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Posts Tagged ‘libro’

C’è l’invidia e c’è il Blaah! L’elogio e la disapprovazione. Il disprezzo. Così come si abbracciano strettamente amore e morte. E non vivono l’uno senza l’altra. O l’una senza l’altro –poiché non hanno genere. Dietro quelle finestre. Guardando gli altri. Cercando di essere guardati. Spiando. Ci sono sempre due strade. Due alternative contrapposte. Ad ogni scelta, il contrario. La sua antitesi. E vanno pari passo. Senza incontrarsi mai. Come quei due innamorati. Lei guarda il fiore. Lui la luna. Nella dieta della vita. Spiando.
Ciò che vorresti essere. E cerchi negli altri. E allo stesso tempo gratuita è la denigrazione. Come ciò che non vorresti essere. E quello che rifiuti. Degli altri. Le loro debolezze. Ciò che dimentichi. I loro vizi. Le loro condanne. Cioè tutto. Come esposto in vetrina. Al ludibrio del mondo. Beffa nella beffa. Per tutti i saltimbanchi dell’esistenza. Per gli artisti del forse. Per gli acrobati del vorrei. Per le coltivatrici di gerani. Gerani da balcone. Per le miss del gnocco. Di patate. Con due braccia così. E il mattarello incorporato. Il disprezzo. Gli altri non sono che gli altri. Falliti. Illusi. Mancati. Gente che non risponde all’appello. Solo GLI ALTRI.
Il disprezzo.
C’è anche Laura. Lei non sogna nei sogni degli altri. Delle altre. Lei l’invidia non la sa. Conosce altre religioni. Altre filosofie. Altre pubblicità. Conosce; soprattutto. Va per la sua strada. Diritta. Lei lavora per il pane. Se lo suda. S’è guadagnata tutto. Persino le lacrime. Anche la verruca. Tutto. Minuto per minuto. Come quelli del calcio. Senza potersi distrarre. Mai rilassarsi. La vita ti guarda. Non è un film. Nessuno scrive la sceneggiatura per gli altri. Perché dovrebbe volere la vita degli altri. Ne ha abbastanza della sua. Di sua. Ci ha impiegato anche troppo a raddrizzare gli spigoli. A farla andare diritta. A farla marciare. In questo mondo di saltimbanchi. Lei le certezze le ha trovate. Non ha più bisogno di cercarle. Di sognarle. Quelle son brame per i deboli. Sogni. Per chi non ce l’ha. Per quelli che le palle le tengono solo nella scatola. E le mettono solo a Natale. Con l’albero e il carillon.
Non ha bisogno di sognare, lei. Dice sempre il Vanni che la vita non è dentro un barattolo di confettura. Magari di prugne. Basta ricordarlo. L’effetto delle prugne. Lui, il Vanni, non sarà il massimo. E’ un uomo. Magari nemmeno il massimo. Neanche in quello. Ma lui c’è. E’ vero. La viene a prendere. L’aspetta. Non si lava. Torna ubriaco il sabato. Qualche sabato. Anche questo è vero. Si dimentica qualche anniversario. Sono cose che succedono. Agli uomini. Piccole cose. Sfumature. Inezie. Uomini. Lui la fa anche ridere. E divertire. E la sa ancora accendere. Anche se è un po’. E’ passato un po’ di tempo. L’amore. L’affetto. I sentimenti non si misurano col tempo. Lei sa che lo può fare. Che la può ancora accendere. In qualsiasi momento. E’ la sua lampadina. Uomini. Se lo vuole. Se non è stanco. Se è a casa. Lei non ha una foto nell’altro cuscino del letto. Non ha un aspirante niente. Un vagheggio. Ha un uomo intero. Nel suo poco le può dare molto. Le può dare tutto. Potrebbe. E’ uomo anche nel tirare la bestemmia. Lei sa dove va quando esce. Ma dove va?
Laura, sua moglie, insomma la sua compagna. Fidanzato? E’ la cassiera dell’ultimo banco in fondo a destra. Sul suo nastro trasportatore passano le spese. Controlla e fa leggere il codice a barre. E’ il suo lavoro. Da il conto e ritira il contante. O la carta di credito. Fa lo stesso. Esattamente. E vede tutti i prodotti che vanno consumati. Saprebbe dire a mente quelli che vanno per la maggiore e quelli che stentano. Lei pensa che lei pensa. Lei pensa perché lei pensa. Si impegna del suo lavoro. A volte deve trattenerla per aspettare la pausa, per il bagno. Non è un lavoro semplice. E’ il suo. A volte non è così difficile. Ormai se n’è fatta una ragione. E nelle etichette legge la vita delle clienti.
E’ un mondo al femminile. Di donne. Donne giovani. Donne vecchie. Donne. I maschi che passano sono una irrilevante minoranza. Poco significativa, anche ai fini statistici. I più muniti e guidati dal loro bigliettino stropicciato. Sempre pronti a perdersi. Incapaci di confrontare un prezzo. Estranei. Sperduti. Immemori. Ma sempre pronti a distrarsi per quelle presenze di fauna al femminile. La guerra dei generi. L’odore del territorio di caccia. Il richiamo. Anche quando il cacciatore è al limite delle forze. Anche quando escono con l’arma scarica. Quando s’è chiusa la stagione della caccia. Maschi sempre. L’istinto. Il buon vecchio istinto.
Tobia nel suo foglietto tiene la lista delle catture. Data e… bionda formosa. Data e… mora vistosa. La data c’è sempre. Minuziosamente. Nei periodi migliori anche l’ora. Soprattutto in primavera. Anche in autunno. In estate non è proprio aria. Fatica. Sposterà il suo territorio. E poi: Magrolina. Alta. Bionda molto bionda. Anoressica. A volte estremamente preciso: Depilata. Vistosa e porca. Attricetta. Alta e bionda. Romena. Rossa naturale. Moldava. Romena. Romena. E quando gli da il conto la saluta dicendole cose tipo: ciao amore. Laura. Prego! L’ha visto aggiungere i titoli sotto ai precedenti. Un indice personale. Lei pensa che qualcuna gli abbia solo indicato lo scaffale. Donne. E questo gli è bastato. Bastardo. Come tutti allunga la lunghezza del pescato. E di altro. Esagera. Si vanta e non spara. Nemmeno un colpo. Almeno non tutti quelli scritti. Questo è il suo pensiero. Nemmeno il coraggio di allungare la mano. Mi poggiarla molle su un sedere. Ma questa è un’altra storia. E lei deve badare alla cassa. Laura.
