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Posts Tagged ‘lite’

A volte le discussioni sono stupide. Cioè non sono stupide ma iniziano per motivi che possono sembrare stupidi. Certo che i giudizi si possono dare solo dopo. E dopo è facile dire. Al momento una parola tira l’altra. Si alza il tono. Nessuno vuole cedere. E precipiti nella lite prima ancora di accorgertene. Per farla breve mi preparo per vedere la partita. Sistemo la televisione. Il portacenere al suo posto. La birra. Naturalmente tifo per gli avversari. Frutta secca. Una sedia per le gambe. E prima di mettermi comodo cerco la mia nutella nel solito posto, ma non la trovo:
Sai dov’è stata messa la nutella”?
Credo che sia finita”.
Naturalmente una risposta non risposta; evasiva. Dico tutto questo perché quando si parla delle donne le donne sono brave a fare le vittime. Danno sempre la responsabilità di tutto alla loro abilità nell’armarsi di sensi di colpa come se li provassero solo loro. O se potessero giustificare tutto. Perché quando una ha torto ha torto. Ma se le senti:
Sensi di colpa perché si fa una telefonata ad un’amica mentre invece si dovrebbe preparare la cena che lui sta tornando a casa. Sensi di colpa perché non gli hai comprato la sua marca di birra preferita. Sensi di colpa perché a te del calcio non te ne frega niente e forse dovresti fare uno sforzo a condividere i suoi interessi. Sensi di colpa perché si dedica troppo tempo ai figli ed invece perché non hai neanche cinque minuti per massaggiargli i piedi quando dopo cena si sbatte sul divano a guardare la tv mentre tu pulisci la cucina? Sensi di colpa perché si fa carriera. Sensi di colpa quando la si interrompe, perché “dovevi pensarci prima”. Etc. Come se fosse colpa nostra se non ci pensano. Che poi a dirla tutta è tutto vero. Ma torniamo ai fatti. Ormai era chiaro com’erano andate le cose ma volevo andarci a fondo. Perché tra i tanti sensi di colpa di cui una donna si rende responsabile il senso di colpa per essersi mangiata la nutella proprio quello non l’ho mai incontrato in tanti anni di matrimonio.
“Cazzo! non c’è e non c’è. Chi cazzo si è mangiata la mia nutella”.
Credo di averla mangiata io”.
Ma come l’hai mangiata? La compro e tu ti mangi la mia nutella e non dici niente”?
Non per essere pignoli ma l’ho comprata io. Ricordami una volta che hai fatto la spesa”.
Non fa differenza. L’hai presa per me”.
Veramente l’ho presa per casa. E tu non fai che ingozzarti di tutto tutte le sere davanti al video”.
Vedi che mi dai ragione. Sai che come sono abituato. E poi era la mia nutella”.
Da quando? In casa è tutto tuo. Non pensi che con la pancia. Solitamente le cose sono là. Da quando si deve chiedere il permesso”?
Non è una questione di permesso. Io mica mi mangio le tue pillole di crusca”.
Fai pure se credi. Sono lì”.
Resta il fatto che ti sei mangiata la mia nutella”.
Resta il fatto che avevo voglia di un po’ di nutella. Non mi sembrava così grave. E non ce n’erano più di un paio di cucchiaini”.
Intanto i toni si stavano scaldando e la pazienza esacerbando. Io ci tengo alle mie abitudini. Sarà anche un difetto ma sono così. Mi piace trovare le cose al loro posto. Le ciabatte, le camicie e tutto il resto. Lei lo sa. Nutella compresa. Non dico ma l’avesse fatto apposta non sarebbe stato peggio.
Vuoi dirmi così che non ce n’è proprio più”?
E’ quello che cerco di dirti da un ora”.
Intanto non è un ora. E comunque non dovevi permetterti”.
Ma cosa? Stiamo impazzendo. Per un goccio di nutella”.
Era la mia nutella”.
