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Posts Tagged ‘Lucio Battisti’

Mia moglie mi dice spesso che sono distratto. Distratto e insicuro. Che sono indeciso, come fosse una colpa ancora più grave. Che quando c’è da scegliere finisco col non scegliere o al massimo a dare un parere inutile a tempo scaduto. Perfino quando c’è da scegliere il canale alla televisione; tranne, naturalmente, che per il calcio. Cosa mi andrebbe per cena. Il colore della cravatta o dei calzini. Dice che il mio discorso più profondo e complesso non va oltre a quel “Fai tu”. Ma le mogli servono a quello, a ricordarti continuamente quelli che a loro sembrano difetti.
Dopo una giornata di lavoro eravamo stanchi di fare analisi e proiezioni che non avrebbero potuto cambiare il mercato. Avevamo fatto veramente tardi. Avevo avvertito Clarissa che non avrei tardato ancora per molto. Avevo cercato di mettere un po’ d’ordine in quel caos. Intanto fuori aveva smesso di piovere. Avevo spento i computers e la calcolatrice. Controllato i cassetti. Lei aveva avvertito Giordano che non si preoccupasse del ritardo; che l’avrei riaccompagnata io. Abbiamo inserito l’allarme e preso la strada di casa. Io alla guida e lei in silenzio. Il tempo di pensare che avevo scelto bene: era un’ottima socia, sempre attenta e piena di iniziative anche se i risultati erano quelli che erano. Eppure glielo avevo chiesto prima di mettere in moto: “Un aperitivo? Una bibita? Un niente da sbocconcellare? Tanto per mandare indietro l’appetito. Un salto al bagno”? E le avevo ricordato della raccomandata per il giorno dopo. Pareva avere fretta e l’avrei capita.
Qualche difficoltà da uscire da parcheggio. Un paio di buche e un lampione spento e prendo la provinciale. Sono attento alla guida. Borbotto qualcosa sul tempo e altre banalità tanto per dire. Lei resta in silenzio. Pare non avere fretta. Che non l’aspettino. Resta silenziosa per gran parte della strada, come avesse un pensiero. In tutto mi ha chiesto vagamente e poco interessata di mia moglie; cose che si potevano dire, ci eravamo visti la sera prima. Se non mi sembrava che le sue gonne fossero un po’ troppo corte. Se pensavo che il Di Vincenzo avrebbe pagato. Qual era il mio dopobarba. Per il resto era stata la musica dell’autoradio. Faccio benzina. Non mi andava di fermarmi anche se ero quasi a secco. In un’altra situazione avrei tirato diritto, anzi lo stavo per fare, ma lei sembrava avere quel bisognino. Sì sa come sono le donne. Non mi sembrava il caso di insistere.
Così al primo distributore mi ero buttato dentro anche se eravamo quasi arrivati. Fermo e mi dice che non le scappa più. Non ha voglia di scendere, semplicemente non ha voglia di nulla. “Prendo le sigarette e torno”. In realtà prendo anche un caffè e pago. Ho notato tornando la portiera aperta. Ho fatto il giro intorno alla machina e ho fatto per chiuderla. Lei si era assentata. Fissava davanti a sé come avesse notato qualcosa. Qualcosa nel buio che le rubava tutta la sua attenzione. Che non vedevo. E’ stato un attimo. Forse due. Non me ne sono accorto subito. Cosa c’era di diverso? A volte certi dettagli sfuggono. In altri momenti colpiscono l’attenzione. Come lampi accecanti. Improvvisamente restò immobile allibito e smarrito davanti alla portiera. Un aggettivo in più sarebbe stato superfluo se non esagerato.
Ho un attimo di perplessità pensando a cosa non va quando ho visto le mutandine per terra… Quel filo nero di niente con quella rosellina rossa proprio lì, sul davanti. Magari e sul fianco. E’ stato allora… proprio allora… che ho cominciato a preoccuparmi, a chiedermi… a sospettare… cioè che mi sono sorti dei dubbi, anche se non volevo certo correre il rischio di fraintendere; di offenderla. Mi ero solo offerto di accompagnarla a casa dopo l’ufficio. Una cosa banale. Non sono certo nella confusione successiva di ricordare bene. Ricordo solo bene i fatti. Il precipitare delle cose. Credo le sue parole.
Però ho la certezza che la musica era stata spenta. Se le mutandine sono sul pavimento questo forse vuol pure dire qualcosa… vuol dire… dire che lei non le ha addosso. Che… sotto è senza. Anche se addosso ha ancora le calze. E tutto il resto. Cioè è vestita di tutto punto, come quando si è seduta. Cioè quasi. Sì! la posizione non è tra le più… comode, cioè tra le più composte… cioè… insomma… La trovo… sconveniente. Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Nessuno che possa badare a noi. Non che siamo soli. L’autogrill manda le sue luci colorate di neon. La pompa segna ancora i litri e il prezzo. E qualcuno potrebbe arrivare e aver bisogno di far il pieno.
I due camion degli autisti che mangiavano dentro sono immobili e silenziosi come due pachidermi giganteschi. Un’aria fina viene dai campi portando odore di erba umida. E brevemente torno a chiedermi di quel perché. Le gambe non sono male e le scarpe… sono due… sì, naturalmente due… ma due strumenti di tortura. Con quei tacchi che trapanano il cervello. E la fantasia. La gonna non c’è più, cioè si è tutta arrotolata in cintura. Certo altrimenti non sarebbe riuscita a sfilarle. Certo avrebbe potuto ricoprirsi. Mi chiede che aspetto e di sbrigarmi continuando in quell’atteggiamento che sembra ignorarmi. Senza guardarmi. Ho la sensazione di essere sudato. Cosa vorrà dire?
Faccio il giro e salgo. Mi sistemo i pantaloni; li tiro su sulle ginocchia. L’automobile sembra stata fatta per farli sgualcire. Frugo alla ricerca della cintura. Guardo lo specchietto retrovisore. Sembra annoiarsi. Aspetto solo un attimo prima di mettere in moto. Poi lo faccio: avvio il motore. Mi dice, anzi mi ordina: “spegni”! Senza capire eseguo il suo ordine. Senza capire la sento chiedermi: “Sei scemo”? Non credo che la sua domanda desideri una risposta. Forse mi ha chiesto anche se qualcosa non va. Non posso esserne certo. Abbassa le gambe ma la posa non è più composta: “Che aspetti”? Raccolgo quelle minuscole mutandine e per un momento non so che farne. Mi sembra persino di sentire l’odore di lei. Ci penso un attimo. Me le toglie di mano indispettita e le butta dietro: “Ora… non mi servono”. Frugo per sganciare la cintura. Serra le labbra come se trattenesse un sogghigno o qualcosa che non vuole dire, forse un’imprecazione spazientita. Guarda l’ora. Il tempo è un’entità imperfetta. Spero capisca che… Non so come dirlo e lo dice lei: “Qui e ora”!
Qui”?
Prima che ci ripensi”.
Faccio per osservare che ma Graziana… non vorrei… che lei mi fa capire che non c’è più nulla da dire né il tempo per pensare. Ha già ribaltato il mio schienale. Lo deve fare lei e mi aiuta a liberarmi della cintura. Mi spiega in silenzio che è bionda naturale. Mi cade il cellulare dalla tasca. Mi ricordo che siamo ancora in folle. Al diavolo, se qualcuno ha bisogno può servirsi ad un altro erogatore. Oppure, fanculo, tirare diritto fino alla prossima stazione di servizio. Sperando che a nessuno venga in mente di pulirci il vetro e gli specchietti.

