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Posts Tagged ‘legge’

Piccoli gialli italiani13. Mi ha invitato da lei. Per la prima volta. La bacio sulla porta. Mi guardo intorno, è tutto nuovo, per me. È un monolocale, ma è carino. Davanti c’è una porta socchiusa che è certamente quella di un piccolo bagno. A destra c’è una scala che porta sopra a un soppalco colmo di grosse scatole colorate. Sempre a destra un vecchio armadio e una strana spalliera dove sono appesi degli. Sempre a sinistra c’è un lettino invadente e un po’ insolente ancora sfatto. Accostato al muro. A una piazza. Vicino una specie di cassetta a mo’ di comodino, con un libro aperto sopra, un posacenere e una piccola lampada. Una seduta tipo Wassily-Marcel-Breuer, credo, ma solo tipo. L’illuminazione consiste in una serie di lampade e faretti a terra o sospesi.
Lei è palesemente imbarazzata. Confusa. Non sa cosa fare e come mettermi a mio agio. “Ti serve il bagno”? Mi siedo in punta della sponda del letto. “No! Grazie”. Non voglio allontanarmi. Aspetto che mi venga vicino per baciarla. Aspetto soltanto. Poi si preoccupa se ho preso il caffè: “Sei proprio sicuro di aver fatto una buona colazione”? Di come ho trascorso la notte. Di che libro sto leggendo. Non oso dirle che sto provando a giocare a uno di quei sparatutto. Non mi hanno mai appassionato i videogame, e non ci so fare. Semplicemente l’ho trovato in rete. Semplicemente mi sembrava presto per andare a letto. Cercavo una scusa che non ho trovato. Dondola sulle ginocchia. Finché si stanca di aspettare. Lei mi raggiunge. Non mi stancherei mai.
Ci blocchiamo all’improvviso perché mi suona il cellulare. Mi chiama Beatrice. “Ci hai pensato? Forse possiamo rivederci”. Ancora una volta ha sbagliato momento. “Magari. In questi giorni avrei da fare”. Breve pausa. “Non sarai mica arrabbiato. Guarda che è stato un bene. Credo di aver capito tante cose. Non è che sei arrabbiato? Ma… Non ti sarai mica messo con quella. Con quella Matilde”? Faccio quello stupito: “Cosa c’entra lei”? Lei è là, Matilde, che ascolta. Che non può non sentire anche se volesse. Ride in silenzio. Ritrovo quella mia Bice moralista: “Lei è una che non ci pensa due volte. Sarebbe una scelta terribile. È una tappa. Una vera nana”. Cerco di essere convincente.
La situazione farebbe venire da ridere anche a me: “Siamo solo amici. E poi Matilde è la ragazza di Baldo. Che c’entra? Come ti è venuta in testa”. “Di lui e di altri”. Matilde si stringe nel nostro abbraccio. Ridacchia e mi sfiora, impertinente. Si rannicchia tutta addosso a me. L’altra, Beatrice, è colta da un sospetto improvviso: “Sei con lei”? Sono inorridito. Certo che certe balle non sono mai così complicate da dire: “Perché dovrei”? Sono con le due donne della mia vita. Beatrice è la donna da sposare, per chi crede ancora al matrimonio. Tilde è quella da scopare, almeno è quello che sembra. Ci ho pensato, ho solo toccato: “Non è da te. Sei diventata gelosa? Ti ripeto che è solo la ragazza di Baldo”. Non so se l’ho convinta. “Beh! Allora… sto tranquilla. Magari ci sentiamo più avanti”. “Buona idea”.
Dovevo aspettarmi commento di Tilde: “Solo amici, eh?”… Cerco di rabbonirla, scusarmi e ruffianarmi: “Tesoro… Non mi… Non era il caso”… Ride del mio imbarazzo: “Hai fatto bene”. La magia però si è volatilizzata. Lo leggo da come lei si irrigidisce e si scosta. Ha bisogno di andare al bagno. È come se cercasse di soffocare un singhiozzo in gola. Fuori è una giornata di sole. La luce allaga la stanza in modo invadente. Prendo il libro in mano. È Ubu re. Non ci va giù leggera. Continuo a preferire un bel album di fumetti, o Ken Follett, nella vita Kenneth Martin. Continuo a parlare del grande niente, e lo faccio a voce alta per farmi sentire.
Torna con un’aria indispettita. Forse resoluta. Forse solo caparbia. Si siede vicino a me. Non abbastanza vicino. Mi guarda come se volesse insultarmi. Mi sorge il dubbio di dovermi scusare. Non so perché. “Ora… ti faccio vedere io solo amici”. Si tortura le dita. Tortura la maglietta. La stropiccia sul fondo. Si sistema i capelli. Il suo alito sa di menta e di dentifricio. Fa un sospiro di sufficienza. Si alza. Alza le spalle. Mi fissa e poi distoglie lo sguardo. “Ho deciso. Facciamolo”. Accende una candela profumata. Si sfila la maglietta. Mi metto comodo, per quanto posso, per godermi lo spettacolino.
Forse stavolta è… è la volta buona… che mi lascia guardare. Che me le fa vedere… Per bene. Le devo ancora toccare. Sono certo che ne abbia avuto voglia anche lei. Il reggiseno è bello pieno come sempre. E come sempre le contiene a fatica. È minuscolo. Le copre appena quei minuscoli indici che mi puntano. Solo che… non lo slaccia. Aspetta. Non si ferma che per un attimo. Fa lo stesso con quei maledetti jeans. Ho pensato che li avesse messi per dispetto. E precauzione.
Sono stupito. Senza respiro. Io la desidero già più che subito. Più che tanto. Mi fido di lei. Finalmente li abbassa e li scalcia lontano, nonostante che quelli cerchino di impicciarla e intralciarla. Si ferma un altro attimo. Si è pentita? È indecisa? Vuole che la guardi così? Ci sta ripensando? Dovrei dirle qualcosa? Non ho parole. Temo solo di soffocare. Gli slip, anzi il leggero tanga, ha delle tenui trasparenze. C’è un’ombra impudica in quella sua residua pudicizia. Si slaccia il reggiseno dietro la schiena e lo lascia cadere sul pavimento. Forse sto sognando. Esplodono all’aria che credo di sentire il rumore. Nude sembrano ancora di più. Danno una sensazione diversa e di appagamento. Per piacere stai ferma e lascia che mi ingozzi la vista di questa meraviglia.
Una donna nuda non è più solo una donna, è un intero universo misterioso tutto da scoprire. “Fanni posto, sbrigati”. Mi alzo dal letto. Lei ride con un suono isterico e imbarazzato. Si stende. “Vieni qui, stupido. Voglio che me le togli tu”. Ecco cosa voleva dire. L’abbraccio e sento tutta la sua nudità contro di me. Lei sente il mio entusiasmo e, ancora una volta, ride piano, in modo isterico e imbarazzato. “Perdonami ma… Non sapevo decidermi”… Voglio indagare solo nel delitto commesso da chi non ha saputo amarla. Le abbasso le mutandine e gliele sfilo. Cerca, per quanto le è possibile, di agevolare i miei movimenti. Ha ancora qualche remora. Mi sussurra solo all’orecchio: “Cerca di essere gentile. Per me… Per me… È la prima volta. Scusa”. E affoga le sue parole in un altro bacio. Mi scuso anch’io.
Al vostro Nardo Carafa, aspirante grande reporter di cronaca, possibilmente nera, non resta che scrivere un lungo articolo sulla morte di Cesare. Proprio Giulio Cesare. Lo so che è un episodio un po’ datato. Lo so che non interessa nessuno. Male. È sufficientemente cruento. C’è il delitto, la vittima e i colpevoli. «Io vengo per seppellire Cesare, non per elogiarlo. Il male che gli uomini compiono vive dopo di loro; il bene è spesso interrato con le loro ossa. Quindi lasciate che sia così per Cesare. Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. Se così era, era una colpa grave. E gravemente Cesare le ha risposto. Qui sotto il permesso di Bruto e dei rimanenti (poiché Bruto è un uomo d’onore, e così tutti gli altri, tutti uomini d’onore), io vengo a parlare al funerale di Cesare. (Cesare. Atto III, Scena II)» Come in ogni buon giallo che si rispetti. Come in quelli di Agatha Christie.
