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Posts Tagged ‘La storia’

Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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Ne ho accennato con un certo pudore; fin dall’inizio. Poteva sembrare uno scherzo ma non lo è mai stato. Ci sono cose e valori in cui credo. La politica può essere passione. Può ancora essere l’arte nobile di governare un territorio; di pensare agli altri, ai meno protetti, ai più deboli. Magari un giorno la racconteremo tutta questa nostra avventura. E le storie che mi piacciono sono quelle che hanno un buon fine.

pd

idv

ps

spineacon

una donna, giovane, carina, colta e intelligente

(quattro novità per una candidato Sindaco)

Mariangela Vaglio

candidata alle primarie della coalizione di CentroSinistra

per il comune di Spinea (VE)

Fiorella Mannoia: La storia

[Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”]

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raccontiOra insolita, normale che uno si preoccupi. Sei e trenta del mattino, solitamente uno dorme; da non credere. Io come quel uno a quel ora solitamente dormo. Qualcosa che mi rendeva nervoso non me lo aveva lasciato fare. Con gli occhi spalancati guardavo il soffitto. Alle sei e trenta mi telefona dio. Cerco la sveglia. Lo sbeffeggio. La faccio cadere, la sveglia. Realizzo: è il telefono. Stavolta lo apostrofo in modo ancora più pesante e non so ancora che è lui. Non mi risulta che avessimo nessun appuntamento. Mi chiede se qui sulla terra va tutto bene. Bene – dico. E quando mai c’è stato qualcosa che è andato bene. Prendo un attimo di tempo per dar sfogo allo sbadiglio. Guardo dalla finestra. Tutto mi sembra come qualsiasi altro mattino.
In un certo senso tutto come sempre. Guardo Claudia, lei mi chiede chi è, ma non si ricorderà di nulla. Beata lei, sta ancora dormendo. Continua. Continuerebbe comunque. E’ tranquillizzante la sua presenza al suo posto. E’ tranquillizzante perché naturalmente comincio a preoccuparmi. Mi sto già preoccupando mentre mi chiedo cosa ha combinato questa volta. Il soffitto è ancora sopra alla mia testa. La volta celeste è ancora oltre, e oltre il soffitto, al suo posto. Il lampadario nemmeno dondola. Mi dice che gli sembra che ci sia poca luce. Cazzo! E mi chiami per questo. Son tre giorni che non fa capolino nemmeno un pettegolezzo di sole. Le macchine ormeggiate sotto casa paiono lì lì per accidentarsi. Più che altro sconsolate. Mi dice: che dici di un po’ di luce? Prima che ne faccia qualcun’altra accendo il lampadario della cucina. Per quello so rangiarmi da me. Non serve essere un dio. E poi che gliene frega? All’improvviso mi ricordo che lui vede tutto. Speriamo che ieri sera avesse altro da fare. Speriamo in alternativa che sappia tenerlo un segreto. Se lo viene a sapere Claudia finisce che succede un casino. Non ne faccio cenno. Ormai è anche duro d’orecchi; con la sua età. Veramente non è nemmeno un problema d’età, ma tant’è. E poi meglio non svegliare il cane che dorme. A proposito di svegliare accendo il fuoco sotto la moka. Lo sento tacere e anche questo mi allarma, non e facile sentire il suono del suo silenzio, sorprenderlo senza parole che sporgono con una certa facilità, ma anche con una sicura, leggera, inutilità.
