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Posts Tagged ‘lotta di classe’

Io non credo ai vampiri. E’ meglio dirlo subito. Tanto per essere chiara, anche se mi chiamo Elisabetta. Non credo ai vampiri come non credo a dio, a maometto, a jahvè, a budda, all’uomo lupo, a halloween, alla befana, a babbo natale ma con qualche riserva. Stento persino a credere al primo maggio. Credo solo a ciò che vedo, anche se alla messa ci vado come tutte. E la notte non si può dire che mi annoi. Io vivo la notte. In fondo si può dire che sono anch’io un animale della notte. Di giorno me ne starei sempre a letto. Con le persiane chiuse. Amo la notte. Mai fatto strani incontri. Eppure usciamo, o frequentemente esco, spesso. Non si può dire che la mia non sia una vita frenetica. Oggi una cena o una cenetta. E domani qualche locale. Uno spettacolo. Un’intervista qua e là. Mai ferma. E poi il mattino bisogna ricominciare. Ed essere pronta e presentabile.
E ripetutamente siamo passati anche per quei quartieri. Quelli che chiamano del degrado. Di notte. Un po’ per curiosità. Per vedere. Senza scendere dalla macchina. Le cose bisogna vederle. Non basta saperle per sentito dire. E ho provato a lasciare avvicinare qualcuno. Raramente barboni; hanno un puzzo. Qualche pusher. Qualche signora della notte. Sempre per curiosità. Mi chiedevo come facevano. Cosa dicevano. E un po’ mi fanno anche pena, quelle signore che invecchiano subito. Capisco che molte lo fanno per bisogno. E poi spesso puttana ci nasci. E’ nel dna. Nell’ambiente in cui cresci. Molte non hanno mai avuto una vera famiglia. O degli esempi positivi, in casa. Non hanno conosciuto un’alternativa. Sono nate per riempire quel letto. Per essere balocco. Ma anche tante non hanno il minimo rispetto della fatica. Non hanno mai imparato a lavorare. E’ questo a farmi incavolarsi. Nemmeno un briciolo di dignità.
Io dalla palta mi sono tirata fuori. Con le mie mani. Se era per i miei non so dove sarei. Magari a lavare panni. Posso proprio dire che mi hanno lasciata con le pezze al culo. E sono caduta. Ma ogni volta mi sono rialzata. E più caparbia di prima. Ricordo bene tutto. E’ anche per questo che non mi dimentico mai degli altri. A guardare bene ne ho fatto di bene io durante tutta la mia carriera. Le so le cose della vita. Sono vedova due volte, ma questa volta l’ho scelto più giovane. Non che non mi si addica il nero. Anzi ci sto anche una meraviglia. Solo non mi piacciono quelle cerimonie, dove devi mettere in piazza il tuo dolore. Il mio è una cosa privata. Quello che sento lo sento io. Non ho bisogno di andarlo a raccontare, né sbandierare. E tutti si ricordano di me come della vedova del mio povero primo marito. Nessuno si ricorda di quella ragazza. Li so io i segreti dietro la facciata, e i sacrifici. Mica li vado a raccontare.
Non ho nulla contro gli operai. Sono stata operaia anch’io. Al telaio. Prima che diventassero i miei operai. Prima che quattro esagitati frantumassero il busto del mio primo povero marito. Ho anzi simpatia per loro. Ci sono anche brave persone, che fanno il loro lavoro. Ma erano altri tempi quelli. Però più di ieri vivere costa fatica. Per tutti. Anche per me. Ne ho viste tante. Ma proprio tante. Solo che ho la fortuna di essere quella che sono. E una deve anche sapersela guadagnare la propria fortuna. E so buttarmi tutto dietro le spalle. Ma chi non l’avrebbe fatto al posto mio? Avevo quel personale, non che oggi… proprio non male. E lo sapevo usare. Non che non ci avesse pensato allora anche la Arianna, quella smorfiosa. O la Gianna che di tette era messa anche lei bene, forse meglio. Guardo poi com’è finita. Non è stato facile convincerlo. Ma io ci ho saputo fare di più. All’uomo bisogna lasciare credere che è lui a fare l’uomo. Sbagli un attimo e sei già tra le cose usate. E quell’arte mica me la sono imparata a scuola. Non mi potevo distrarre nemmeno un attimo. Col mio primo; ma un po’ anche con il secondo.
