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Posts Tagged ‘Le passanti’

Ormai abbiamo pochi momenti solo per noi. Siamo viaggiatori indaffarati. Come topi in trappola. Destini a cui rubano il tempo. E andiamo perché il moto ci trascina. Ma è sabato. I bambini sono a scuola. Siamo soli. Lei ha già sistemato le camere. Io ho la mia tazza di caffè in mano. La casa è nostra. Il mutuo estinto. Siamo tranquilli. Troppo. Dovremmo esserlo. Quanto tempo è? Tutti hanno i loro piccoli segreti. Qualche sogno nel cassetto. Il solo attimo di solitudine. A parte quelli si parla e si tace. Si dice e non si dice. E appena detto ti sembra che le parole tradiscano i tuoi pensieri. Non riusciamo più a parlare. Questo è il malessere. E il silenzio è un silenzio che fa male. Non lo riempiamo più di parole. Non riusciamo più a riempirlo di niente. Solo di rumori. Come se non possedessimo più, quelle parole. Non so da dove cominciare.
Forse è da quando è nata Elisa. Abbiamo esaurito le scorte e non riusciamo più a sorprenderci. Cerco di ricordare. Di rifugiarmi in quei ricordi. Di raccattarne qualcuno di bello. Qualcuno di vivo. Sono così lontani. Quando ci cercavamo. Ora ci troviamo. Viviamo, se così si può ancora dire, le stesse stanze. Se potessimo ci eviteremmo. Senza ragione e senza cattiveria. Osservo che c’è un leggero strato di polvere sulla lampada. E su di noi. Quello no. Lei è gentile. Non c’è una ragione. Non ho nulla da rimproverarle. Forse nemmeno lei. E’ solo, forse, che ci conosciamo troppo. Che ci siamo trasformati in inquilini. In paesaggi. Solo che… non so. Non è più lei, la mia compagna. E’ solo una madre. Con tutti i suoi pensieri raggrumati in testa. Col sole negli occhi. Una donna ad aspettare l’estate. E’ una consuetudine. Il mio abito da lavoro. Dovrei chiedere a lei cosa ne pensa.
Ha messo su qualche chilo. E qualche ruga in viso. Non è certo quello? Anch’io devo essere cambiato. Non credo così tanto. A volte mi sento come uno che fa omicidi senza commissione. Così è quando parliamo degli altri. E quante volte lo facciamo per non parlare di noi? E quante volte ormai cerchiamo le parole che non dicono nulla? Lei mi chiede l’ora. Fra un po’ deve uscire per le spese. Vorrei che ci fermassimo un attimo per chiederci perché. Vorrei un briciolo di tenerezza. Vorrei vederla con gli occhi con cui la guardavo. E rivedere quei suoi occhi. Vorrei che mi capisse senza il bisogno di dirglielo. Confidarle un segreto in un bisbiglio. Vederla ancora piangere per quel film. Mettere su una canzone solo per noi. Ritrovarmi. Ma sono solo in una foto. Mi sembra quella sulla mia lapide. E ci sarà sicuramente qualcuno ancora a dirmi che mi ha ucciso solo per un incidente.

Mi chiede: “Perché hai scelto proprio questa canzone, per me”?
Le dico: “Perché sei una puttana”.
La cosa la diverte. Ci pensa. Mi spiega paziente: “Voi uomini siete sempre così contorti per dire le cose”.
Capisco che è vero. E’ sempre così tortuoso il percorso per dire le cose. Così falsamente intellettualoide. Siamo tutti un po’ così, contorti. Abbiamo i nostri viaggi in testa. Le nostre frustrazioni. Le nostre relazioni. La notte ci fa paura e nemmeno lo sappiamo perché. Mettiamo sempre prima il calzino e la scarpa destra. Abbiamo il nostro spazzolino. Il nostro ordine delle cose. Il nostro lato del letto. Quel sogno che ricorre. Il tale giornale e non un altro. L’ora di cena. Ci viene in mente una canzone e ce la cantiamo. E un perché ci deve pure essere.

