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Incontro con i rappresentanti dei Comitati di resistenza nonviolenta in Palestina:

Kafr Qaddom

“I coloni israeliani non ci rubano solo la terra, ma pure il nome del villaggio, la dignità e la vita.”

a capo

a capo

Intervista con: Samir Shtaiwi e Murad Shtaiwi, rispettivamente sindaco e coordinatore dei comitati di resistenza nonviolenta in Palestina, dal villaggio di Kafr Qaddom.

Kafr Qaddum è il villaggio palestinese nella Cisgiordania settentrionale, a 13 chilometri a ovest di Nablus e 17 chilometri a est di Qalqilya, da anni sta lottando per la possibilità di accesso alla strada principale che porta gli abitanti a Nablus.
La strada attraversa da sempre i terreni agricoli palestinesi e congiunge il vicino villaggio di Jit (1 km e mezzo) e ovviamente la città palestinese più vicina ed importante Nablus (13 km), ma è stata chiusa dall’esercito israeliano per la crescita di un insediamento di coloni: Qaddumim e altri quattro colonie che si trovano dall’altra parte della strada.
Per l’espansione della colonia illegale, dal 2002 la strada è stata chiusa per ragioni di sicurezza nei confronti degli insediamenti, quale alibi israeliano.
Dei 24.000 dunum (ettari) di terreni del villaggio, circa 4.500 sono stati espropriati e sono diventati insediamenti, mentre altri 11.000 sono territori agricoli che sono interdetti alla coltivazione perché farebbero parte del perimetro di sicurezza della colona.
I residenti del villaggio sono attualmente 4.200  mentre nella colonia di Qaddumim ci sarebbero circa 1000 coloni e molte abitazioni sono vuote.
Per contrastare gli effetti di queste profonde ingiustizie, che si verificavano con azioni di repressione e intimidazione continue, gli abitati del villaggio hanno deciso di organizzarsi in comitato, unito ad altri comitati popolari che già operavano in Cisgiordania, per dare corpo alla protesta e alla resistenza pacifica, contro gli effetti devastanti dell’occupazione e a favore di una maggiore visibilità internazionale.
Le manifestazioni settimanali del venerdì sono iniziate da quando è stato minacciato l’ampliamento dell’estensione dell’insediamento.
La chiusura della strada principale di Kafr Qaddum rende l’accesso ai villaggi vicini di Jit, Sarra e alla città di Nablus impossibile senza una deviazione 15 km, su strade male asfaltate in mezzo agli ulivi (come si può vedere dalla cartina: il tratto segnato in verde è l’antica strada che veniva usavano prima della creazione della colonia e che consentiva il collegamento a Jit e Sarra in pochi minuti, la strada segnata in rosso è quella che devono fare oggi per la stessa destinazione).
Murad Shtaiwi, coordinatore dei comitati popolari di resistenza non violenta, parlando del suo villaggio ci dice che: “Il nome palestinese del mio villaggio è composto di due parole Kufr che significa “terreno coltivato” e Qaddom che vuol dire “antico”. Ci fa notare che il nome della colonia israeliana di Qaddumim è stato rubato al villaggio, oltre all’esproprio dei terreni e al danno portato alla qualità di vita dei residenti, che hanno sempre vissuto delle loro coltivazioni, della raccolta delle ulive e dall’esportazioni di questi prodotti.
“Consci del fatto che la resistenza di tipo armato e violento, da una parte non può durare nel tempo e dall’altra porta solo a ulteriore soprusi, vista la disparità delle forze in campo, l’unica strada ormai percorribile è la resistenza non violenta, che riesce a conquistare molte più simpatie nell’opinione pubblica” aggiunge Samir Shtaiwi.
Alla domanda di quale progetto politico si siano dotati i comitati popolari non violenti e quali siano gli obiettivi finali di questa lotta. Murad risponde:
“Primo obiettivo é di far convergere la lotta popolare pacifica con la politica dell’Autorità Palestinese. Secondo obiettivo: liberare i territori occupati dopo il 67 nell’intento di creare uno Stato di Palestina vivibile.”
Alla conseguente domanda se esiste la possibilità, come molti attivisti pro Palestina e molti intellettuali di varie parti del mondo propongono di uno stato unico binazionale, Murad risponde esponendo la sua idea personale:
“Secondo me non esiste un solo palestinese che pensi ad uno stato che non sia gestito da palestinesi, fatto inaccettabile da parte di Israele, senza contare che il loro è uno Stato ebraico non aperto ad altre forme religiose. L’unica possibilità è uno stato di Palestina sui confini ante 1967, con appunto confini ben definiti e con pieno riconoscimento politico, finalmente, da parte di tutti i paesi compresi America ed Israele.”
Samir ringrazia per l’accoglienza ricevuta da parte degli attivisti e dei media alternativi in Italia e conferma l’amicizia e la fratellanza tra palestinesi e le associazioni italiane che si occupano dei diritti del suo popolo.

