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Posts Tagged ‘leggerezza’

Cara Ross
Cazzo! Te lo dico io com’è andata. E tu mi dovresti capire perché sei una donna, ma chi mi crederebbe? A cosa servirebbe? Andrei a denunciarlo a un uomo. Chi crederebbe a me? Certamente vedrebbero solo che io l’ho provocato, ma non è così. Non è mai così. I miei occhi bassi sarebbero una ammissione. Le parole che mi mancano una confessione.
Lui era un amico. Un amico del mio ragazzo. Un vecchio amico, anzi un amico vecchio. Credo un parente con l’età di mio padre. Un adulto. Con quell’età di cui credi di poterti fidare. E oggi non lo so più guardare in viso al mio ragazzo. Ed era stato sempre gentile, lui, quell’uomo. Scusami non servirebbe e comunque non riesco a dirne il nome. Oggi, ma solo oggi, direi anche troppo gentile. Quel giorno non lo sapevo, era solo gentile.
Certo sono stata stupida, quando mi ha detto “un film?” credevo semplicemente un film, solo un film. Si stava lì, al bar, a chiacchierare. Un po’ annoiata. Con del tempo che non sapevo come spendere. Ci sono andata anche perché di lui mi fidavo. E sarebbe stato, mi dicevo, divertente. E poi alla sera avrei rivisto lui, il mio ragazzo. Era un modo per aspettarlo. Gli voglio bene, cioè gli volevo bene. Non ci ho messo cattiveria. Ma questo non conta. Forse sono stata un po’ sventata. Non volevo tradirlo. Non volevo fargli del male. Non capivo. E così mi sono trovata al buio e tra quelle braccia. E’ stato un attimo, solo un attimo. Credevo di potermi fidare. Era un abbraccio paterno. Avevo un gran bisogno di coccole. Ne ho sempre molto perché forse ne ho avute meno. E di calore. Per me rimaneva solo quello. Non per giustificarmi, che nemmeno questo conta; qui. E poi improvvisamente qualcosa è cambiato. Nel buio. E’ vero che mi sono trovata confusa. Forse se mi avesse solo baciata, lo ammetto, se si fosse limitato a… mi sarebbe anche piaciuto. Ne avrei avuto piacere. Mi avrebbe fatta sentire grande. Forse ci avevo pensato. Certo quel bacio non era quello di un amico. Ma in fondo un bacio è solo un bacio, mi sono detta, o qualche bacio. Lo so che sono cose stupide ma chi non lo è? Forse sarebbe stato come un gioco. Poi la sua mano che saliva sulla mia gamba. La gonna che scivolava verso l’alto. L’ho trattenuta ancora senza pensarci. Non mi sembrava vero. Con me non c’era lui. Era come se la sua mano fosse quella del mio ragazzo. Eppure era finito il gioco. L’ho trattenuta testardamente.
Poi la sua carezza sui capelli s’è fatta spinta. Certo sono stata stupida, dovevo averlo già capito. Ma allora avevo deciso di no. E’ stato in quel momento preciso che mi sono tirata indietro. Certo avevo cominciato a capire anche se ancora non ci credevo. Mi sembrava impossibile. Ho pensato che nemmeno il mio ragazzo mi avrebbe creduto. E lui insisteva. La sua carezza diventava sempre più forte, violenta. Ho anche capito che non si sarebbe fermato. Mi sono sentita di non avere scampo. Ma in fondo non sarebbe stata la prima volta. Questo non fa di me una ragazza persa. Se l’avevo fatto prima solo col mio ragazzo. Era per amore. Ma è inutile mentire. Non con te. Non cerco scuse. L’avessi fatto altre mille volte non lo potrebbe scusare. Una donna dovrebbe sempre poter decidere. Ma ho pensato che non era il peggio. Che poteva anche non essere così brutto. E poi sarebbe stato tra noi. E la sua mano diceva che non avrebbe accettato un no. Che non lo avrebbe perdonato. Nemmeno io l’avrei più perdonato, lo sapevo, ma non potevo che accontentarlo. Ed era quel buio che mi faceva perdere l’orientamento. E mi sono fatta piccola. E mi sono accoccolata. Non farmi dire altro. Avevo paura che potessi essere vista. Avevo solo soggezione. E imbarazzo. Sentivo che a lui piaceva. Cominciavo a provarne una grande vergogna. Ho cominciato ad odiarlo, ma ero lì e non potevo fuggire. Me ne sono accorta. Mi sono ritirata per tempo. Mi sono rifiutata, che altro potevo fare? E quello, ti giuro, credimi, non l’ho mai fatto, ma ormai è tardi. Credevo che mi potesse picchiare già lì. Per quello. Per quel mio rifiuto. Che non l’avesse fattomi aveva ridato speranza.
