cercava di scoprire la provenienza di quell’estraneo leggero rumore. Susanna faceva il mestiere ma nessuno ne sapeva nulla, l’aveva accompagnata Francesco. Era intenta nei suoi pensieri e nelle sue tristezze. Le erano già stati rubati i suoi vent’anni; non le sarebbero più stati restituiti. Avrebbe voluto provare a cercarli. Semplicemente Lilith avrebbe voluto essere maschio e chiamarsi Arturo e odiava quel suo seno e il senso di tutto quello. Narciso aveva una erezione mistica e una fedina di oro falso al mignolo.
Arrivarono all’improvviso da dietro le dune. Non dal mare ma da dietro le dune e la rada sterpaglia. In silenzio. Ombre fra le ombre, profili di niente, invisibili; fruscii. E spararono nel mucchio sputando raffiche di vampe veloci, con piccoli crepitii di secchi tuoni. Sicuri sulle gambe spararono finché tolsero anche all’ultimo l’ultimo respiro. Anche a Maria e al suo futuro. E ancora. Senza un solo attimo di dubbio, ma loro imbracciavano la verità. Alla fine del loro mestiere calpestarono il fuoco senza riuscire a domarlo. Chi li comandava prima di andarsene sputò sul corpo esangue di Francesco. Spiegò agli altri che non avevano palle. Li lasciarono lì bocconi, riversi sulla sabbia. Le onde intimidite si spingevano sempre più avanti nella rena. Il silenzio si impossessò del mondo.

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musicaVorrei dedicare a questa amica, amica di Facebook, alcuni pezzi di Joan Baez, in ordine di incisione, sperando di far piacere non solo a Lei. Lei me l’ha ricordata. In realtà non ce n’era bisogno, la ricordo sempre bene. In realtà ricordarmela in rete, nel Social Network, mi ha riportato una primavera. Altri giorni allora. Altri anni, anche i miei. Lei, Joan, era la colonna sonora di quei giorni. Lei che aveva spinto sul palco Bob Dylan e ne era stata l’amica e compagna di viaggio. Lei che cantava dei diritti umani e contro la guerra, era come fosse presente in quelle manifestazioni. Forse siamo stati tutti, soprattutto noi maschietti, un poco innamorati di Joan Baez.
Cominciamo con una canzone di Secunda, Zeitlin: Dona Dona [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Dona Dona.mp3”]
Poi naturalmente una di Bob Dylan: Farewell, Angelina [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Farewell Angelina.mp3”]
E una di quello che allora era considerato il suo epigono inglese, Donovan: Colours [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Colours.mp3”]
E infine un tradizional ripreso anche dal nostro amato Faber: Geordie [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Geordie.mp3”]

Foto di Joan Baez e Bob Dylan

N.B. un’altra canzone di Joan si può ascoltare qui.

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Ecco s’avanza uno strano soldato…
la nuova classe dirigente.

politica4Mio suocero, buonanima, non aveva alcuna simpatia per le zucchine. Era un uomo del suo tempo, non colto ma certo non stupido, molto pratico, legato alla terra; contadino era nato contadino, cioè con quella scorza di chi conosce la fatica. Delle zucchine diceva che “hanno un grado meno dell’acqua“. Così si meravigliava di chi amava quella verdura che aveva un sapore inutile. Non so se si sia mai trovato a usare lo stesso metro sugli uomini e ormai non sono più in tempo per chiederglielo. Per certo so che lui preferiva diffidare che dare la propria fiducia. Era con le mani che lavorava, era con il sudore che misurava quel lavoro. Fiero come solo un uomo segnato di tutte le intemperie può esserlo. Lui la guerra l’aveva vista, mica ne aveva solo sentito parlare, ed era andato in Africa che nemmeno gli sembrava guerra. Lì, in Africa, ci avevano fatto le strade, ricordava sempre, e a sparare avevano sparato solo a coccodrilli, per mangiarseli, ma quelli avevano una pelle dura come le pietre, le pallottole rimbalzavano, e, per mangiarseli, dovevano sparargli sugli occhi, ai coccodrilli. Certo che dopo la sorpresa il modo si trova, e lui cacciatore lo era prima, fin da bimbo, durante, e dopo. Comunque gran brutte bestie i coccodrilli. Se non ti stavi attento finivi per fare da preda.