Non avevo visto che avesse il nome”.
Da domani glielo metto. Così la smetti di mangiarmela”.
Ecco, bravo. Magari da domani impara a comprartela”.
E’ inutile che cerchi di avere ragione”.
Cos’è, mancanza di affetto? Guarda che di quello me n’è rimasta ancora una scorta. Se te ne ricordassi più spesso”…
Cosa vuoi dire. Chiedo solo che non mi sia mangiata la mia nutella”.
Parlo arabo? Era lì e me n’è venuta voglia. Vuoi ammazzarmi”?
Potevi chiedermi”.
Cos’è sta novità? E poi eri fuori”.
Cos’è un rimprovero? O vuoi dire che è stata una punizione. Ti faccio mancare qualcosa”?
Per quello da dove vuoi che cominci? Lasciamo stare, ch’è meglio. Ma se non raccogli nemmeno i calzini”.
Cos’è: la rivolta della donna? Un ritorno di vecchi amori mai sopiti per il femminismo? Dillo. Dillo una buona buona volta”.
Non ciò proprio voglia. Ma se vuoi: una buona volta”.
Cos’è, mi prendi in giro”?
Fammi finire i piatti. Nutella o non nutella io le cose le debbo fare”.
Eccone un’altra. E adesso come la mettiamo”?
La mettiamo che per una sera ne puoi fare senza”.
E se non potessi”?
Allora la faccenda cambierebbe completamente. Saremmo costretti a metterla che mi sono scordata e per una sera sarai costretto a farne senza”.
Non c’è più nemmeno il barattolo”.
Ti ho detto. E l’ho gettato”.
Potevi dirlo subito”.
Ma cosa potevo dirti? Che poi nemmeno sapevo che c’era la partita”.
Solita storia. Non c’è mai una cosa che tu sappia. Sempre così voi donne”.
Sempre così noi donne”.
Ma c’è qualcosa che vi interessa”?
Ti sembrerà impossibile ma molte cose”.
Certo che mi sembra impossibile. A parte i pettegolezzi”.
Anche per quello avete ancora molto da insegnarci”.
Possiamo spiegarvi, mica possiamo capire al posto vostro”.
Nemmeno ti sto ad ascoltare. Che lo so che non è nemmeno tua”.
Ma cosa sai tu oltre a mangiare le cose degli altri”.
Mettila sotto chiave. O nascondila. E se proprio vuoi che te lo dica allora te lo dico. Sei così bravo a nascondere che ti trovo i bigliettini per le tasche. Le camicie da pulire. E nemmeno mi ricordo più da quanto tempo è. E, ti ripeto, vedi di comprartela che se continua così giuro che non la compro più”.
Cosa c’entra tutto il resto? Possibile che ogni volta che si parla tu sparli? Mi sono lagnato solo per la mia nutella”.
Il signorino non vuole che si parli d’altro. Al diavolo anche la tua nutella”.
Ma in fondo cosa chiedo? Non credo di chiedere troppo. Non chiedo che un po’ della mia nutella”.
Non c’è nessuna nutella. Tu non chiedi troppo. Chiedi tutto. Mi stai chiedendo la vita. Mi stai togliendo la vita. Lo capisci”?
Non serve a niente fare una tragedia per niente. Bastava che mi avvertissi che l’avevi finita”.
Una volta era veramente bella. Naturalmente lei riesce a negare persino questo. Naturalmente la serata non è finita lì. Io non cedevo. Lei non cedeva. Nessun senso di colpa. Non ci siamo ancora riappacificati. Continuiamo ancora a non parlarci. E naturalmente lei, che è una donna vendicativa, come tutte le donne non perdona e soprattutto non dimentica, non ha più preso la nutella.