Fuori, quando siamo usciti, è stato diverso. Ormai mi sembrava di dover avere tutta quella colpa. Che tutto fosse passato. Lo stavo quasi per capire. Il suo desiderio gli scintillava negli occhi. E ho sperato che mi avesse chiesto almeno un po’ d’amore. Un poco l’avrei scusato. Invece ormai era così arrogante. Ho cercato almeno di illudermi, povera stronza. E lui me l’ha detto: stronza! E i suoi occhi mi scrutavano. Erano occhi cattivi. Erano occhi che mi mettevano paura. Avevo solo confusione in me. Non avrei fatto più nulla di quello che volevo. Semplicemente aspettavo. Eppure pensavo ancora che ci potesse essere un briciolo d’amore. Tenerezza. Sono salita sperando che mi riaccompagnasse a casa. Certa che mi avrebbe riaccompagnata a casa. Che si sarebbe scusato. Forse che mi avrebbe ringraziato. Spiegato. E volevo tornare a fidarmi ancora di lui, anche se sembra pazzesco. Quando ho visto dove mi portava ho capito che tutto era perduto. Non l’avevo mai fatto. Quello no. Nemmeno con il mio ragazzo. Non mi sentivo ancora pronta. E avrei voluto che fosse per amore. Con un grande amore. Ma questo non conta. Sarebbe stato lo stesso. Quello che conta è semplicemente che non volevo. Quello che conto è che potevo averci ripensato. Ché una donna ha il diritto del proprio corpo. Volevo essere mia. Ma lui era un uomo. Ora sapevo che non si sarebbe accontentato. Non si sarebbe fermato. L’ho capito e ho avuto terrore. Ma perché un uomo? E capivo che ero perduta. E ho cercato di convincerlo. Ho pregato che… l’avrei anche accontentato. Avrei fatto qualsiasi altra cosa. Anche tutto. Non quello; “No”!
Ho pianto. Ero disperata. Ho cercato di spiegargli. Gli ho chiesto scusa. Ti prego. L’ho supplicato. Non serviva a nulla. Forse non facevo che peggiorare. Non riuscivo a togliermi quelle mani. E la sua lingua che mi scivolava sulla pelle mi faceva ribrezzo; “puttana!”. E sentire il suo fiato mi ha fatto precipitare definitivamente in quell’incubo. E le sue mani che mi cercavano, che mi frugavano, che mi mettevano a nudo. E la sera intorno. Il silenzio. Con gli occhi pieni di lacrime. E il freddo non lo riuscivo a sentire. E mi ha strappato le mutandine di dosso. E ancora ho cercato di scacciarlo. Di resistergli. Di respingerlo, con un ultimo tentativo. Con la disperazione. Con le ultime forze che mi erano rimaste. Non è stato tanto il male per le botte in se. Alle fine sono state il meno; credimi. Non si può spiegare. Quello niente. E’ stato un male diverso, completo. Mi ha colpito l’anima; e da per tutto. Non ero più una persona. Non potevo decidere. Mi vergognavo di me. E di lui. Mentre mi sentivo lacerare dentro. Sapevo di aver sbagliato. Forse di meritarmelo. Ma non lo meritavo. E ho gridato forte. Quel dolore violento; atroce. Quel dolore in quel gesto che molte di noi, alla mia età, hanno sognato. Sì! lo avevo sognato; ma non così. E tutto all’improvviso è crollato. Crollato sopra altre macerie. Per un segreto di cui non potrò più parlare.