Disprezzo. Sì! Bella scoperta. Quattro etti d’amore, grazie.1 Al supermercato. Come se fosse una verdura. Un deodorante. Al massimo è un anestetico. Tra un’offerta e l’altra. Tra colazione, pranzo e cena. Zucchero, latte e miele. Meglio Zucchero, spaghetti e ammazza caffè. Tra i precotti. Tagliati a fette sottili? Nel banco frigo? Insieme ai gelati? Forse è il posto migliore. Tra piselli e ghiaccioli. Con quella patina di brina.
1 CESTINO DI FRAGOLE
4 ARANCE
2 POMPELMI
2 BANANE
600 grammi di zucchine a pagina 11
1 CONFEZIONE DI CAROTE
1 CONFEZIONE DI FIORI DI ZUCCA
1 CONFEZIONE DI POMODORI
2 NELANZANE (in stretto ordine per genere merceologico)
Un arrosto d’infanzia e uno di tacchino: da surgelare
1 BARATTOLO DI PEPERONCINO TRITATO
1 Barattolo di fiducia
2 da sei uova
1 CONFEZIONE DI TROFIE DI FARRO BIOLOGICHE
2 PACCHI DI FARFALLE BARILLA (possibilmente meglio evitare pubblicità occulta)
1 panetto di burro da 250 grammi
2 litri di latte
200 grammi di prosciutto San Daniele (San Daniele non è una marca, è un paesino); meglio qualche fetta in più. Va bene anche il Parma (è una città), se è dolce
MEZZO LITRO DI OLIO D’OLIVA DA COLTIVAZIONE BIOLOGICA
Un chilo di pane, uno di illusioni
1 CANDELA AL MUSCHIO BIANCO
1 Autan spray
e
1 CONFEZIONE DI HAMBURGER SURGELATI AL TOFU (?)
1 BOTTIGLIETTA DI SALSA DI SOIA
1 BARATTOLO DI CAFFE’ ILLY (come per le farfalle)
6 LATTINE DI HEINEKEN (BIRRA; diversamente non si capirebbe)
Eccetera.
La denigrazione. Come la storia della storia. Corrono davanti a Laura. Già dimentica della saga di Tobia. Del suo saluto. Di tutto prima di indossare la tenuta. Col cartellino e il nome: Laura. E il capellino in testa. Scorrono. Solo merci. Barattoli. Confezioni. Vasi e vasetti. Buste e bustine. Scatole. Aiuta ad imbustarle. Ad imbustare quelle vite. Quelle anime. Quei giorni. Le abitudini. Quelle della signora Enrica. Signora, poi… Che vive nei ricordi. In un unico ricordo. Sa tutto di lei anche senza averci mai parlato. Dalla sua spesa.
Quella della signora Tea. Tea come Teresa? Come TeAti? Come Tiberiade? Come?… se Telefonando? Come?… Come Teodora.
! Quella niente.
Quella Fidelibus. Che nome. Proprio un nome del cazzo. Nemmeno. Ma t’immagini? Il nome di un frigo. Quella stronzetta gonfiata di Lei. Pippe cerebrali. Che vive di cessi. E di cessi l’è rimasto l’odore addosso. Il papà. Il pappa. Lui sembra. Bello è bello. Il tipo interessante. Tenebroso. Laura non l’ha mai visto. Solo in foto. E poche anche di quelle. Nemmeno ricorda il nome. Che perché… E’ rimasta una sciacquetta. Magra come la miseria. Tutta pelle e ossa. Pelle e niente. Come quella tolta al pollo. Dal pollo disossato. A proposito dei prodotti in offerta. Il pollo ha una ripresa incredibile. La crisi. La miseria. La tirchieria. La poca voglia di far del bene. E’ questa la condanna del pollo. Così emaciato. Esangue. Cereo. Povero pollo, con l’etichetta incollata al petto. E’ il simbolo dei tempi. Tra un po’ liquideranno anche la balbuzie in confezioni offerta. Dentro il nailon. Tirato. Trasparente. O nel gran mercato telematico.
Laura, l’avrebbe cambiato quel nome. Quel Fidelibus. «Che ne so? Tandini. Che suonava molto meglio. E faceva anche TiTi. Come un accenno a un motivetto. Molto musicale». Insomma lei. Piena di arie. La diva. Quasi fosse un Moltalbano. Secondo lei quel Fabiano non la convinceva. Gli sembrava… Come dire? Né carne né pesce. Né reparto verdure ne reparto casa. Un pappataci. Un mezzo prete. Un marito da saldi. Da operetta. Non era credibile. Mentre quell’altro. Quell’ Anthony. Un giorno era arrivata con lui. Anthony. Lei le annusava le cose. Non era del tutto stupida l’attricetta. Lo sfilatino. La bavetta. Figo era figo. Con gli addominali. Secondo lei c’era tresca. Anche se americano a metà. Un americano da gag. Quando apriva bocca cascavano le braccia. Come attore era un cane. Un vero cane. Invidia di cosa? E si credeva simpatico. Ma se taceva. Se lo sarebbe fatto anche lei. Laura. Una di quelle belle. Spudorate. Spudorate con entusiasmi. Sui due piedi. Senza pensarci su. Anche subito. Sul banco di macelleria. Nel ripostiglio. In mezzo alle scope. Anche una per reparto. Se guardavano? Che rodessero. A volte la pigrizia. A volte la riservatezza. A volte sono lussi che non ci si possono permettere. MAI.
Cosa poteva invidiare alla famosa? All’infamona? Le avventure? Secondo la cronaca era sempre sotto. Indiavolata. Che le bruciava. Sempre a cosce aperte. Gli uomini? Non che non si vedesse. Ce l’aveva uno specchio. Ma piaceva. Anche dentro quella divisa ridicola. Sotto quel capellino. Avrebbe potuto averne anche lei. Quanti voleva. Se solo lo avesse voluto. Le sarebbe bastato. Volerlo. Volere è. Insomma quello. E nemmeno quelli. Bizzeffe. Non era solo Tobia a chiamarla Amore. Ma lei niente. Che aveva più di lei? A parte l’iniziale sugli occhiali? Che poi a Laura non dispiacevano con un po’ di pancetta. Non perfetti. Umani. Interessanti. Stupidi. Diversi. O un po’ leggermente zotici. Come lo stesso macellaio.
Mica è una puntata a fare l’uomo. Si sa che la tele non è sostanza. Non ha spessore. Come dire? Meglio tacere. Quando si tace non si sbaglia. Non si fa male. Teresa restava una delle acciughe in uno dei barattoli di vetro della Enrica. Soprattutto d’estate. Lei. Lei che l’estate lo nasconde dietro gli occhiali. Due lenti d’estate. Panoramiche. E… E sotto il vestito niente. Né anima né carne. Né un seno che sia fatto di tette. Piatta. Insulsa. Inutile. Anche il culo l’ha lasciata. Se n’è andato. Liscia come acqua. Senza bollicine. Inutile. Quale uomo, che sia uomo, si accontenterebbe della sola lisca? Tranne che per la televisione. Per il visagista. Per il dentifricio al fluoro. Per i gonzi che la seguono. Per chi la lascia parlare dormendo sul divano. Puntata dopo puntata. A Vanni piace la sostanza. Glielo dice sempre. Soprattutto prima.