Ma torniamo agli uomini-zucchine, tanto Oreste mica le sa tutte queste cose. Vedere un coccodrillo nemmeno a pensarci, distinguere un pescecane neanche alla lontana, che lui di problemi ha già i suoi e basterebbero per molti e molti, anzi riempirebbero ogni spazio disponibile. A volte li chiama, quei problemi, pensieri; già! è il suo unico modo di pensare un pensiero. Non si ricorda mai nessuno, a memoria di tutti, di averlo mai visto arrivare senza un sospiro e libero da preoccupazione. Una volta è la salute, l’altra e la politica (sua vera passione), l’altra è la famiglia cioè le famiglie, la vita l’ha fatto ripetere gli stessi errori, anche qui, come in ogni cosa, almeno tre volte, l’altra ancora è il condominio, l’altra ancora è il diavolo se lo porti. Prima e sempre ti ritrovi a toccarti nell’intimo, le palle, sopra i pantaloni; persino chi è donna se le cerca. Cominciano ad esseri lisi, e lucidi.
Qualcuno potrebbe avere il sospetto che sia colpa degli ormoni, quali ormoni, sono gli ominidi, cioè l’omino, dal sorriso serafico e la sfiga sempre in agguato. Ma come si diceva, e lui può confermare ad ogni piè sospinto, ne avesse fiato, resta la politica il suo grande amore. Ma la politica quella fatta di grandi ideali, di grandi idee grandi, di punti fermi, ché a spostarsi si rischia di non ritrovarsi più, di principi, naturalmente di Democrazia (si noti la maiuscola) e di ogni qual altra cosa suoni gonfia. Fin qui nemmeno sarebbe da criticare un tipo di quel tipo. Viene, prende il caffè e ripete lo stesso discorso, naturalmente premettendo almeno un accenno all’ultima, e perché no anche a qualche altra, preoccupazione. Sempre quello. E non parliamo dei fantasmi che gli fanno ressa dosso, né delle grandi cospirazioni che cospirano contro la sua persona e naturalmente il suo partito, Quello. Sicuramente i soggetti implicati, in queste malevolenze, comprendono chiunque gli si avvicini, il Mossad, il KGB o quello che ne è derivato, il KKK (che vuol dire Ku Klux Klan e si pronuncia come Joan Baez in “Drugstore Truck Drivin’ Man“), questa non l’ho proprio capita, la Cia che ci spia e molti altri tra cui quei biechi individui che rubano sul prezzo delle zucchine. In fondo è il mondo, non lui, ad avercela con lui.
Ha lo sguardo beota, gli occhi da agnello, e si guarda torno con eterno sospetto. Vittima è nato vittima. Vien quasi da mettersi a cercarglielo il carnefice all’incirca convinti che non ne possa fare a meno, che sarebbe il vero bene, non solo per lui; perché lui qualcosa di diverso lo vorrebbe dire, mica s’è detto che gli manca la buona volontà, è che non sempre c’è lì pronto qualcuno disposto a suggerirglielo. Sì! perché Oreste, nome forse troppo impegnativo per lui, pesante è pesante che già a piccole dosi digerirlo è impresa, ma ciò che non s’è ancora detto è che ciò che lo rovina è proprio la convinzione di essere tutto quello che non è. Tutto quello che servirebbe a alimentare la sua smisurata presunzione; che di arroganza non ne lascia mai nemmeno un briciolo ad alcuno. Lui è uomo d’azione, che già stare seduto a quel tavolo è fatica immane. Il sospetto è che se lo mandi a fare pipì è meglio spiegargli dove lo trova; povero caro. Lui è leader, e se lo dice da solo. Tutti son liberi di trovare il modo di nascondere ilarità. Lui, che non lo vedi nemmeno dopo che ti ha chiamato per nome.