E mi ha lasciata lì. Lì nella notte. Sola. Sporca e lacera. Sporca e sporca dentro. Con la voglia solo di morire. La voglia disperata di morire. Non sono riuscita più a trovarlo il cellulare. Cosa importa? Ma poi chi avrei potuto chiamare? L’occhio pesto, e quello come avrei potuto nasconderlo? E solo la voglia di piangere. E nemmeno piangere mi serviva. Ma come si fa a non capire che lì un uomo ha assassinato tutti i miei sogni? E lui magari che mi va a raccontare agli amici. Continuando a fare il bravo padre di famiglia. Provo solo odio. E questa lettera avrei voluto mandarla alla mia mamma. Come farò a guardarmi ancora allo specchio?
Lettera anonima

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Stai ferma; brutta scema”.
Le donne sono fatte così, si sa che a loro piace; almeno quanto a noi. Gli piace quando le guardi. Vanno matte per una stupidaggine qualunque. Ma devono sempre fare le stesse storie. Fingere che loro no! E questa più delle altre; che cavolo. Se non avessi visto come mi guardava… Se non ci fossi stato anch’io… Con me non serve che le cose le ripeti. Non c’è più tempo per fare le romantiche. Non c’è più tempo per tornare indietro. Adesso ci stai o ci stai.
Un cinema?” dico, e lei “perché no”? Lo spettacolo è già cominciato. Forse ho sbagliato film. Non ha importanza. L’importante è il buio. “L’hai visto”? Perché dovrei aspettare? Le passo la mano dietro la schiena. Fa cenno di no. Mi guarda e mi sorride. La attiro verso di me. Lei si lascia senza nessuna resistenza. Mi si fa vicina. E pensare che… La bacio. “Cosa fai?” –ma schiude le labbra. Cosa vuoi che faccia? Non avrai mica pensato che volevo veramente guardare il film? Ma lei in fonfo è brava e ragionevole e mi lascia fare. Aspettava solo quello. Il suo sorriso si vede al buio. Risplende. E’ orgogliosa. Lo sapevo che era una che ci stava. Me lo sentivo. Un uomo le sente queste cose. Ed è anche carina; la cosa non guasta. Anche se nel buio… E poi ce l’ha scritto negl’occhi. E io sono già in condizioni di non poter tornare indietro.
La frugo e, dopo un po’, lei mi lascia fare. Non ho dovuto insistere troppo. Le mani le cadono. Basta sapere essere insistenti; il giusto. Non è che possiamo stare qui tutto il giorno. “Brutta puttana –mi dico– quanto sei puttana”. Ha cercato di fingere. Non hai scampo; cocca. Con me. A me nessuna mi ha mai resistito. Non ho dovuto nemmeno faticare. Lei anzi ci prende gusto e poi fa le fusa. Come fossimo dei vecchi innamorati. In un cinema con un film stupido. A quest’ora non ci siamo che noi e quelli come noi. Quelli che non sanno in quale altro posto andare. “Non credevo che tu”… Però non è proprio male. Anche meglio di come mi aspettavo. A parte queste stronzate. E’ nata porca. Abbandona la sua testa sulla mia spalla. Le accarezzo i capelli. Li ho pagati io i biglietti. E il caffè; chi l’ha pagato? E lei mi deve restituire il prezzo, e anche gli interessi. Non sono più un ragazzino e lei dovrebbe imparare a crescere. Non le è rimasto molto tempo. E’ morbida dentro la maglietta morbida. Non vorrai farmi credere che eri convinta che mi sarei accontentato?