Appunto. Per non parlare di quella Enrica. A encefalogramma piatto. Con i suoi due rompicoglioni. Due mocciosi. Che corrono tra gli scaffali. Che sbraitano. Che piangono. Col muco al naso. Soprattutto la ragazzina. Vanitosa. Vanitosa per niente. Il piccolo col triciclo. Lei che gioca a fare la brava casalinga. Riempiendo il carrello come una caserma. Come per la fame nel mondo. Come una tribù all’ingrasso. Della sua normalità. Benpensante. Priva di sogni. Rassegnata. Trascurata quel giusto. Come da modello. Casalinga madre. Madre casalinga. Tutta casa e confessionale. E magari piena di passioni segrete. Represse. E le unghie rovinate. E le mani rovinate. Con le mani da cipolle appassite lente. Da troppo detersivo da piatti. E la cena sul fuoco. E i parenti. Quelli di lui. Chissà che noia di lui? Che normalità. Quelli di lei. Processione di comparse. Altre comparse. Comparsa lei per protagonista. Solo comparse. Per piccole parti. Due battute. L’arrosto nel forno. «Speriamo la besciamella»… L’alloggio vacanze. In comproprietà. Magari Jesolo a novembre. Col fiato da vaporella. I soldi non bastavano. Quelli non bastano mai. Agosto era troppo caro. Novembre. Due settimane. Le seconde. Il mutuo. Tutto quello che si potevano permettere. I cannelloni ripieni. Un nuovo detersivo. «Sperando la besciamella non faccia grumi».
Se la immaginava. Qualcosa di più. La vedeva. La casa sempre in ordine. Le lenzuola fresche di bucato. Quelle lenzuola senza niente da raccontare. Lenzuola annoiate. Che da anni ascoltavano solo la stessa storia. La storia del capone. E quella di una pazzia. L’unica. Lontana. Stremate di attesa. Lei mica la lascia lì la torta. Secondo Vanni. E’ come nei vangeli. Proprio così. Secondo Vanni. Cerca nei dolci l’affetto. E’ naturale. Quando non hai vicino un uomo vero vai di cioccolata da spalmare. A volte Laura pensa che certe sere dovrebbe farglielo vedere, un barattolo; al Vanni. Lei pensa. Perché lei pensa. Ma non le manca niente. Non certo una scatola di detersivo. O il rumore del triciclo. E le sue tette, stanche. Loro non sanno fingere. Non possono. Non riescono a fare quella faccia fintamente soddisfatta. Sorridere ai bambini controvoglia. Mentre vorrebbe strangolarli con un unico filo da bucato. Lasciarli dietro la porta di un convento. Seppellirli in giardino. Quello del vicino. Appenderli con le mollette. Loro, le tette, si deprimono. Il tempo. Gli anni. Le mani di quel lui sconosciuto. Solo rassegnazione. Abbassano… gli occhi. Loro. E lei, Laura, ha una intolleranza proprio per le fragole. Le si irrita tutta la pelle. E poi chissà quali segreti si portava dentro? La brava massaia. Quali segreti crede di nascondere?
E Blaah! Per il Tofu. Per gli Hamburger al tofu. Doppio Blaah! Simbolo di arroganza. Di presunzione. Di vanità. Sanno di vanagloria. E ostentazione. Sanno come la pioggia al mare. Come un morso di nebbia. Hanno il buon sapore della muffa. Di passato. Di vuoto. Incolmabile. Di fotoromanzo. Della domenica del derby. Di tutto quel mondo che vive in uno specchio. Che si parla addosso. Che cerca due parole sulla rivista di moda. Che racconta di vacanze in costa Smeralda. A Ibiza. Quella guarda solo le marche. Nemmeno sa farle; le spese. A volte ci sono prodotti di maggiore qualità. Magari anche a prezzi più vantaggiosi. Per lei: niente. Vuole proprio quello lì. Se glielo dice la televisione, la moda, lei si mette la maionese sui cioccolatini. La marmellata sugli spaghetti. Si parla in due. Infila le mutandine in testa. Infila le mutandine. Se riesce a trovare la testa. E le mutandine. Secondo Laura le aveva assicurate. Le doveva perdere continuamente. Con quello che costano, un paio… O non le metteva per sicurezza. Contro la smemoratezza. Per non lasciarne troppe in giro. Perché sembra sia sposata. E allora è difficile spiegare certi costi. E quelle scordate anche nel camerino dell’idraulico. Di comprarne come tutta una compagnia di subrette. Chissà se aveva bisogno del gobbo anche per quello? Senza la tele sarebbe una delle tante. Anche meno. Un bucatino senza salsa. Slavato. Acqua di rubinetto. Un lezzo. E l’altra, la dolce casalinga, è anche peggio. Il peggio del peggio. Lei che crede di possedere l’arte della spesa. Ha rubato. L’ho vista. Ha preso 1 tubetto di latte condensato zuccherato direttamente dal carrello dell’altra. Dalla spesa dell’attricetta. Come fosse una reliquia. Con fare circospetto. Guardandosi intorno. Proprio come una ladra. Mentre l’altra era girata.
Perché restano uguali. Quelle due. Quella con gli occhi da pesce lesso. E l’altra. Quella che lessa il pesce. E conserva gli occhi per l’attrice. Uguali. Sputate. Lei se n’era accorta che si controllano la spesa. La misera dell’una. L’esagerata dell’altra. Si guardano nel carrello. E fantasticano. In un barattolo. In procinto di affogare. Senza scambiarsi una parola. Ma è vita la loro? A sognare negli assorbenti dell’altra? Testa o cuore. Questo è quello. Testa e cuore. Ci vogliono entrambe. Lei sì che lo sapeva. L’aveva imparato. La vita è andare avanti. La vita è non dire mai basta. La vita è portare a casa il soldo. Praticità. Convenienza. La vita è un Vanni. Da tenere stravaccato sul divano. In mutande. Il tre per due. La grappa in frigo. La vita si vive alla carta. Si consuma. La vita è una mano sulle chiappe. Anche se è quella del direttore. Mani. Che poi sono la stessa cosa. Uguali. Quelle di quello di prima. Uguali. Quelle del nuovo. Più di due mani non hanno. Anche se possono sembrare cento. Mica è COPIA. INCOLLA.
Dalla lista manca, secondo Laura: UNA CONFEZIONE DI LAMETTE (anche della marca più economica) per tagliarsi le vene per lungo.