Lui, il primo, mi ha lasciato la sua fortuna, ma ha avuto la morte che ogni uomo desidererebbe. E’ lui l’uomo importante della mia esistenza. Non lo scordo mai. E’ morto tra le mie braccia, nel nostro letto. Chi potrebbe chiedere di più? E poi non gli ho forse dato dodici anni della mia vita? E che vita. Un giorno gli dico: “Sarai mica geloso”? “No! –mi dice– è che non mi piace vedere il tuo culo in tutti i quadri appesi a tutte le osterie dove entriamo”. Che colpa ne ho se mi piacciono le cose belle? Se amo l’arte? Ma eravamo ancora all’inizio. La verità vera è che un po’ geloso lo era. E che avrebbe voluto vederlo solo lui. Averne l’esclusiva. Come un cardato di sua produzione. E, non per dire, mi ricordo anche degli altri. Di chi ha meno. Non c’è un’iniziativa di beneficenza che io non dia il mio contributo. Che non mi veda presente. Li scalo dalle tasse ma li tiro fuori dalle tasche; dalle mie tasche. Dove passo io poi i poveri sono meno poveri. E quando mi libero delle mie cose vecchie, che tanto vecchie non sono, solo che magari non le uso più, le dò alla caritas sempre. O il ricavato dell’asta lo dò a qualche altro ente benefico. Insomma non mi si può proprio rimproverare niente. Se ho qualche spicciolo è perché me lo sono guadagnato, centesimo sopra centesimo. So io quanto ho dovuto lottare che a lui quasi quasi piacevano più i maschietti, ma proprio ragazzini. E quando si limitava a guardare li vedevo come miei figli; io che di figli non ne ho mai voluti. Che io non prendevo sul serio i ragazzini nemmeno da ragazzina. Ho sempre preferito l’uomo a cui non devi star lì a insegnare tutto. A dirgli come deve fare. Insomma mi facevano, e mi fanno, tenerezza.
E io non mi sopporto quando provo tenerezza. Mi sento così… così indifesa. No! non è stato facile, ad assecondare i suoi vizietti. A far finta di non vedere i suoi capricci. Anche quando mi diceva che voleva guardare. Io sempre pronta. Sì! mi sono sudata tutto; ogni fortuna. E ora quello che ho posso dire sia frutto solo dei miei sacrifici. E Lorenzo, il mio compagno attuale, ma anche Claudio, fanno quello che voglio, perché pago io. Non fosse per me dovrebbero andare a lavorare. Dovrebbero sudarseli i loro sfizi. Guadagnarselo il pane. E allora li vorrei vedere. Puf! finito tutto. La macchina nuova. L’attico. La casa al mare. Le vacanze in montagna. L’amichetta. Purché non acceda. Come una bolla di sapone. Invece… So essere anche tollerante. E comprensiva. Ma se si viene a sapere gli spezzo le gambe. Gli tolgo gli alimenti. Non che qualche corno non glielo metta; a Lorenzo. Va da sé anche a Claudio. Devo essere onesta. Ma che colpa mi si può muovere? Sono solo scappatelle. Cose di poco conto. Quasi tutte. Non è forse l’occasione che fa l’uomo… cioè la donna ladra. E’ la vita stessa che ti porta nelle cose. E poi quale donna non ama essere corteggiata?
Io preferisco corteggiare. Quando me ne viene voglia. Succede. Non spesso. Succede. Ma loro devono stare attenti perché ho una faccia da difendere. Un nome rispettabile. Perché io la pipì non la faccio mica in piedi. E poi a loro non deve interessare quello che faccio io. Se non ho bisogno di Lorenzo ho l’autista ad accompagnarmi. Sempre lo stesso. Uno che non vede. Che sa tacere. Una persona riservata. Per dirla fino in fondo mi ha assaggiata anche lui. Forse dovrei dire che son stata io ad assaggiare lui. A pensarci mi viene anche da ridere. Dovrebbe essermene grato per sempre, ha conosciuto il sapore di una signora. Ma debbo dire che da quando è al mio servizio, e prima a quello di mio marito, non ho mai avuto da lagnarmi. Li tratto bene i miei sottoposti. Non so come faccia lei ma quando ho bisogno è a mia disposizione ventiquattro ore su ventiquattro. E anche lei si sarà resa conto che un lavoro come il suo è un capitale. Non si trova facilmente. Non ci si può sputare sopra. E così se lo chiamo di notte arriva prima che abbassi la cornetta.