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Tu pensi che io sia stupida? Tu credi proprio che io sia stupida? Li conosco quelli come te. Le dici… poi le cambi… con il momento… nemmeno so perché ancora lo faccio… Forse per lui. O perché mi mette ancora una mano… Poi torni… cara di qua… dolce di là. Non ho niente e te la ridi, magari. Proprio come… vieni qui, credi… un albergo. Quante volte l’ho detto. In quante l’avremmo fatto. Poi viene il momento… e non resta altro. Non rimane nemmeno una ragione. Non resta nemmeno la voglia… la voglia di litigare”.
Non aveva mai afferrato il senso e il perché di quella sfuriata.

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raccontiDi Lei forse è meglio non parlare. Per simpatia. Per galanteria. Per rispetto. Per conservare quel minimo di intimità anche nelle situazioni più tragiche. Su Lui, lo stesso narratore, che solo per sua innata fortuna non è stato direttamente presente, preferisce non farlo. Non saprebbe come giustificarlo. Che ragioni addurre. Raccapezzarsi. I fatti, in sé, parrebbero di una banalità disarmante. Insomma era il suo compleanno; di Lei, per inciso. Si era organizzata una cenetta. Forse il primo errore era stato organizzarla a tre. Infondo cosa centrava l’altro. Era una caro amico ma una coppia dovrebbe riservare solo per sé le proprie scadenze. Certe intimità. Loro, Lui e Lei, erano una coppia da anni. Da tanto tempo che quasi non serviva nemmeno che si parlassero. Bastava un’occhiata.
Forse il secondo errore era stato che lui era passato ugualmente in ufficio; non aveva potuto prendersi una giornata di ferie. Lei invece aveva tutto il tempo a disposizione e voleva che tutto fosse perfetto. Quando erano arrivati i fiori aveva letto il bigliettino e si era lasciata appena commuovere e li aveva messi in un bel vaso. Sarebbero stati il centro della tavola. Aveva deciso di preparare pesce perché sapeva che a Lui piaceva il pesce. Era andata presto al mercato ed era soddisfatta di averlo trovato fresco. Un rombo che era una meraviglia, delle alici e un chiletto di cicale di mare tutta carne che, con un cucchiaio di aceto, sarebbero venute una meraviglia. Al terzo tentativo era riuscita anche a far montare la maionese. Le quattro uova impazzite erano finite giù per lo scarico del lavello. Le sembrava di avere fin troppo tempo ma avvicinandosi l’ora si accorse di avere solo quello necessario. Si guardò allo specchio è provò ancora soddisfazione di sé. Lui doveva portare il vino. Sperava arrivasse presto perché è buona norma servirlo fresco, quasi ghiacciato.
Lui l’aveva messaggiata appena giunto in ufficio e aveva lavorato guardando continuamente l’ora nella attesa. Era certo che lei avrebbe preparato il suo famoso brasato al barolo. Veramente era Lui che faceva un magnifico brasato al barolo e Lei ne era ghiotta. Aveva procurato un paio di bottiglie dello stesso vino, barolo, le più costose, per bagnare il manicaretto. Sarebbe volato a casa e il tempo di darsi una rinfrescata e cambiarsi e sarebbe stato tutto per Lei, per la festa. Certo non poteva nemmeno lasciare quell’ultima pratica. Aveva pensato ad una collana, poi aveva ritenuto che fosse troppo impegnativa, l’aveva già vista, poi era tornato ancora sui suoi passi, e un’altra volta ancora. Alla fine se l’era fatto consegnare in ufficio giusto in tempo e raccolte le bottiglie era sortito per la serata. All’ospite avevano dato appuntamento alle nove. Forse tardi. Sarebbe rimasto, dopo, poco tempo per loro. Fu in quel preciso istante che si pentì dell’ospite.