a cura di: Restiamo umani con Vik e Assopace Palestina per Frontiere news

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Logo del sito Canzoni contro la guerraNon solo una canzone. Se c’è una storia è questa la storia. L’unica storia che conosco. L’unica a cui mi sento legato. L’unica a cui mi sento di appartenere. L’unica che vale vivere. Quell’unica storia di cui si può essere orgogliosi. Quella storia fatta di lotte per la libertà, la pace e la dignità. La storia di un mondo di uomini che ama l’uomo. Chi l’ha tradita, chi non l’ha mai abbracciata, difesa, vissuta, per me non è degno di essere chiamato uomo. Dovrebbe portare il peso della propria vergogna per tutta la vita. E ho bisogno di una canzone, questa canzone, per ricordarla. Per ricordarne la fatica, la sofferenza e persino il sacrificio. Per il mio “Concerto del 1° maggio“: Oggi e sempre Resistenza.

N. B. Per il testo e la traduzione riportati devo ringraziare quello splendido sito che è antiwarsongs richiamabile anche del logo che abbiamo “rubato” e riproposto in testa a questo post.
Cliccando sull’immagine della copertina del disco sarà possibile ascoltare tutta la canzone per intero attraverso il lettore residente nel vostro PC o scaricarla.

Copertina del disco di Ivan Della Mea: Ringhera

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento
.[1]El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.[2]E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa. [3]1. Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.
La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento
.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

2. Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…

El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

3. Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra!

Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento,
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento
.Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento.E tira su la bandiera,
la nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!
E tira su la bandiera,
la nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!1. Lui aveva diciott’anni,
diciott’anni, ma di ringhiera,
diciott’anni di speranza
tutta rossa di bandiera.
La morosa lo sgridava,
gli diceva “Resta in casa”,
lui la guarda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”L’ha baciata e ribaciata,
lei rideva: che magone,
lei gli dà una morsicata
e chiude il portone.E la compagnia di ringhiera
tutta assieme arriva in Spagna
arriva con la sua bandiera
bella rossa e senza sporco.Il diciotto del mese di luglio,
nel chiostro di un convento
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento
.
Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento.

E tira su la bandiera!
La nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!
E tira su la bandiera!
La nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

2. Dopo la Spagna, la montagna
ohè, morosa! Su, pazienza
la ringhiera, la bandiera
si chiama Resistenza.

Arriva il giorno della festa
arriva il venticinque aprile,
la ringhiera torna a casa,
la morosa è in cortile.

L’ha baciata e ribaciata,
lei piangeva e lei taceva,
e poi lui l’ha morsicata,
è scappata tutta allegra

E poi dopo, ma per trent’anni
operaio alla catena,
e poi dopo, ma per trent’anni
giù in sezione con la ringhiera

L’han trovato che cantava
tra i mattoni, pieno di terra
e la sezione era andata:
una bomba tutta nera

dei fascisti, e lui cantava
la canzone della ringhiera,
e in mano, dentro alle mani
l’ultimo pezzo rosso della bandiera

E cantava, lui cantava,
la canzone della ringhiera,
e…

Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento

E tira su la bandiera!
La nostra spagna è gia rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

3. Quanta gente che c’è in piazza
coi compagni della ringhiera,
e c’è anche la morosa
col pezzo rosso di bandiera

E che acqua: “vieni qui sotto,
vieni qui sotto, ma alla svelta”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
una fiammata e la morosa