A Lorenzo gliel’ho detto chiaro e tondo: “Così non va. Vedi di darti una regolata”. Certi vizi prima o dopo si pagano. E per lui sembra che il conto debba arrivare in fretta. Prima ancora di finire cena. Devo pensarci prima o poi. Ultimamente ha un incarnato che non mi piace proprio. Certe notti è proprio uno straccio; povera stella. Col rischio che mi prenda il sonno prima di toccare il letto. Certe sere persino sopra il piatto. Non lo vedo bene. Sta invecchiando in fretta, povero scricciolo. Però nemmeno io posso starmene sempre con le mani in mano. Deve capire anche me. Non potrò mica andare io a portare fuori il cane? Forse dovrei ridurgli la paghetta. A fare del male a volte si fa del bene. Io dico che dovrebbe smetterla. I vizi prima o dopo si pagano. A parte il costo; che quello sarebbe anche il meno. Ma non tanto.
Lui dice che lo lascio senza fiato, ma per me è una balla. Non credo di essere troppo esigente. Una donna è una donna. Ha le sue necessità. Le sue esigenze. E anch’io ho i miei bisogni. E lui a letto sta diventando… moscio. Se stiamo a casa cerca scuse. Spesso è davanti alla tele. Non sempre posso fingere di non vedere. E’ troppo giovane per una vita da pensionato. E io non sono l’istituto della previdenza sociale. Se non fa neanche quello… Che se lo mollo io ha finito di fare il cascamorto con tutte. Con tutte le sue… gallinelle. E di darsi quel tono. Io l’ho fatto e io lo disfo. Lo faccio rigare diritto. E che non mi dica di nuovo che è stanco. Che ha un cerchio alla testa. Le so bene anch’io queste storie. Si potrebbe dire che mi spetterebbero i diritti d’autore. Forse sarebbe meglio, anche per me, se si trovasse una mignotta fissa. Ora si è messo in testa di prendere il posto del D’Ambrosio. Buono quello.
Insomma sono buona e cara ma quando me le fanno girare. Il D’Ambrosio è finito a Cork a controllare la tosatura delle pecore. Ha smesso, dalla mattina, di fare il responsabile degli acquisti. Non potevo continuare a pagare quelle diarie, oltre a quelle la cui unica mansione era di stare inginocchiate tra le sue gambe. Che lo spieghi lui alla sua signora. Vediamo cosa le racconta per dirle che devono rinunciare a Cortina. Pierre dice che sono fredda come il granito. Non è vero. E’ solo che io non riesco a lasciarmi andare. E’ solo che io ho bisogno di avere le cose sotto controllo. Ho bisogno di sapere come va la tal azione e cosa mi costa il tale capriccio. I soldi non crescono nell’orto; sotto i cavoli. I soldi chiamano soldi. E quando se ne vanno si corrono appresso gli uni con gli altri. Ho dismesso Budrio perché era quasi solo un costo. In verità è stata solo una delocalizzazione. Mi dispiace per loro ma non potevo fare diversamente. E la vita continua. Gli affari sono affari. Soprattutto quando hai a che fare coi gialli. Che spesso mi chiedo chi me lo fa fare. Sarebbe anche ora anche per me di limitarmi a godermi quello che ho fatto. Insomma io mi son fatta tutta da me e mi son fatta bene. Inutile ripeterlo. E mantenermi bene mi costa fatica. Fatica e denaro. Ma non sto qua a piangere sul latte versato. In fondo non mi manca niente. E, parlando di uomini, posso ancora avere tutti gli uomini che voglio. C’è ancora chi non chiederebbe altro. Eppure non ho ancora il coraggio di dare un calcio a Lorenzo. Così me lo porto appeso alla borsetta. Tanto ormai tutti tollerano la sua goffa ignoranza. Certo è ancora molto… ornamentale. Non dico di no. Lui lo sa che deve stare attento. E che non mi piace sentirmi dire di no. Dovrei prendermi una vacanza, ma una vera vacanza. A volte vedo proprio che non sono più la stessa di un tempo. Che il troppo lavoro mi lascia i suoi segni addosso. Lo specchio non mente. Ho bisogno di coccole. Di farmi viziare. Ho bisogno di qualche novità. Forse di un maschio come si deve. Di una notte senza impegni. Ho solo bisogno di svagarmi. E questa maledetta forma di allergia per l’aglio.