Odio l’ignoranza, soprattutto la mia. Che quelli credono che Brecht sia il cognome di Galileo e quel Giulio Casare, di cui non si sa il nome di famiglia, sia ancor in vacanza. nella costa bretone. «I paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta. La morte è conclusione necessaria: verrà quando vorrà. (Cesare: atto II, scena II)» Almeno gli studenti di storia dovrebbero interessarsi alla storia. Alle date. Mettendo ordine. La guerra di Troia, 1250 a.C. o tra il 1194 a.C. e il 1184 a.C.; allora non c’era nessuna certezza. La scoperta dell’America, 1492. La Rivoluzione d’ottobre, 1917. Il maggio francese, 1968; questa è facile. Lo scioglimento dei Beatles, 1970, nonno ci fece una vera malattia. Lo stesso della morte dei grandi del rock. Anno particolarmente funesto. Il giorno della morte di Luigi Tenco, Sanremo, 27 gennaio 1967. Il giorno del giudizio, a futura memoria. Non molto, ma le cose che so le so. Magari confuse.
Matilde mi fa i complimenti per il pezzo. Dice che, pure se con un linguaggio fin troppo elementare, potrebbe essere utile anche per una tesina. Mi corregge solo sulla Rivoluzione russa: febbraio 1917 del calendario giuliano. Cavolo, col cirillico nemmeno i mesi sono gli stessi. Merda.
Ci sono momenti in cui bisogna saper tacere. Singhiozzare piacere e stupore al silenzio. L’unico mistero che m’interessa in questo momento è il mistero dei suoi occhi. Lascio le indagini a chi le dovrebbe fare per dovere. Non me ne frega un cazzo di tutti i crimini di questa città.

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07_21Sono stata cattiva. È colpa mia. Perché non ho ascoltato la mamma? Perché sono grande. So le cose. Ma lui è molto più grande, un gigante. Quando appare sono piccolina. Tanto piccola. Sono una stupida. Non è vero che sono grande. Perché ho ancora paura. Ho guardato sotto il letto, non c’era. Ho spento la luce, poi l’ho riaccesa, ed ero sempre sola. Ho tolto il cappotto dall’attaccapanni, ed è sparita quella stupida maledetta ombra.
Non è vero che è meglio con la porta chiusa. Lui deve aprirla quella porta. È solo un’ombra. Un’ombra nera. Io mi sveglio ma sto ancora sognando. Lo stesso incubo. Cerca di svegliarmi. Il brutto sogno è davanti al letto. Io grido ma mamma non sente. Io grido e il grido mi si soffoca in gola. Ho imparato a piangere in silenzio. Cerco di scappare, non sono abbastanza svelta. Cerco di dibattermi, non sono abbastanza forte. Lei mi aveva avvertito. Perché ora non mi crede? Lo so che è un segreto, ma alla mamma… Lei mi vede triste. Un po’ ho detto e un po’ m’è rimasto nella pancia. Mi ha detto che invento le cose. Che leggo troppo.
Avevo scordato: l’uomo nero può venire di notte, ma anche di giorno. E di giorno assomiglia a papà Giordano che sembra proprio lui. Però anche lui mi dice che sono la sua piccola bambolina. E mi dice che sono una bambina golosa. Sono stata stupida. Non dovrei raccontare le bugie. Ma non si possono dire i segreti. Non è vero? E non ti crede nessuno. Per i grandi sono solo una bambina sciocca. Ho troppa fantasia. Confondo i sogni con la realtà. Ma non ci credono nemmeno gli altri bambini. Mi prendono in giro. Ridono e dicono che sono pisciasotto. Che allora non ci giocano più con me. E io piango. E allora dico che va bene e non è vero. Non sono sogni. Il male è male vero. E non sono una pisciasotto. Io non dico le bugie.
Gocciola una cosa appiccicosa, è come marmellata, come un gelato al sole. Lascia piccole pozze. Io le vedo e quando c’è mamma quelle non ci sono. Cacca. O almeno lei non le vede. Eppure sono lì. Come se fossero vere. Ma quando c’è mamma quell’uomo non viene. E quando grido tremano le cose. E mi dice che le parole. Mi sculaccia. Mi mette nell’angolo. Mi sgrida perché le bambine alla mia età non la fanno più. E io invece ho ricominciato a bagnare il letto. Mi dice che non capisce. Che devo pulire io quello che sporco, perché non ha i soldi per portarmi dal dottore. Ma io non sono malata. Non ho la febbre. Ho solo paura quando sono sola. Quando viene il gigante.
La prima volta mi ha portato le caramelle. Non dovevo accettare. Ma non era come gli altri. Mi sembrava di conoscerlo. Di conoscerlo prima, non dopo. Le ho prese, quelle caramelle. Ho sbagliato, credevo di potermi fidare. Non era ancora diventato l’uomo nero. E l’avevo sempre chiamato come si chiamava, ma prima. Io credo che lui abbia la maschera. Che vuole che io creda che non è lui. Anche la mamma dice il suo nome. Lei però non sa. E quando lo dice già mi prende la paura. E tremo. E le devo dire che è per il freddo. Lei si preoccupa sempre che sia febbre. Non vorrei dirle le bugie, ma non posso dirle. Lui, l’altro, con lei è buono.
Con me è cattivo. E mi fa male. Anche le sue parole sono cattive. Anche quando ha la voce dolce le parole sono cattive. La voce è cattiva. Non mi piace. E puzza di fumo. Ma poche volte ha la voce dolce, le parole gli tuonano in gola. Lo so che non posso dire il suo nome. Se lo dico lui appare. E mi fa ancora più tanto male. Forse anche mi ammazza. Ma io non voglio che torni. Invece lui viene. Viene quando mamma non c’è. O quando mamma è in cucina. O sta facendo le faccende. Lui viene quando vuole. Quando sono in cameretta. Quando sono fuori, e mi porta in cameretta o nel granaio. Anche se sto giocando. È tanto forte. Non posso scappare. E le gambe non mi portano lontano. Sono come il legno, le gambe.
Mi dice ciao e gocciola. Gli gocciola anche la bocca. So che mi farà ancora sempre male. Mi viene da gridare ma non ho voce in gola. Vorrei dire Vattene; non ci riesco. Mi ruba le parole. E poi tutto diventa nero. Mi dice che devo fare la brava. Che sono una donna. Io non sono una donna. Sono solo una bambina, piccola. E mi fa tanto male.

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Piccoli gialli italiani12. Suona e vibra il cellulare. È Tilde. Ci metto un po’ a riconoscerla e capire. Guardo l’orologio. “Ciao sono io”. “Ho sentito che sei tu”. “Ciao”. Cazzo, sono appena quasi le dieci. “Hai voglia che vengo fino a là”? “No… cioè sì… ma ora no. Non ho chiamato per quello”. Cazzo vuole a quest’ora? “Ti ricordi della nostra prima volta”? “Che vuoi dire”? “Quando ci siamo dati il primo bacio e ho dovuto chiedertelo”? “Certo che ricordo”. “Quando te l’ho… sì… insomma… La prima volta”. “Certo che ricordo, Matilde”. Non avevo bisogno di tutti i particolari. “Ti ricordi dove ti avevo portato”? Era partita seria. È chiaro che a questo punto le viene da ridere. Che ha voglia di prendermi per il culo. È chiaro che non ha chiamato per questo, e che gli è già passata subito la voglia di farlo. “Ricordo tutto, Matilde”? “Ti ricordi dov’eravamo seduti”? “Certo, vuoi dirmi cosa c’è”? “Non ti incazzare. Abbi pazienza. Guarda che metto giù. Non sei tu quello che vuole fare il giornalista? È che sono una stupida. Per me io mi farei i cazzi miei. Se mi ci fai pensare… Se mi fai pentire… ti dico solo: vieni. Corri subito qui. Che ho voglia di… pensare con te. Ma non darti troppe arie. Non è niente di”… Mentre ride la interrompo irritato: “Vuoi dirmi perché hai chiamato”?
Sono sveglio completamente. Presente. “Scusa. Non lo penso, veramente. Mi andava di scherzare. È una cosa importante. Dando le spalle al portone esci dalla corte. Giri a destra e poi a destra e poi ancora a destra. Sei abbastanza sveglio? Credi di aver capito”? “Certo che ho capito. E allora”? “C’è una riva. La vedi subito. Ma vedrai prima il capannello di gente intorno. Non puoi sbagliare. Ma… mettiti qualcosa addosso prima di uscire”. “Cosa è successo”? “Sembra, ma è sicuro, che hanno trovato un corpo che galleggiava sul canale. Risputato dall’acqua”. “Morto”? “Come dici che sia? Non stava certo nuotando. Non ti avrei chiamato per uno, magari pazzo o ubriaco, che fa il bagno di notte”. “Ci vado subito”. “Sappimi dire”.