Cerco di consolarlo, per quanto mi riesce, manovrando con la sinistra per tenere il ricevitore all’orecchio con l’altra: “Non c’è nulla da fare. Anche se le stagioni avevano la loro ragione d’essere. Ora non ci si capisce più ma comunque il tempo fa quello che vuole o deve. Non si può pretendere“… Eccolo che ricomincia. Troppo bello che potesse durare. Lui ha sempre un argomento per insegnare, e sempre troppo poco tempo per ascoltare. Lui è lui. Qualcosa di impalpabile che ti colpisse proprio lì sotto. Ha sempre addosso questa fobia: di insegnare agli altri il loro mestiere. Di insegnare a stare al mondo. Come non fosse già così difficile. E in faccia non si fa vedere. Forse si diventerebbe pietra. Non lo so. Certo è che non conosco nessuno che l’abbia visto. Me lo raffiguro al mare, in calzoncini. L’immagine mi pare buffa, su due piedi. La giornata s’è già completamente guastata. Avrei potuto sonnecchiare ancora un po’, godermi il tepore delle lenzuola. Pigrire. Godere del piacere di non essere aspettato da nulla. Invece lui s’è dato questa pena di chiamare proprio me. Con questa cosa della luce. Teoria cosmica dell’elettricità. Cerco di dirglielo con garbo. Cosa potrei farci? Tirare festoni lungo tutto il cielo con lampadine a basso consumo? Per aspettare che il mattino si faccia mattino, che trovi la voglia d’essere e renda il paesaggio più leggibile, non resta che aspettare. Perché farlo con me, e al telefono? Verso una lacrima di latte nella tazzina.
Ti chiamo dopo per vedere come procedono le cose“.
Anche no“.
Non deve avere più molto da fare, povero vecchio, se mi disturba per simili sciocchezze. Forse si deve sentire solo, forse inutile, per mettersi a disturbare in giro, e a questa ora del mattino. Dovrebbe trovarsi qualcosa da fare che lo impegnasse poco. Magari qualcosa di facile. Sperando non si inventi una cosa che poi lo fa entrare troppo in quello che è. Ma bisogna aver comprensione per i vecchi. Infondo tutti siamo destinati a diventarlo. Spero di farlo riuscendo a mantenere il mio raziocinio. Controllo l’ora ma è ancora troppo presto per svegliare Claudia. Torno a pensare a ieri sera. E’ stato piacevole. Molto. E’ stato. Forse dovrei stare più attento. Forse persino rinunciare. Non posso dire di poterne essere completamente orgoglioso. Soddisfatto si. Lei è stata carina. Comprensiva. Anche troppo. Mi tratta come un principe. Forse troppo. E’ facile lasciarsi andare e montarsi la testa. E poi le donne sono sempre loro, hanno bisogno di convincersi, anche la storia più banale la debbono leggere come la storia. Accendo la tele per capire come sta il mondo.