È morta, tutta morta
tra il fumo, col sangue per terra
e in mano, dentro alle mani
l’ultimo pezzo rosso di bandiera

L’ha baciata, ribaciata,
Lei taceva, lei taceva
e allora l’ha guardata
era bianca, e rossa era

di rosso sangue che si scioglie
nella pioggia disperata,
e la morte che morde
tutto intorno un po’ stranita

E la rabbia disarmata,
Brescia piange, la ringhiera
torna a casa, senza donna,
senza il pezzo rosso di bandiera, e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagni della ringhiera
han gridato: “Su, coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
Han rifatto la sezione,
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna,
hanno ritrovato il passo
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera
e cantando la canzone,
la più bella, la più vera
torna in marcia un’altra volta
tutta insieme la ringhiera,
torna in marca un’altra volta
tutta insieme la ringhiera

E tira su la bandiera!
L’Italia si farà rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

E tira su la bandiera!
L’Italia si farà rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
(inviata da Riccardo Venturi)

NOTE AL TESTO:
[1] Si tratta della prima strofa, leggermente modificata, del “Quinto Regimiento”, uno dei canti più celebri della Guerra di Spagna. Il testo originale presenta una variante in cui, al posto del “Partido Comunista”, si ha “el pueblo madrileño”, “Il popolo madrileno”. Riporto il testo del canto originale seguito da una traduzione:

El dieciocho de julio
en el patio de un convento
el partido comunista
fundó el Quinto Regimiento.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con Líster, el Campesino,
con Galán y con Modesto
con el comandante Carlos,
no hay miliciano con miedo.

Venga jaleo, jaleo
Suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con los cuatro batallones
que Madrid están defendiendo
se va lo mejor de España
la flor más roja del pueblo.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con el quinto, quinto, quinto,
con el Quinto Regimiento
madre yo me voy al frente
para las líneas de fuego.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Il Quinto Reggimento

Il diciotto di luglio
Nel chiostro du un convento
Il Partito Comunista
Fondò il Quinto Reggimento.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con Líster il “Contadino”,
Con Galán e con Modesto,
Con il comandante Carlos
Non c’è Miliziano che abbia paura.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con i quattro battaglioni
Che difendono Madrid
C’è il meglio di tutta la Spagna,
Il fiore più rosso del popolo.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con il quinto, quinto, quinto,
Con il quinto Reggimento,
Mamma, me ne vado al fronte
Alle linee di fuoco.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

[2] È la resa in milanese della strofa precedente, con i compagn de la ringhera al posto del Partido Comunista.

[3] Il ritornello che chiude ogni parte della cantata.