Ci sono tutti: «dal commissario al sagrestano». Naturalmente con l’appuntato Buonadonna in prima fila, ritto come un chiodo. Sono cose che non succedono da noi. Che non dovrebbero succedere. È questa la sorpresa. È questa la novità. “Sta arrivando la mafia anche da noi”? È naturale che non lo penso affatto. Quelli sono già arrivati da un pezzo. Non amano fare troppo rumore. E non gli avrebbero permesso di fare il bagno senza un paio di scarponi di cemento ai piedi. Che l’acqua non è nemmeno abbastanza alta. Si sarebbero spinti più al largo. Voglio solo provocarlo e vedere cosa dice. Dice solo quello che mi posso aspettare da uno come lui: “Sembra”.
Nel giro di poche ore ne trovano un altro, di corpo. Tale Ottaviano Li Castri. Uno dell’ambiente, ma non è un delitto di mafia, questo è certo. Le solite voci informate, ma in questo caso molto meno loquaci, spiegano che è un delitto d’onore. La vittima ha ucciso e buttato in acqua il presunto amante della presunta moglie. Una giovane donna di bell’aspetto, quella del Li Castri, belloccia, di una bellezza piuttosto evidente. Molto dipinta. Spesso notata nei negozi del centro. Con un passato un po’ complicato. È certo che era stata in gioventù prima un’aspirante attrice, poi un’affermata battona. Gli uomini d’onore non hanno perdonato, allo stesso Li Castri, l’errore. E il troppo baccano. L’hanno consegnato come un pacchetto per la polizia.
Finalmente: «Cari amici. Non c’è di che preoccuparsi. Siamo in buone mani. E navighiamo in buone acque. Le stesse acque che ci hanno restituito il corpo di Sante Giovinazzi, noto donnaiolo. Il quale pare aver tratto diletto dalla donna sbagliata. Il marito della stessa, Ottaviano Li Castri, è stato già rintracciato dalla polizia, un poco morto. La donna affranta non sa chi piangere per primo dei due. L’autore di queste poche misere righe non ha mai detto che il Li Castri sia uomo in odore di mafia. Sospettato di essere nel giro della droga.
Lo stesso autore del presente articolo si guarderebbe bene dall’affermare, in mancanza di prove certe, che giustizia è stata fatta dagli stessi uomini d’onore. Non s’erano mai visti atti simili nella nostra città, e speriamo non si ripetano. La legge ha vinto, grazie alle nostre amatissime e efficientissime forze dell’ordine. L’indagine è chiusa. È risultato che i due non possono che essersi uccisi reciprocamente. Pur a distanza di qualche ora e di quasi un chilometri. Il primo vittima da arma da taglio. Il secondo con un colpo di pistola alla nuca. I nostri cittadini, come dice il questore, possono tornare a dormire sonni tranquilli. Il vostro attento Bernardo Carafa».
P.S. Sul mio scoop è piovuta una vera tempesta di like. E un paio di telefonate, più che altro prive di parole. Solo in un paio sono stato chiamato “Coglione!” e “Stupido coglione!” e in un altro invitato a starmi attento e guardarmi le spalle.

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Piccoli gialli italiani11. Per studiare cerco di farlo. Ci metto impegno. Ostinazione. Mi distraggo continuamente. Sono nel mezzo di un’indagine. Quella su un cinesino italiano. È ancora un vero mistero. Quello ha persino cambiato il nome. Ma è solo un delitto letterario. Il solito mistero della porta chiusa. Ma il racconto racconta che non siamo in un romanzo. Anche questo è un solito. Il primo assassino è sempre lo scrittore. Certo ce ne sarebbero di cose da dire e non dire sulla manodopera in nero. Sulla schiavitù e le nuove schiavitù. Su questa nuova economia. Sugli sbandati e sui disperati. Ma c’è tempo per ogni cosa. E poi qui quella miseria non c’è o è nascosta. Sembrano problemi degli altri. Qui ci sono solo le luci delle vetrine. È tutto un grande emporio. Un varietà. Siamo tutti in mostra.
Bart mi chiede se possiamo vederci. Non ho niente di meglio da fare. Esco. In verità scopro che era solo perché nemmeno lui aveva nulla di meglio da fare. Il mio, di cinesino, fa la pizza. A due passi da casa mia. Non ho niente di cui lagnarmi. Preferirei però che me la facesse un napoletano. Ma forse solo perché a Napoli i pomodori prendono più sole. Hanno tutto un altro gusto. Un altro, di cinese, poco più avanti vende tutto a un euro. E una fa la barista, e piccola ristorazione. Bartolomeo ama meno questa invasione gialla. Dice che non se ne può più. Che si stanno comprando tutto.
Mi saluta Serenella Viviani, con un sorriso luminoso. Saluta proprio me. Fa per fermarsi. Ci pensa e decide di proseguire. Bart la conosce meglio. È anche piuttosto carina. Da quando ho cominciato a cercare di trasformare il mio io in un narratore della cronaca, preferibilmente di nera, la mia vita sentimentale è cambiata. I miei rapporti con gli altri, e con le donne, sono mutati. Mi sorridono e mi salutano più volentieri, più rapidamente, le ragazze. Forse investendo nel futuro, o credendo sia già arrivato. Forse accetterebbero anche un invito, anche banale. Non mi ci provo a provarci. Da quando ho cominciato a prendere il posto di Baldassarre tutto mi sembra mi venga reso più facile. Non che mi chiedano un autografo, questo proprio no.
E l’ho preso quel posto, il posto di Baldo, anche tra le braccia di Matilde. Un po’ ne sono orgoglioso, e un po’ non ne vado fiero. Mi sento un po’ vigliacco. Come di aver tradito un amico. Ma non eravamo veramente molto amici. Non l’ho fatto di proposito. Ci sono stato quasi costretto. Sono caduto tra le sue braccia. Nelle sue mani. E forse il loro era già un amore finito. Mi giro a guardarla, mentre si allontana, quella Viviani, dopo il suo affascinante “Ciao”! Se ne va e sente i miei occhi addosso. Mostra di esserne fiera. Cerca un ultimo tentativo di affascinarmi. Bart sorride. Capisce a modo suo il mio interesse. Conoscendolo posso immaginare che già si sta creando delle storie in testa. Vivo nei panni di un altro. I miei occhi servono per farle sentire belle. Belle è importanti.
Saluto la mia cinesina del bar, anche se non sono mai riuscito a farmi fare un caffelatte. O un caffè, o un latte. Non ci sono vie di mezzo. Non riesce a mettere le due parole in uno stesso bicchiere. Ho provato varie volte a spiegarmi. Alla fine ho sempre finito per prendere un cappuccino. Non è la stessa cosa. Lo so. Ma mi sta simpatica, e ha un sorriso… orientale. Accattivante. E poi, in termini pratici, almeno le brioches sono buone. Non è colpa di nessuno se questo mondo è così. Cioè non è colpa mia né sua, e nemmeno di Bart. Certo che qualcuno ne ha colpa, ma vai a sapere chi? Gli altri sono vittime. E interpreti in questa guerra tra poveri. Di guerre di straccioni la storia ne è piena. Credi di essere andato avanti e ti ritrovi spinto indietro. Ma Bart, il caffè, preferisce berlo al bar successivo.
Un delitto sarebbe anche stato commesso. Ci sarebbe quella nuova versione… di quella vecchia canzone… di quel cantante… un vero crimine. È salita in cima alle classifiche. I tempi stanno proprio cambiando. E non saprei da dove iniziare ad informarmi. A principiare le indagini. Non so nemmeno se ci sia una legge per tutelare il bello, l’originale, la prima versione delle cose e del mondo. Eppure legiferano su tutto e per tutto. E io ascolto di rado la radio. Lo stesso Bart dice che, io, di musica non ne capisco un cazzo. Però le orecchie, quelle, ce l’ho.
Poi, senza darci peso, dice qualcosa che non so e che richiama la mia attenzione. La dice dentro la tazzina che quasi non lo sento. Dice che nell’appartamento accanto al suo, che poi sarebbe quello sopra, ieri sera ha sentito dei rumori. I soliti rumori. Un bisticcio, ma violento. Mi è capitato di sentirli anch’io. Una volta che mi ero fermato da lui per una partita. Ho presente chi sono. Sono quasi certo che siano venuti alle mani. Cioè che quell’uomo le abbia alzate sulla moglie. L’abbia menata. Lui rincasa la sera ubriaco e si diverte così. Qualche volta non gli serve nemmeno la scusa dell’alcool. E quando lo fa solitamente lo fa di brutto. Di drammi domestici si parla fin troppo poco.