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Non ricordo chi. Qualcuno in rete mi ha chiesto di riparlare delle baracche. Sono in ritardo? Tempo permettendo provo a introdurre questa storia. Credetemi: a volte è solo che mi manca proprio il tempo. Abbiate pazienza.

spinolaAltri tempi allora. Li possono ricordare solo i nostri vecchi. Quelli più vecchi tra i nostri vecchi. Altra Italia quella. Un paese certo più povero. Un paese, forse proprio perché più povero, che aveva ancora un cuore. Popolo di contadini. Paesaggio ancora di campagna, come si suole dire: rurale. In realtà campi fin dove si spingeva l’occhio. Un paese ancora solidale. Intanto intorno cominciava a sorgere la città. Ci si aiutava ancora uno con l’altro. Gente magari ignorante ma tutt’altro che stupida. Ignorante perché ignorava. Ignorava l’italiano. Ignorava le cose “alte”. Da gente che ha studiato. Roba da signori. Ignorava il superfluo. Magari mica sapeva scrivere. Figuriamoci se aveva il tempo per leggere; per menare il can per l’aia. Non ignorava la propria terra. Non ignorava le stagioni. Non ignorava la fatica.
Un quartiere ai confini del comune. Quello che ci separa ancora da Venezia. Oltre la vecchia linea ferroviaria. Ora la stanno recuperando, quella linea ferroviaria per molto tempo dismessa. Ci passerà la cosiddetta metropolitana di superficie. Dicono che ci passerà anche l’alta velocità. Per anni ci son cresciuti solo rovi. Quelli del quartiere l’avevano fatta attraversare da un viottolo interrato per restare collegati al resto del comune. Sono stati i primi, lì, i paesani. La loro sagra era diventata famosa in tutti i dintorni. Vi si teneva una mostra degli uccelli. Ci andava tanta gente. E loro, quelli del quartiere, la gente, avevano creato momenti e punti di incontro. Le donne, anche quelle non mamme, si erano organizzate. Tenevano i bambini. Avevano fatto una specie di nido. I servizi se li inventavano. Gestivano al meglio il loro territorio. Quello di cui avevano bisogno lo sapevano e se lo facevano. Con le loro mani. Solidali. Senza bisogno di aiuto. Non c’era sindaco ne prete che tenga. Magari nemmeno conoscevano il nome del sindaco. Magari avevano anche poca confidenza del parroco. La chiesa era ed è al di là delle rotaie e del cavalcavia. Il palazzo anche. Adesso hanno una bassa costruzione che fa da chiesa.
Quella sera tutti hanno avuto paura. Tutti ricordano quella data. Era il 6 maggio 1976. Erano da poco passate le nove. Per la precisione erano le 21.06. Un brivido ha percorso l’erba. Una vampa alta da lontano, da Marghera, poi un buio profondo. Era il terremoto del Friuli. Ma succede. Succede che un popolo si alzi anche dopo le disgrazie. Io ero proprio a Marghera. L’ho avvertita a Marghera. Non mi ha tolto nemmeno la calma. Ciò che ha fatto più impressione è stata proprio quella vivida vampa. E poi quel buio assoluto e totale. Ma qui era stata una scossettina, quella di quella sera. Lì, invece, in Friuli, gente caparbia, hanno pianto i loro morti e poi li hanno seppelliti. I “furlani” sono gente così. Abituati a camminare su una terra aspra; avara. Nelle baracche non ci sono voluti restare che lo stretto tempo necessario. Poi hanno ritirato su le loro case. Hanno ricominciati a vivere.
Chissà se c’è stato un primo? Si sa che quei vecchi l’hanno pensato: perché non usare quelle baracche che non vuole più nessuno. Che hanno finito il loro servizio. Hanno chiesto al Comune il permesso su un pezzettino di terra. Si sono organizzati. Sono andati a prendersele le baracche. Coi camions. Come dicevo, per primi quelli di quel quartiere. Si sono fatti spazio. Hanno fatto una gettata di cemento. Ci hanno lavorato dopo il lavoro; sodo. In ogni momento libero. Le hanno montate, le baracche. Davanti ci hanno fatto le piste di bocce. Dentro l’osteria. La loro osteria. Il loro posto dove incontrarsi e invecchiare.
Dopo le ha scoperte la politica. E’ arrivato il parroco a benedirle. Sono arrivati i politici. I piccoli politici locali. I consigli di quartiere e, purtroppo, anche i consiglieri. Quella politica miope. Quella che crede il cittadino al suo servizio. Ogn’uno pronto a mettere il cappello. A dire sono arrivato prima io. A cercare consenso. Un voto. Tutti colpevoli senza distinzione di colore. A spiegare a chi aveva fatto cosa doveva fare. Sono arrivati loro, raccontano i vecchi, con le loro camicie bianche. Le mani senza calli. Quella lingua difficile. Loro che non avevano mai saputo sudare. Chiacchieravano solo. Quanto chiacchieravano. Valli a capire. Se non erano mai stati contadini non avevano nemmeno imparato la fabbrica. Certo che anche i vecchi avevano le loro idee, spesso anche ci litigavano per quelle idee, ma quando c’era da fare si faceva. Mica si parlava. Era per il loro quartiere. Così, piano piano, è finito tutto. Finita la scuola. Finita la voglia di lavorare perché lavorare per tutti era un orgoglio; lavorare per loro era solo stupidità.

Torna a suonare la nostra canzone [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”] Fiorella Mannoia: La storia

N.B. questa è solo la premessa perché nella baracca di quel quartiere, rimasta ingovernata per la crisi di entusiasmo, ci ho vissuto cinque, forse sei, degli anni più belli della mia vita. Quella baracca confinava con un vecchio forte della prima guerra mondiale. Un forte con un enorme appezzamento di terreno intorno. Quella è stata la nostra baracca. Quella che è diventata “Baracca & Burattini“. Ma questa è un’altra storia.