N.B. L’immagine è tratta dalla rete e nulla ha a che fare con il ricconto liberamente scaturito dalla fantasia dell’autore.

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Foto della manifestazione in campo santa Margherita a VeneziaTorniamo a parlare di donne. Donne con la loro diversità. Cosa c’è di meglio per introdurre l’argomento che questa canzone del grande Faber.

Cento voci. Le donne hanno deciso il giorno 13 di febbraio di ricavarsi un giorno per loro, una spazio, di tornare a far sentire la loro voce. In piazza c’erano donne di sinistra (molte), di destra (invero pochine), e senza bandiera. Certo non tutte. Una parte delle donne era contro quella manifestazione. Per vari motivi. E anche perché la ritenevano partigiana, manipolatrice. Del dibattito tutti sono al corrente. Ma non erano contrarie solo quelle di una parte. Anche in questo caso la scelta è stata trasversale. E’ però singolare che alcube di quelle contrarie continuino ancor oggi a ripetere che “non hanno bisogno di andare a gridare la loro dignità. Il coraggio delle donne, e le madri coraggio, sono un fatto notorio nella storia e non ha colore politico, né nazionalità”. Si può anche essere d’accordo e lo sono, certo. Ciò che mi riesce più difficile capire è il motivo per continuare a ribadirlo. In quella Piazza le donne ci sono andate liberamente. Per far sentire la loro voce. Non contro qualcuno e senza alcuna condanna. Non c’era coercizione. Io credo che chi ha fatto una scelta diversa resta donna ed è altrettanto rispettabile. Mi sembra però di trovare, in quel continuò ricordare la loro scelta “diversa” una sorta di disapprovazione delle ragioni della manifestazione. Ognuno è certamente libero di pensarla come crede. La piazza è uno dei luoghi dove far sentire la propria voce. In fondo la piazza è anche un simbolo di libertà (come mostra la cronaca più recente). Io ho accompagnato la mia Compagna, come più volte detto, in quella Piazza. Potrei stupidamente dire che io sono d’accordo con i metalmeccanici, ma a volte gli stessi metalmeccanici hanno bisogno di sentirsi manifestare quel sostegno. Mi limiterò a dire che condividevo le ragioni che spingevano e spingono la mia Compagna. E che quella “riprovazione”, quella sì, mi sembra un tentativo, assieme a tanti e troppi distinguo, di manipolazione. Ma forse seno stati proprio i commenti negativi che i giorni seguenti hanno percorso giornali e televisione a mostrare quanto fosse giusto e coraggioso scegliere la Piazza. Mostrare la faccia. Non ho niente contro chi ha ritenuto inutile andarci ma qualcosa contro chi continua, in vari modi, a sostenere che non ci si doveva andare. Il sabato precedente avevo avuto la prova di chi era l’intollerante mentre raccoglievo le firme per “invitare” il nostro premier ad andarsene. Mi è stato gridato che dovevo vergognarmi. Credo di non essere io ad avere qualcosa di cui vergognarmi. Ma questo è un altro argomento. Quello del post resta… W LE DONNE, e ancor più quelle donne.
Le passanti
Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

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poesiaVolutamente, per la sezione poesia, passata la giornata della donna, convinto che dovrebbe durare tutto l’anno, posto questo testo di Fabrizio. Volutamente lo faccio anche perché i testi di Fabrizio li considero poesie a tutto tondo e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Lo faccio non sono per riconoscenza alla sensibilità poetica di Fabrizio, ma, anche, per dimostrare e dimostrarmi come sia, probabilmente, l’unico autore di cui i versi mantengono lo stesso valore anche se spogliati dal loro abito musicale. Lo faccio perché amo Fabrizio, e, perché, nel bene e nel male, le sue canzoni sono state ottime compagne di viaggio nella mia vita.
Lo faccio infine per ringraziare Marino per le emozioni che mi ha dato con il suo concerto (infondo sono un vecchio rimbambito romantico).

Fabrizio De Andrè: Le passanti

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

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