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Mi chiama Loretta, povera piccola. Pare preoccupata. Ne ha fatto un dramma. Pare voglia diventare una storia senza fine. Cerco di rassicurarla: “Guarda che non è successo niente. E’ stato solo un bacio. Mica una storia”.
Non avevo ancora capito di cosa parlava. Se voleva parlare di me, cioè di noi, o di lui. Non sono certa che non stia piangendo. Tira su col naso. Il respiro è rotto. E parla piano per non farsi sentire. Comincia a preoccuparmi. Capisco che vuole parlare di lui. Del cretino. Per andarmi non mi andrebbe. Forse non dovevo dirglielo. Facevo meglio a farmi gli affari miei. Che anche io ce li ho. La mia mania di preoccuparmi per gli altri. Così mi imparo. E’ che in verità non è stato solo un bacio. Non faccio nemmeno tempo a pensarci che lei si fa coraggio: “Mi ha chiamato. Voglio dire: lui. Insomma, ho rotto. Non so proprio cosa devo fare”.
Non so se cerca da me una risposta. Un consiglio. Il momento per abbandonarsi al pianto. Un biasimo. Compassione. Penso che non ce ne sia uno per il quale vale la pena darsi pena. O almeno non l’ho ancora conosciuto. Vorrei dire che dovrebbe guardare me che vado ad una festa e non c’è nemmeno Claudio. Niente di niente. Solo una banda di sfigati. Che forse per lei è stata una fortuna. Faccio meglio a mordermi la lingua. Sembra proprio giù, la scricciola. Non saprei proprio come consolarla. Per così poco. E’ che io forse non dò l’importanza che da lei. Se è andata così è perché doveva andare così. Non piango mai sopra alle cose. L’ho imparato dalla vita. Lasciare prima di essere lasciata. Cambiare prima della prima noia. Il mondo è bello proprio perché è vario. E lì fuori ce ne sono tanti. Spengo la tele. Mi distrae. Mia madre mi chiede chi è. Le faccio segno di non rompere. Mai un attimo di pace con la vecchia carampana tra le scatole. Si deve sempre mettere di mezzo. Farsi quelli degli altri: “Hai fatto bene. Se l’ha fatto una volta… Voglio dire se l’ha fatto con me… Capace di farlo ancora. Anzi sicuro. Credimi”.
Non so che film s’è fatta in testa. Per me è chiuso. Non ho nessuna voglia di rivederlo. Certo che il motorino era proprio un bel motorino. Un giro ce lo farei. Ma solo un giro. Se mi invita ci vado. Ma solo per quello. E stavolta non le dico nulla. E se poi lui si mette in testa qualcosa? Una volta è una volta. Non ho proprio voglia che si ripeta. Anche la lotteria la estraggono una volta sola. Se si fa delle fantasie gli dico che non è più tempo di elemosina. Le spiego che era “proprio una domenica di merda”. Non fosse stato per quello… nemmeno me ne ricorderei. E non staremo qui delle ore a parlarne. Meglio se me ne restavo a casa. E’ così che mi ricordo di ringraziarla per avermi passato i compiti. Mi dice che “Non è nulla.”, ma mi ha salvata. La verità è che non l’ascolto molto. Mi dice cose senza senso. Capisco e non capisco. O lei non vuole capire. Certo che è stato proprio uno stronzo. “Meglio così. Che l’abbia fatto con me, voglio dire. Non credi? Almeno io sono un’amica. Così l’hai saputo. Se era un’altra non lo venivi nemmeno a sapere. E te le tenevi in testa. E magai eri anche contenta”.
E pensare che io non ci pensavo proprio. E’ andata così. Doveva andare così. Mi stavo rompendo. Non fosse stato lui sarebbe stato un altro. Che fessi son tutti fessi uguale. Tranne che a lui nemmeno sembrava vero. Con quella faccia. Ci potrei campare e ridere per mesi. E poi a pensare che poteva essere una prima mi ha proprio solleticata. Dovrebbe dare meno peso alle cose. E farsi più furba. Non puoi chiedere se non dai. E come puoi tenerti un ragazzo se gli regali solo degli odiosi no? Deve ancora imparare tutto. Devo ancora spiegarle molto. Cerco di richiamarla alla realtà. “Insomma –le dico– Parliamo di cose serie. Hai visto l’ultima di Canzone x una vita”? Mi dice piagnucolando che stavolta se l’è persa. Comincio ad avere il sospetto che si tratti di una cosa seria. Spero solo che lui non lo vada a raccontare. Che non se ne vanti. Se non era per me starebbe ancora a girare dischi. E per me faceva lo stesso. Anzi stavo per andarmene. Una banda di sfigati. E lui proprio un moccioso. Se lo dice lo sputtano. Quanto è vero dio. “Se è per me non ti devi nemmeno preoccupare. Io nemmeno mi ricordo come si chiama”. Il fatto è che nemmeno gliel’ho chiesto.
A dirla tutta nemmeno io me lo immaginavo. Da tutti ma non da lui. Credo che Loretta sia stata la prima. E lui per lei. Certo che anche lei poteva scegliersi di meglio. A parte l’apparecchio… insomma può passare. Insomma… E’ uno che proprio non ci sa fare. Ma io un segreto me lo porto nella tomba. Mica lo so che mi ha preso. Forse proprio per la sorpresa. Volevo essere gentile. Lo guardo e gli dico: “Cosa fai”? Si scusa e toglie la mano. “Io… Io”… Tremo al pensiero che non finisca più con quella litania di “Io”. Mi spiega confuso e balbettano e mi propina la prima che gli viene. Che non sapeva dove metterla; la mano. E proprio lì, sul culo, la doveva mettere. Lo scuto e son quasi tentata di credergli. Sarebbe da uno come lui. Magari è anche vero. Forse gli è solo scivolata. Ci penso. Guarda gli altri e fa. A una festa è praticamente normale. Mentre balli. Ma io mica sono così. Non so se credergli o essere più incavolata o offesa. Intanto tornano ad abbassare la luce. Santa pazienza. Penso senza pensarci “Ho fatto trenta”… e gli rimetto la mano dov’era. Volevo essere gentile. Lui balla e la lascia lì come morta. Lo incoraggio un po’. Poi mi ricordo che tra un poco avrebbero ridato la luce. Sembra soddisfatto. Dovrebbe essermi grato per una vita almeno.
Dovrebbero farmi santa. Gli dico: “Vieni!” –e cerchiamo un angolo tutto per noi. Ci appartiamo. Senza dare troppo nell’occhio. Sono stanca di sentirmi spintonata. Del brusio. Si farmi calpestare i piedi. E poi non è che nemmeno mi vada tanto il ballo. Come tutte ballo per conoscere ragazzi. Per fare amicizia. Usciamo e ci sediamo sui gradini. Mi guarda imbarazzato. Imbranato. Non può sostenere i miei occhi. Come per un senso di vergogna. Poi fa per avvicinarsi. Si trattiene. Mi fa tenerezza. E le frasi gli si rompono in bocca. Riprova più volte. Si pente prima di riuscirci. Vorrebbe ripetere il bacio. Ma ora la luce è abbacchiante. Non c’è la scusa del ballo. Non ha nessun pretesto. Ci vediamo direttamente in faccia. S’è rotto qualcosa. Capisco che devo fare da me. E riprendo da dove ci siamo interrotti, dal bacio.
Per un po’ se ne sta buono. Cerca di impegnarsi. Per imparare imparerà. Cerco di non perdere la pazienza. E ce ne vuole. Poi mi cerca la tetta. Non è che ne abbia molte. Anzi quasi niente. Per essere onesta la mano gliela porto io. E’ la sua giornata fortunata. Se aspetto lui… proprio non ci sa fare. Mi fa proprio compassione. Avevo chiesto a Loretta: “Ma tu hai mai fatto qualcosa di più”. Tanto per chiedere. Tra amiche. Mi ha guardato sbigottita. Come non capisse. “A me puoi anche dirlo. Qualcosa più che un bacio”. Credevo che sapere già la risposta. Ma lei non me l’ha detta. E nemmeno io le ho detto. Tanto non me l’ha chiesto. Eppure sono sicura che è curiosa. E io so tenere un segreto.
Non so se ho fatto bene a non dirlo a Loretta. Forse lo dovrei fare. Glielo dovrei dire. A lui ho detto: “Vieni!” –e ci nascondiamo, si fa per dire, dietro la scala. In piedi è un casino. Allora mi stacco un po’. Era meglio se restavamo seduto. Eravamo troppo in vista. Lo guardo con quello sguardo. Non capisce. Faccio con calma. Glielo prendo io. Lui mi guarda. Io lo guardo e lo interrogo. Nessuna risposta pervenuta. Volevo essere gentile. Lo guardo e mi distraggo. Ha un gemito di sofferenza. “Scusa”. Torno a fare attenzione a quello che faccio. Lui si irrigidisce. Chiude gli occhi. Ci vuole un attimo. Sono certa che è la prima volta. Almeno la prima volta che non lo fa da solo. Nemmeno quasi il tempo di incominciare. Spero non si sia messo strane idee in testa. E’ stato solo un pomeriggio di domenica. E poi non mi potrei mai mettere con il ragazzo di un’amica. Nemmeno se è già ex, come lui. Mi dico: “Ma ti sei visto”? E mi rammento che però ha un gran bel motorino.
Lo guardo e non riesco più a trattenere il riso. “Tranquillo. Guarda che non è così che le ragazze restano incinta. Volevo essere gentile”.