Il peggio succede sempre tra le mura di casa. Tra famigliari. Caino con Abele, Bruto con Cesare, Otello con Desdemona, Salomè e Giovanni il Battista, appunto, Erika e Omar, il delitto Casati, eccetera. Vorrei lanciare una campagna in difesa della donna. In solidarietà con le vittime. Solo che ce n’è già in atto una. Arrivo spesso dopo. Intanto comincio a pensare come parlarne. Come almeno iniziare. Cerco le parole. Lui continua parlando d’altro. Un colombo ci becchetta tra i piedi. Bart lo manda via. Il colombo torna e riprende a razzolare le briciole. Bart cerca di farlo con più decisione. Il piccione si allontana e va a ruspare sotto il tavolino del tizio che resta silenzioso nel suo angolo con la sua grappa. Da quando ho visto un gabbiano mangiarlo, un colombo, quegli animali mi famo tenerezza. Non è stata una vista piacevole. Ora mi sembrano vittime innocenti e predestinate.
Non stavo più ascoltando. Perso nei miei pensieri di donne e di colombi. Bart mi riscuote. Deve andare. Lo fa, naturalmente, senza preoccuparsi di pagare, nemmeno la sua consumazione. Non ha mai una lira dietro. Ma prima di uscire Bart mi dà un’altra lezione della sua filosofia spicciola. “Cos’è il crimine? Quello della piccola delinquenza? Siamo tutti criminali allora. Ci vorrebbe una definizione più chiara. Non è forse vero che tutti questi foresti ci rubano la tranquillità? Che lo stato vampiro ci succhia il sangue? Non è vero che mia sorella mi ha rubato in prestito il maglione nuovo? –prima di proseguire ci pensa un attimo– Non è forse vero che Matilde ti ha rubato l’anima? E che anche tu sei ladro nel momento che l’hai rubata a Baldo? Scusa! E che i ricchi rubano ai poveri? E che mi sto rubando il tuo tempo? E che ti sto massacrando le palle”? Dopo questa felice battuta esce di scena soddisfatto. Mi accorgo che dovrò passare al bancomat.
Nel fare per andare, con un bisbiglio, richiama la mia attenzione quell’avventore silenzioso con la sua grappa. Mi fa un cenno. Lo raggiungo. “Sei Bernardo Carafa”? Non lo posso negare. Anche se avrei una gran voglia di farlo. Vorrei tanto scoprire chi è il mio anonimo agente letterario. Certo che la mia è una città ben strana. Si sa tutto di tutti, prima degli stessi interessati. “Ho sentito quello che stavate dicendo”. Deve aver sentito anche quello che stavo pensando. Mi fa cenno di sedere. Controllo l’ora. “Ce l’ho io una cosa succosa per te”? L’alito sa di vinaccia. Si è preso tutta la mia diffidente attenzione. “Hai mai sentito parlare di quella catena di supermercati che vendono le rimanenze scadute agli ospedali e agli ospizi? Per l’economato risulta tutto in regola. E sono merci pagate a prezzo intero. Io so tutto. Potrei farti anche i nomi. E nomi importanti. Ti interessa? Ma acqua in bocca”. E fa cenno alla banconiera per il suo conto.
Non ho alcun dubbio che mi abbia detto tutto quello che voleva dirmi. E che abbia perso ogni altro interesse per il sottoscritto. Lui aspetta il conto. Non ha ancora deciso quando andarsene. Io rinuncio a prendere un altro caffè. Devo uscire. Lo saluto e lo ringrazio dell’informazione. Per interessarmi mi interessa. Potrebbe essere argomento per un’altra storia. Cerco di fermare la mia attenzione sul pezzo. Mi domando da che parte potrei cominciare. Sto ancora decidendo se scrivere qualcosa sulle donne. Cercando di non pensare a nessuna in particolare.
Sull’uso del loro corpo come merce. Nella pubblicità. Nelle copertine delle riviste. Facendogli fare l’occhiolino anche per vendere un succhiotto per neonati. Promettendole assieme ad una automobile, a una macchina per il caffè, a uno stronzo di detersivo, magari delicato. In un gioco a premi. Lusingandole con un profumo o un rossetto. Promettendogli mille euro se si fanno ingravidare, magari dal primo a caso. Decidendo per loro, anche per il loro diritto alla maternità. Ricattandole per un posto di lavoro. Per uno stronzo di trenta. Con una delle tante false promesse vane. Perché anche loro tolgono il lavoro agli uomini. Ché per certi lavori vanno bene perché hanno le mani più piccole, e le dita più sottili; ma solo per quelli. Col marchio di puttane impresso nelle loro carni. Perché hanno le gonne. Perché hanno le tette. Viva le donne.

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Mafalda la fattucchieraLei dice che lo devo fare. Io non so se lo voglio fare. Solo che… lo dice… Il tono della voce, quel sorriso negli occhi, suggeriscono mille promesse. Mi fanno già sognare. Sussurrano impudicizie.
Siamo al bar. È stata lei a chiamarmi. La cosa, naturalmente, mi ha colto di sorpresa. Dicendo che aveva bisogno di un piccolo favore. Che però era una questione di vita o di morte. Che non potevo dirle di no. Eravamo iscritti alla stessa facoltà. Qualche anno fa. Non mi si è mai filato. Poi più niente. Qualcuno la potrebbe anche sentire. Con lei… di occhi addosso ne abbiamo anche tanti. Era già allora la più carina.
Mi fa scorrere le unghie affilate sul petto, sopra la camicia: Sei così grande è grosso; così forte. Provo il lamento stridulo di un gesso sulla lavagna. È un graffio gelato. Intanto interpreta per la seconda volta quello sguardo che blandisce, anzi proprio instupidisce. Ne sono certo. E le sue parole sono un impasto di suoni tenui e ammalianti. Dannazione. È una questione di giustizia: Non devi mica… solo un po’ di male; in fondo se lo merita. Per insegnarli come ci si comporta. L’educazione. Nient’altro. Precipito. Lo so, datemi pure del coglione. Giustizia un cazzo. Finisce che finisco nelle rogne. Mi sento offeso. Furioso, ma contenuto: Ma che ti prende? Non sono mica un sicario a ore. Picchiatore a contratto. Lei sorride ancora, ma in modo che sembra una Maddalena pentita: È solo un piccolo favore. Nemmeno farai troppa fatica. Non te ne chiederò più. Lo giuro. Temo che per lei giustizia sia sinonimo di vendetta. Così come seduzione è sinonimo di persuasione. Favore un cazzo, ma quello che mi frega sono proprio quegli occhi azzurri e quell’aria da santarellina dannata e porca. Peccato non essere soli.
Ha ancora un po’ di tempo e io voglio sapere almeno perché? Mi racconta disperata le colpe di quello che dovrebbe interpretare inconsapevolmente il ruolo della vittima. È lo zio di un’amica. Cioè quasi uno zio. Uno pieno di dindi, ma proprio ingordo fin sopra i capelli. È il re delle televisioni. Ho dovuto sputare sangue per convincerla, l’amica. Sangue, sudore e lacrime. Alla fine mi ha fatto avere un appuntamento. Non ci crederai, è una vera carogna. Un falso traditore. Avevo già fatto il provino, davanti a un sacco di collaboratori. Avevo anche cantato e l’avevo fatto bene. Avevano voluto vedere le gambe. Ero veramente disinvolta. Lo hanno anche ammesso. Poi lui, lo stronzo, un vecchio orribile, mi ha invitata a cena. Una cena è solo una cena, Mafalda.
Mangiamo e intanto lui mi mangia con gli occhi. Un vero porco, ti dico. Le sue frasi sono sempre allusive. Contengono tutte un dopo. Nemmeno siamo soli quando mi invita nell’altra stanza. Magari lo hai già capito: era una camera da letto. A me? Una stanza che sembrava il regno della lussuria. A me? Mi aveva promesso un’apparizione. Lo so che è una piccola cosa, ma è sempre un inizio. Tutte hanno cominciato così. Anche le veline. Ma ormai ero lì. Mi vedevo già nello schermo. Ingozzare d’orgoglio mia mamma. Non potevo buttare la grande occasione. Senza che tu me lo debba chiedere: sì! ho cercato di essere carina. Solo un pochino, però. Per poi sentirmi dire, prima di essere invitata a tornarmene a casa, che mi faranno sapere. È stato come darmi una coltellata. Avrei fatto tutta quella fatica per nulla?
