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Posts Tagged ‘luce’

tazzina di caffèDelle città che non esistono alcune sono più che reali. Alcune sono speciali perché sono i posti dove ci si incontra più spesso e quelli in cui si vorrebbe sempre essere. E c’è sempre una lettera per farsi ricordare. E un calendario per contare i giorni. Ma tra un posto e l’altro ci sono le strade per raggiungerli. E alcuni posti sono destinati a non essere. Nemmeno a respirare. Così riprese il viaggio senza andare in nessun luogo. Dentro e fuori solo rumore lo sferragliare. Ma forse nemmeno quello. Un brontolio basso, continuo e sordo. Il vento spingeva le cose o erano solo gettate via dalla foga rapace di una velocità d’acciaio; testarda. Quando spuntava dal ventre della terra la luce improvvisa accecava. Intorno misere case e casamenti popolari. Di quell’abbandono sono fatte tutte le periferie. Uguali in ogni angolo di mondo. Un olmo potato con poca perizia e troppa avidità. Una camicia crocefissa ad un filo di nailon che si rassegna e nemmeno ormai si lamenta. L’oblò di una lavatrice che guarda curioso e poi si distrae. Una donna che sbatte alla finestra un tappeto liso di un colore stanco. Fili della luce che tagliano gli occhi. Mille cose uguali ovunque. Voci negate. Luce. Luce. Luce. Sbattuta come lampi. Mai immobile. Opaca. Abbagliante. Sul vetro lagrime secche. Ci si potrebbe immaginare un fochista che getta con foga il carbone. Era invece solo un meccano elettrico. Non gli sembrava esserci nulla di realmente umano. E lui aveva la consapevolezza d’essere fermo. Immobile in un attimo senza tempo. Il mondo correva alle sue spalle. Il controllore gli chiese il biglietto e lui frugò in tutte le tasche prima di trovarlo, stropicciato.

N. B. questo Blog era nato per contenere solo piccoli racconti, frammenti, prove di scrittura e di comunicazione. Col tempo s’è perso non solo il rispetto di un calendario ma s’è trovato ad ospitare altro. Non era nel progetto iniziale ma non si può sempre rispettare un’idea quando la realtà batte alle porte. Mi capita ultimamente di tanto in tanto di tornare al racconto puro. La cronaca mi incalza fin troppo spesso. E ce ne sarebbero da dire.

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Mutandine appese al filoPer coloro che ignorano, anche per quelli che ignorano perché vogliono ignorare, il Gazzettino è un quotidiano locale, del Veneto, del nordest, anche se ormai non credo che in nessuna parte dello stivale ci sia qualcuno che possa non conoscere la sua esistenza. Il 10 dicembre era un mercoledì e il giornale titolava in prima pagina: “Treni più lenti di 70 anni fa”. C’è stato un momento, in questo strano paese che è l’Italia, in cui tutti gridavano alla privatizzazione come panacea di tutti i mali. Fermiamoci un attimo a pensare ai costi e ai servizi di questa grande rivoluzione. Pensiamo non solo ai tremi ma alla telefonia, mobile e immobile. A tutti i servizi e alle difficoltà persino di fare i contratti senza poter parlare con una persona davanti. Agli appalti che sminuzzano l’installazione dei contatori, cavi, apparecchi e quant’altro, che non si riesce mai a sapere chi deve fare cosa. Avete anche voi il dubbio che questo paese non si salvi con gli slogans?