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015-finestra02Cosa dire? Fogli strappati da un calendario che non va. I giorni che si arrampicano sulle cose. Paura e noia del telefono. La voce roca e la gola secca. Una canzone ereditata dal mattino. Le bollette sopra il mobile d’entrata a lasciare impronte sulla polvere. Quasi una lotta per non esserci. E’ tutto solo pigrizia, ma tutto scappa. Questa insoddisfazione, cos’è? Chiudo il libro. Lei e di là e ne sento solo parlottii di cose. Gocciolio sul lavello. Sbattere tintinnante di piatti. Esco. Il desiderio di non incontrare nessuno. Ogni voce si fonde e tutto è rumore. Ma la canzone resta là. Una bestemmia soffocata. Da quanto tempo sono in questo stato? non ne ho la più pallida idea. So solo che… anzi non so. L’unica cosa certa è che va tutto bene eppure… Buona domenica. E’ la vicina del terzo piano. Ha un culo interessante. Forse ha una certa simpatia per me. Le debbo apparire interessante. Forse mi considera qualcosa. Povera donna. Accenna a fermarsi. Accelero il passo. Chi la sentirebbe Marisa. Con lei ogni cosa è dramma. Per lei tutto ha necessità di una spiegazione. Soprattutto con quella donna. E Venezia non è una città dove ci si può nascondere. Non ha rispetto. Non le puoi fuggire. Ti mette sulla bocca di tutti. E’ intimamente perversa e portata alla chiacchiera. Non c’è un angolo di intimità. Quasi mai. E’ in quest’angolo, mentre passo, un ricordo mi prende alla sprovvista: proprio qui ci nascondevamo la sera dalla luce dei lampioni e dagli occhi troppo curiosi. Lì per qualche fugace bacio. Ma era un’altra città. Io ero un’altra persona. Dov’è finita quella persona. Strano ripensarci dopo tutta una vita, ma forse non è tanto strano. Forse lo strano sarebbe non ripensarci. Mi allontano con un sospetto. Ho voglia di caffè. Lo sciabordio appena percettibile del remo sulla superfice dell’acqua. Se conoscessi altre lingue continuerei a parlare solo la mia. E tutte le lingue diventano una, si fanno brontolio. Il ponte interrompe i miei pensieri: mi impone attenzione; ai gradini. Ieri davano Ferro 3, fortunatamente ce lo siamo perso. E’ ora di tornare. Anche questo gesto mi costa, quanto è più di altri. Cosa aveva detto? Latte e patate? Pane e formaggio? Le macerie non sono solo pietre. Decido senza fatica: la lascerò brontolare. Non ho alternativa, o imparo ad ascoltare quando parla. Da tempo seguita a dire che non siamo più gli stessi. Nessuno resta per sempre lo stesso. La vita cambia le cose e le persone. E forse non siamo mai stati gli stessi. Quelli che abbiamo detto di essere. Quelli che abbiamo cercato di mentire come persone. Eppure ha la domenica libera, come poche. E stasera tornerà a dire che non mi capisce. Nemmeno io riesco a farlo. Non potevo certo vendere la vita per una canzone. E la verità è che a lei della musica non è mai interessato molto. Lei è una donna pratica, non ha tempo per i sogni; a differenza di me. Ricordo un giorno d’estate al lido. Inutile cercare di illudermi, lei non c’era. Non rintraccio un ricordo preciso con lei, con Marisa. E’ come se fossimo sempre stati un’abitudine uno per l’altra. Eppure ci sono stati giorni e mesi e poi altre cose. E’ uno di quei giorni che non va. Semplicemente uno dei tanti. Ormai non vale nemmeno la pena di parlarne. E non lo facciamo. Io non cerco nemmeno le parole; per dirsi cosa? Che ho scordato i pantaloni in pulitura? Che bisogna ricordarsi di dare da mangiare al gatto? Non ho mai sopportato i gatti. Sono mesi che sono bloccato su quel libro. Non ricordo più l’ultima volta che ho avuto la voglia di scrivere una benché misera cosa. Ci ho provato. Me le racconto in testa le mie cose, e continuo a faticare a prendere sonno. Anche con i tranquillanti. Mi sembra tempo sprecato; buttato. E’ sempre stato così. Alla fine me la accendo la sigaretta, perché non c’è un motivo valido per rinunciare e resistere. Certamente lei se ne accorgerà dall’alito. Tutto sembra relativo. Non c’è una vera ragione, potrei essere felice. Eppure… e poi c’è questa voglia di sapere. E questo desiderio di non capire. E lei che all’improvviso mi torna alla mente. Lei e il nostro tempo perduto. Quei due ragazzi. Il nostro angolo buio. Tutte quelle parole dette, e anche quelle non dette. Quella che sembrava una storia banale. Una storia di ragazzi, appunto. Un amoretto tra un esame e l’altro, tra un romanzo e una poesia. Tra un disco comprato e quello che avremmo voluto prendere ma nessuno dei due aveva soldi a sufficienza. Canzoni che cantavamo assieme, piano o a squarciagola. Le risate davanti ad una pizza o spinte a forza fuori delle labbra dall’alcol che ci rendeva coraggiosi, o almeno meno vigliacchi. Strani anni quelli. Chissà dov’è, cosa le è successo. Se si è fatta una famiglia come quasi tutti gli amici del tempo. Chissà tante cose. Eppure di tanto in tanto lei continua a tornare. E i miei pensieri riavvolgono i fili di quei giorni così magici e così irripetibili. Come avrei potuto conservare il ricordo di averle regalato un mio disegno? Ma era solo un maledetto e straziante ed emozionante sessant’otto. E chi non sognava semplicemente non era. In questo preciso momento vorrei provare a richiamarla ancora, in silenzio, solo per sentire il suono della sua voce; ma allora non c’erano ancora i telefonini. E lei certo non può aver conservato lo stesso numero che non ricordo più. La vita è proprio una puttana che si vende per poche lire e subito dopo è di un altro.

