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Posts Tagged ‘labbra’

Griseide aveva un esse strisciata da principessa nella voce. Capelli lunghi fin troppo lunghi che non si erano mai visti così e una linea del naso armoniosa e arrogante. Tutte le parole che lui trovava esprimevano silenzio, forse un leggero fruscio nella sua testa; null’altro. Sulle spalle gli pesavano tutti i consigli di quelli che avevano tempo. E’ sempre difficile camminare sospesi ad un filo a centoventi metri dal suolo. (Comunque anche fossero centimetri non cambierebbe molto.) Sarebbe passato ancora e ancora se non l’avesse scorto; era deciso. Gli disse di quanto i suoi occhi… e di come le sue labbra… e di quello che avrebbe voluto fare e che aveva bisogno di tempo e che quel tempo con lei… e anche della festa per quella sera. E le disse tutto dentro un semplice e inatteso “Ciao!” falsamente distratto. Lei rivendicò il suo rango ma per un attimo lo barattò con la realtà e uscì dal castello. Gli occhi le divennero solo occhi. La voce una cosa miserabile che batteva sull’apparecchio d’argento. Fu lei a trovare quel coraggio che gli mancava, ma restò disperato quando vide l’immenso vuoto che aveva dentro e non gli fu sufficiente il suo sorriso. La sera, mentre l’accompagnava e la sentiva al suo fianco, si accorse di distrarsi pensando ad altro.

 

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Cazzo cioè cavolo, arrivo per accorgermi che si son persi le valigie. Non ho con me nemmeno lo spazzolino ne un paio di mutande di ricambio. Scendo all’albergo e mi dicono che non hanno nessuna prenotazione. Provo a telefonare senza beccare la linea. Aspetto al bar mentre prendo un caffè e butto un occhio alle ultime sul giornale. Quando comincia non smette mai e le strade sono il primo posto da evitare. Mi dicono con rincrescimento che hanno solo una singola, spetterebbe a me ma, da cavaliere, la cedo alla mia compagna di viaggio. Mi dice di chiamarsi Nadia e insiste perché per una notte possiamo anche accomodarci se io le prometto… La lascio insistere, sempre per quel fattore della cortesia, ma alla fine accetto. Le cedo il passo e ho un’ulteriore conferma che non aveva nessun bisogno di insistere e mi risparmia delle promesse. Lei preferisce la destra e io gliela cedo volentieri. Siamo entrambi stanchi per il lungo viaggio. Si mette un pigiama a fiori e se lo fa togliere davanti al frigo bar. Se ne resta lì vestita solo di un velo invisibile di pudicizia. Nel periodo dei monsoni è facile scambiare il giorno per la notte, la pioggia sembra non smettere mai e il giorno avere fin troppe ore. Cerco di dimenticare e di far trascorrere ad entrambi la maggior parte di questa maledetta stagione. Quando spengo la luce fuori è sempre quello stesso grigio, il colore non si da pena di spiegare se è alba o pomeriggio. Mi sveglio come avessi dormito cent’anni e fuori piove ancora. La cerco vicino e non la trovo. Nel portafoglio c’è solo il mio bigliettino da visita. Sopra ci ha stampato le sue labbra con il rossetto.

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