Lui è il centro dell’attenzione. Ultimamente sembra sia diventato un intero partito, compresa la sua storia, cioè quella del partito, perché è sempre appartenuto a quel partito e a quella storia. Non ha mai tradito nessuno dei due. Un partito in verità persona. Composto solo da lui. Nessun’altro se ne era accorto, ma lui se l’è fatto suo e se l’è fatto mettere per iscritto, se non proprio da Roma da abbastanza in alto (ché, a suo dire, il padreterno era in altre faccende affaccendato). Forse è di questo che è uno e trino; lui, la storia e, soprattutto, il partito. Non accetta discussioni. Gli è facile essere democratico: come essere uno e trino succede raramente, ma succede, che lui si trovi in minoranza. Il primo che dice lui l’aveva giusto in mente o l’aveva già detto. Ma attenzione poiché se lo si contraddice pesta i piedi, fa spallucce, si adombra, riscopre dignità, fa il capriccio e se ne torna a casa; naturalmente se la sua compagna gli apre la porta. Lui ama tutti i pregi ma li lascia agli altri. Anche delle piccole cose. Niente è troppo per lui.
Mica è cattivo, che non ha tempo per essere anche quello. Certo è anche sfortunato, giusto ieri e incespicato della sua ombra, dopo che quella, l’ombra, gli aveva fatto prendere uno smisurato spavento. Ora se qualcuno si riconosce nel ritratto non perda tempo a prendersela che di ambizioni grandi e smisurate è pieno il mondo, ma di qualità ne è stata distribuita con grande parsimonia. Ché poi il male non è tanto l’ambizione, mi si lasci la mia che è stare qua, tranquillo, a cazzeggiare; e si lasci al mondo la libertà di riderci sopra (a quelle troppo in distonia) che il riso rende più bella la vita, anche se a ridere ridono di noi.
Joan Baez: Drugstore Truck Driving’ Man

N.B. In realtà la canzone centra, col resto del racconto, come i cavoli a merenda, ma è sempre una bella canzone e un invito a tirarsi su dalla pochezza che circola intorno.

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politicaNon per cavalcare l’onda. Cosa è cambiato? Tutto. Nulla. Per quanto mi riguarda ho solo quarant’anni di più; circa. Mi sembrano una vita. Il ricordo si fa confuso. I capelli non sono più lunghi, a dire il vero sono anche molti di meno. Gli occhiali li porto non per vezzo da intellettuale. Forse più consapevolezza, non ne sono certo. L’energia è la stessa, sembra strano ma forse di più. La rabbia è la stessa, una uguale rabbia che come allora va canalizzata, va espressa in progetti. Le ingiustizie sono le stesse, per quantità. Ci sono ancora troppi sudditi. Allora c’era una classe politica di sottile preparazione, oggi sul palco c’è una compagnia di subdoli buffoni. Il paese aveva venduto la sua autonomia. Mangiava pane fatto con farina pagata al 60% dagli americani. Devo, allora, averci scritto un testo per una canzone mai cantata. Stonato lo sono sempre stato. A questo ci si può far poco.