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fulmine«Quando il profeta parlerà’ per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[1]

Ovvero “Meglio viver 100 giorni da leone e mangiarsi le pecore”.
Questa indagine cognitiva, che ficca le sue radici sul terreno che nutre il grande Credo, fin troppo si è soffermata su fatti di relativa importanza, spandendo un piccolo borgo ad universo. Chiedendo ragione al nulla. Elencando liste di perlopiù anonimi contadini e allevatori, elevandoli a condottieri e guide, quando non ad interi popoli. Anche laddove il popolo altro non era che uno sparuto gruppetto famigliare o di goduriosi bisbocciatori. Dove tutti tradiscono tutti e le donne non sono che un mero mezzo passivo della procreazione, più che oggetti solo cose. Dove il sospetto è di la da venire e il dubbio non ha mai fatto la sua omicida comparsa. A questo mondo ancora senza luce, acqua, gas e televisione. Questa indagine chiede che alla Storia siano dati i tempi della storia. Chiede fatti. E ricorda che il mondo, il creato, è molto più grande. Molto più vasto.
 25. Come abbiamo già avuto modo di dire Abramo, vecchia lenza e gran tempra di filibustiere, nonché avventuriero, a differenza del figlio, visse centosettantacinque anni e, sistemato Isacco, pensò bene di sposare «Keturà. 2Ella gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. 3Ioksan generò Saba e Dedan, e i figli di Dedan furono gli Assurìm, i Letusìm e i Leummìm. 4I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoc, Abidà ed Eldaà. Tutti questi sono i figli di Keturà». Tutti gli altri ventri invece che fecondò erano di concubine e i dintorni furono presto colmi di voci di bimbi, più o meno contenti. Gli illegittimi meno. Allora un po’ per la confusione, un po’ perché non voleva sentire lagnanze e un po’ perché non amava vederli bighellonare senza costrutto, questi li mandò 5«»verso il levante, nella regione orientale». Ma dopo tanta fatica il povero vecchio giunse stanco ma soddisfatto alla fine dei suoi giorni.
9«Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Socar, l’Ittita, di fronte a Mamre. 10E’ appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Ittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara». Di dove fosse sbucato tale Ismaele nessuno fa menzione. Forse imboscato al banchetto di nozze ed in amicizia con quello che chiamava fratello. Forse un illegittimo che furbescamente s’era guadagnato la simpatia di quel padre. Forse semplicemente un viandante. Si fanno ipotesi ma non di più. Certo è che Isacco non era tipo da badarsi da solo e perciò allora 11«dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì»; dove il servo aveva incontrato sua moglie Rebecca, prima ancora che lui la conoscesse, e dove abitava il padre di lei, nonché suo zio.
Solo in seguito si venne a sapere che Ismaele era figlio di 12«Agar l’Egiziana, schiava di Sara» e concubina del vecchio. Quello stesso figlio che era stato dal padre cacciato e costretto prima nel deserto e poi in Egitto. Spero il lettore non me ne voglia se ci risparmieremo l’elenco dei figli generati da quel figlio di illegittima di Ismaele. Quel figlio che si sospetta accelerò la dipartita di quello stinco di santo del padre. Ai fini della comprensione dei fatti vi è la nuova credenza che quella lista sia un’inutile perdita di tempo e una sfida alla pazienza. Basti sapere che vennero elencati 16«secondo i loro recinti e accampamenti»; e che «Sono i dodici prìncipi delle rispettive tribù». Perché dodici figli mise al mondo anche quella lenza di Ismaele che pare avesse preso dal padre, dal padre in età avanzata. Altrettanta poca rilevanza ha che 17«La durata della vita di Ismaele fu di centotrentasette anni», infatti lui morì giovane. Tali meticolosità possono essere utili solo agli storici che di meticolosità sono già adusi da sé e per disciplina. E possono esser sopportate solo dagli stoici.
Per una sorta di destino anche Rebecca era sterile, come prima Sara, e anche Isacco chiese aiuto al Signore; anche perché erano passati ormai vent’anni e lui non ne poteva più di sentirsi dar la colpa. Ancora una volta Quello si spazientì ma ancora una volta decise di aiutare il giovane. Però questa volta preferì non mandare né viandanti né angeli, non per sfiducia, ma per sospetti. E dopo l’intervento del Signore 21«Rebecca divenne incinta» per un parto gemellare; non di due figli ma di due popoli. Difatti 25ancor prima che il rossiccio Esaù, tutto pelo ed esuberanza, 26trascinasse alla vita il fratello Giacobbe afferrato al suo il calcagno, era chiaro che tra i due non ci sarebbe stata che discordia. Infatti Dio, o chi per Lui, aveva detto alla mamma: «Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo». Il primo fu cacciatore e prediletto dal padre –più che quel figlio il padre in verità adorava la fettina– il secondo fannullone scioperato, sempre sotto la tenda, e perciò prediletto dalla madre. Mai che i due andassero d’accordo; come in ogni famiglia che si rispetti. Ma Giacobbe era un furbo di tre cotte e 29buon cuoco, mentre Esaù era tipo da vendersi anche l’anima 30.34per una minestra di lenticchie. Non c’era pace tra gli ulivi, cioè non era destinata quella terra, e quelle genti, a trovare pace.