Cerco di farglielo capire e di essere gentile. Fai la brava. Che ci vuole? Che sarà mai? Per un attimo sembra aver cambiato idea. Per un attimo sembra non capire. Sto quasi per incazzarmi. Cos’è, parlo cinese? E’ difficile continuare ad essere gentile; delicato. Devo essere solo più deciso. Te lo devo dire? Te lo devo spiegare? Forse ha bisogno di sapere che qualcuno decide per lei. Te lo debbo dire mandandoti una lettera? Ma poi fa la brava. Si fa piccola. E poi lo fa. Si abbassa nel buio e lo fa. Mi piacciono le donne quando sono ragionevoli. Quando non si ostinano a far finta di non capire. Quando la smettono con tutte quelle fesserie. Mi piacciono, remissive. Che sarà mai? Brava. Siamo qui solo per divertirci. E ti farò divertire; stanne certa. E non avere fretta. Non c’è nessuna fretta. Nessuno che ci disturba. Nessuno che ci guarda. E anche se ci fosse di cosa dovremmo preoccuparci? Falli guardare. Avranno visto anche loro due come noi. Due che lo fanno.
Non sembrava completamente convinta; contenta. Cosa importa? E’ brava. Non la credevo così… brava. Poi smette all’improvviso. Cosa fai? Chi te l’ha detto? Chi ti ha dato il permesso? Non faccio a tempo a trattenerla. Mi guarda come dovessi esserle riconoscente. Non ho risposte per la domanda dei suoi occhi. Ho solo la fretta che mi ha messo in corpo. Cosa credi? Non si dovrebbe mai fare così. E non è bene lasciare le cose a metà. Anche per te. “Vieni! andiamo”. Lei vorrebbe essere carina. Non mi basta più. “Ma non è finito”. Non ho che un sorriso stanco. Mica ci siamo venuti per guardare lo spettacolo; o no? Questo spettacolo. E’ proprio una stupida. O lo fa. Non posso credere che sia così… Te lo do io lo spettacolo. “Tanto è una boiata. E non ci ho capito niente”. Io sono un uomo. E un uomo ha bisogno di sentirsi un uomo. E’ passato il tempo; quel tempo. Mi accendo una sigaretta. Mi aspetta paziente e tranquilla. Io cerco di ritrovare il controllo. “Dove andiamo”? Anche qui. Per me. Mi guardo intorno e non siamo che noi. E le macchine in silenzio. Le faccio cenno. Mi andrebbe anche, così. Lei aspetta soltanto. Forse le è passata l’ispirazione. Non si da da fare: non sopporto le donne che aspettano che fai tutto tu. Ma ormai lo so chi è.
Dovrei dirti una cosa“. Magari dopo. Ora sali. Guido e lei sta nel silenzio. Vorrei rubarle i pensieri. Cos’ha nella testa una donna? La porto dietro lo stadio. Già fa buio. Ora te lo insegno io cos’è un uomo. Un vero uomo. Fermo la macchina. Lei aspetta. La guardo e lei aspetta. Mi avvicino al suo viso e la prendo per la nuca. Vorrei tanto che la smettesse di starsene lì ad aspettare. Mi piacciono quelle che sanno quello che vogliono. Quelle che quando cominciano poi vanno fino in fondo. Senza bisogno che glielo chiedi. Che le preghi. Tanto lo sappiamo entrambi. Lei chiude gli occhi. Prova di nuovo a baciarmi. La brancico. S’è messa di nuovo in testa di fare la romantica. Io comincio ad avere fretta. “Cosa fai”? Ancora. Questa l’hai già detta. Ti ripeti. Voglio sentire di quante cose belle sei fatta. Cosa nascondi nella camicetta. E sotto la gonna. E’ molle come una cosa molle; come una pezza.
Quando riesco a toccarla lei diventa come di legno. Non rido perché non c’è nulla da ridere. Cosa vuoi che faccia? Ne hai tante di queste domande? Non fare a non sapere. Mi respinge. E che diavolo. Mi allontana le mani. “Per piacere”. Per piacere un boia. E’ tardi per questi piaceri. E’ tardi per il ruolo di santarellina. Hanno già assunto tutto il cast. Non ti resta altro che questo. E ringrazia, anche. Non puoi chiedermi ancora pazienza. Cosa vuoi che faccia? Quello che fa un uomo. Con una donna. E’ piena di cose belle. Quello che tu mi hai chiesto. Quello che mi hai supplicato. E’ sempre complicato farglielo in macchina. Lei poi sembra diventata una anguilla. Vuole proprio farmi incazzare. Vuole che me la guadagni fino all’ultimo. Non so cosa s’è messa in testa. Se vuoi la guerra ti do la guerra. Non ci sono discussioni: Me la devi dare.