Lo seguo come un’ombra, per giorni. È un ometto piuttosto abitudinario. Mangia quasi sempre nello stesso posto. Un ristorante di gran lusso. Mentre io, per non perderlo d’occhi, salto il pasto. Non si muove mai da solo. Macchina chilometrica e blindata. Solitamente ha al seguito almeno l’autista e un paio di guardie del corpo. E uno stuolo di ragazzine scalpitanti. Non sarà per niente un compito facile. Mi sembra di essere in un film. Un poliziesco scritto male. Faccio la posta davanti a casa. Davanti alla sede delle sue emittenti. Insomma non potrei essere più assiduo nemmeno se fosse la donna dei miei sogni. A questo proposito se Mafalda non lo è si avvicina parecchio al modello. Capelli rossi, labbra rosse, unghie rosse, occhi azzurri, e tutto il resto. Se giri con lei diventi un figo anche tu. Mi basterebbe anche molto meno per giurarle eterno amore. Anche se solo che le parole Amore e Eterno non riuscirò a pronunciarle mai. Non certo dinanzi a lei.
Faccio la posta davanti alla villa. Con pazienza. Vedo entrare la ragazzina. La segu e scivolo dentro. Mi sembra di essere in un set; mai vista tanta ostentazione del lusso. Vanno in piscina. Lui comincia già a fare il depravato. Aspetto. Lei esce ormai con le tette di fuori. Piccoline ma sode. Aspetto. Chiede dove può darsi una sistemata. Ride. Lui la indirizza e già pregusta il dopo soddisfatto. Lo colgo in quel momento, solo e col costume abbassato. Fuori dall’acqua mentre allunga la mano per prendere l’accappatoio. Una vera e propria imboscata. Lo penso con lei, con la mia Mafalda, il vecchio porco pedofilo. Solo così mi monta la rabbia che non ho. Ci do di brutto, prima che possa chiedere aiuto. Poi me la svigno in tutta fretta. I giornali poi hanno scritto di una vile aggressione feroce. Naturalmente la sparano grossa. Anche quei quotidiani poi sono suoi. Ma se non gli ho assestato che qualche pugno e un paio di calci. In una quindicina giorni sarà già uscito.
È naturale pensassi alla ricompensa per il lavoro fatto. Ci vediamo allo stesso bar. In fondo sto a due passi. Nemmeno lo spazio di due chiacchiere. La birra l’ho già finita. Pagato ho pagato. Aspettato ho aspettato. Ho pazientato finché il suo silenzio non comincia a puzzare: Perché non saliamo da me? Lei: Scusami ma proprio non posso. Nemmeno un minimo di riconoscenza. È enorme l’ingratitudine umana. Non è difficile capire, anche dal tono sdegnoso e seccato, che per lei la storia è finita lì. Voglio dire, tra noi. Quella voce indifferente mi tratta come l’ultimo avanzo di una pessima cena. Come un rifiuto: Ma io avevo pensato… insomma… Mi era sembrato che tu… Lei: Non avrai pensato?… No! certo, assolutamente. Lei: Giuralo. Lo giuro. Tutta d’un fiato mi sputa la sua certezza in faccia: Non ci credo, comunque hai capito male. Sei come lui. Lo hai pensato. Pensare è già peccare. Non so per chi mi hai presa?
Non sono mai stato un sognatore professionista. Nemmeno troppo bravo con le parole. Più bravo ad ascoltare. Da sempre grande e grosso e minchione. Decisamente un robusto imbranato. Un vero credulone. Dovevo saperlo. Una ragazza così non mi si può filare proprio. È solo che si spera sempre nell’occasione. Lo fa anche l’ultimo. Almeno mentre le guardi, le fissi, sospiri e ti puoi divertire con i tuoi pensieri. In fondo sperare è gratis. Così imparo a fidarmi delle promesse degli occhi. Anche di quelli azzurri come i suoi. Mi sono lasciato solo usare. Sono certo di non sentirla né rivederla più. Il futuro dirà se mi sbaglio.
Il futuro arriva. Da un po’ di giorni mi sento seguito. Una sensazione forse stupida che mi da ansia. Credo di vedere continuamente la stessa macchina. Un’automobile nera che mi sembra la sua, quella di Mafalda. Sono certo di sbagliarmi. Mi metto ancora più in allarme quando cerco di attraversare e la solita macchina accelera anche se è rosso. Mi sono salvato per un pelo zompando indietro sul marciapiede. Solo che per quanto uno possa stare attento non si può stare in tiro sempre. Arriva il momento che sei distratto. Che hai altro per la capa. È così per tutti, e così è stato anche per me. Mi ha sorpreso con la guardia abbassata. Non ho subito danni più gravi solo perché sono allenato e svelto di riflessi.
La chiamo. Sono steso sul divano. Pieno di dolori. Mi sembra ancora inverosimile. Solo che nella mia testa il dubbio orami si è fatto certezza. Mi risponde dopo sette squilli. Dice che era sotto la doccia. Glielo spiffero subito papale papale. Lei prima finge di non capire. Poi cerca di bofonchiare per non darmi una risposta. Poi cerca di fare la gnorri e l’offesa. Mi chiede se sono pazzo. Cosa vado a pensare. Non ho più voglia di girarci intorno. Le dico con rabbia che ho riconosciuto l’auto: Era proprio la tua macchina. Ne sono certo. La targa la conosco. E alla guida c’era quel tuo amico, come si chiama? Marcello, sbaglio? L’ho visto in faccia. Certo che uno così deve essere dietro a un volante per poter provare a picchiarmi. E ugualmente sarebbe fatica sprecata. Mi basterebbe almeno sapere perché?
Forse alla fine di quel nostro secondo incontro al bar non dovevo confessarle che un poco ci avevo sperato. Mi aveva riso in faccia; davanti al caffè. È questo il prezzo della mia innocente confessione. Certo che l’uomo che ama è sempre anche un poco idiota. Me lo dice come si racconta la cosa più banale. Del gatto che ha sporcato il tappeto. Si scusa ma la sua è la voce del menefreghismo: È stato uno stupido sbaglio. Certo un poco te lo sei meritato, ma… Marcello è così impaziente. Non volevo che succedesse, non adesso. Senza, come dire? che tu capissi il senso della colpa. Avevo già pensato di invitarti a cena. Stasera. Per darti modo di meritarti la punizione. Perché tu imparassi cos’è il peccato. Avevo già messo le patate in forno quando ho saputo. Dalla telefonata. Mi spiace. Dovrei farmi perdonare. Se non telefonavi… ti credevo all’ospedale. Non ci si può mai fidare di quello che dice. Dovrei fargliela pagare. Ma io non sono come pensi. Toglietelo dalla testa.
Non so come pensa che penso che sia, e onestamente non me ne frega un fico secco. Sono grande e grosso ma non minchione. Ho registrato tutto: Potrei denunciarlo. E denunciare anche te. Non è un ricatto. Nemmeno una minaccia. Vedila come vuoi. Comunque… Guarda che il cretino di quella mezza sega mi ha rotto solo un braccio. Per il resto sono intatto. Trova un paio d’ore di tempo. Sono qui steso sul divano e aspetto.

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Piccoli gialli italiani10. Vorrei non rispondere. Non lo posso fare. Mi chiama mamma. Mi rimprovera che è da parecchio che non mi sente. Ha ragione. Ho avuto altro da fare. Non so che altre scuse inventare. Ci devo proprio andare. Mi chiede come vanno gli studi. Mi limito a un “Bene!”. Mi sento un Giuda. Mi chiede di Beatrice. A lei Bice A chi non piace Beatrice? Lei piace a tutti. Soprattutto alle mamme. Mi vede già sistemato. Mettere finalmente, come dice lei, la testa a posto. Non posso fare altro, povera donna. Per farla contenta le regalo un altro laconico “Bene!”. Un messaggio di positività, anche se bugiardo, non si dovrebbe negare a nessuno. Temo che Matilde le piacerebbe meno. Ne sono quasi sicuro. E poi… con quelle sue gonnelline. Con le quali è meglio che non si chini.
Mi chiede, la mamma, se ho bisogno di altri soldi. Di quelli ne avrei sempre bisogno. Le dico di no. Mi ricorda di coprirmi. Vorrei ricordarle che è ancora agosto. Lo so che non cambierebbe niente. Ogni mamma e mamma. Mi ricorda di stare attento. Intanto mi suona un messaggino. È una buona scusa per tagliare corto con mamma: “Mi chiamano. Scusa”. Lei cerca e riesce a trattenermi ancora un poco. Ha imparato a riconoscere i suoni. Sa che posso richiamare io, dopo. Mamma non sa, e non le interesserebbe sapere, dei morti ammazzati. Forse servirebbe anche solo a preoccuparla. Era Bart che vuole rendersi utile. Hanno rubato una barca. Strano. Cose che non sono succedono, qui da noi. Una barca con il motore fuoribordo. Gli mando un OK.
