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Posts Tagged ‘liti’

piccoli-amoriTutto era cominciato nel modo più banale, fra bambini. Nel bel mezzo del gioco. E’ sempre così che ci si litiga. Persino da grandi. Poi si perde il motivo. Semplicemente si continua. Forse fa parte anche quello del gioco.
«Uno, la luna»…
«Son giochi da bambine».
«Due il bue. Cosa vuoi dire»?
«Son giochi stupidi».
«Tu non sai niente».
«Invece io so più di te».
«Non è vero».
«E’ più forte il Milan».
«No! La Juventus».
«Cosa vuoi sapere tu di calcio»?
«Lo so perché lo so»?
«Chi te l’ha detto»?
«Me l’ha detto chi me l’ha detto. E poi lo so. Nella Juve c’è Baggio».
«E nel Milan c’è… Ma perché parlo con te»?
«Sei un cafone antipatico. Solo un pisciasotto».
«E tu sei… sei… Sei solo una ragazzina. Ecco cosa sei».
«Non ci gioco più, con te».
«Nemmeno io».
«E togli quelle mani dal naso».
«Perché»?
«Perché sì! Non è bello. E poi fai schifo. Con le caccole al naso»…
Entrambi sono usciti con i calzettoni abbassati e la palla, ma quella di lei è rosa con le stelline e quella di lui è proprio da calcio con lo stemma della sua squadra. Entrambi si sono scordati della palla perché non è possibile giocare in due con una di quelle due palle così diverse. Loro sono quelli della foto, anche se oggi non lo possono ricordare. E’ passato troppo tempo. Son cambiate troppe cose. Le foto non sono più in bianco e nero. Nemmeno la vita è più in bianco e nero. E’ tutto colorato e i giocattoli di legno restano negli scafali.
«Però il mio papà e più forte».
«Sei solo invidioso».
«E il mio papà ce l’ha più grande».
«No! E’ il mio. Carino».
«Chiedi a tua mamma».
«Non dire così della mia mamma».
«Lei lo sa».
«Tu non lo sai».
«Sì che lo so».
«Non è vero».
«Sì che è vero».
«Giura».
«Giuro».
«Sei bugiardo».
«Li ho visti di nascosto. E poi… Non potrei dirtelo perché è un segreto ma… Ho sentito io la tua mamma che lo diceva che era bello grosso».
«Sei uno… Stronzo».
«Sei una ragazzina».
«Tu mi racconti bugie. E poi?»…
Lei è spavalda, sicura di sé. Ogni sua parola è un dispetto. Gliela sputa in faccia. Lui ci pensa un po’ perché i maschietti non hanno sempre la risposta pronta come le ragazzine. Anzi perde tempo sempre prima di ogni risposta. Gli prudono le mani ma non vuole litigare, non ci si può azzuffare, anche se ne avrebbe voglia, non si può picchiare una bambina. Vorrebbe andarsene ma sono soli. Non saprebbe dove andare. Non gli va di tornare a casa. Spera ancora che arrivi qualcuno che sappia tirare due calci al pallone. Anche se dovesse essere quell’antipatico ciuccia moccio di Carlino che se la fa perfino addosso. Fortuna che ancora non piove.
«Poi sono scappato».
«Parli, parli. Tu ce l’hai piccolino».
«Non è vero».
«Vedere».
«Sei proprio curiosa come tua mamma».
«Visto»…
«Adesso me le fai vedere»?
«No»!
«Devi».
«Cosa vuoi vedere tu che sei»…
«Ti prego».
«Mi annoio. Poi facciamo un gioco… più gioco. Qualcosa di divertente. O ritorno a casa. Non dovrei… Guarda che non sei più il mio fidanzato. Che cosa mi dai? E poi sei antipatico. E poi non sai niente. E anche un po’ invidioso. E cretino. E poi… E va bene. Non capisco cosa c’è. Sei proprio noioso. Ma sei il mio amico, no? Però non dovrei. Ma poi la smetti e amici come prima».
Oggi la vita è molto più semplice. Lui giocherebbe al suo “Call of Duty: Black Ops” e ucciderebbe tutti i cattivi. Lei vestirebbe la sua Barbie, che è innamorata del suo Ken, e si sposeranno. Aspetterebbero di incontrarsi in Facebook. Lei con il suo flacone di anfetamine. Lui stringendo un boccale di birra dietro al quale tornare a essere quell’eroe. I tempi cambiano ma i bambini restano bambini: «Tre, la figlia del re».
«Me lo dai un bacio»?
E le bambine continuano ad avere l’ultima parola: «Ma sei matto»?