Però… Le donne sono proprio fatte… bene. Ho deciso che gliele voglio vedere. Mi toglie ancora le mani. “No”! Cos’è questa storia? Anche se fa freddo. Ti scaldo io. Dopo. Cerca di togliermi nuovamente le mani. Gliele tiro fuori. Le debbo vedere. Anzi, gliele voglio mordere. Voglio vedere chi comanda qui. Qui si fa all’amore. “Non qui”. Se non qui, dove? Mi blocca il polso. Cazzo si aspettava: l’albergo? Lo blocca per poco. Non devo fare troppa fatica a liberarmi. Le sono sopra. Non ho mai conosciuto un posto migliore di questo. Non s’è mai visto che una donna. Un uomo è uomo perché è uomo. E stai un po’ ferma. Sembra un anguilla. Non vuole più che la baci. In verità è che mi lascio andare. Mi faccio prendere. Non me la dai a bere. Gira la faccia. Non è per baciare. Non sono qui per un bacio. La slinguo. Non mi sembrerebbe nemmeno di farlo. Ho anch’io le mie abitudine. Non sei certo la prima, che ti credi? Ormai è fatta, cocca! E’ tardi per ripensarci. Per tornare indietro. E dai che dopo me lo dici cosa gli vai a raccontare al ragazzino. Prima non ti preoccupavi tanto del trucco; del rossetto.
Tanto lo so che non sono il primo. Ti strappo le mutandine. “Per piacere”. Non me ne può fregare di meno. E’ proprio per il piacere. Dai che ne hai voglia anche tu. Non fare la ritrosa. Così finisce che mi mette fretta. Se gliele volevi mettere hai trovato l’occasione. E quello giusto. Io sono sempre giusto. E sempre disponibile, per queste cose. “Me le strappi”. Certo che te le strappo. Le strappo le mutandine. Vengono via senza nemmeno fatica. Se fai la brava te le ricompro io. Anzi no! Non dovresti mai uscire senza portarne dietro un paio di ricambio. Col culo che ti ritrovi. E non rendere tutto più complicato. Che poi una non mette mutandine simili se non per farsele togliere. Chi vuoi prendere per il culo? Guarda che se proprio lo vuoi io ti accontento; diobono. E’ il momento di decidere chi decide. Chi comanda.
Per piacere… io… io sono… non l’ho mai fatto. Non voglio”.
Ormai è troppo tardi. Cos’è; non ti piace più? Non c’è due senza il tre. Ormai non conta quello che vuoi. Non l’hai capito? Te la sei voluta. Vuoi prendere per il culo proprio me? Mi hai provocato. E chi provoca paga. E poi vuoi quello che vuoi. E’ inutile che fingi. Tanto lo so. Cos’è; parla in cinese? Te lo do io quello che vuoi. Te lo spiego. E poi conta quello che voglio. E ora voglio te. Ti faccio impazzire. E me lo devi, un po’ di rispetto. E togli quelle mani. Ti farò imparare che non si scherza coll’Enio. Che non si gioca col fuoco. E apri le gambe. “Scusami”. Non vorrai mica rimandarmi a casa in questo stato?
Ma mi hai visto? Ma ti sei vista? Non permetto a nessuna di trattarmi così. Di tirarsi indietro all’ultimo. Di entrarmi nelle mutande e poi fare così. Di dirmi di no. E stai ferma con quelle maledette mani. Soprattutto dopo quello che hai fatto. Certo che… Per chi mi hai preso? Non sono certo quello smidollato del tuo ragazzo. Ti piace il gioco duro. Ti piace l’amore violento. Ti do tutto quello che vuoi. Eccotelo. E allarga quelle gambe… perdio. Vuoi fare la brava? Cosa vuoi che sia un cornuto in più? Tanto lo so che ti da un po’ più di gusto, così; a farglieli. Non sei speciale. Non sei diversa dalle altre. Povero scemo. Doveva sapere che gli sarebbero spuntati. Doveva saperlo quanto s’è messo con una così. Come te; lo stronzo.