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politica4Michele, dopo aver ritrovato lei, la sua città, una cena calda consumata senza fretta, un letto morbido, quegli attimi di tranquillità e fiducia, e poi tutte le loro canzoni, l’altra metà del cielo, e quella parte di se stesso, aveva impazienza di ritrovare tutto, anche i vecchi amici e quelli nuovi; ma su questo ci sarà altro spazio per ritornarci. Ormai era deciso a fermarsi e l’incontro era stato forse l’episodio più gustoso, in quanto tra i più divertenti se non il più, di quei giorni e da molto tempo a quella parte. Il tempo era corso veloce e ormai le ombre della sera si scioglievano tra le case e i palazzi che si affacciavano sul Canal Grande dando loro una trasparenza quasi irreale ed era bello tornare a parlare la propria lingua. Guardava il lento scorrere del rio e quel frammento di Canal Grande come un’ immagine che lo rendeva tranquillo e la loro euforia era contagiosa e lei, Rossana, come detto, aveva fretta di raccontarlo al mondo intero, e poi tutte le frette di cui era capace, mentre presto si sarebbero illuminate le finestre come occhi curiosi.
Dopo quel lungo fine pranzo erano saliti in altana, loro, perché del gruppo erano quelli che fumavano e tutti lo facevano con un impegno quasi maniacale come una professione; così erano saliti per rispetto verso lei e Gabri lo guardava come se vedesse un fantasma; trasformando gli occhi in sottili crepe, ma forse aveva ragione e un fantasma lo era. Ma non si sentiva un fantasma ma tutto aveva una sorta di inconsistenza e intorno tutto era soffice di ricordi lontano come se un giorno si fosse tornato a ripresentarsi, con quell’alone di soporosa incredulità e attraversava cautamente le attenzioni dell’amica. In fondo era quella che era cambiata di più ma anche quella che era rimasta più simile a se stessa: di quella ragazza aveva riposto la ribellione ed ogni asperità ma gli anni sembravano avere lasciato il suo volto quasi intatto o forse anche era entrata in possesso di una maggiore consapevolezza e luce, e la sua rabbia era diventata una rabbia di superficie.
Lui aveva usato tutte le gentilezze per quella donna che era stata ragazza, e incerta come si è incerti a quell’età, ma tra lui e Gabri era rimasto quel segreto irrisolto che stranamente si raccontava in modo ancora così nitido. Forse era vero e lui, allora, quando non è certo chi si è, non aveva la capacità di vedere, e poi non c’era che Rossana, e poi lui non sapeva che amare in quel modo, e poi non provava per lei, l’amica, che quella grande delicatezza e aveva tempo solo per altro tempo. Non capiva però perché lei ritenesse che quella vita le era stata avara: se era cambiata era perché aveva smesso di mentire, e in fondo tutti erano cambiati, ed ora era più consapevole di quello che in fondo era sempre stata e voleva essere, non di più e non di meno di una donna che non cantava più canzoni di lotta, e si coccolava il suo uomo paziente; chissà dove aveva lasciato la sua chitarra.
Ma tu e lei, e Rossana…”?
Forse le doveva quella spiegazione o forse la doveva a sé anche perché ciò che per lui era naturale per gli altri, per chi non sapeva, poteva a buon diritto non esserlo e non né aveva ancora parlato, ma pensava che gli si leggesse naturalmente dal suo sorriso e da quello di lei; e poi il fatto d’essere là e in quel momento, ma forse la domanda dell’amica era solo la domanda di tutti e che tutti avrebbero voluto fare. Piccolo uomo dalla voce roca di gigante, dai sussurri come grida, Giovanni detto comunemente Nane, naturalmente, aveva quell’aria, sempre la stessa, quell’espressione, e la raccontava come se lui lo sapesse già e l’avesse sempre saputo; anzi la sgolava, e ne era felice.
Certo, non vedi? Non poteva che essere così. E’ tornato per riprendersi quello che era suo. Sapevo che sarebbe successo. Quando mi ha detto della sorpresa, giuro, me la sono sentita. L’ho detto, a Diana, chiedile se vuoi, vuoi vedere che è tornato. Lei non ci credeva”.
Naturalmente era salito portandosi appresso il suo bicchiere di rosso fresco, felice sino alla commozione come se la storia lo riguardasse direttamente; felice per l’amico e di quel loro ritrovarsi e di quel loro amore. In realtà, allora, per un breve lasso di tempo, anche lui aveva amato Rossana; solo lui sa per quanto tempo si sia portato, in silenzio, quel suo sentimento e quel segreto, come l’abbia vissuto e come ne sia uscito ed era soddisfatto di essere stato lui, proprio lui, a farli incontrare. Il cuore gli scoppiava negl’occhi e non riusciva a tenere a freno la lingua né a starsene fermo ma altre mille cose avrebbe voluto dire perché nulla gli sembrava bastante. “Ti ricordi”…