L’America è ancora l’America e non ancora l’Amerika. E’ l’America che ci ha regalato la nostra intelligenza uscita dal fascismo. E’ L’America che ci raccontano, quella di Steinbeck, del rock’n’roll, del bebop. Siamo ancora al mito americano; alla frontiera. Il romanzo più letto è “sulla strada“, simbolo di libertà e di ribellione. E’ una America con alla guida, per la prima volta, un presidente cattolico; cattolico e democratico. Per dirla tutta la nostra è un’America un poco datata; a cavallo tra, soprattutto, quella della depressione, che ci racconta la Biblioteca del Congresso, e quella di fine anni ’50 primissimi anni ‘60. Woody Guthrie: This land is your land. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woody Guthrie – This land is your land.mp3”]Cazzo! Ognuno aveva una storia diversa ma avevamo tutti uno stesso senso di frustrazione. Quella sorta di impotenza che prende davanti a certe situazioni, soprattutto quando vorremmo fossero diverse. Qualcosa montava dentro. Io provenivo da una famiglia Comunista; resistente. Avevo solo curiosità di capire. Il loro Comunismo, della mia famiglia… non mi piaceva. Il mio ’68 comincia forse nel ’63, forse prima. La televisione era ancora in bianco e nero. Per quanto ricordo era ancora in osteria. Le prime occupazioni, ero ancora alle medie. Cercavamo una nostra storia. Ormai le notizie ci portavano in ogni posto. In ogni angolo. I nostri orizzonti perdevano confini. Nostra patria è il mondo intero. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Nostra patria e il mondo intero.mp3”]Magari confusamente. Magari infarcita di passato e di anarchismo. Miti che in realtà non ci appartenevano. Storia della Storia. Addio Lugano bella. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Addio Lugano bella.mp3”]Qualcuno, giovane oggi, pensa che tutto sia esploso all’improvviso; così gliel’hanno raccontata. E che tutto è stato solo bello, facile, avventura. In realtà non è mai iniziato questo mio ’68, come in realtà non è mai finito. E’ la resistenza che non vuole arrendersi. E’ il nuovo che avanza. E’ una eredità che già pesa. C’era la corsa alla conquista dello spazio. Stava finendo l’illusione che in Russia ci fosse una Russia che non c’era. Una zanzara si insinua nelle scuole. Tutto ciò ch’è nuovo fa paura. Invece fa simpatia Chruščёv che picchia la scarpa sui banchi delle Nazioni Unite. Ricordo le veglie contro le condanne a morte. Cuba. Ricordo come eravamo i figli di una grande idea di libertà che non sapevamo afferrare. Ricordo che eravamo fratelli minori ed ero poco più di un bambino. Per quanto mi posso ricordare inverno fretto quell’inverno. A pensarci oggi era il 1960; avevo solo 12 anni quell’anno e già mi sentivo uomo. Ascolto parlarne gli altri, quelli più grandi, gli uomini. Fausto Amodei: Per i morti di Reggio Emilia. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Fausto Amodei – Per i morti di Reggio Emilia.mp3”]I ricordi accorrono lenti, confusi. Anche contraddittori. Eppure più trovo parole più mi sembra di avere altro da dire. Non voglio annoiare. Non c’è rimpianto. Non è mia abitudine soffermarmi a guardare dietro. E non c’è niente di eroico, non ero che un ragazzo di quindici anni. E’ l’anno in cui “nascono” i Beatles; Prima la musica era solo Sanremo. Il Vajont. Nel dolore ci si sente tutti fratelli, solidali, italiani. Subito si comincia a capire che non è marcio solo quel monte. Che la vita non è quotata in borsa. Nel dolore ci si vergogna. Esattamente il 22 novembre 1963, a Dallas, quel presidente, il presidente dei diritti civili, della guardia nazionale che permette l’accesso nelle scuole alla gente di colore, John Fitzgerald Kennedy, come tutti sanno, viene assassinato. Richie Havens: Freedom. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woodstock 1-03 Freedom.mp3”]Iniziano timidamente le prime proteste; le proteste contro la guerra ed era la guerra del Vietnam. Sì! è il 1964 quando, dopo da beffa del golfo del Tonchino, l’America interviene in Vietnam. Il quel paese così lontano che prima nemmeno sapevo ci fosse. E’ dello stesso anno la rivolta degli studenti americani a Berkley. Avevo i calzoni corti, ma erano simbolo di un benessere non ancora raggiunto. Quelli lunghi non sarebbero arrivati per l’età ma con il nuovo lavoro di mio padre. Mia madre avrebbe smesso di girare i cappotti che erano stati del nonno e degli altri maschi della famiglia. Alla quarta volta, per quanto la giri, la stoffa è ugualmente consunta. La povertà di quegli anni la ricordo in un immagine di mio padre che teneva le cicche, raccolte in ufficio, in una scatola da scarpe per soddisfare il suo vizio. Luigi Tenco: Ballata dell’eroe. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Tenco – Ballata dell eroe.mp3”]Spero di non toccare alcuna suscettibilità. Anche gli stessi ambienti cattolici erano in fermento. Fermenta qualcosa che non è contenibile ne relegabile in un solo ambiente. Siamo servi di uno stato straniero sempre più imperialista. Siamo servi di una chiesa che non ha voluto vedere, che non sa parlare nemmeno al suo “gregge”. E’ una democrazia fin troppo limitata, controllata, che sta stretta. Forse non sono mai stato estremista. Forse un po’ lo sono diventato già da allora. Forse nemmeno estremista, solo leggermente intollerante. Parliamone. Lo slogan “Dio è morto” girava negli anni ’60 negli ambienti alternativi USA (la canzone è del ’65). L’avvio del brano, come più volte ricordato, fa il verso alla poesia del poeta Beat Allen Ginsberg: Urlo. La si doveva ascoltare dalla radio vaticana poiché una radio suddita di stato, la RAI, l’aveva censurata nel timore di incappare nelle ire della santa sede. Nomadi: Dio è morto. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Nomadi – Dio e_ morto.mp3”]Il mondo cambia. L’America cambia. E’ finito il sogno. Il 21 febbraio del 1965 “viene sparato” Malcolm X, leader dei mussulmani neri; dei “neri cattivi”; di quelli che sono stanchi di aspettare, di subire, che la parità vogliono prendersela. E’ l’America dei Fratelli di Soledad. L’orgoglio afroamericano e la rivolta nera formano i loro leaders nelle prigioni dove, soprattutto, se sei nero, per scontare un anno puoi rimanere dentro tutta una vita. I Black Muslims, basco nero, guanti neri, vigilano nei loro quartieri scorazzando in macchina, armi alla mano. Difendono i loro territori. E’ l’America delle contraddizioni, e le contraddizioni scoppiano, soprattutto nei ghetti. E’ l’America della rossa Angela Davis.
Strana generazione la nostra, in un certo senso senza padri, a studiare per diventare consumatori. Che vogliono far studiare a fare gli americani. Una generazione che si esprime attraverso tutti i linguaggi. Con una colonna sonora che accompagna i suoi passi. La musica è un mezzo semplice per sentirsi insieme. Le prime riviste musicali parlavano di linea verde e linea rossa. Cazzo! come odio queste etichette del cazzo. Non credo sia la prima volta che ricordo che alle manifestazioni la più “gettonata” era We shall overcome. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – We Shall Overcome.mp3”]La voce è quella di Joan Baez, e sono le migliaia di voci della giovane contestazione. Tra le pareti di casa si ascoltava dalla stessa voce Where have all the flowers gone. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Where have all the flowers gone.mp3”]Ma è anche la generazione che accorre in massa a dare un aiuto commovente a Firenze dopo l’alluvione. Quei ragazzi affondano le mani nel fango. C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling stones è di quel 1966. Allora si diceva: “è la grande industria discografica che cerca di cavalcare il disagio, la rabbia, la protesta”. Oggi fate un poco voi. A me non sono rimaste risposte ma solo domande. La canzone è stata scritta da un giovane, appunto di estrazione cattolica, Mauro Lusini, ma viene portata al successo da Gianni Morandi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gianni Morandi – C_era un ragazzo che come me.mp3”]Anche Contessa è del 1966. A suo modo profetica, il suo ritornello diventerà la colonna sonora delle piazze negli anni a venire. Per chi la sa ascoltare è una netta critica all’allora Partito Comunista. Un partito che già a quel tempo è incapace di rinnovarsi. La prima fa parte, naturalmente, di quella che chiamano linea verde, la seconda della linea rossa che ha un altro mercato o non ha mercato. Queste canzoni non si imparano sui dischi ma nelle stesse piazze. Colui che la canta è Paolo Pietrangeli. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Contessa.mp3”]Potevano dire quello che volevano, la Resistenza non era ancora finita; era lontana, anzi, da finire. Il fascismo permeava ancora la nostra società. I libri di scuola tardavano a disfarsi del marciume. Erano pieni di patria e di propaganda stantia, di un assurdo e falso eroismo che ci aveva coinvolto in una guerra persa, combattuta dalla parte sbagliata. Se andava bene di un lacrimevole deamicisismo. Ho ricordi da incubi. Eravamo, difficile crederlo oggi, ancora un popolo di migranti; persino i fratelli maggiori sembrano dimenticarlo. Solo che migravano i poveri. Come prima della grande guerra. Come tra le due guerre. Non partivano ancora solo le nostre migliori intelligenze. Partivano dal sud per raggiungere il nord, in molti casi per andare anche oltre. Stranieri in terra straniera anche quando quella terra era ancora Italia. Per trovare lavoro in fabbrica. Per fuggire la fame. Gualtiero Bertelli: Emigrazione. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GualtieroBertelli-Emigrazione.mp3”%5DIl domani era confuso. Continuavano a dirci che dovevamo consumare, ma io non avevo più suole sotto le scarpe da consumare. Non si sapeva dove andavamo ma sapevamo che dovevamo andare. Venezia sembrava allora il centro del mondo. Scoprii in seguito che lo era; almeno un poco. Il futuro che ci era riservato non era certo roseo. Tanto valeva mettere tutto in discussione e provare a cambiarlo. Come dice lo stesso Gualtiero Bertelli in Vedrai com’è bello non ci erano lasciate molte alternative. Volevamo solo un futuro. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Vedrai com_e bello.mp3”]Un anno prima, nel ‘67, il 7 febbraio a Pisa veniva occupata l’università. Infondo c’è sempre qualcuno che non rispetta gli appuntamenti. Chi poteva immaginarlo che arrivava il ’68. Tenco si spara durante il festival di Sanremo. E’ golpe in Grecia; quello dei colonnelli; quello di “Z l’orgia del potere“. A La Higuera (Bolivia), il 9 ottobre, viene trucidato quello che sarà uno dei grandi miti di tutti gli anni a venire: Ernesto Rafael Guevara De la Serna per tutti solo Che Guevara. Buena Vista Social Club: Hasta siempre comandante Che Guevara [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Buena Vista Social Club – Hasta siempre comandante Che Guevara.mp3”]Eccolo il ‘68. Arriva quando vuole. Come in ritardo. Il 5 gennaio scoppia la “Primavera di Praga” (finirà il 20 agosto, annegata nel sangue dai carri armati sovietici); Guccini ricorda il sacrifico di Jan Palach nella sua canzone intitolata appunto “Primavera di Praga“. Il 4 aprile a Menphis viene ucciso il leader nero pacifista Martin Luther King Jr. Il sogno dell’Amerika ha, ancora una volta, la sostanza del piombo. A Roma gli studenti si scontrano con la polizia davanti alla facoltà di architettura, a Valle Giulia. E’ il vero inizio del ’68 italiano. Gli studenti francesi mettono Parigi a ferro e fuoco. Scoppia il maggio francese. Uno dei tanti slogans è “la fantasia al potere“. La Sorbona è una fucina di nuove idee. Noi ci si interroga sul caso Braibanti. La mostra del cinema di Venezia viene violentemente contestata, si contesta l’industria della cultura. Anche l’apertura della stagione della Scala viene accolta a colpi di grida e uova. Così anche alla Bussola; e si spara. Nascono riviste, cambia tutto e tutto è rimesso in discussione. De Andrè ricorderà così lo spirito di quei giovani e di quei giorni nella Canzone del maggio. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/De Andre – T042-Canzone del maggio.mp3”]A fare il conto dei morti e dei feriti che la “democrazia” ha lasciato per terra nei giorni della mia storia si perderebbe il conto; ci vorrebbe troppo tempo. Non è solo il ’68 degli studenti, inizia anche quello che sarà il ’69 e siamo ancora appena all’inizio del ‘68. A Milano, gli operai della Pirelli-Bicocca contestano violentemente gli accordi raggiunti dai sindacati. A Valdagno gli operai della Marzotto resistono alle cariche della polizia e danno vita a una battaglia in tutto il paese. Viene abbattuta La statua del conte Gaetano. Si spara sui braccianti a Avola.