E’ inutile che ora piangi. Non era quello che volevi? Sono solo lacrime di coccodrillo. Non piangevi mica, prima, quando al cine. Di meglio ne trovo quante ne voglio. E di migliori ne ho fatte anche senza fare tutta questa fatica. Dovresti solo essermi grata. Dirmi grazie. “E se lo vai a raccontare ti trovo”. E poi gli spiego del cinema. Solo un deficiente potrebbe crederti. Te la sei proprio cercata. Te lo sei proprio meritato. Se non smetti te ne ammollo un altro. Che se hai nostalgia sono sempre pronto. Dovevi pensarci prima.

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Rossana Passo Rolle

«E magari vivere la stessa gioia e lo stesso smarrimento. Se ci penso mi fa un po’ di paura».
Ragazzi per sempre. Così lontani che sembravano formiche nell’infinito. Quel giorno c’era troppa neve intorno, dove nessuno sembrava esser passato, e vi affondavano i piedi, e il cielo era fin troppo azzurro di un azzurro imbarazzante, intenso. L’aria era naturalmente frizzante (gli sembrava banale). Così leggera da poterla bere. E tutto era così immenso tanto da togliere il fiato. A cercarlo, un silenzio senza confini, non era difficile trovarlo. Tanto che ogni parola sembrava inutile. Anche le loro parole. Con tutto quello che avevano sperato di quel giorno. Di quel diario anche minimo in cui ogni piccolo istante pareva vita. Perché ad essere ragazzi è sempre così: ogni gesto sembra importante e irripetibile. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stato per sempre. Nemmeno Rossana. Ma chi può immaginare e leggere già domani? A pensarci quello spazio faceva veramente anche un po’ paura. E tutto quello che non aveva mai provato. E le mani intirizzite da non sentire.
Aveva occhi di velluto facili a perdersi. Eppure occhi senza timore. Occhi che non sapevano nascondere. Glielo aveva detto Michele ma non era certa di sapere; non voleva farlo. Glielo aveva detto nel mentre aveva imparato a proprie spese cosa voleva dire perdersi dentro a due occhi così; così tersi come quel cielo. Nel mentre, senza farsi scorgere, le aveva rubato un sorriso per tenerlo per sempre tra le sue pagine. O solo il canto di un sorriso come in una illusione di prestigiatore. Perché quello accendeva, in quegl’occhi, una luce che non avrebbe potuto scordare. Una sconosciuta sicurezza; dei suoi avrebbe sfidato il mondo. Di questo gli amici che li amavano si amavano, ovvero imparavano a farlo. Lo avrebbero fatto per sempre, loro. Perché il tempo ha l’arroganza di poter rendere amari certi ricordi? Oppure di regalare dei rimpianti? Non di quei dubbi lei si riempiva alla vista ma solo di quell’azzurro. E i suoi pensieri correvano veloci e leggeri. Correvano come il vento e parevano quasi nemmeno esserci. E’ strano come quell’estraniarsi di se può dare un senso trasparente di libertà. Eppure trovarsi smarrita. Come si può, per un attimo, illudersi che la sera non verrà mai? Se poi ogni storia ha un inizio ed una fine. Ma quella non era nemmeno una storia. Troppo fragile, ancora: è già domani. «Come sarà? Non sarà». Eppure era vero: da quel paradiso non sarebbe mai più tornata. Non lei. Non la ragazza. Sperava solo che non potesse finire. Come era possibile non sentirsi confusa?