Per l’immagine ringraziamo Enrico Mazzucato dal cui profilo Facebook l’abbiamo rubata. Come possiamo vedere tutta questa storia, e gli eventi narrati, e la terra promessa (da chi a chi?), e il popolo eletto stanno sotto il dito mignolo della mano destra del mondo.


[1] Da Wu Ming : Altai – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino. Pag. 265

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Ogni persona, quando sale in macchina, a seconda dell’altezza, delle gambe, del sedile, di tanti fattori compresa l’abitudine e le preferenze personali, sistema lo specchietto. Io non sono diverso da qualsiasi altro guidatore e come tutti mi dà un gran fastidio che mi spostino lo specchietto, non lo devono toccare. La mia coupé poi ha uno specchietto panoramico ma sensibile, sembra un quarantadue pollici e conosce la mano del padrone. Non fosse la cosa più banale e nota del mondo lei monta e gira lo specchietto e si sistema il trucco. Quando glielo rimarco lei sorride e mi dà uno di quei scusa che si danno senza nemmeno ascoltare, senza vera partecipazione, leggero come un soffio; sembra anzi gentile ma leggermente piccata come fossi uno scocciatore. Certo: il vizio è donna. Per queste cose io posso perdere il lume della ragione. Lo rimetto al suo posto. Metto la cintura. La prego di metterla anche lei e ingrano la prima. Usciamo dal parcheggio e mi avvio in quello che dovrebbe essere un bel fine settimana.
Cerco di ritrovare la calma e guardo fisso la strada sperando che sia solo un episodio. Ho sempre avuto la convinzione che quando una cosa comincia male non c’è verso di riportarla poi ad un soddisfacente assetto. Anche la radio va e viene ed è un brutto ascoltare. Eppure lei non è male e potrebbe diventare una storia importante; forse la storia. Il rapporto è promettente e sembra una che non ci pensa su due volte; almeno questa è stata fin da subito la prima impressione. Forse non la primissima. Quella prima volta al bar pareva starsene sulle sue. Si guardava intorno con aria annoiata a da schifo come se aspettasse già qualcuno e non fosse interessata ad altro. E guardava come se non le garbasse nessuno di quelli che entravano. Stavo per rinunciare ma il tempo passava, lei non si muoveva e continuavo ad osservarla senza che lei mostrasse evidente fastidio, certo fingeva di ignorarmi. Quando gliel’ho chiesto, se aspettava qualche persona, mi ha risposto distratta: “Siediti pure”. Poi ha accettato che le offrissi un gin tonic e alla fine mi ha fatto insistere ma poi me l’ha dato il suo numero di cellulare. Solitamente so annusare le prede ma con lei è stato diverso. Non era certo solo che era proprio questo che mi aveva colpito e che mi ha spinto ad insistere.
Ho fatto i salti mortali per trovare una scusa con Ramona che fosse plausibile per allontanarmi questo agognato Weekend senza destarle sospetti. Lei, Pamela, non mi ha mai chiesto nulla davanti alla mia evidente mancanza di tempo. Alle mie scuse per vederci. Alla mia fretta agli appuntamenti. Al mio dover scappare sempre sul più bello. Non ha mai mostrato fastidio. Anche se non porto la fede deve aver capito che devo aver qualcuno. A dire la verità nemmeno io le ho mai chiesto se c’era qualcun altro, né cosa faceva quel giorno tutta sola al bar, chi o cosa stesse aspettando. Mi sembra strano per una donna come lei, ma le cose della vita sono sovente ben strane. Forse una storia appena finita?
Insomma la cosa tra noi ha continuato, per quel poco, con più bassi che alti, come due fidanzatini che non hanno ancora trovato il coraggio. Baci sulla guancia e cose così, sempre in pubblico. Poco di più quando l’accompagno in macchina fin sotto casa. Non ho nemmeno mai avuto il tempo di salire. Il tempo per me è prezioso e sta diventando un delirio tra lavoro e casa. E lei non mi ha mai chiesto di più, né mostrato insoddisfazione o irritazione per i miei saluti frettolosi. Quando sono riuscito a combinare e le ho proposto due giorni assieme, solo noi due, è subito sembrata entusiasta. Ha detto di sì all’istante e mi ha chiesto solo cosa si doveva portare. Lì ho fatto il mio capolavoro, le ho detto che bastavano due gocce di Chanel 5.
Ha riso senza alcun commento. Pareva che la cosa la divertisse e che fosse ovvia. Onestamente non so se quello che indossa è proprio due gocce di Chanel 5. Non so se è Chanel, se è il cinque, e non sono certo due gocce. Non è che ne capisca molto di profumi da donna, so solo che il suo è abbastanza invadente, comunque si è presentata all’appuntamento puntuale e tutta in tiro. Scarpe a punta con tacco altissimo, gomma melangiata corta ma non troppo, maglietta vedi e non vedi e anche disegna, e una piccola sacca che oltre ai trucchi non dovrebbe poter contenere molto di più che un paio di mutandine. Forse la boccetta con altre due gocce di Chanel 5. Quando le ho detto che saremmo andati fino a Portonovo ho dovuto aspettare che prendesse l’acqua e due altre cose per il viaggio ed eccoci qui, in marcia. Mi accorgo solo ora di conoscere poco i suoi gusti e di non aver molti argomenti di conversazione. Faccio molta attenzione alla strada e alle indicazioni del tomtom. Lei mi sorride ed io stacco solo furtivamente e rapidamente gli occhi dal volante, a queste andature meglio non accettare distrazioni. Basta un attimo. Spero di non incappare in qualche maledetta macchinetta per il controllo della velocità. Una multa sarebbe veramente un grande impiccio. Preferisco cercare di non pensarci.