Certo che ricordava tutto ovvero quel tutto e altre cose e frammenti: “Volete sentire la parte bella di una storia; interessa”?
Michele aveva pensieri che si allungavano come rilassarte cantilene ed era calmo e tranquillo, come se dovesse mettere ordine tra le cose. Ma non era quello il momento per denunciare ancora: “Se ne sono dette tante su questa seconda prima volta. Forse, anche, troppe” o forse troppo poche. Sembra sempre che anche gli altri debbano sapere certe cose che solo chi le vive può conoscere; è che sono così naturali che paiono scontate. Era così che non cercava in particolare gli occhi di nessuno ma solo di mettere ordine nei suoi pensieri e tra tutte quelle emozioni come fosse facile. E poi si dispiaceva di non avere ricordi più precisi; non sapeva se alla fine c’era stata ancora neve per i loro occhi e se poi aveva finalmente trovato il coraggio di dirle in faccia il suo ti amo; sciocchi ragazzi che avevano paura persino della luna, non c’erano posti che non avrebbe voluto vedere con lei, ma anche a Rawalpindi, ma lei conservava pagine di diario e allora avevano guardato un cielo azzurro, azzurro come una tavola compatta, come fosse una promessa altrettanto enorme e per sempre.
La sua memoria invece correva attraverso flash a volte nemmeno del tutto giustificati rincorrendo soprattutto attimi fuggiti ed episodi comuni senza particolari connessioni né particolari valenze, ma, anche attraverso quei percorsi, sapeva di averla amata. La verità che conosceva da solo era stata la sua impossibilità silenziosa, a volte dolorosamente persino confessata, di non aver saputo mai più scordarla del tutto che poi ad ogni incontro un turbinio di cose lo aveva macerato dentro. Tutto dovrebbe avere una seconda opportunità ma così sarebbe fin troppo facile; e quel primo attimo di quel primo nuovo incontro gli era rimasto stampato indelebile davanti agli occhi. Quando l’ho guardata mi sono detto «questa non può essere lei». Era stata lei a riconoscerlo e allora si era detto che lei era lei credendosi. Quando l’ho guardata negli occhi mi sono detto «questa non può non essere lei». Era molto cambiata, tanto da non essere più lei, ma non negli occhi, allora non girarsi al suo passaggio sarebbe stata una stupidità miope, ma questo Michele non lo dice agli amici, per pudore, rispetto verso di lei, e poi per non offendere l’amicizia che portano per quella donna che è la sua donna, gli piace dirselo nella testa perché quella è la verità, e questa è un’altra storia che Michele dovrà, prima o poi, decidersi a raccontare; anche se lui, sappiamo, le cose le dice e poi le pensa. Scopre che loro la vedono ancora bella e dice loro però che lei era intimidita e confusa da fargli tenerezza e, come in ogni favola, tutto è successo come se lo dovesse, con quella naturalezza, magia, e fretta, ed era stato come se il tempo non fosse passato, e che non sapeva che fosse anche una brava cuoca, e il vino era tornato a scorrere come allora, e sembrava lo stesso, mai abbastanza per dissetarli da quella eterna sete, e poi era parte del loro linguaggio, forse amico delle parole seppure non si sarebbe detto necessario, ed era Nane a mescerlo ora, senza parsimonia e con allegria; ma quell’uomo non chiedeva perché l’emozione era troppa e gli incrinava la voce, e a lui non piaceva dar a vedere che gli si inumidivano gli occhi, come se gli altri non lo sapessero. Michele avrebbe potuto mettergli in mano la vita, a quell’uomo, sicuro che l’avrebbe difesa come cosa sua; come s’era sbagliato allora e come l’aveva creduto superficiale, se serve tempo a ricredersi quello era stato tempo ben speso, e come si sentiva in colpa per averli dovuti dimenticare di silenzio.