1. I protagonisti Tea (Teodora) Fidelibus, Anthony Fark, Fabiano e persino Laura sono deliberatamente rubati dal libro: Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnaldo Mondadori Editore S.p.A. 2013. Per la storia invece si ringrazia la stessa autrice per non averla scritta.

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Dentro me vive uno strano tipo. Indossa i miei abiti. Mette le mie scarpe. Allo specchio sembra me. A volte penso proprio che sia me. Incostante ma fedele. Solitamente finiamo per sopportarci. Per sovrapporci. E anche Giovanna ci sopporta entrambi. Ma la pazienza di Giovanna è cosa a tutti nota. Dice che sono pazzo, cioè eccentrico, cioè buffo e pieno di manie. Non sono dello stesso parere. Sono solo un tipo attento. Io non ho grandi pretese. Mi basta che non mi leggano il giornale. Non ho ancora trovato qualcuno che lo sa fare senza spiegazzarlo tutto. Mi basta che non mi usino lo spazzolino. E altre piccolissime cose. Diversamente riesco ad andare d’accordo anche col diavolo.
Ma in amore sono esigente. Naturalmente me ne sono innamorato a prima vista. Anche se l’avessi scritta io l’avrei fatta differente. Lo so che a qualcuno può pensare che sono volubile. Giovanna non è gelosa. E la passione ti prende quando meno te l’aspetti. Forse questo modo di esprimermi non è il più corretto. Qualcuno potrebbe pensare chissà che. Non è sesso il nostro. In verità mi sono innamorato di Lisbeth Salander al primo incontro. Ma naturalmente non ci siamo veramente mai visti. In un certo senso non sarebbe possibile. Lisbeth vive solo nelle pagine di “Uomini che odiano le donne”. Il suo alter ego cinematografico l’ho incontrato solo più tardi. Ma non mi è piaciuta allo stesso modo. Non era la stessa cosa. Non era e non poteva essere lei. Non sembra nemmeno la stessa donna. E ormai ero perso per quella ragazza nel libro. Per i suoi silenzi. Per la sua determinazione. E poi me la potevo immaginare come volevo. In parte; almeno. Così era più mia. Certo che il male è duro a morire.
Un po’ ce l’ho con lui, con l’ho scrittore, quel Stieg Larsson. Fosse per me l’avrei fatta soffrire meno. Molto meno. Anche se questo fa parte del suo carattere. Cioè forse è proprio quello che fa lei. Che la rende intrigante e affascinante. Cioè anche quello. Lei è così giovane. Eppure mi è proprio piaciuta per come ha sistemato quell’orribile sadico di Nils Bjurman, e mi intrigano i suoi sentimenti e le sue preferenze. I suoi amori e le sue passioni. Sì anche Miriam Wu. Forse me la rende più affascinante, intrigante e segreta. Non che io ami i giochi erotici e le complicazioni affettive; ma ancora quello che non capisco è perché sia andata con quell’inutile Mikael Blomkvist. Noia? Indolenza? Curiosità? Pigrizia? Lo sbattersi contro? Lo stare in stanze comuni? Il voler soddisfare l’ego di lui? Il bisogno anche di un misero affetto? Per tenerezza? Per generosità? Lui non è nemmeno un investigatore. Nemmeno un poliziotto. Come può proteggerla? Non è altro che un giornalista. E secondo me nemmeno tanto bravo. Senza grande talento. Infatti… Una ragazza come lei. Senza passione, senza amore, senza alcun motivo. Anche quando… spero che nemmeno lei sia gelosa. Credo di no. Naturalmente non gliel’ho mai chiesto. Mi piace pensare che non lo sia, ma anche che sappia imparare ad essere fedele.
Certo è lei che continuo a guardare e preferisco e amo anche quando si dedica al suo amore saffico cioè a Miriam Wu, ormai è parte della mia vita. Una parte importante. Anche se non è che ami particolarmente i tatuaggi o i piercing, né ne so molto di informatica. La amo come donna, per i suoi sentimenti, per ciò che riesce ad esprimere, per la sua personalità, insomma per tutto. E poi piercing e tatuaggi. Mi dicono che oggi si possono togliere. Non ci ho mai pensato. Non sono un esperto al riguardo. Mi debbo informare. Ma come si può non amare una ragazza così? Anche per tutto quello che ha passato. E sono certo che ama l’uomo. Miriam è solo una distrazione. Per farsi vedere più interessante. Per provocare. E per provocare mi ha provocato. Anche se non sono facile a farmi intrigare. Comunque preferirei lei. Solo lei.
Lei non teme niente. Ce ne fossero state altre come lei. Ci fossero state altre donne come lei quelli non sarebbero più esistiti. Una vera vergogna. All’orrore proprio non c’è mai fine. La credevo finita. Non avrei mai e poi mai creduto che anche lì, in Svezia, ce ne fossero. Certo che da famiglie come quella famiglia è meglio starne distanti. Sadici. Che dire di più? Sadici e criminali seriali. Assassini. E di donne. Alla fine finisce che mi sento spesso in colpa. Anche per non averla potuta aiutare. Ma se la sa sbrigare da sola. In colpa per tutto. Proprio io. Io che cerco certezze ma poi sono io il primo a sbagliare. Come potrei essere fedele. Me lo riprometto spesso. Ogni volta. Sempre. Per me è sempre amore. Poi apro le pagine di un altro libro. E quel libro mi inghiotte. E allora tutte le mie promesse vanno a farsi benedire. Strano modo di dire, questo. Ma ve le immaginate le promesse in fila indiana che vanno a farsi benedire? Nemmeno la signora Clarissa, che veramente si chiama Claretta. Nemmeno la mamma di Giovanna, la signora suocera. Ma ve lo immaginate? Ma stavolta sarà per sempre. Aspetto con ansia di ritrovarla nel nuovo libro.