Lei mi chiede se posso abbassare un po’ l’aria condizionata, si risistema i capelli e si scusa di non essere di grande compagnia. E’ che non ha dormito molto, dice, forse a causa dell’emozione. E dell’orario di partenza piuttosto mattiniero per lei. Concludo che ha belle gambe. Mi piacciono le donne con gambe come le sue, gambe che sembrano gambe. E mi piacciono le gambe con i tacchi alti, indubbiamente rendono snella la caviglia e la slanciano. Non amo fare delle graduatorie ma questa volta ho scelto bene. Per un attimo mi sfiora la mano mentre cambio. Mi chiede di parlarle di me, intanto per ammazzare l’attesa e così continuare a conoscersi meglio. Provo a parlarle del mio lavoro, molto sinteticamente, sembra interessata. Imbastisco un paio di storie che non mi riescono molto bene né naturali. Non è di gusti difficili. E’ disposta a credere ad ogni cosa. Mi confessa di non essere contenta del suo lavoro e di non trovare nulla per mettere a frutto i suoi studi in ingegneria. E di essersi sentita poche volte così bene. Mi offro di aiutarla. A sentire lei pare che le infonda fiducia, e di quella ne aveva bisogno.
Poi fa qualcosa che non mi aspetto, ride e mi dice lascia fare a me. Mi passa una mano dietro la spalla e mi tocca. Io preferisco che mi lascino tranquillo quando guido e mi trovo leggermente impacciato. Forse se ne accorge o forse no, comunque non sembra darci peso né importanza. Mi schiocca un bacio sulla guancia e ci lascia il suo rossetto. Mi sussurra all’orecchio che non vorrebbe rovinare tutto. Che non vorrebbe che la festa finisse prima di cominciare; questa cosa, detta da lei, non mi sembra troppo carina. Che devo scusare la sua impazienza. Mi chiede se voglio sentire ma le spiego paziente che sto guidando. Dice ancora che questo è solo l’inizio. Che lei è una che mantiene le promesse ed era solo per dirmi quello. Che vedrò. Che è brava. Che saprà farmi felice. Felice e soddisfatto –dice; con un’aria compiaciuta e malandrina.
La sua voce e i suoi occhi sono pieni di promesse e di malizia. Sono tentato di fermare la macchina subito e non sto più in me ma purtroppo, se vogliamo arrivare, la strada è ancora lunga. Rallento per godere un attimo di quel sorriso. Mi spiega che anche per lei non è facile ma che devo aver pazienza. Che dopo sarà ancora più bello, e che potremmo stare comodi: “Prova a pensare a quello”. Le sue parole mi riecheggiano a lungo mentre cerco di scordare la sua mano e il soffio del suo sussurrarmi nell’orecchio; e cambia discorso. Mi chiede se veramente penso di poterle essere utile e mi ringrazia anticipatamente della mia cortesia. Mi spiega che un minimo di esperienza l’ha fatta, che è stata l’amica di un grande architetto, e che si è laureata bene. Mi parla della sua casa e mi chiede quando potrà farmela vedere. Mi dice che ama i quadri e i libri, che ne ha la casa piena. Mi chiede dei miei gusti; lei ama la musica barocca. Non è molto curiosa delle mie risposte e non le aspetta; le sue non sono vere e proprie domande. Lo dice anche che è per famigliarizzare; brutto termine questo in una coppia più o meno consapevolmente clandestina. Ma il vocabolario della lingua è quello che è e le perdono queste piccoli cadute di gusto.
Chiude gli occhi e per un po’ si lascia cullare dai suoi segreti. Faccio quei chilometri in santa pace. Ho pensato troppo ai miei timori. Dovevo trovare un posto a due passi da casa. Magari vederci direttamente lì. Sarebbe stato più comodo e anche più sicuro. Persino più economico, ma non è la cosa che vado a pensare. Non mi sembrava carino, soprattutto per una prima. Volevo mostrarmi premuroso e garbato. Fare impressione su di lei. Non lasciarle dubbi e darmi certezze. Andare sul sicuro. Non rischiare nulla per il mio weekend. Insomma mi ero preoccupato fin troppo. Ma come fai a proporre a una che conosci così poco: Ci vediamo direttamente in una camera d’albergo. Quando lei non ha ancora mostrato la giusta attenzione e predisposizione nei tuoi confronti. Ora sì, ora che la sua mano e il suo sussurrarmi all’orecchio mi hanno confermato quando speravo. Ora che tra noi si è stabilito quel feeling. Lei ora mi fissa come fossi un trofeo; soddisfatta.
Perché non mi ha guardato prima con quegli occhi? Perché ha voluto lasciarmi ancora nel dubbio? Cerchiamo un autogrill dove prendere un boccone. Ci entriamo come una vera coppia. Lei pare orgogliosa di sé e di me pavoneggiandosi e tenendomi sottobraccio. Prende una tagliata con insalata verde ma la assaggia appena. Io prendo una milanese con purè. Inondiamo tutto con abbondante pinot grigio fresco lanciandosi in numerosi brindisi. All’inizio e a quel nostro incontro, alle giornate che finalmente ci aspettano, alla nostra… lei la definisce amicizia. Il suo sorriso e i suoi sottintesi garbati lasciano intendere che anche lei si aspetta molto da questa nostra brevissima vacanza. Si augura che sia la prima di altre numerose volte. Slaccia un altro bottone della camicetta. Il reggiseno lascia trasparire quanto promette. Bada poco agli altri avventori. E’ solo per me. Mi lascia pagare senza insistere più del dovuto. Va al bagno. Vado al bagno e l’aspetto in macchina.
Sale e torna a spostare il maledetto specchietto come se lei ormai potesse tutto. Si rifà il trucco con estrema attenzione mentre io l’aspetto. Pare non importargli nulla d’altro. Rimette approssimativamente lo specchietto al suo posto. Lo risposta leggermente per pulirlo passandoci sopra una salvietta umidificata e poi un fazzolettino. Si infila in bocca una gomma alla menta, le labbra sono rosse come ciliegie. Finisce di pulirmi la guancia dal suo rossetto dopo che ho rimesso in moto. Infastidito mi ritraggo e allontano la sua mano. Si sistema il reggiseno come fosse un ammonimento per me, ride e poi fa l’offesa, lei. Volta di scatto gli occhi dall’altra parte e si tira già la gonna. Mi dice verso il finestrino che avrebbe bisogno un attimo di qualcosa che non so e che è rimasta nella sua sacca, e che non sono stato gentile con lei.
Fermo ad una piazzola di sosta. Uso la collana che porta al collo mentre lei è ancora girata dall’altra parte a fare l’offesa e poi infilo il suo corpo nel portabagagli. Controllo quel corpo e quello che mi aveva promesso ma la lascio vestita. Non saprò mai. Il mio magnifico weekend è andato a puttane e non posso nemmeno tornarmene dritto a casa. Cosa potrei raccontare a Ramona di questo mio improvviso ritorno in anticipo. La stanza è fissata e lei non mi aspetta prima di lunedì sera.