È una bolla di sapone. Come il solito verrà ritrovata presto. I soliti ragazzini a cui è caduto in acqua il pallone. Prendono la prima barca, ma poi la riportano sempre. Sembrano succedere tutte oggi. Mi chiama Matilde. “Ciao amore”. Lei apostrofa tutti così, come amore. Anche quelli che vede per la primissima volta. Non me la posso prendere. Le viene naturale. E poi è un uso comune qui da noi. Anche tra maschi e tra femmine. Chiamare “amore” le persone è un semplice salutare. Mi voglio illudere che questo che mi regala abbia un significato più importante. “Ciao Ciccia!”. So che a lei non piace che la chiami con quel nomignolo affettuoso. Me ne ricordo sempre troppo tardi. Dopo averlo detto. Non ho il tempo di pentirmi. “Quando ci vediamo”? Ho una voglia matta di correre da lei. Dirle di no mi costa una fatica immane. Ormai non posso fare diversamente: “Ho promesso a mamma di portare il gatto dal veterinario”. Non possiamo che rimandare.
I nostri incontri sono sempre troppo frettolosi. Improvvisati negli angoli più strani. “Vuoi che vengo da te”? Lei ha la voce piena di amarezza: “Stasera no. Non è proprio possibile. Devo vedere uno. Fare una commissione. Passare allo sportello per un po’ di soldini. Magari non in questo ordine. Ho anche l’idraulico. Poi c’è una che mi aiuta per le pulizie. È una giornata un po’ così. Piena. Avrei avuto un po’ di tempo ora. Pazienza. Leggerò qualcosa. Vengo io. Ci vediamo al solito posto”. Devo rinunciare a vederla, veramente solo rimandare, per scorrazzare un maledetto gatto del cazzo con la diarrea. Sono un po’ seccato. E poi mi sarebbe piaciuto che mi presentasse finalmente la sua casa. Invece di trovarci ancora una volta per strada. A vagabondare in cerca di noi. Inoltre la stanza di Jago è occupata. Maledizione.
Come preventivato le forze di polizia si sono dispiegate nella ricerca del piccolo natante scomparso, aprendo una vera e propria indagine. Una serrata caccia all’uomo. Mentre la barchetta è già tornata al suo posto. Io non sono geloso, non lo sono mai stato. Sono però goloso degli occhi di Matilde. Quando lei sorride le si illuminano e spalancano. E quegli occhi sono luce vivida e iridescente. Sempre molto spontanei e amichevoli. Ma sembrano anche colmi di promesse e di lusinghe. Anche non pensate e non volute. Agli occhi degli altri. Hanno un linguaggio proprio, autonomo. Odio chi mi ruba i suoi sorrisi. Li vorrei solo per me. Tilde mi è mancata. Ma appena la vedo mi scordo di tutto. Non c’è un angolo abbastanza buio per noi. Abbastanza riservato.
Appena mi vede Matilde chiede: “Mi spieghi perché semplicemente non possiamo mai andare da te. Invece di così… Invece di andare a sbatterci per le strade come due straccioni. A chiederci un bacio e volerne altri cento”. Impossibile. Io sto con la Zia. Per un senso di libertà e di emancipazione. Per comodità. Per non mettermi in un pullman, o sopra un maledetto treno affollato ogni mattina. Con quel maledetto odore di sudore e di miseria. La Zia non si è mai sposata. È una brava donna, quella parente di papà. È sempre per casa a spolverare e lucidare. A sistemare i suoi centrini di merletti. I suoi vetri. Le sue cianfrusaglie. Non ci ho mai portato nessuno. Nemmeno un amico. Figuriamoci una ragazza. Anch’io cerco di starci il meno possibile. Forse avrei fatto meglio a stare con i miei.
E poi non mi andrebbe di ammettere che c’è anche un’altra donna. Mi viene da dirle: “Amore, vedi”… Poi capisco che quella parola è un po’ troppo impegnativa, per me, per noi. E la chiamo per nome: “Matilde, vedi… io sono ospite. Vedi… mica è casa mia. Non è possibile. Lei è sempre lì. Non esce mai. Sarebbe imbarazzante e”… La mia ragazza… Freno perché “Mia ragazza” mi dà un senso indigesto di possesso e di compiuto che non mi piace. Insomma… Matilde non mi chiede altro. Si rassegna. Non sa nulla de la Zia e si accontenta di quel vago e incompleto farfugliato tentativo di giustificazione. Stranamente nemmeno si insospettisce. Non chiede chi è quella Lei.
Prima che possiamo allontanarci in cerca di un rifugio improvvisato, di eclissarci, ci coglie in flagrante Ezio Delazzari, un amico della mia Matilde. “Ciao Tilde”. Lo vedo per la prima volta. È un geometra stropicciato che ha qualche anno più di noi, e la barba trascurata. “Ciao Tesoro”. Non amo troppa confidenza. Cerco di trascinarla via; non vuole essere scortese. Quello dev’essere uno che le situazioni non è bravo a coglierle al volo. “Come mai da queste parti”? Lei risponde che facevamo due passi e mi presenta. Sembra anche cortese. Non sa farsi gli affari suoi. Ci chiede se ci va un caffettino. Matilde non ha la crudeltà per dirgli di no. Si immergono in ricordi tutti loro. La cosa si è già protratta per le lunghe. Io smanio. Anche lei un poco, ma non lo fa vedere. Si accorge della mia impazienza e finalmente ci accomiatiamo. “Scusa. Dobbiamo proprio scappare. Sai com’è… È stato bello vederti. Magari ci sentiamo. Ti chiamo io. Saluta a casa”. Ce ne liberiamo.
Resta delusa quando le confesso che da Jago nisba. Ci rintaniamo in un angolo di un’osteria a parlare fitto fitto. Siamo tentati di affogare le nostre delusioni bevendo. Forse anche ne accenno ad una sbornia colossale. Ma ne dico tante per paura del silenzio e del dopo. Mi chiede del gatto, che poi è una gatta, sterilizzata. Pigra. Che occupa tutto il suo tempo e trascinarsi da un posto a un altro in cerca di quello più idoneo per dormicchiare. In verità è tanto per dire, lei non è veramente interessata, naturalmente. A me non ne frega di più. Quando iniziamo a ridere per niente cominciamo a sospettare che si stia avvicinando il momento di alzarci. Cerchiamo di resistere. Ognuno dei due lo vorrebbe allontanare. Ma siamo come due barchette di carta sballottate da una mareggiata di niente.
Come sempre, alla fine, è costretta a decidere lei. Usciamo di là senza sapere dove andare. Ti odio incertezza. Tremo a quello che lei potrebbe dire. E non abbiamo trovato un attimo per un bacio. Per un vero bacio. Le strade intanto stanno cominciando a svuotarsi. La gente si appresta a rientrare per cena. Non che me ne accorga. Se ne accorge lei: “Restiamo un altro po’”? Faccio un profondo sospiro di sollievo. Nessuno dei due ha voglia di salutarsi. “Certo. Volentieri. Speravo che”… Si guarda intorno: “Non hai appetito”? Vorrei dirle un sacco di cose. Vorrei spiegarle che quando sono con lei… Che non mi importa del resto del mondo… anche se non è del tutto vero. Che è duro svegliarsi dal sogno… Che sta bene com’è vestita stasera… Che i suoi occhi mi incantano, e che è l’approdo di tutti i miei sogni. Insomma qualcosa di ruffiano. Aggiungere di che cosa avrei fame. Che lei è il vero cibo degli dei. Le dico semplicemente di no. “Vieni con me. Un posto si trova. Forse so dove andare”.
Dopo un po’ che camminiamo mi accorgo che aveva una metà. O solo una speranza. Suona ad un campanello, ma non risponde nessuno: “È un’amica. Lei un piacere me l’avrebbe fatto. Peccato, mi spiace, dev’essere fuori”. E adesso dove andiamo? Lei ha fatto quello che poteva. Me ne sto mogio e muto. Intreccia le dita con le mie. Con un sorriso triste. Mi trascina dietro di lei, con una mano fragile. I ragazzi sono sempre dei nomadi, senza una metà che li aspetta. Ormai ci siamo allontanati dal centro centro. Cominciamo ad incrociare sempre meno curiosi, e sono sempre più frettolosi. C’è un vicolo buio che poi gira a sinistra in un altro vicolo, ancora più buio, che costeggia una riva. Senza nessuna certezza tranne la nostra speranza ci guardiamo e decidiamo all’unisono senza parlarci.