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Tecnica mista su cartone telatoSilenzi. Non erano silenzi quelli che mi gravavano addosso. Erano silenzi pieni di parole. Parole senza leggerezza. Che piombavano immediatamente a terra. Parole, senza valore. Parole, senza significato. Parole-suoni anzi parole-rumori. Solo rumori indistinti. Come quelle che hanno chi non si ascolta. Che non desta alcun interesse.
Non ho nulla da appendere alle finestre. In quei momenti… di quel tempo… Le vorresti chiuse quelle finestre. Chiuse anche le bugia. Chiusi gli occhi. E il cervello. Staccata la spina. Nel silenzio vorresti nasconderti. Trovare il silenzio nella tua testa. Fuggire il frastuono dei tuoi pensieri. Da quella folla. Assiepata.
Quei silenzi. Silenzi parlati. Silenzi gridati. Silenzi straziati. I miei silenzi erano fatti, quasi sempre, di rimproveri, di grida, di rabbia; fin troppo rumorosi. Silenzi che creavano disagio, reazioni, anche violente, rancori. Silenzi di parole che non cambiavano niente. E poi di pentimenti. Quelli sì muti. Privi di suoni. Perché non ho imparato a contare fino a dieci. Ne a smettere di lottare. Ad arrendermi. E non è di nessun beneficio.
E di mille silenzi potrei parlare. Nessuno mi ha lasciato. Nessuno aveva un colore, né un odore particolare. Ma quelli che sono ancora più presenti sono i silenzi della notte. Quelli fatti di piccoli rumori attutiti che vengono da distante. Del suo respiro al mio fianco. Di buio. Quelli hanno un colore: il nero. Silenzi quando il sonno tarda ad arrivare. O non arriva mai. Silenzi ripetuti. Preceduti solo dalla paura di coricarmi. Del timore di un’altra notte insonne. Di quei pensieri ancora folla.
In quei silenzi mi volgevo dalla sua parte, senza sfiorarla. L’amavo ancora. Lei mi amava ancora, probabilmente. Eppure non sapevamo darci l’amore. Avevamo perso le parole. Non possedevamo più una lingua per comunicare. Volevo avvicinarmi. Non volevo disturbarla. Le parlavo senza dirle parole. La interrogavo. Mi chiedevo se avevo fatto abbastanza. Mi ripromettevo di riprovarci. Facevo un consuntivo: avevo fatto tutto il possibile. Ma lo avevo fatto veramente? Non sapevo di cosa rimproverarmi. L’amore non bastava.
Io non la capivo e lei non mi capiva. Non faceva niente per capirmi. Ero lo stesso uomo ma mi voleva diverso. Ancora più diverso. Forse non voleva un uomo lì. Voleva solo la certezza che non me ne potevo andare. Voleva un compagno di viaggio che non disturbasse. Che non affaticasse le sue fatiche. Sarebbe stato meglio un gatto. Magari di peluche. Consapevole che domani avrei fatto ancora un altro timido primo passo. L’ennesimo ultimo tentativo. Che avrei cercato un altro compromesso con il mio piccolo e stanco orgoglio. Che avrei perso. Comunque.
Certo che domani sarebbe stata un’altra giornata difficile. Di silenzi gridati e guerreggiati. A rinfacciarsi anche l’inutile. Con il timore che non sarei riuscito più ad affrontarla, un’altra giornata. Che non avrei trovato più un motivo od un posto in cui nascondermi. Non riuscivamo a perdonarci più nulla. Frustrato. Con una selva di perché mai risolti. A sbattere contro i suoi no. Le sue testardaggini. Contro di lei che continuava a chiudersi in se stessa. E tutto mi riduceva a niente. A meno di un amico. Nemmeno al padre di mia figlia. E lei dormiva come un’estranea vicino a me; nel mio letto.

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