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Faccio l’agente di commercio e sono continuamente in macchina. Ne ho viste tante da non poterle ricordare ma quella con lei, con quella ragazza, non la posso scordare. Rimane e rimarrà un ricordò indelebile. In verità era una giornata come tante. Temevo di sbattere addosso all’ennesima buca; visti i tempi che corrono. Non si vende ormai più niente. Recuperare i soldi della benzina è giù troppo. «Passerà.» mi stavo dicendo quando la vidi. Accostai. Mi capita spesso di prendere su qualcuno. Anche per fare il viaggio in compagnia. E fai salire di tutto, lo sai solo dopo. Mi sorprese perché pensai che avrebbe dovuto essere a scuola, ma sono uno che si sa fare gli affari propri. Non glielo chiesi. La squadrai mentre si avvicinava. Mise dentro la testa dal finestrino: «Vado verso la fiera. E tu»? Gli dissi «Sali!», non allungavo di molto e non avevo appuntamenti per quella mattina. Aveva un buon profumo, forse un po’ troppo intenso. E continuava a masticare una gomma. Non era bella ma era giovane, e carina. Ed era vestita che pareva aver mandato a memoria tutti i modi per dire “Guardami”: top aderente e minigonna, più che mini. Accavallò le gambe e subito cambiò stazione all’autoradio finché non ne trovò una dove anche i commentatori rapavano. E per un po’ viaggiammo in silenzio. Lei, gli occhiali sul naso e quell’aria indifferente. Io, la controllavo con la coda dell’occhio. Sembrava non portare reggiseno, ma poteva ancora permetterselo. Di tanto in tanto mi studiava e finiva col sorridere o col ridere. Aveva un bel sorriso, molto aperto, ma una risata un po’ troppo rumorosa. Poi ruppe il silenzio all’improvviso; forse sentandosi osservata: «Tu, non me le togli le mutandine… perché… me le tolgo da sola». Aveva qualcosa di Marinella, uno dei miei primi amori di adolescente, forse i capelli, e qualcosa di tutte le ragazze della sua età. Aspettai come se dovesse aggiungere qualcos’altro. Invece fece passare la mano sotto la gonna dalla parte della portiera. Le sfilò veramente con gesto disinvolto, facendole scivolare allegramente con perizia. Poi, con gesto quasi indispettito, le buttò sul cruscotto, subito davanti al volante. Non aveva gli occhi molto truccati, la sua aria era un po’ da collegiale. Quella espressione attonita di innocenza, che trasmette l’istinto di proteggerla. Lo smalto blu sulle unghie. Il vento le scompigliava i capelli. «Io mi chiamo Eleonora e tutti mi chiamano Eleonora. E tu? Quanti anni hai»? Pensare a quelle mutandine ovvero a lei senza mi metteva in un leggero senso di disagio. Era un po’ bambina e un po’ donna, la situazione era intrigante. Era passato fin troppo tempo da quando ero stato ragazzo. Non riuscivo a prestare tutta la mia attenzione alla strada, solo a pensare a quello. E le poche volte che ero vicino a riuscirci me le vedevo davanti al naso. Erano piccolissime e a righine multicolori: «Quarantaquattro. Quattro quattro». Legge un messaggio al cellulare. Risponde al messaggio. Parla a qualcuno che non c’è. «Due più di mio padre. E come ti chiami che non l’ho capito»? Le dissi il mio nome mentre ero tutto attento ad un sorpasso. Non credo facesse alcuna differenza. Lo ricordo come ora, in quel momento alla radio passavano un bravo carino tutto in romanesco. Mi capita ancora di canticchiarmelo. Allora lo sentivo per la prima volta. Volevo chiederle cos’era. Volevo chiederle tante cose. Non sapendo da dove cominciare non cominciai. Credo di aver solo aggiunto balbettando che viaggiavo per lavoro. «Piacere. Sei sposato»? Forse lasciai passare un minimo di incertezza prima di rispenderle di . «Meglio. Cioè»… E rise. Non capii e non ci pensai. Non le chiesi spiegazioni. Cercavo di fare solo attenzione alla guida, ma il mio pensiero era sempre lì. Si sfilò i saldali. La strada scorreva veloce. Sembrava un’anima in pena. Si sistemò meglio sul sedile. Si sposto una ciocca dagli occhi. Si controllò sullo specchietto sporgendosi leggermente verso di me. Mise i piedi sul cruscotto e la gonna le scivolò ancora più su. La sistemò o almeno cercò di farlo. Quella la fasciava e non c’era altra stoffa. Un articolato ci superò sul cavalcavia e le suonò. Mi fece sentire ancora la sua risata tutta soddisfatta. Poi gli mostrò il medio e per un po’ restò fiera di sé. Lui tornò a guardare l’orologio e lei a guardare il tomtom. Aveva un aria annoiata e gli occhi verdi o forse grigi. «Quella era una specie di area di servizio»? «Hai bisogno? Vuoi che ci fermiamo»? Non c’era molto intorno: Uffici e capannoni, e rivendite di macchine. Qualche pubblicità. Un cartello di “Spazio inutilizzato”. Brevi intermezzi aperti trascurati, erba secca e alberelli sofferenti. Un senso abitato di desolazione. Nemmeno un cane se ti serviva una indicazione. Insomma il paesaggio solito che ti accoglie prima di arrivare in centro. Persino i cartelli stradali soffrivano una estranea solitudine. «Se non trovi un posto, ti inventi una cosa, …io sono quasi arrivata. Le son tolte per niente». La prima volta con lei è stato in macchina. Un po’ complicato ma neanche troppo. Con i camion che la facevano vibrare. Insomma abbiamo fatto di necessità virtù. Aveva appiccicato la gomma sotto il cruscotto per poi potersela riprendere. Da quella volta quella ragazza mi è entrata nel sangue. Ci vediamo ancora. Ho la fortuna che il mio lavoro mi lascia tutto il tempo libero che voglio e mi da tutti gli alibi che mi servono per casa. E poi Marisa si fida, non è mai stata gelosia. Solo preoccupata quando sono fuori che non mi succeda qualcosa. Eleonora ha continuato a togliersele da sola, e non sempre con me; lo so. Non ci posso fare niente. A volte nemmeno le mette, esce già senza. Non so perché, so solo che non potrei rinunciare a lei. E mi ha spiegato che avevo ancora tanto da imparare.

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Caro amore, anche in questi giorni faticosi, vissuti intensamente, il mio pensiero non poteva non andare a Te che sei sempre al mio fianco.Vorrei che tutto non corresse così in fretta da toglierci anche il tempo per una parola in più. Tu sai che il mio cuore batte all’unisono con il tuo. Sai che tutto è semplicemente… nostro. Non ho che la possibilità di augurarti tutta la felicità possibile e di ribadire questo eterno TI AMO. Ripeto solo che, ancora una volta, questa è solo una canzone, per TE e per tutti quelli che sanno ancora amare. E anche per chi, come noi, ha ancora voglia di sognare.