La cosa invece si complicò appena giunto a casa, vestito ancora così come si era vestito il mattino. Lei lo pregò di mettere il vino il frigo. Lui Le spiegò che il rosso va solo fatto ossigenare. Lei gli chiese, cominciando ad innervosirsi, da quando si serviva con il rosso. A questo punto per Lui fu chiaro che non avrebbero avuto brasato per cena, e che non era quel vino che Lei si aspettava portasse. Gli animi si cominciarono a scaldare. Lei che aveva pensato al pesce per essere carina con Lui. Lui che aveva immaginato il brasato perché infondo era la festa di Lei. Lei che osservava che ormai era tardi e, come avrebbero potuto fare, non poteva certo servire il pesce con un rosso e oltretutto anche robusto. E poi che idea era la sua, anche si fosse trattato di brasato mica è fine accompagnarlo con lo stesso tipo di vino usato per la cottura. Succede. Una parola tira l’altra. Il senso delle parole si perde man mano che si alza la tensione e gli animi si scaldano. Alla fine lui brandì le bottiglie, prima l’una e poi l’altra, e ne fece l’uso a cui non erano destinate. Fece un gesto che se avesse contato almeno fino a ventiquattro non avrebbe fatto e che, certo, non avrebbe ripetuto, e di cui si sarebbe pentito. Poi infilò la porta e lasciò la casa. Detto per inciso, e fuori del contesto del racconto, da quella porta non sarebbe mai più rientrato. Per il gesto e per l’orgoglio reciproco e le reciproche ripicche. Può sembrare stupido porre fine ad un’unione di ventiquattro anni per una bottiglia di vino, anzi due, rosso anziché bianco, quando sarebbe bastato parlarsi. Anche se a volte le parole servono per quello che servono e a volte trovano una loro utilità; ormai erano inutili.
Lei aveva messo un vestito nuovo delizioso e già s’era convinta di averlo fatto inutilmente. L’ospite arrivò puntuale che il disastro si era consumato. Lei stava piangendo ma erano lacrime di rabbia. Cercò di capire cos’era successo ma per risposta non ebbe che un “Non metterti anche tu, ora! Mai è poi mai mi si convincerà di portare a tavola del pesce con il rosso”. Quel pesce era finito nel sacchetto dell’umido, e lui comprese che sarebbe stata una cenetta piuttosto leggera. Certo non aveva potuto immaginare e non si era organizzato nessun programma alternativo. Finse che la cosa non avesse troppa importanza. Lei prese a scusarsi. Lui cercò di confortarla. L’aiutò ad arginare il sangue nella piccola ferita che si era fatta nella foga della rabbia. Lei non riusciva a liberarsi di quelle lacrime. Lui, uscendo, decise che in qualsiasi prossima occasione simile avrebbe preferito il vino portarlo lui.

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Martina

Mai avrebbe voluto che fosse solo il tempo a governare le cose. In/vece quel giorno era di umore variabile come lo sono, a volte o in quei giorni, le belle donne (alle altre non ci si fa attenzione). E’ per questo che ogni qualvolta che si gioca c’è il rischio di perdersi. E Martina era una ragazza singolare, aveva un volto asimmetrico che nell’insieme diveniva bello o almeno interessante. Lei amava farsi aspettare e lui l’aspettava fino almeno a quando aveva contato la quinta sigaretta, ma, poi, aveva sempre fretta e anche quel giorno. Lui era nato a Courbevoie la settimana prima di quando sarebbero dovuti tornare; non l’aveva mai convinto bene la storia del settimino. Martina gli chiedeva spesso di parlarle in francese e lui ne aveva solo una parsimoniosa conoscenza scolastica. Era sua madre ad essere francese e lui non aveva più visto la Francia e naturalmente non poteva averne memoria e nemmeno sapeva dove esattamente fosse quel posto. Erano aspettati e in quel ritardo lui faticava a governarsi. Lei chiese se l’amava e lui bofonchiò qualcosa che non doveva esserle parso troppo convinto ma era anche perché badava alla strada. Allora lei pensò che dovesse avere un’altra; non le bastava la sua costanza. Chiese di fermare la macchina – acconsta – e ne discese irritata.

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