Lui si accese una sigaretta. Anche in quel gesto si sentì grande e padrone del mondo. Ma grande non era ancora mai stato. E appoggiò la testa sulla sua spalla. Niente di tutto quello che gli sta intorno aveva altro nome. Quei nomi non li sapeva e ripeteva nel silenzio solo quello di lei. E con gli occhi tornava a vagare impaziente senza trovare modo di fermarsi. Lì dove si può sentire anche il respiro perché non si sente altro rumore. Loro, per quel momento, hanno paura di interromperlo. Hanno paura persino della più piccola parola. Anche di un sì. Persino di un forse. E’ perciò che lei scrive quasi distante i loro nomi sulla neve, quasi a non volersene fare scorgere, con la punta di un dito; pudica. L’unghia graffia la pelle bianca stesa con cura sulla terra. Tutto il suo coraggio le si precipita dentro, ma lui lo sa. In quell’attimo è sicura che quella neve non si scioglierà. E’ solo quello che vuole. E’ solo il tempo che le duole. Non è il momento di pensarci. Di pensare ad altro. Non accetta nulla che possa essere, seppur vagamente, triste. Che non possa essere tutto. Vuole solo vivere. Ha paura di tradire la sua fiducia. E quel suo stesso sogno da ragazzina. O che lui glielo legga e se ne accorga. Di quella promessa che sente confondergli la testa. Come se non avesse passato e in realtà non lo ha, e non ha altri ricordi che quelle ore.
Quale leggerezza? Si ricorda che una promessa non c’è ancora mai stata. Eppure, nel silenzio anche quella, se la sono scambiata. Cuore di ragazza, ma era partita ragazza e ora che tornava si vedeva tornare donna. Lui aveva distratto dentro una canzone. La strada sarebbe certo scivolata nella noncuranza. Erano fatte d’altro le loro riflessioni. Quei piccoli timori. In realtà non stavano tornando. Era ancora una partenza. Le bastava di essere completamente padrona di tutto quel giorno per potersi credere padrona di tutta la sua vita. Perché allora tutta quella paura? Gridò con tutta la sua forza, ma in silenzio per non farsi sentire; e dalla volta si stacco un frammento di universo che si sarebbe portata per sempre nel cuore. E gridò senza pudore. E Michele capì che il nome di lei voleva dire tutte quelle cose. Ma il loro viaggio era appena cominciato. E il loro viaggiare era già finito. La prese tra le braccia non più come un uomo ma come un cucciolo. Com’è facile sognare. Non era più lei. I suoi occhi non erano più due occhi, erano cielo, erano laghi profondi, erano occhi che sapevano. Niente era come prima. Da allora sarebbero vissuti dentro la foto scattata di nascosto da un amico che sapeva. Lui si sentì svuotare e perdersi, ma era bello perdersi tra le braccia di lei. Sognare assieme; da costa a costa per una libertà che non può essere. Il mago del tempo stipulò un patto con uno strano calendario dove tutto era ordinato secondo un ordine conosciuto solo a lui. Gli anni erano semplici tessere di un domino. Scese dal pullman e nemmeno allora si accorse che lei era rimasta lì; del paesaggio. Tutto sarebbe rimasto per sempre prigioniero di quell’assoluto silenzio. I giovani non hanno le parole e quando le hanno sono le parole a fuggire da loro. E poi dicono che è facile. Ringraziò l’autista ma quello non capì perché. Si sarebbe ricordato solo molto più tardi: «e magari vivere la stessa gioia e lo stesso smarrimento. Se ci penso mi fa un po’ di paura».

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matrioskaIo non le scrivo, le favole. Non lo sapevo. E’ una scoperta recente. Recentissima. Le favole le vivo. Le porto negli occhi e nel cuore. Forse non diventerò adulto mai. E la stavo guardando. Non le riuscivo a staccare gli occhi di dosso. Era impresa impossibile. I suoi racconti, cosi freschi e teneri, legati a quell’età, cantavano, da apparire nonsense. Se non l’avessi visto stenterei e mi stupirei a crederlo. Lei, gli occhi limpidi. La pelle di porcellana, quanti pessimi narratori come me l’hanno descritta così? Con quegli anni che sono sempre belli. Con quella donna già donna in quel corpo di rugiadosa ragazzina. Già angelo e capace di volare. Con quella leggerezza che solo gli angeli più belli hanno. Sottile tanto da potersi flettere anche se è solo un sospiro. Lei era una nota disarmonica nel mezzo dell’armonia. Dov’è il tuo schiaccianoci innamorato? E quel tuo soldatino di stagno? Anche se non l’avessi vista ce l’avevo davanti agli occhi.