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Dovesse finire anche domani, ma non finirà, non avrei creduto potesse essere così.
politicaMi ferma Martino al Bar da Clara. Passavo di fretta. Era aprile, era maggio; proprio come nella canzone. Mi invita. Lo faceva spesso, allora. Forse c’è una simpatia spontanea, naturale, nei miei confronti. Mi ricorda, con una banda di giovani di ottime speranze, tutti a sudare per condurre una campagna elettorale faticosa e sorprendente, ma sfortunata. Immersi nella folla, ma a quella folla, alla fine, sono mancati un pugno di voti. Prendiamo un caffè tranquilli. Mi chiede: “Cosa pensi di fare“?
Lo guardo: “Un bel niente tondo. Passare di passaggio. Finire il caffè. Prendere il pane e tornare. Cosa intendi“?
Lui è sempre così tranquillo, o quasi: “Perché non mi aiuti? Almeno… pensaci“.
Non c’è niente da pensare. Sono stanco. Ho dato, pagato. Perché“?
Perché non puoi mollare“.
Perché dovrei farlo“?
Infondo nemmeno mi conosce – “Sono socialista“.
Questa è bella. Torno a guardarlo; è proprio socialista, debbo quasi nascondere la sorpresa. Lo strano è che non provo sorpresa alle sue parole. Nemmeno mi viene da scherzare. Esistono ancora, e lo fanno oltre le chiacchiere.
Io no! cosa vuoi fare“?
Politica. Provare. Cambiare“.
Che ti servo? Sono uno. Nessuno. Vorrei guardare“.
Lui crede in me ben oltre a quello che potrei crederci io anche in un momento di euforia alcolica. Crede in sé quanto io in me, cioè come allo stesso niente. Non ha ancora pensato a come si può fare. Non conosce molto il territorio, è sempre stato impegnato lontano. Ci è sempre venuto solo per dormire. Poi si è trovato a governare un partito all’ultima partita. Io ho un improvviso sospetto di poter credere in lui e che, volendolo, qualcosa si possa provare. Poi, mai rifiutato aiuto ad alcuno. Gaetano ci guarda entrambi. E’ un’amicizia che sta prendendo corpo la nostra, recente. Forse è l’unico, Gaetano, a credere in qualcosa: nei suoi due pazzi nuovi amici.
Anche se cerco di non pensarci quel breve colloquio mi ha messo la pulce. Tanto lo so da solo che tenere le mani in mano non ci riesco proprio. Mai stato bravo a farlo. Nessuno mi crederebbe. Manca poco più di un anno alle elezioni amministrative. Il tarlo mi tarla. Le sfide mi stuzzicano. Vediamo. Sono uno di parte. Diciamo un comunista. Un comunista a modo mio, anzi sono gli altri a fare i comunisti a modo loro. Non c’è scritto da nessuna parte che per essere di sinistra bisogna limitarsi a gridare e non fare; sia necessario sempre soffrire e perdere. Sono uno abituato ad esporsi fin troppo. Uno che si schiera anche davanti ad una partita a calcio balilla. Mi ripeto questo mio profilo in testa. Gli ingranaggi non si sono del tutto arrugginiti. Il cervello sembra poter ancora funzionare. Ha ragione lui, forse non valgo niente e non gli servo, ma magari mi ci cresce, come per miracolo, un’idea e su quella, l’idea, posso cominciare a lavorare¹.
Sembra impossibile ma a volte l’impossibile diventa possibile. Sembra impossibile e invece succede. Mi rendo conto che qualcosa si può tentare. Quando dico a Martino che possiamo anche vincere, che anzi è più difficile perdere, la crede una beffa. Non è più solo. Non è più solo un sognatore. Mi ritrovo. Mica sono riuscito a cambiare. Sono sempre lo stesso. Forse lui si sarebbe solo accontentato di una piccola apparizione alla recita.