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tazzina di caffèOgni volta è un po’ come le altre. E’ per tutti così. E’ solo che non mi ero mai soffermata a pensare. Non che sia una lettrice comune. Credo. Non ho passione per quei romanzi d’amore. Prendo il libro e lo soppeso per le mani. Lo guardo e lo rigiro. Sempre un po’ affascinata e un po’ dubbiosa sulla copertina. E mi prende una sorta di impalpabile ansia. Sfoglio le pagine. Palpeggio la carta. Questa ruvida. Quella liscia. Gli occhi ubriachi dei caratteri. A volte piccoli. A volte leggibili con facilità. E mi interrogo. In quella sorta di sospeso dubbio e paura. In quella inquietudine c’è della speranza. E della paura. Spero che sia quello che cerco. Spero che mi faccia sognare. Che mi sia amico e compagno. Cerco una improbabile conferma nel piccolo estratto della quarta, se c’è. Non trascuro nulla. Passo alla seconda per il riassunto. Poi alla terza per avere notizie dell’autore. Sempre cercando di non farmi un’idea precisa. Poi inizio cautamente a leggerlo. Se mi prende con foga. Mi immergo e non esiste più il mondo. E’ lui il mio mondo. Non colgo rumori, non trovo resa alla stanchezza. E’ solo verso la fine che, che se mi innamora, patisco due sentimenti contrastanti. Non mi chiedo mai come va a finire. Semplicemente c’è la fretta di consumarlo e la delusione per quando sarà finito. Vorrei correrlo di un fiato e allo stesso tempo che durasse per sempre. Leggere è una esperienza che preferisco realizzare comoda. A letto, con la luce del comodino. Ho sempre pensato che la spiaggia sia il posto meno adatto. Che tolga un po’ del piacere. Sarà per la sabbia e il caldo. Sarà per il vento. E’ che a volte si è costretti a fare di necessità virtù. E’ il destino della storia iniziata, la curiosità che si insinua sotto la pelle. Non saprei resistere ad aspettare. E leggere è comunque un buon metodo, dottrina per passare il tempo. A volte scorre così bene che me ne accorgo in ritardo. Mentre sono immersa nella lettura quello che veramente mi infastidisce è sentirmi osservata.
Sentire il disagio di un’attenzione estranea è forse il disturbo che odio di più. Preferisco ignorare una voce; come fosse un rumore che appena ti sfiora, senza lasciare traccia. Non amo piegare gli angoli alle pagine come promemoria. Ho troppo rispetto dei libri. Un rispetto quasi maniacale. Solitamente porto con me un segnalibri. Le poche volte che me ne scordo uso le pagine di copertina. Diversamente memorizzo il numero di pagina a cui sono arrivata. Guardo di sottecchi. Quando un estraneo non ha l’educazione di non farti pesare troppo addosso lo sguardo non c’è rimedio migliore che ignorarlo. A tutto dovrebbe esserci un limite. Si spera sempre che l’altro si stanchi e s’arrenda a quella che mi pare palese come evidenza. Purtroppo non sempre è così. Lo guardo di sottecchi e torno all’esercizio di fingere che nemmeno esista. Insisto caparbiamente e anche lui insiste con la stessa caparbietà. La mia attenzione sulla pagina ne viene distratta. Paziento. Potrei uccidere una persona per così tanta stupidità. Non l’ho guardato. E’ abbronzato da far rabbia. Non è male. Gli occhi sembrano un gran bel paio di occhi. Chiari. Anche se li nasconde dietro i consueti occhiali. Un po’ privi di profondità. E’ abbastanza alto, almeno credo. E sufficientemente muscolato, ma non da dar noia. Il costume è un po’ poca cosa. Striminzito. Da cacciatore da spiaggia. Proprio il minimo indispensabile, anche meno. Nero. Alla fin fine è un bene che non trovi il coraggio. Ci mancherebbe solo quello. Nel medesimo tempo mi chiedo che voce può avere. Dov’ero rimasta? Sicuramente profonda. Altrettanto sicuramente non priva di inflessioni dialettali. Probabilmente priva di argomenti. Preda di una stupidità non scevra da cafonaggine. Sicuramente di quelle voci che credono di poter prendere. Aggredire. Affascinare. Fortuna che ho il naso tra le pagine. E non ho la minima intenzione di toglierlo. Forse dovrei mettere nuovamente la crema. C’è il rischio che mi scotti. Ho una maledetta pelle sensibile. Provo anche il fastidio di non poterlo fare. Sarei costretta a smettere di ignorarlo. Almeno a fingermi altrove. Con rischio che sia uno di quei cafoni che si offrono. Che con finta gentilezza chiedono se hai bisogno di aiuto. Se possono fare loro. Ho un po’ di avversione per questi tipi da spiaggia. Per la loro convinzione che possono tutto. Per tutta questa umanità dedita al divertimento semplice e veloce. Del tutto è possibile. Di queste generazioni che vanno di fretta. Mi chiedo per che tipo mi ha presa.
Valerio dice che l’impazienza non è il peggiore dei miei difetti. Ma lui è così noioso. E geloso. Dice anche che dovrei smetterla di discorrere tanto con le cose. Non so se lo dice come difetto o come che. Questa attesa mi sta sfibrando. Mi angoscia. Mi ha fatto sete. Ci si sente sempre a disagio in situazioni simili. Un po’ curiose e un po’ squallide. Con la coda dell’occhio mi controllo. Tutto a posto. Niente fuori. Non mostro che quello che si può mostrare. Forse un po’ di più. Appena un pelo. Cioè… ho un attimo di panico. Mi sistemo lo slip. Il tempo sembra fermo come l’aria; rarefatta. In realtà paiono passati anni. Non può essere più che un attimo. Al massimo qualche minuto. Il sole rimbalza nelle sue lenti oscurate. La bocca disegna un sorriso che sembra beffardo. Io ingoio il mio, sorriso. Era scappato da solo. Involontariamente. Credo che avrei bisogno di una doccia. L’aria mi si appiccica addosso. Tutto si è fermato. Il brusio solito si tacita. Pare l’anticamera dell’esplosione di un temporale. Il cielo è completamente sereno. Di un azzurro impertinente. Sono nel libro e non ci sono. Non è possibile diversamente. Il silenzio tra noi ha preso un po’ di complicità. Persino quell’ignorarci sembra quasi un gioco condiviso. Comunque sembra interessato. Diversamente si sarebbe già arreso. Avrebbe interrotto quel gioco di niente. Di mutismi. E’ come se si fosse manifestato un segreto tra noi. Come se lui cercasse di leggere i miei pensieri. Come dovrei fare io con lui. Invece fingo di leggere il libro. Mentre non mi è più possibile. Ignorarlo diventa una palese affermazione che sono presente. Che ho cognizione di lui. Che mi sono accorta che è là. E’ come una sorta di attesa. Una sfida a chi cede prima. Ha un braccialetto d’oro al polso. Una cosa di un certo peso.
E’ assurdo venire in spiaggia e non fare nemmeno un bagno”. Alla fine si è deciso. Mi ha disturbata e mi ha interrotta. Mica posso fingere di non aver sentito. Forse alzo un po’ troppo la voce: “Com’è”?
Me lo rimangio subito. A volte sono impulsiva. Torno a ignorarlo sfacciatamente. Come supponevo la voce è calda. Dev’essere anche bella quand’è tranquilla. Ormai mi ero convinta che avrebbe rinunciato. E’ quasi un gioco per me. Non stacco gli occhi dalle pagine: “Naturale”.
Ormai ha vinto la paura. Superato quel primo scoglio. Il mare è tranquillo. E’ già meno timido. Secondo me non ha il vizio del fumo. Non riesce a trattenere lo sguardo sul libro anche se ha finito di cercare di leggerne il titolo: “Mi pare… prende”?
Gli concedo uno sguardo distratto e interrogativo e distaccato: “Una coke light, grazie”.
Per un attimo rimane senza argomenti. Si allontana scuotendo la testa come per chiarirsi le idee. Ha un bel culo.