Questo giorno sembra non finire mai. La notte sembra non voler essere ancora, e mai, abbastanza notte. Finalmente. Mi trascina contro un portone. Finalmente. C’è un grande silenzio. Ce ne freghiamo del mondo. Siamo solo noi. Finalmente. Noi e una finestra illuminata al secondo piano. Noi e la luna, e un lampione. Non è che sia proprio intimità. Ma non abbiamo più tempo. Finalmente chiudiamo gli occhi e ci baciamo. In quel bacio c’è tutta l’impazienza di entrambi. E nel modo in cui la cerco e la tocco. Non aspetto che sia lei a chiedermelo. La mia mano trova il suo seno. Al primo contatto lei mi singhiozza in gola. Quasi interrompe il bacio.
Nel girovagare della mano, mi scosto appena e, per conoscere tutto di lei, trovo l’arditezza e la infilo sotto le mutandine. Con l’altra la stringo a me. Mi trattiene il braccio non troppo decisa. La mano non deve insistere molto, poi cede, arrendevole. La tocco curioso. È morbida. Mi sussurra all’orecchio “Stupido.”, ma si è arresa già a mi lascia cercare. Anzi mi accorgo che ritrae il ventre per lasciarmi fare con più comodità. Il tono della voce ha un tono strano, di imbarazzo. Ingoia delle risatine. Cerca di nascondere un tenue rossore. È abbastanza buio perché lo possa celare senza alcuna fatica. Poi, con un sussurro suadente di dice: “Imbranato”. Ha un attimo di esitazione, e poi di pentimento, e poi di tenerezza. Mi accarezza i capelli: “Il mio piccolo dolce imbranato”. Lei ama passarmi la mano tra i capelli. Non mi sono offeso, è la verità.
È come accarezzare il pelo di un gatto nel suo vero. Ma sono anche come i capelli ricci di un bambino di colore, morbidi e inalterabili. Serici. Banale. Un nido spettinato e insolente e sbarazzino di parentesi, che posso immaginare ramate, che si intrecciano tra le dita. Sono fin troppo curioso di lei. All’improvviso mi prende il polso e mi ferma. Le nostre labbra, e le bocche, si staccano. Scuote la testa e i suoi capelli rossi sventolano come onde morbide. “Forse è meglio che ci fermiamo”. Mi si è già fermato il respiro. Mi sento affogare nella delusione: “Perché”? La sua è una preghiera disperata. Almeno quanto la mia. “Perché sì. Non mi va. Non mi va qui. Non mi piace per strada. Siamo già andati oltre. Dovevo subito dirti di no, formarti, ma anche per me… Non ci sono riuscita. Non è facile… Ti prego… Cerca di capire… fermati”. È una supplica laica, la mia: “Matilde”… “Non è che non… Vorrei…. Anch’io… Ma non qui. Non così”. Sono già rassegnato. Ci diamo un ultimo bacio.
Ci allontaniamo entrambi chini e in silenzio. La accompagno per un po’. Poi mi dice che preferisce proseguire da sola. E pensare. Si allontana senza regalarmi il sapore delle sue labbra un’altra volta. Ho mille cose da dire e nessuna da scrivere. Potrei parlare della provvisorietà eterna di questa generazione. Me ne vado fischiettando immerso nel mio sogno. «Mio caro appuntato Buonadonna, come le avrei sicuramente detto anch’io, la barca era già tornata al suo posto. Inutile darsi tanto affanno. Mio caro appuntato Buonadonna, hai mai toccato il cielo con un dito? Io credo di no. Confidati con me. Puoi dirlo al tuo Bernardo Carafa».

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Piccoli gialli italiani9. Me ne starei lì, con le mie vaghe idee politiche. Con il mio confuso niente. Semplicemente a poltrire ancora un poco. A lusingarmi di quel vuoto pastoso. A frugare in cerca di qualche ricordo confuso. A inseguire un languore. Invece… Matilde telefona e subito mi sembra una cosa inusuale. Cerco di essere spiritoso. Al mattino non mi riesce così bene: “Cosa c’è. Hai voglia di… vedermi”? Lei non è troppo esigente, sulle battute. Sa ridere anche delle mie idiozie: “Anche, stupido. Quello… Non sei tu quello che vorrebbe far il giornalista, da grande”? Divento attento. Presente: “Sì. perché”? “Stavolta è una cosa grossa, C’è stato uno stupro”. “Dove? Uno stupro? Dove”? “In spiaggia”?
Sono ancora intento a cercare di svegliarmi. Dovevo immaginarlo che avrei sbagliato notte, anzi giorno: “Come l’hai saputo”? “Tirando le orecchie”. “Come”? “Ero andata con nonna, Aveva smarrito la borsetta. Lei continua a dire che gliel’hanno rubata. Ho sbagliato ufficio”. Cosa c’entra una nonna? “E allora”? “Abbi pazienza, stammi ad ascoltare. Allora dov’ero?… Sì! È stato un caso. Come ti dicevo, ero lì con questo, non ridere, ti prego, Chiappetta, Conosci”? “Mai… No! Non credo”. “Quando è entrato… mi sembra l’abbia chiamato Belladonna”… “Un tipo lungo e segaligno, tutto impettito. Con gli occhi gialli e… sembra gli esca la paglia dalle orecchie”. “Proprio lui, credo sia un suo superiore”… “Lo conosco. Buonadonna. Un vero figlio di buonadonna”. “Insomma, non mi interrompere… Era come se non ci fossi. Ero invisibile”. “Allora?”… “Quello… il figlio di mignotta, gli chiede se ci sono notizie dalla scientifica. Ti dico: come fossero soli. Poi gli chiede: chi è andato sul posto, e continuano a parlare tra loro. Dev’essere una ragazza giovane. In spiaggia”.
Mi sento un perfetto imbecille: “C’eravamo ieri”… Lei mi tratta da perfetto idiota: “Sì, ma per capire bisogna andare di notte”. Lo sapevo anche da solo. Da solo avevo troppa pigrizia per andarci. Con lei avevo troppi timori. Insomma… Avevo voglia di passare qualche ora con lei. Insomma… Non lo posso confessare, e poi lei lo sa già. Ci siamo andati perché mi andava: “Non potevo portarti di notte”. “Di giorno non è la stessa cosa”. Balbetto incerto su cosa dire e su come dirlo: “Non è un posto sicuro”. “Di cosa hai paura”? Ecco l’eroe ben nascosto in me: “Lo dicevo per te”. “Per me?… Sei un meraviglioso sciocco. Ora ci si può andare. Magari è divertente”. “Cos’è cambiato”? “Il giorno dopo… per un po’ di giorni, tutti se ne staranno tranquilli. Non c’è di che. Possono esserci solo un po’ di curiosi”. Non fa una piega.
E così, come fosse mattino, ce ne partiamo per una gita al mare, di sera. Con tutto il necessario dietro. E il borsone gonfio. Persino con i flaconi famiglia di creme. E le zeppe alte. E gli infradito in un sacchetto di nailon. E un paio di panini imprigionati nelle salviette. E un paio di bottiglie piccole di tè alla menta. Come se dovessimo nutrirci ancora di sole. Quel sole che non ho ancora cominciato a smaltire. Barcolliamo sulla spiaggia umida di quella spiaggia libera. Di notte è tutto diverso. Non fosse per la luna non si vedrebbe un accidente. Se ci avviciniamo all’acqua i cadaveri delle conchiglie ci torturano i pieni. E il nostro andare diventa ancora più buffo e saltellante.
Non facciamo a tempo a fare nemmeno tanta strada. Sputa all’improvviso un pula. Si avvicina marziale e ci punta la torcia in faccia. Sul momento mi prende un colpo. “Chi va là”? Stupido. “Noi”. “Noi chi”? “Noi”. “Che ci fate qui”? “Si voleva fare due passi”. Lei non passerebbe inosservata comunque. Solo che non ha una delle sue solite gonne troppo corte. Si è presentata con degli hot-pants minutissimi. Mozzafiato. E una canotta o top troppo aderente, con le spalline sottili, teso, gonfio, pieno di lei. Ho pensato l’avesse fatto per me. Niente lasciava prevedere… “Andate a fare le vostre porcherie da un’altra parte”. “Erano solo de passi”. “Fateli altrove. La zona è interdetta”. “Perché”? Bofonchia qualcosa sui soliti ricchioni. Poi rimane un attimo come interdetto. “Ordini superiori”. “Scusi”. “Fatemi vedere i documenti”. Eseguiamo. Per fortuna li avevamo dietro entrambi. Lui controlla accoratamente al lume della pila. Noi restiamo lì, immobili, il tempo che gli occorre. “Potete andare. Ma fate attenzione. Soprattutto lei, signorina. Una è appena… Ma lo sa sua?”… Porta la mano alla tesa a mo’ di saluto. Liquidandoci. Ci gira le spalle e si allontana; soddisfatto.