Il 12 ottobre si inaugura la XIX Olimpiade: iniziano i “giochi di Città del Messico“. Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio scalzi, basco nero in testa e la mano guatata di nero che saluta il pubblico a pugno. In verità i giochi iniziano il 3 ottobre quando la piazza di Tlatelolco (ribattezzata piazza delle Tre culture) viene ricoperta da centinaia di morti: quasi tutti studenti. A ordinare la feroce sparatoria è stato il presidente Gustavo Diaz Ortaz. L’esercito ha sparato dagli elicotteri e dai tetti del ministero degli Esteri.
Io invece il ’68 l’ho passato quasi tutto in vacanza, a spese dello stato, a fare il militare. E anche l’inizio del ’69. Allora le indicazioni della sinistra, vecchia e nuova, era di andarci. Paura dell’esercito professionale in una Italia che faceva le prove di colpo di stato. Mi sono perso qualcosa? Credo di no, anche se me ne stavo infagottato nei panni ridicoli dell’artigliere. Provavano a prepararci contro eventuali sommosse, a movimenti di piazza, per l’ordine pubblico. Tanto che dovevamo farlo meglio creare documentazione. Meglio organizzarci. Mettere in piedi qualche sciopero dentro le caserme. Magari con fare circospetto. Farli sentire meno sicuri. Meno arroganti. Non eravamo disposti a sparare, ma se proprio lo si doveva fare allora avremmo rivolto le armi solo ed esclusivamente contro chi si credeva di poterci dare gli ordini. A chi pretendeva di farci giocare a fare i soldatini. L’America, nel frattempo era diventata l’America di Nixon. Rudy Assuntino: Le basi americane. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Rudy Assuntino – Le Basi Americane.mp3”]Alcune delle riunioni le facciamo in parrocchia, nello spogliatoio del campetto da calcio, prima della partita, all’insaputa del parroco. Non c’è posto più sicuro anche se ci mettiamo un po’ troppo per cambiarci. Altre le facciamo a casa di amici. Quando ci torno, in una di quelle case, a Roma, il ’69 è sul finire. Una sera mi accorgo che stiamo parlando piano. E’ l’effetto Piazza Fontana, l’effetto Valpreda, in realtà di Merlino. Serpeggia la consapevolezza che non è più un gioco, se mai lo è stato. Una consapevolezza che non era mai venuta meno. Ma è già l’Italia che canta in Piazza a “Nixon boia, Nixon boia, giù le mani dal Vietnam. Il Vietnam è comunista, ti ricordi Dien Bien phu“. Davanti all’indignazione tutti sembravano diventare comunisti, anche quelli che non lo sarebbero mai stati. I nostri fratelli più piccoli invece vanno a giocare il futuro in piazza proprio come nelle parole ricordate di De Andrè. Incuranti, come fosse la bella avventura. Se il futuro è fabbrica gli studenti vanno a incontrare chi patisce quel futuro che vogliono cambiare. Vanno per capire. Vanno a volantinare. A dare solidarietà. Vado a conoscere il mio mondo. A ritrovare l’orgoglio. Gualtiero Bertelli: Ingranaggi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Ingranaggi.mp3”]Magari a qualcuno più giovane qualche nome non dirà nulla. Non sempre la storia ha memoria. E poi ognuno ha la sua storia. E ci sono cose che si ama dimenticare. Altre ritenute minori. Ho ricordi recenti. Genova resta una ferita profonda, una dolorosa cicatrice. Il mondo è cambiato l’11 settembre; quale? Ancora una volta vorrei capire. Un altro 11 settembre. E’ il 1973. Davanti al palazzo della Moneda cade, sotto il colpi del golpe militare, Salvador Allende. E’ un’altra fine. Non ci saranno Brigate Internazionale. I tempi della Spagna sono lontani. La repressione dei compagni sarà durissima. Alcuni li ho incontrati perché hanno fatto a tempo a rifugiarsi, esuli, da noi. Anche quelli erano migranti. Torna l’incubo del colpo di stato. Ivan Della Mea: Ringhera. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Ivan Della Mea – Ringhera.mp3”]Ancora un 11 settembre, un venerdì. E’ il 1975, sono le 13,25, una terribile esplosione distrugge la Flobert, una fabbrica che produce proiettili d’arma giocattolo e fuochi artificiali. Tanti di tante morti bianche che ancora continuano. In questo siamo nei primi posti al mondo. Si continua a morire di fabbrica. Per salari da fame. Finirà mai questa guerra? Quell’11 ce lo ricorda il Gruppo operaio e zezi: ‘A Flobert ma è quasi ormai un giorno come un altro. Non ho mai imparato a rassegnarmi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gruppo operaio e zezi – A Flobert.mp3”]Infondo non c’è mai stato un ’68. E’ per questo che non può finire.