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tazzina di caffèL’aveva incontrata ai grandi magazzini. A volte si fanno strani incontri ai grandi magazzini. Teneva in mano un libro. Lui credeva che non se ne trovasse più una copia. Lo sfogliava ancora indecisa se ne era interessata. Non era stato per quello ma solo grazie a quello. Lui solitamente era deciso e se la sbrigava rapidamente. Lei abbassava lunghe ciglia. Lo ignorava con ostentazione. Si mostrava interessata solo a quello che leggeva. Lui si accorse come voleva quel libro, ma non in modo aggressivo o particolare. Forse avrebbe potuto continuare a farne a meno. Eppure doveva averlo notato. E sentire il suo sguardo accarezzarla lentamente ma completamente. Nei tacchi si ergeva con orgoglio anzi il suo orgoglio aumentava ed era visibile. Faticava a recuperare una scusa. Le disse di averlo letto e che non l’aveva trovato granché. Lei gli sorrise di un sorriso delicato e composto. Disse d’averlo perduto, ma che invece l’aveva trovato avvincente. Tanto che era indecisa. Lui cercò una scusa per recuperare sulla critica. Ci sono dei momenti… anche per leggere ogni cosa al suo posto. Non era granché, e lo sapeva. Come pretesto si prepose per offrirle un caffè: mentre ci pensa. Con garbo, per non dar troppo peso alla sua poca cautela, lei accettò l’invito. Quando gli disse di chiamarsi Lorena lui capì che avrebbe dovuto mandarlo a memoria quel nome. Gli occhi di lei glielo imponevano. Continuò a ripeterlo mentalmente. La conobbe meglio in macchina prima di lasciarla alla fermata dell’autobus. Lei aveva voluto così. Lui avrebbe voluto continuare e continuare a conoscerla meglio. Ora non né ricordava nemmeno il titolo, del libro.