Eppure quel tempo gli gravava addosso e non voleva pensarci, ed era anche questa indecisione a confondergli le idee, ma lui, Michele, era consapevole di dover loro qualcosa e forse molto di più. “Forse l’avete sentito dire, o forse ancora non lo sapete, perché me ne sono andato; allora. Oggi non ha più molta importanza. Ciò che conta è che sono tornato, e tornato per restare. Non per lei ma con lei. Sono tornato perché questo è il mio posto. Sono tornato per riprendermi quello che è sempre stato mio. Già! come si può non amarla? Ho una scatola e dentro la scatola un anello. Le ho già promesso di cancellare le sue rughe”. E lo sapeva, come lo sapeva lei, che se era stato l’unico, allora, ad essere amato tutti l’avevano amata, chi in silenzio, chi meno e anche chi senza il coraggio o con un sotterfugio e una buona dose di bugie, ma era tempo di smettere di pensarci; ma loro mica le potevano capire le tristezze e le angosce della vita di quella regina che trovava sempre un sorriso. Nemmeno lui le avrebbe potute immaginare, non così, prima di ritrovarle nelle sue parole e nei suoi racconti di vita vissuta; non poteva sapere cos’era stato e quanto difficile fosse stato, e poi quella decisione e poi quel figlio, Matteo, da far diventare grande. Certo che ritrovarla, e dopo tutto quel tempo, era stata la sua più grande fortuna, anzi una cosa da non credere; e poi come poteva credere come si poteva essere soli in mezzo a tanta gente. Eppure quella sua regina fragile sembrava in grado di affrontare e vincere tutte le sfide e poteva parlare di tutto di lei, perché era rimasta giù con gli altri ospiti, mentre resisteva a quel continuo bisogno di abbracciarla.
E’ che le storie si incrociano e si confondono, è sempre così, col rischio di perdere il filo e allora non c’è mai una storia sola e nemmeno era più certo che fosse veramente quella la ragione per cui se n’era andato, era passato troppo tempo, ma mai aveva smesso di pensarla e ora lo sapeva con precisione anche se da allora aveva continuato a pensarla persa; intanto anche il mondo era cambiato. Non aveva mai creduto alla storia come utopia, non si inventa niente e tutto è lotta, organizzazione, e gli sembrava di averli gettati tutti quegli anni, che non erano e non erano stati: i compagni cileni esuli in Italia e lui migrante del mondo; come una fuga; utopia, forse, ma la rabbia era rimasta la stessa, e anche in loro, sopravissuta, era convinto, infatti, che il suo AK-47 era ancora dove l’aveva lasciato, ingrassato a dovere; che coglione pensare di poter essere diverso. Ora sapeva che lei lo aveva aspettato, valle a capire le donne, e anche loro, ma lei mica lo sapeva, capita che le cose si sappiano dopo, abbiano bisogno del tempo, e aveva il dubbio che nemmeno la politica fosse tutto e solo non gli piacevano alcuni modi di ragionare di Alvise, no! non sarebbero mai stati uguali, non era possibile, ma ci si poteva sempre fidare di lui che poi lui era stato cresciuto nella violenza e non potrebbe mai rinunciare. Solo dopo, quando era tornato, aveva continuato a fare il fantasma per tutto quel tempo perché ormai sapeva che quello, il caro amico, era stato lui a tradirlo e lei, Rossana, che gli aveva creduto ed era diventata la donna di un altro, ma aveva anche capito, lei, Rossana, che la lotta è solo lotta dura; anni belli quegli anni ma anche anni grami e lontani ed improvvisamente seppe che non era mai stata così bella. “Non sono stato io. Non ho fatto niente, ma non per incapacità. Forse solo, ancora una volta, per stupidità. E’ stata lei, e molto il caso, a darci la fortuna. Se me lo avessero raccontato non avrei saputo crederlo. Poi tutto ha cominciato a correre come ci fosse una fretta sconosciuta. Come per sconfiggere quello che ci era sfuggito. Per perdonarci. E stringerla tra le braccia è diventato un bisogno; è tornato un bisogno. Ora sono tornato per rimanere”.
Michele pensava ancora a com’era successo e ancora non voleva rendersene conto, tutto quel tempo sprecato invano, quella che era sembrata allora una incomprensione e poi la stoltezza e la giovane età e un mondo che stava velocemente cambiando, ma non abbastanza, proprio come loro; ci pensava e non voleva pensarci, e si sentì vigliacco, vigliacco del proprio coraggio. Lui non c’era e non avrebbe dovuto esserci e non ci sarebbe mai stato, lui: il caro amico; aveva perso il diritto di avere anche solo un nome perché gli era rimasto addosso solo quello della colpa come un odore che non se ne va più e non puoi lavare; come per tutti i traditori. Pensava allora che tutto era stato conseguente, e non se ne dava pace, e sapeva già come sapevano tutti che questa volta sarebbe stato per sempre; anche perché aveva dimenticato in quale modo si può perdonare; ma non poteva e non voleva tornare a dire e non dire.
Le loro notti aspettavano il mattino in febbrile attesa, avevano paura di perdere anche un solo attimo; in quel momento era, se possibile, ancora più sua scrivendo lettere al futuro: “La cosa bella è che in questa storia non c’è una parte brutta”.

 

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