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Ripropongo qui un suo vecchio post perché la Resistenza è sempre di attualità e la nostra storia non deve appannarsi nei nostri ricordi né nel nostro presente.

Che bello che sarebbe il mondo
Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è scritta e cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti (con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia) del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.

Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.

E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.

Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
Venessia patria mia dileta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.

Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.

In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.

Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.

Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.

Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.

Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.

Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.

Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo
(Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.

Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
…alla salute dell’Imperatore.

Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.

Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.

Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua, i asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.

Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.

Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

[Con questo Benito e con Adolfo]
Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.

Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.

Credevo di morire
e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello
il 48 è arrivato

Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.

Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.

Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.

Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.

Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.

Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

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Foto di una manifestazione delle tute biancheE’ un po’ che non scrivo. Un bel po’. Riciclo. Non può essere una crisi creativa. Mica sono un creativo. Sono uno che semplicemente gode. Un logorroico della parola scritta. E’ che ho anche altro a distrarmi. Lo so che probabilmente è solo la prima scusa ignobile. Né ho poca voglia. Non mi viene. Insomma accetto e soccombo. Non mi sembra importante. Mi sento vuoto. Sterile. Forse non è tempo di parole. Così, come detto, torno a vecchie cose. Le uso. Finiranno. E poi? Nemmeno le ricordavo. Nemmeno le rileggo. Capita persino che ci trovi errori che vedo anch’io. Basterebbe mettersi davanti alla tastiera. Intanto sto qui a dire nulla. E rileggo quello che ho messo ieri. Ancora un raccontino. Ancora della serie Profili. Quella scritta per quell’amico. A proposito: l’ho già detto che per quella cortesia ho perso la sua amicizia? Certo che l’ho già detto. Senilità. E che non andavano bene per il suo blog? E allora potrebbero non andare nemmeno per questo. Un racconto, quello, ancora di ricordi. E sensazioni (ma perché oggi parlo sincopato?). Ancora un ritorno indietro. Al passato. Forse avrei dovuto postarli, questi racconti, in rispetto degli anniversari. Almeno come in questo caso. Non amo così tanto le date. Mi dimentico. A volte scordo persino il mio. E poi li sto mettendo nell’ordine esatto in cui mi sono usciti. Così. Anche per dimostrarmi che vincevo il rischio della ripetizione. Ma quelle erano allora fisime mie. Nel frattempo sono passati circa più di tre anni (quel “circa più” l’ho messo volontariamente). Forse sono anche quattro. Anni importanti. Non è l’importanza che mi toglie la voglia. Che mi detta questa apatia. E ancora un racconto che va tra cronaca privata e reticenza. Che non si pone il problema della chiarezza. Di facilitare la lettura. E ancora in racconto fin troppo breve. Scritto di parole una in seguito all’altra. In forma di poesia. Ma forse ce ne sono già tanti. E il mondo potrebbe benissimo sopravvivere anche senza questa immondizia. Bene, casca a fagiolo questo che è un post di silenzio. Un insieme di righe per non dire nulla. Ma ho aspettato un amico, anzi due. Non è arrivato nessuno. Il caffè si sta freddando. Nemmeno questo può togliere la speranza. E l’entusiasmo. Dove sono tutti? So che ricomincerò la battaglia che ho perso cento volte. So che affronterò tutti i miei dubbi. E li metterò ancora a tacere. Per tirare avanti. Per andare oltre. Perché non ho alternative. Non è questo quel mondo. E questa non è merda peggiore. E’ solo merda. E tutta la merda è uguale. Anche se sembra impossibile che si possa morire di freddo. Oggi. In quella stessa città. A Bologna. In centro di una città che è in centro al mondo. In quella Bologna che è piena di vite. Per quello non so se lo è ancora anche di bulloni. Che non si è mai piegata. Non vuoi accettarlo ma è. La politica non ha tutte le risposte. Allora pensavo che bastasse non trovarsi nel mezzo. Pare impossibile ma a volte non ci puoi fare niente. E altre volte si presentano scelte che non vorresti dover fare. Sono belli i sogni. Hanno un solo vizio: non possono prescindere dalla realtà. Almeno certi. Né dalla vita. A volte dovrei avere il coraggio di mentire; alla vita e a Lei, alla mia compagna. Dirle che si può. Non ricorrere alla mascalzonata della verità. Lasciarle quella speranza. Dirle che ha ragione: che un altro mondo è possibile. Farle credere che anch’io ci credo ancora. La mia colpa è che è vero: alla fine torno a crederci. Testardo. Ma chi mi ha cambiato Il Capitale. C’è la Politica e la politica. La differenza è nella pi. E fosse solo quello. Ma inutile darsi delle arie. E’ meglio restare all’ultimo fatto di Bologna. E sentirne il peso. Non possiamo proibire l’inverno. Non ci sono alternative, non possiamo nemmeno proibire di volersi il male. Forse ci resta solo la rabbia perché bisognerebbe almeno salvare i figli, gli innocenti. E lascio a chi legge la vigliaccheria di trovare metafore; io non ce le ho messe. Almeno non l’ho fatto consapevole e volontariamente. Potrei sempre Poi Scrivere che ogni riferimento è puramente casuale. Perché, cara amica, l’uomo che è sbarcato nel futuro ha veduto che non ne valeva la pena. E allora… cambiamo la realtà.