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tazzina di caffèLeggendo nelle carte il destino mi riserva un viaggio e non si impegna in altro, ma io non voglio starle ad ascoltare; alla fine preferisco scoprire lentamente le cose. Per il viaggio non vorrei dire ma ancora tre giorni a Vienna e poi dobbiamo tornare. Il pacchetto di Elsa aveva la forma di un libro, tutto suggeriva che fosse un libro (avevo sbirciato nel suo bagaglio) e conteneva un libro. Lei sperava in un anello (forse ci contava), mi è rimasta l’impressione che l’orsetto l’abbia un poco delusa. Lei, comunque (Elsa), ha finto bene ed è stata dolce. La ricorderò, questa vacanza riempiendo e svuotando valigie, ma almeno è stato bello lo svegliarsi il mattino e le ferree regole podistiche dei giorni che ci lasciano sfiancati. Non so se la ricorderò di più per la bellezza per gli occhi o per la rigidità del tempo (per bellezza per gli occhi torno a parlare, scusami, anche e soprattutto di Elsa); di lei sono stati pieni questi giorni. Non ti dico né me lo dico quanto abbiamo mangiato e al solo dirlo mi sento sazio, mi odorano ancora le dita di spezie e l’alito di birre. Oggi credo proprio che ce ne staremo un poco a letto a riposare. Dai un bacio ai bambini.

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Era salito tra l’indifferenza generale.
Non appena si liberò un posto, poco lontano da me, velocemente lo occupò e con gesto rapido ma che non poté passare inosservato trasse dalla tasca un libro. Fu quella rapidità che lo tradì e che attirò la mia attenzione.
Solo allora collegai e capii l’incertezza e la provvisorietà del suo equilibrio, l’aggrapparsi con forza senza vincere il movimento ma anzi subendolo e restandone sballottato.
Passò la mano lungo l’unione delle due pagine perché si mantenessero aperte in un gesto lento e leggero, in un gesto che sembrava contenere uno strano rispetto; ed io cercai di capire che libro era, mi affannai, allungai lo sguardo sulla pagina aperta senza risultato, ma con una certezza: non vi erano giustificazioni.
Lui non aveva l’età di uno studente né l’aspetto di un insegnante, e poi la forma del libro denunciava come non potesse trattarsi per certo di un testo scolastico. La copertina non era sufficientemente colorata per essere uno di quei romanzi che si vendono dai giornalai; la carta lo distingueva decisamente sia dai manuali tecnici che dai condensati.
Oramai l’attenzione di tutti era puntata su di lui e si era fatto silenzio. Se ne doveva essere accorto e la cosa era denunciata dal fatto che stava ancora, e da troppo tempo, leggendo quella pagina a sinistra.
Ci fu una curva a sinistra, un attimo di controluce, forse credetti soltanto di vederlo sudare.
Alla fermata la porta fu aperta e lui rapidamente scese e si allontanò.¹


1] scritto il 16 giugno 1992

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A quell’ora insolita una ragazza si lascia assopire dal moto della corsa. Porta un grosso anello di materiale plastico verde e trasparente all’indice della destra.
Una donna obesa cerca inutilmente di interpretare la tabella esplicativa dei prezzi a seconda delle tratte di percorso. Forse appare più vecchia. Nella sinistra, libera, tiene la copia sgualcita di un romanzo dal titolo. “PENE D’AMORE” (o forse: “PANE D’AMORE”?). Dato il precario equilibrio e la gente non tenta nemmeno di leggerlo.
Tutti eseguono un lento dondolio, di lei dondola ogni parte del tutto e ogni parte in via del tutto autonoma, in un’autonomia come dettata da un differenziato ritmo.
Da dietro qualcuno protesta per i negozi chiusi di domenica e per mille altri motivi. Come in risposta da un’altra voce nitido un frammento: “…adesso che lavorino i giovani!”
I giovani lo stanno facendo o vorrebbero farlo, ma in quell’istante quell’invito non li aiuta nel modo più assoluto.
Poco più avanti l’uomo elegante sbianca, si sente venir meno e nell’aggrapparsi versa i numerosi quotidiani che portava e questi si spargono a lui intorno.¹