Sulla sabbia non è rimasto più nulla. Tranne una folla di orme, presumibilmente dei tecnici e dei curiosi. Ma nemmeno possiamo essere sicuri che sia quello il posto. Che non ci sia un po’ troppa approssimazione. Guardo la mia compagna, Tilde, e penso stupidamente che avrebbe argomenti per spillare a Belladonna qualche informazione i più. A anche, al momento, a quel milite. È la cosa più stupida che potessi pensare, ma sto per dirla. Per fortuna che all’ultimo resto con la bocca aperta e mi taccio. Per farmi perdonare me la bacio sotto quella luna puttana. E lei, con fare sbarazzino e divertito, mi sfiora, ma solo per un attimo. Ridacchia: “E questo cos’è”? Avrei voglia di rotolarmi su quella sabbia con lei, e magari di fare all’amore. Lì, sulla spiaggia. Ecco cos’è. Lei la pensa diversamente e me lo fa capire. Ne resto, naturalmente, deluso.
Non c’è più la vittima. Naturalmente. Non ci sono cadaveri. Non c’è nessun indizio. Nessuna prova. C’è sola sabbia bagnata e calpestata. Un pezzo di legno marcio. Una ciabatta dimenticata. Una bottiglia di birra conficcata al suolo. Un girello per capelli. Naturalmente la solita piantagione di preservativi usati. Un paio di siringe e parecchie cicche di erba. Poco lontano un moscone tirato a secco. Tutte cose non attinenti al nostro caso. Prive di valore. E il tempo che gocciola lento. Non è la voglia che ci manca. Cerchiamo di resistere, ma il sonno si avvicina a passi lenti e silenziosi. E lei sembra impaziente. Sa chi è la vittima sconosciuta. Non ha voglia di parlarne. È solo indignata.
Di passo in passo, tra un bacio e un bacio, e un sospiro, e un sorriso, occhieggiati dai riflessi della luna, ora in ombra per poi riapparire in un debole alone come magico, scavalcando una duna e scendendo da un’altra, ci siamo ormai allontanati abbastanza da quella che è stata quasi di sicuro la scena del crimine. I piedi continuano a sprofondare nella sabbia. Lei mi chiede se conosco la storia di quel posto. “Che vuoi dire”? “Qui ci vengono nudi”. “Cioè”? “È la spiaggia dei nudisti. La gente viene qui per mettersi nuda, e lascia a casa i suoi segreti nascosti”. “Non lo sapevo”. “Tu lo faresti”. Le rispondo in fretta: “No”. Ridacchia: “Guarda che non ci sarebbe niente di cui vergognarsi. Non hai nulla per cui imbarazzarti”. La mia risposta è stata troppo rapida. Non so se il suo è stato un complimento. So che vorrebbe prendersi gioco di me e dei miei disagi. Di certe cose non riesco nemmeno a parlarne. Lo so da solo che sono uno stupido: “E tu”? Ci pensa un attimo: “Nemmeno”. “Eppure hai tutto per essere orgogliosa”. “Stupido. È che non mi piace che gli altri mi guardino”. “E io?”… “Tu sei tu”. La voglia di lei non si arrende al primo rifiuto. Una ragione in più. “Non fare lo stupido. Ti ho detto che comincio ad esser stanca. E poi… qui… non mi”…
Mentre torniamo non riusciamo a resistere in quel mare di tenerezza, entrambi. Le metto un braccio al collo. La mia mano avanza lentamente in cerca di lei. Lei mi guarda e sorride compiaciuta e compiacente. Non ama mettersi in mostra. Ha sempre quella sua incantevole infantile spontanea riservatezza, ma è paziente. Sono le sue curve a farla notare. Un paio di tipi ci guardano. Se ne accorge. Sorride e alza le spalle in segno di resa e di noncuranza. Mi pende la mano e se la porta al petto. I due si fanno incuriositi. I suoi occhi mi chiedono se sono soddisfatto. Si mostrano soddisfatti.
La diverte giocare. Le abbasso una spallina. Forse non se lo aspettava. Spingo la stoffa, sposto la collana e le denudo un seno. Mi chino e lei mi lascia fare, un po’ impacciata e un poco divertita. I due strabuzzano gli occhi. Decidiamo entrambi, tacitamente, di non badarci. Per un po’ mi lascia succhiarle un capezzolo. Con fare protettivo, quasi materno, ora è lei a circondarmi le spalle con un braccio. Mi riempio la bocca della sua tetta quasi a soffocare. Vorrei, anzi, soffocare di lei. Ride e mi scosta. Mi rimprovera benevola: “Stupido”. Ha già rimesso rapidamente il seno nella maglietta.
Solo il giorno dopo è già un altro giorno. Non c’è niente da capire. Non c’è niente da scoprire. Se ne vantano. Le voci arrivano anche a me. “Era solo una smorfietta nera come la notte”. “Però era caruccia”. “Però ce stava. Te lo dico io che ce stava. Le piaceva”. “E adesso fa la santarellina”. “È puttana. E vestita come una puttana”. “Però era caruccia”. Uno è figlio del sindaco. Stando alle stesse voci, della moglie del sindaco. Un altro è figlio di una serie di alberghi, di lusso. I soliti idioti ignoti sono noti a tutti. Potrei fare l’elenco. Sono sempre loro. Un tipico caso Pound. Di quei quattro stronzi che seguono la moda, tra certi giovani indecisi sulla scelta, tra essere fascisti o essere nazisti. Pieni di tatuaggi e di muscoli gonfiati. Con la testa vuota e i capelli a palla di bigliardo.
Sempre loro. Tranne quelli che erano indisposti o impicciati in altro. E quelli che non hanno nemmeno il coraggio di mettersi in sei contro una. Una pista e via. I pulotti lasciano passare il tempo, finché non fa più la minima notizia. Il tempo e il silenzio guarisce tutte quelle malattie. Sanno fare bene quel lavoro: insabbiare. Certi che la gente se ne dimenticherà. Quelle brave persone che fin dall’inizio erano interessate pochino. Quelle del “In fondo se l’è cercata.” che nemmeno la conoscono. Quelle del: “Prima o dopo le doveva succedere”. Quelle del: “Se stava a casa sua…” senza darsi pena di accettare che è questa casa sua. Va bene a troppi che resti un crimine insoluto. A troppi ma non a tutti.
Il collettivo Mara Cagol e quelli del Centro I fratelli Bonnot indicono una manifestazione antifascista. Non si parla dello stupro, ma lo sanno tutti. Naturalmente il bravo questore la vieta subito. Naturalmente quelli si radunano ugualmente. Siamo in parecchi. La celere si schiera davanti all’uscita del piazzale. I manifestanti sono imbottigliati. Davanti i questurini schierati in assetto di guerra. Dietro le spalle la stazione ferroviaria. Basterebbe un cerino. A un robocop cade l’elmetto. Pare scoppiare la battaglia. C’è un attimo di panico, e cominciano le estenuanti trattative. Il gruppo arrivato in pullman da Brescia accende dei candelotti fumogeni che fanno un cazzo di fumo colorato di rosso. Cominciano le prime scaramucce. Gli sbirri rispondono lanciando i loro candelotti. Tutto come il solito. Tutto come previsto. Fanno a chi ce l’ha più duro. Le prime mazzate e manganellate. La compattezza del corteo vacilla, davanti alla prova di forza. Si alzano grida di incitamento. Intanto si mercanteggia.
Viene proposto un percorso alternativo. I manifestanti rifiutano. Parte dei manifestanti si staccano e fanno un sit-in sulle rotaie. Qualcuno si fa un cicchetto. Si bloccano tutti i treni. Un giornalista televisivo riprende tutto per un servizio che non andrà mai in onda. Mi chiedo se la telecamera sia accesa. Ho la sensazione che di Ijaba ormai non interessi più a nessuno, se mai è interessato. È ancora solo un pretesto. Io non la conoscevo per niente. Nemmeno mai incrociata. Me ne ha parlato Bart. E poi la mia Matilde. Era, cioè è. una ragazza carina, seria. Sempre secondo Bartolomeo era, cioè è, solare, ma che badava ai fatti propri. Una italiana di colore. Terza generazione. Con un sorriso radioso e sempre pronto. Non è ancora fuori pericolo. In quel letto di ospedale. Non sarà più la stessa. Viene proposto un secondo percorso alternativo. I manifestanti cedono e accettano. Li lascio sfilare. Ho perso interesse. Resta un po’ di fumo. Si frantuma qualche vetrina.
Finalmente ho qualcosa da raccontare ai miei pochi, ma cari, affezionati lettori. Non sono stati certo quelli del Centro o del Collettivo a fregarsi gli hot-dogs dalla vetrina frantumata.

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