Se si può vivere anche a Milano con un piccolo sforzo si può cercare di farlo anche a Spinola. In quella città della fantasia che è Spinola. Fuori da qualsiasi libro. Persino dalla cronaca. Dove il deserto è fin troppo vario. Non c’è un palco. Non un vero palco. Quattro assi senza profondità e dietro un drappo da niente. Tela di tessitrici stanche e in pensione. Fatta per la polvere. E la musica stanca delle note metalliche e scordate di un carillon. E la luce ne cercava la sagoma, i contorni, di Biri. Piccola, giovane, fata, che entrava disinvolta nel mio mondo di fate. Angelo tra gli angeli, prima che io lo potessi sapere. Amata da chi ho amato e amo. Troppo uomo per capire. Un po’ schivo, impacciato, e un po’ ruffiano. Forse persino incapace di immaginare. Tra la polvere, senza polvere. Certo nessuno ricorderà che è avvenuto qui. L’uomo senza occhi ne cuore restava muto. Inconsapevole. Mentre tutto gli accadeva davanti. Ma la vita fa capolino, a Spinola, con appuntamenti lontani, interessati. Come animali di circo vengono a pavoneggiarsi quelli che credono di contare, o lo vorrebbero fare. Col vestito di festa. Che odora di muffa. Inutile farne i nomi. Sarebbe troppo onore. Lo fa troppo bene Lei. Io me ne stavo in silenzio credendo di tenere, e di nuovo, tutto il mondo in una mano. Io, vecchio pirata di mari mai navigati. Io, in viaggio per l’isola che non c’è. Io l’avevo già scritta una storia. Abbastanza tempo fa. Una storia fatta di polvere e malinconia. Una storia non nata per restare dentro uno stupido post. Una storia con gli occhi pieni di passato.
Lei invece il suo sogno lo aveva tutto davanti. Qualsiasi sia. Tutti i suoi sogni. Era la ballerina di ogni suo gesto. Quella di quella e di mille storie. Delle vere favole. Anche smessa la calzamaglia. Il busto ritto. Gli occhi non ancora sporcati. Privi di malizia e pudore. Non aveva bisogno di salire sulle punte. Con la forchetta e il coltello danzava sulla pizza. Ne straziava la carne con dolcezza. Ne traeva ogni sospiro. Infilzava le patatine facendole sanguinare di Checiap. Le mani a scriverne le note. Nessun gesto era inutile. Sarebbe stata ballerina anche se non avesse mai ballato. Era nata ballerina. La fronte fiera alla luce. Capelli di luce raccolti. Anche i battiti di ciglia si sarebbero trasformati in applausi. Nacchere di cicale. Si sentiva amata. Lo esigeva quell’amore, dovuto. E imponeva a tutti di guardarla. E nell’ascoltarla non coglievo le parole, ma solo suoni. Intanto il grande regista della vita si accingeva a scrivere una partitura tutta per lei.
Il mago del tempo, io lo conosco bene. Con lui ho contrattato. Da lui ho cercato di rubare qualcosa di passato. Persino lui, che credeva erroneamente di tenere i fili, si sbagliava. Non c’erano più affetti, né attori; restammo solo spettatori. Lei spense tutte le luci tranne una, con un gesto di saluto. Volteggiò attorno a quell’unica luce come una falena. Leggera come senza peso. Sospinta dagli ohhh!!! degli stupiti. E lasciò la sala restando in tutti dentro gli occhi. Anche in coloro che non ne avrebbero mai conosciuto il nome. Poco importa. Un nome è solo un nome. Forse uno vale l’altro. L’avevo ammirata stupito, non ero pronto per un’emozione. Mai ho desiderato tanto di saperle scrivere, le favole; anche quelle che non so immaginare. Lei mi aveva ricordato, ancora una volta, che l’importante, alla fin fine, è viverle.

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