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Qui non interessano le persone ma la musica ovvero quello che fa la musica popolare cioè ciò che la fa adottare all’interno di un gruppo o meglio che ne fa contributo alla cultura. In questo contesto, parlando di musica come memoria o come testimonianza, si potrebbe pensare ai canti del lavoro, spesso semplici accompagnamento ai suoi gesti, o alle canzoni degli emigranti e a mille altri esempi. Il mio ricordo in questo momento vaga e va con emozione ad una splendida testimonianza da un campo di concentramento Die Moorsoldaten (Il canto dei deportati) .
Chi potrebbe, in questo caso, dare più dignità a Arnold Schönberg più che a Luigi Nono più che a Léo Ferré o, al limite, a Captain Beefheart (mi piacerebbe, prima o poi, inserire il suo dissacrante Dachau Blues) o infine all’anonimo? Torniamo alla musica.

“Da dx a sx”: progetto per un scultura grafica di Mario DG

Questa storia sembra diventare in un certo modo un poco omocentrica. Che la donna sia stata lasciata ai margini, o in penombra, è un problema antropologico non musicale. A questo punto cerchiamo di suggerire un contributo prettamente di genere all’interno della musica, ovvero le donne e la musica; diversamente sarebbe difficile una vera identificazione. La voce del “blues classico” è soprattutto donna per quella dorsale che corre prima da Ma Rainey poi da Bessie Smith e in seguito da Billie Holliday ed Ella fitzgerald. Come abbiamo avuto modo di accennare a spingere a salire sul palco Dylan, e ad accompagnarlo nei suoi primi passi, quando ancora si muoveva sulla scena del Newport Folk Festival, è stata Joan Baez. Quella che ha cantato al mondo We shall overcome, il vero inno delle proteste contro la guerra nel Vietnam, è stata lei.
Diciamo ancora anni sessanta: un gruppo si forma negli Stati Uniti d’America, nella seconda metà di quel decennio, dall’incontro fra l’allora studente universitario Lou Reed e John Cale, giovane musicista d’avanguardia allievo di La Monte Young, che nel gruppo suonerà la viola e il basso. Il primo disco che incidono è The Velvet Underground & Nico dove, appunto, canta anche quella Nico (pseudonimo di Christa Päffgen), modella, cantante e attrice cinematografica e teatrale di origine europea ma naturalizzata statunitense. La data ed il luogo esatti della sua nascita sono controversi. Secondo alcuni nacque a Colonia, in Germania; secondo altri a Budapest (Ungheria). Secondo molti nata il 16 ottobre 1938, secondo altri il 15 marzo 1943 – morta il 18 luglio 1988 (questo sembra certo).
Lei ha fatto cose buone come solista o con altri e comunque da una qualche parte valeva la pena di cominciare per ricordare. Qui la ascoltiamo in una canzone fin troppo nota: Sunday morning, famosa incisione di quel 1967, appunto con i Velvet Underground tenuti a battesimo da Andy Warhol che disegna anche la copertina di quel loro primo disco omonimo. Forse il riascoltarla non mi provoca più le stesse sensazioni di una prima volta ma è sempre piacevole come uno zucchero filato.


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