1] scritto il 17 maggio 1991

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La cometa

piccola operetta morale

Il modo si era come corrotto, forse la colpa era stata del passaggio della cometa. Io ero tentato a dar colpa di tutto a quell’avvenimento astronomico perché quella notte mi successero veramente alcuni fatti strani e inspiegabili altrimenti. Avevamo un canarino bello vispo e pieno di vita a cui mio figlio aveva dato il nome di Pavarotti. Aveva sempre cantato a becco spiegato fino a quella notte. Prima che andassimo a letto aveva cantato per l’ultima volta. Il mattino seguente lo trovai steso sul fondo della gabbia. Fui costretto a dire a mio figlio che avevo dimenticato la porta aperta e quello se ne era volato via. Che forse, probabilmente, prima o poi, sarebbe tornato.
Non che io sia uso a incolpare delle cose il sopranaturale. Semplicemente non sapevo darmi una spiegazione razionale. A quello e a tutto il resto. Anche perché m’ero destato insolitamente da un sogno che mi aveva lasciato in un piacere lascivo; eccitato. Ma inizialmente avevo pensato che forse era solo una mia impressione o, ancora, era cambiato solo in me e attorno a me perché non avevo notizie differenti e che smentissero queste mie riflessioni. Eppure la gente mi sembrava presa da una strana e insolita euforia e aspirazione a vivere. Da una nuova fretta. Per essere più espliciti semplicemente da una curiosa e anomala frenesia che almeno io non avevo colto in precedenza.
Qualcuno dirà che sono un sognatore, un illuso, che non sono sufficientemente smaliziato, per la mia età, e che avevo cercato di vivere in un mondo su misura. Forse è in parte vero eppure le coppie che mi circondavano, prima erano coppie, come si dice, regolari. I rapporti erano rapporti rispettosi e normali di coppia. Quelli che ci si aspettano tra coniugi o fidanzati. Poi, una dopo l’altra, in breve tempo, di quelle coppie non sono rimasti che detriti. Erano scoppiate. Da quelle tranquille coppie erano uscite altre coppie e mille altri rapporti complessi che si intrecciavano; e rapporti cosiddetti clandestini.
Ritenevo (e ritengo tuttora) che per i nostri anni l’unica eccezione dovrebbe essere rappresentata dai giovani che, anche per età, hanno relazioni instabili, in continuo mutamento. Perché si sa che anche gli ambienti che frequentano invitano, per così dire, alle distrazioni e alle divagazioni. Quella musica a volumi insopportabili e quei suoni ipnotici. Inoltre le cose che ingurgitano in quelle piccole ore e che io non so nemmeno immaginare (e che Dio solo sa). Tutto insomma può diventare ricerca di emozioni e del piacere. Corrompere i costumi e le abitudini. Aiutare alla dissoluzione. E’ difficile crescere un figlio di questi anni.
Ora, come appena spiegato, sembra che mi sbagliassi e della grande (ma non può essere così) e che stesse cambiando il mio mondo. Mi sembra di vedere sempre nuove coppie, una enorme instabilità e precarietà. Coppie strane. Gente con gli occhi sfuggenti e un’aria clandestina. Confidenze esagerate. Allegrie. Mi sembra che anche ogni programma della televisione si sia fatto malizioso quando non sconveniente. Che si ammicchi sempre al nudo, ai rapporti e alla sessualità. Così come i giornali e la musica. Le edicole sono state invase da quelle riviste. Anche i notiziari della televisione; persino quelli. E’ difficile esser padre oggi.

P.S. In qualche caso nei commenti è stato osservato che i miei racconti brevi, quelli dei Profili e altri, paiono degli incipit. Allora allego un vero incipit; così, per divertimento. Quei raccontini brevi cercano di lasciare spazio a variazioni. Tendono a suggerire (sul tema); a muovere a variazioni. L’incipit invece lascia a metà aspettando un seguito. Ma forse è solo una cosa che mi racconto da me. Questo  naturalmente è un vecchio scritto. In realtà è solo l’inizio del primo capitolo di un intero romanzo, veramente il secondo di due, che naturalmente non ho nemmeno mai pensato di cercare di pubblicare.

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Il mercato arrivava tutti i sabati, tranne quando lo spazio era precluso per qualsiasi motivo, e c’era sempre una frettolosa e allegra confusione. Davanti al banchetto si soffermò e prese tra le dita un pomodoro osservato con sgarbo dal fruttivendolo. Acquistò un paio di quelli e un chilo di patate e quattro mele. Si trovò curiosamente a ripensare alle parole dell’amico che gli aveva detto che gli uomini tendono alla periodicità come gli umani all’infinito e le volpi all’uva. Quell’uva era bella e attirava il suo occhio, ma era verde alle sue tasche soprattutto all’ultima settimana del mese. In quel mondo che credeva di poter scordare la vera povertà essere poveri era diventata una colpa e ne provò vergogna. Cercò di rammentarsi di quanto gli rimaneva. Decise che preferiva non rinunciare a prendere quel libro.

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(dalla Isla Negra)
Era sopravissuto a tutto, anche alla propria violenza. L’aveva detto: “Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine” –invece davanti alla propria indignazione prese la penna e non riuscì a tracciare un rigo. La sua voce possente si era disseccata e il tempo l’aveva reso più vecchio che saggio. In fondo non gli sarebbe dispiaciuto di chiudere il suo libro quel gennaio alla Moneda, anche se era maledettamente in ritardo. Non c’era più nulla da vedere per cui ne valesse la pena. Michele voleva regalarlo a natale perché sua figlia ne potesse ancora godere e per ricordare, ma non era più di moda. L’avevano seppellito per la seconda volta e questa volta sotto una coltre di polvere e di silenzio.

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