Rispondimi Martino: “Perché mettersi il vestito da festa e poi accontentarsi di mettere appena fuori il naso? Io, a questi, mica voglio mettergli paura. Voglio rimandarli a casa“. I socialisti da soli sono quattro gatti. Faccio più voti io da solo. Con un giro di telefonate. Tanto vale essere ambiziosi. Tanto faccio e tanto dico finché si apre, finalmente, un tavolo con quella sinistra che alle politiche si sarebbe presentata come arcobaleno. La sbattiamo in un angolo. E’ subito chiaro che quelli vogliono gridare il loro orgoglio ma di fare mica ne hanno nessuna intenzione. Dalla loro hanno solo i numeri, cioè li avevano. Loro chiudono quel tavolo, dicono: “Ne potremo parlare più avanti, dopo le politiche“.
Sanno tutti come sono andate le loro “politiche”. Per me la politica ha le sue regole e quello è un gesto politico. Quando parlo di politica ho una sola filosofia: chi vuole farmi la guerra sa di farsi del male. Quando penso alla politica la penso come una cosa seria, fatta di progetti, ideali, impegno, fatica, scevra da interessi personali. Meglio senza zavorra inutile. Magari in giro ci saranno anche rifondaroli che sono compagni, magari anche tra quelli del fantomatico Partito Comunista, qui a Spinola no. Massimo si possono sopportare in quanto pensionati. Pensionati dal lavoro, se mai l’hanno conosciuto, e dalla ragione.
Sì! tanto vale, con un po’ di arroganza, provare a vincere. Anzi evitare di perdere. Lo propongo a Lei. Lei la prende per burla. Poi sospetta. Poi nicchia. Infine, forse per sfinimento, dice sì. Poi si lascia contagiare, si fa prendere dal mio stesso entusiasmo. Si lancia. E’ da Lei. Lei è una che se le cose le fa le fa fino in fondo. Un po’ ci somigliamo. Certo non fisicamente. Anche perché lei è donna, è minuta, piccolina, è soprattutto carina. Siamo come dei “gemelli diversi”.
L’avevo detto sin dall’inizio. Cerchiamo un accordo per il governo della città con il PD. Martino presuppone della superbia, da parte loro; sono il partito decisamente più pesante dell’intero panorama politico locale (38 e rotti% a quelle stesse politiche). Noi siamo di sinistra. Loro, quelli del PD, mi conoscono. Sanno che se dico che mi muovo mi muovo. I numeri li ho sempre portati. Tre volte mi sono mosso e tre volte ho messo insieme buoni numeri. La prima quelli che bastavano a vincere. Tre esperienze ognuna diversa. Ci accolgono con tutto il rispetto che si deve a un tuo pari. Siamo ancora quattro amici del bar e nemmeno ci siamo dati un nome. In compenso abbiamo le idee chiare e la voglia di fare. Spiego a quell’elefante che è il PD che noi abbiamo un candidato che migliore non si può e che se vogliono fare le primarie allora ci costringeranno a vincere le primarie. La nostra ambizione è riunire tutta la sinistra mandando a fare in culo chi crede che la sinistra sia solo una sigla e una tessera. Compreso chi spaccia per rivoluzionario promettere chimere.
Ho polemica e parole infinite e appassionate per tutti, soprattutto per chi le cerca. Meglio gli intelligenti al governo e gli stupidi all’opposizione. Non mi credo ma non mi faccio problema se sono gli altri a credere in me. E questi mesi, intensi, sono stati una grande esperienza umana.

Torna a suonare la nostra canzone [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”] Fiorella Mannoia: La storia


mariangela-icona1] Quella che in questi giorni racconta la storia, spacciandolo per Enrico, è Lei; sarebbe un ottimo candidato sindaco. Lui, Martino, il segretario dei socialisti, sarebbe un ottimo capolista. Dovevo già farli incontrare da prima, comunque. Due amici che valgono più di qualsiasi vincita alla lotteria (e con Gaetano siamo a tre). Detto: fatto! Beh, forse non proprio così semplice. Il tempo di convincerli, soprattutto la Lei. Ora Lei è la mia proposta di candidato e lui, Martino, di capolista.

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