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raccontiOra insolita, normale che uno si preoccupi. Sei e trenta del mattino, solitamente uno dorme; da non credere. Io come quel uno a quel ora solitamente dormo. Qualcosa che mi rendeva nervoso non me lo aveva lasciato fare. Con gli occhi spalancati guardavo il soffitto. Alle sei e trenta mi telefona dio. Cerco la sveglia. Lo sbeffeggio. La faccio cadere, la sveglia. Realizzo: è il telefono. Stavolta lo apostrofo in modo ancora più pesante e non so ancora che è lui. Non mi risulta che avessimo nessun appuntamento. Mi chiede se qui sulla terra va tutto bene. Bene – dico. E quando mai c’è stato qualcosa che è andato bene. Prendo un attimo di tempo per dar sfogo allo sbadiglio. Guardo dalla finestra. Tutto mi sembra come qualsiasi altro mattino.
In un certo senso tutto come sempre. Guardo Claudia, lei mi chiede chi è, ma non si ricorderà di nulla. Beata lei, sta ancora dormendo. Continua. Continuerebbe comunque. E’ tranquillizzante la sua presenza al suo posto. E’ tranquillizzante perché naturalmente comincio a preoccuparmi. Mi sto già preoccupando mentre mi chiedo cosa ha combinato questa volta. Il soffitto è ancora sopra alla mia testa. La volta celeste è ancora oltre, e oltre il soffitto, al suo posto. Il lampadario nemmeno dondola. Mi dice che gli sembra che ci sia poca luce. Cazzo! E mi chiami per questo. Son tre giorni che non fa capolino nemmeno un pettegolezzo di sole. Le macchine ormeggiate sotto casa paiono lì lì per accidentarsi. Più che altro sconsolate. Mi dice: che dici di un po’ di luce? Prima che ne faccia qualcun’altra accendo il lampadario della cucina. Per quello so rangiarmi da me. Non serve essere un dio. E poi che gliene frega? All’improvviso mi ricordo che lui vede tutto. Speriamo che ieri sera avesse altro da fare. Speriamo in alternativa che sappia tenerlo un segreto. Se lo viene a sapere Claudia finisce che succede un casino. Non ne faccio cenno. Ormai è anche duro d’orecchi; con la sua età. Veramente non è nemmeno un problema d’età, ma tant’è. E poi meglio non svegliare il cane che dorme. A proposito di svegliare accendo il fuoco sotto la moka. Lo sento tacere e anche questo mi allarma, non e facile sentire il suono del suo silenzio, sorprenderlo senza parole che sporgono con una certa facilità, ma anche con una sicura, leggera, inutilità.
Cerco di consolarlo, per quanto mi riesce, manovrando con la sinistra per tenere il ricevitore all’orecchio con l’altra: “Non c’è nulla da fare. Anche se le stagioni avevano la loro ragione d’essere. Ora non ci si capisce più ma comunque il tempo fa quello che vuole o deve. Non si può pretendere“… Eccolo che ricomincia. Troppo bello che potesse durare. Lui ha sempre un argomento per insegnare, e sempre troppo poco tempo per ascoltare. Lui è lui. Qualcosa di impalpabile che ti colpisse proprio lì sotto. Ha sempre addosso questa fobia: di insegnare agli altri il loro mestiere. Di insegnare a stare al mondo. Come non fosse già così difficile. E in faccia non si fa vedere. Forse si diventerebbe pietra. Non lo so. Certo è che non conosco nessuno che l’abbia visto. Me lo raffiguro al mare, in calzoncini. L’immagine mi pare buffa, su due piedi. La giornata s’è già completamente guastata. Avrei potuto sonnecchiare ancora un po’, godermi il tepore delle lenzuola. Pigrire. Godere del piacere di non essere aspettato da nulla. Invece lui s’è dato questa pena di chiamare proprio me. Con questa cosa della luce. Teoria cosmica dell’elettricità. Cerco di dirglielo con garbo. Cosa potrei farci? Tirare festoni lungo tutto il cielo con lampadine a basso consumo? Per aspettare che il mattino si faccia mattino, che trovi la voglia d’essere e renda il paesaggio più leggibile, non resta che aspettare. Perché farlo con me, e al telefono? Verso una lacrima di latte nella tazzina.
Ti chiamo dopo per vedere come procedono le cose“.
Anche no“.
Non deve avere più molto da fare, povero vecchio, se mi disturba per simili sciocchezze. Forse si deve sentire solo, forse inutile, per mettersi a disturbare in giro, e a questa ora del mattino. Dovrebbe trovarsi qualcosa da fare che lo impegnasse poco. Magari qualcosa di facile. Sperando non si inventi una cosa che poi lo fa entrare troppo in quello che è. Ma bisogna aver comprensione per i vecchi. Infondo tutti siamo destinati a diventarlo. Spero di farlo riuscendo a mantenere il mio raziocinio. Controllo l’ora ma è ancora troppo presto per svegliare Claudia. Torno a pensare a ieri sera. E’ stato piacevole. Molto. E’ stato. Forse dovrei stare più attento. Forse persino rinunciare. Non posso dire di poterne essere completamente orgoglioso. Soddisfatto si. Lei è stata carina. Comprensiva. Anche troppo. Mi tratta come un principe. Forse troppo. E’ facile lasciarsi andare e montarsi la testa. E poi le donne sono sempre loro, hanno bisogno di convincersi, anche la storia più banale la debbono leggere come la storia. Accendo la tele per capire come sta il mondo.

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