Le nubi che sono nel cielo
sono le stesse nubi di una volta.
i fiori che sono nei prati
da quando esiste il mondo sono nati
e gli occhi tuoi che ora mi guardano
sono profondi grandi occhi di bimba
che vuole saper cos’e’ la vita,
che vuol sapere cos’e’ questo mondo.
e’ dall’amore che nasce l’uomo
e dalla terra matura il grano,
non c’e’ altro tra le mie mani
il nostro tempo che e’ nato ieri
e’ gia’ lontano sull’orizzonte
e non tornera’,e non tornera’
e non tornera’,
e non tornera’.
la pioggia che bagna il tuo viso
bagna da secoli la nostra terra.
il sole che e’ nel tuo sorriso
splendeva gia’ quando nasceva il mondo
e gli occhi tuoi che ora mi guardano
sono gli stessi grandi occhi di bimba
che vuol sapere cos’e’ la vita,
che vuol sapere cos’e’ questo mondo.
e’ dall’amore che nasce l’uomo
e dalla terra matura il grano,
non c’e’ altro tra le mie mani
il nostro tempo che e’ nato ieri
e’ gia’ lontano sull’orizzonte
e non tornera’,e non tornera’
e non tornera’,
e non tornera’.
e’ dall’amore che nasce l’uomo
e dalla terra matura il grano,
non c’e’ altro tra le mie mani
il nostro tempo che e’ nato ieri
e’ gia’ lontano sull’orizzonte
e non tornera’,e non tornera’.
e non tornera’,
e non tornera’.

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Gli impegni di questi giorni, giorni intensi questi nostri, hanno rischiato di farmi mancare a questo appuntamento. Non mi sarei perdonato il non aver fasteggiato questa festa, come ogni domenica, dedicando una canzone d’amore alla donna che amo e che ho sempre amato e che ha reso la mia vita una meravigliosa storia da vivere. Lucio e stato un frammento, non so quanto piccolo, della vita di tutta la nostra generazione. E’ stato buone sensazioni con una chitarra intorno al falò. Una spiaggia. Un viaggio. La spensieratezza. E mille altre cose ancora. Con poche parole auguro buone emozioni alla mia Compagna e a tutti quelli che sanno ancora amare ricordando solo una piccola stupida frase che ripeto ormai tanmente spesso da diventare quasi un mantra o una gioiosa ossessione: TI AMO.

Io lavoro e penso a te
torno a casa e penso a te
le telefono e intanto penso a te
Come stai? E penso a te
Dove andiamo? E penso a te
Le sorrido abbasso gli occhi e penso a te
Non so con chi adesso sei
non so che cosa fai
ma so di certo a cosa stai pensando
è troppo grande la città
per due che come noi
non sperano però si stan cercando, cercando
Scusa è tardi e penso a te
ti accompagno e penso a te
non son stato divertente e penso a te
sono al buio e penso a te
chiudo gli occhi e penso a te
io non dormo e penso a te

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In questi giorni di intenso lavoro riusciamo anche a parlarci molto poco, stranamente. So che non avrai nemmeno il tempo di ascoltarla, non oggi. Non voglio però mancare al mio appuntamento domenicale in cui dedico a te e a tutte le donne una canzone, solitamente d’amore. Anche questa lo è. Una canzone strana. Cade giusta per questi giorni perché sei sempre stata oltre che la mia grande Compagna la mia più cara e sincera amica. E allora… buon ascolto.

Può darsi ch’io non sappia cosa dico,
scegliendo te – una donna – per amico,
ma il mio mestiere è vivere la vita
che sia di tutti i giorni o sconosciuta;
ti amo, forte, debole compagna
che qualche volta impara e a volte insegna.
L’eccitazione è il sintomo d’amore
al quale non sappiamo rinunciare.
Le conseguenze spesso fan soffrire,
a turno ci dobbiamo consolare
e tu amica cara mi consoli
perché ci ritroviamo sempre soli.
Ti sei innamorata di chi?
Troppo docile, non fa per te.
Lo so divento antipatico
ma è sempre meglio che ipocrita.
D’accordo, fa come vuoi I miei consigli mai.
Mi arrendo fa come vuoi
ci ritroviamo come al solito poi
Ma che disastro, io mi maledico
ho scelto te – una donna – per amico,
ma il mio mestiere è vivere la vita
che sia di tutti i giorni o sconosciuta;
ti odio forte, debole compagna
che poche volte impara e troppo insegna.
Non c’è una gomma ancor che non si buchi.
Il mastice sei tu, mia vecchia amica.
La pezza sono io, ma che vergogna.
Che importa, tocca a te, avanti, sogna.
Ti amo, forte, debole compagna
che qualche volta impara e a volte insegna.
Mi sono innamorato? Sì, un po’.
Rincoglionito? Non dico no.
Per te son tutte un po’ squallide.
La gelosia non è lecita.
Quello che voglio lo sai, non mi fermerai
Che menagramo che sei,
eventualmente puoi sempre ridere poi
Ma che disastro, io mi maledico
ho scelto te – una donna – per amico,
ma il mio mestiere è vivere la vita
che sia di tutti i giorni o sconosciuta;
ti amo forte, debole compagna
che qualche volta impara e qualche insegna.

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La ragazza che ho incontrato, quasi quando l'ho incontrata, nel 1968, il giorno del suo 17mo compleannoCosa posso aggiungere a questa canzone che dedico alla mia splendida Compagna, e a tutte le donne, come ormai faccio dal 8 marzo di quest’anno? E’ un pezzo proprio del nostro anno, di quell’anno, il 1967, in cui ci siamo conosciuti e tra noi è scoppiato l’amore. Poi ci siamo persi e più volte incontrati e alla fine ritrovati per non perderci più. Oggi sono felice e felice con Lei. Penso che non serva proprio aggiungere null’altro.Un bambino conoscerai
non ridere
non ridere di lui
aah…
Nel mio cuor
nell’anima
c’e’ un prato verde che mai
nessuno ha mai calpestato, nessuno,
se tu vorrai – yeahh
conoscerlo – se tu vorrai conoscerlo
cammina piano perché – cammina piano perché
nel mio silenzio
anche un sorriso può fare un rumore.
(paaaa.. paaa..) – non parlare
(paaaa.. paaa..) – non parlare
(paaaa.. paaa..) – non parlare
(paaaa.. paaa..) – non parlare
(paaaa.. paaa..) – non parlare…
Nel mio cuor,
nell’anima
tra fili d’erba vedrai
ombre lontane
di gente sola
che per un attimo – attimo
è stata qui
e che ora amo perché – amo perché
se n’è andata via
per lasciare un posto a te
per lasciare un posto a te
Per lasciare un posto a te.
Nel mio cuor,
nell’anima
tra fili d’erba vedrai..

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