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Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini

Torno su cose già trattate, anche se raramente, anche se superficialmente. Torno con queste due canzoni: “Il vestito di Rossini” e “Piazza, bella piazza”; entrambe già postate. La prima di Paolo Pietrangeli e la seconda di Claudio Lolli. Torno rubando una domanda che il poeta Roberto Roversi (quello di “Dopo Campoformio”) ha scritto per Lucio Dalla nella canzone “Le parole crociate” (magari ve la proporrò appena possibile) riguardo al cosiddetto passato e alla memoria: “Sono cose di ieri”? Naturalmente torno indignato, ma per nulla sorpreso. C’è una ipocrisia che mi evito, quella del buonismo e delle cose tutte perfette da una parte e dei cattivi dall’altra. E’ un veleno sottile. Ha sempre ammalato tutto, persino la Resistenza. Forse ci sarebbe bisogno di una riflessione, non oggi. Oggi non mi va di spiegare. Oggi ho questo sordo rancore. Come dopo Genova, dopo Piazza Alimonda, di cui sarebbe anche più facile parlare e di cui Guccini ha scritto un’altra bella canzone. E’ strano vedere come le canzoni siano spesso presenti. Ma la piazza è da sempre il luogo dell’incontro, anche quando questo è conflitto.

Claudio Lolli: Piazza, bella piazza

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Perché l’ho fatto? Mica lo so. Per prima cosa voglio dire che non sono d’accordo con l’opinione che sta diventando comune che lui le riconosce le carogne perché è stato, carogna. Io l’ho riconosciuto subito. Il lupo non può mai morire agnello. Era lui che diceva dieci, cento, mille. Ora lo sa che è una volta sola. Ma poi ci sono carogne che non sai. Quelli che proprio non lo sembrano. O che si scoprono alla fine. Quand’è il momento. E ti lasciano lì instupidito. Vorrei non averlo fatto? Vorrei solo che Gina mi capisse. Lei crede ai preti. Quelli le fasciano la testa. Loro che vestono tutti neri che mi vien di toccarmi. Ma non sono nemmeno loro; anche se non lo sanno sono solo uomini. E poi son cose che non ci riguardano. Per prima cosa voglio dire che è giusto piangere i morti, ma disseppellirli ora… loro che quando uccidono lo fanno per sempre. E lì c’è gente che non ha un nome nemmeno da morto. E’ difficile spiegare a chi non c’era. Non ci provo. Io me ne tornavo a casa con il trentasette. Tutti sanno che strada fa il trentasette. Prima lì c’erano le case… quelle; coi panni stesi alle finestre. Quelle con l’intonaco che si spellava. Cioè quelle costruite già diroccate. Erano le case degli ultimi. Ma erano case. E c’era un grumo di fiori dove la macchina ha impattato col platano. Lo conoscevo quel ragazzo: lavorava in officina. Ora l’officina non c’è più. Tante cose non sono come allora. E allora perché parlarne ora? Forse è perché ho visto quell’uomo frugare fra le immondizie.

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Cervello in venditaSecondo Julius Evola è l’uomo che forgia l’idea. Sembrerebbe che potessimo accettare tale tesi ma sembra anche che alcuni studiosi sostengano che Julius Evola non sia ne un nuovo tipo di ortaggio, ne l’autore di ventimilaleghesottoimari e nemmeno un imperatore dell’antica Roma di epoca antecedente al Regno di Alemanno. Sembra anche che quel secondo non sia il posto ottenuto dallo stesso sotto lo striscione d’arrivo alla trevallivaresine. Camerati! questa è la prova provata che la cultura del nostro paese è sempre stata nella mano sinistra della sinistra ed è parte delle loro menzogne demagogiche. E poi il fascismo è cambiato ed è giunto alla democrazia. Democraticamente accettiamo il contraddittorio con tutte quelle idee che non si discostano dalla nostra.

Patria e bastone.

E la carota“?

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