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Posts Tagged ‘Lucio Dalla’

Mi sono versata un bicchiere di buon chianti e l’ho mandato giù tutto di un sorso. Di storie come la mia ce ne sono tante, fin troppe. E non sono cose da raccontare. E non nego che ci sia stata anche un poca di colpa da parte mia. Mi ero fasciata la testa di storie piene di sentimenti e credevo ancora alle favole. Alle favole non credo più ma quel senso di colpa è rimasto. Credo non andrà mai via. Ma forse è troppo anche ricordare.
Noi donne sappiamo vivere anche di noi stesse, e da sole. Non abbiamo bisogno di nessuno al nostro fianco. Io non ne ho bisogno. L’ho imparato col tempo. Tutto è cominciato quell’aprile. Eravamo tra amici al bar e lui s’è avvicinato. Un ciao ragazzi! S’è presentato e poi s’è messo a parlare con me. Era un po’ più vecchio di noi, ma non era grave. La volta dopo mi ha aspettata davanti a casa e siamo andati a prendere qualcosa. Mi sembrava bello come un dio. Lo guardavo e lo ascoltavo. Ha pronunciato il mio nome con una delicatezza che non l’avevo sentito dire da nessuno: “Giorgia”. Sì! Giorgia, proprio come quella della canzone. Ed era pieno di attenzioni e premure. Non è che ne capissi molto ma mi sembrava proprio galante. Diventare amici e poi fidanzatini è stato un attimo; naturale. Credo di essermene innamorata subito. Al primo bacio.
Ero così giovane allora, anche se non si è mai abbastanza giovani per sognare, e non si è mai pronti per vivere e capire. E lui era così deciso, così sicuro di sé. Le sue mani su di me erano una sensazione unica. Al solo sfiorarmi mi mandava in paradiso. Non c’è voluto molto. Donna lo sono diventata dopo, e con lui. E’ stato tutto così veloce, all’improvviso; anche troppo veloce. Ero così affascinata. Non avrei mai saputo dirgli di no. E così mi ha convinto a salire a vedere casa sua. Ero nuda prima ancora di togliermi i vestiti; e mi sono vestita solo di me stessa. Ho provato un grande orgoglio. Mi sembrava il massimo essere la sua donna. Toccavo il cielo senza nemmeno alzare quel dito. Non c’era stato nessuno prima, niente di importante, intendo, e pensavo: Non ci sarà nessuno dopo. Non sapevo quanto avevo ragione.
Tutto sembrava una favola. Quando mi ha chiesto di sposarlo gli ho detto subito “”! Poi c’è stato quel piccolo contrattempo: uno schiaffo. Sembrava una cosa da poco. E non da lui. Era nervoso quella sera. Forse per quella nostra promessa. Mi ha chiesto subito “scusa!” tutto pentito. Sembrava pronto a piangere. Mi son detta “Cose che capitano”. Una discussione che è andata oltre. Un semplice litigio tra innamorati. Non ero mai stata innamorata veramente. Ad un certo punto del litigio aveva perso le staffe e mi ha chiesto: “Perché ti guardava così”? Volevo dirgli tante cose, che non potevo essere nella testa di quello, alla fine gli ho chiesto solo “Scusa”. Passata la tempesta mi ha coccolata tra le sue braccia. Ho dimenticato tutto in un attimo. Mi ha assicurato che non sarebbe successo più e io gli ho creduto. Alla fine mi ha anche chiesto di aiutarlo: “Anche tu, però, dovresti cercare di non contraddirmi sempre, di non farmi uscire così dai gangheri che pare ti diverta”. Cosa potevo fare se non perdonarlo?
Pioveva a dirotto quel giorno, un’acqua come non avevo mai visto. Ero tutta zuppa. Mi vedevo bella come non lo sarei mai stata. E poi dicono “Sposa bagnata, sposa fortunata”. Aveva controllato lui le liste degli invitati. Non aveva voluto i miei amici. Aveva detto che una donna deve sapersi lasciare dietro il passato. Che per noi semplicemente iniziava una nuova vita. Mi dispiaceva soprattutto per Enrico, è sempre stato così caro. E per Cristina, non avevo mai avuto un’amica come lei. E la sera stessa siamo partiti per la Costa azzurra.
Scusatemi ma ha parlarne mi sento ancora confusa. Così non l’ho mai fatto con nessuno. Spero di non doverlo rifare. La prima notte me l’ero immaginata diversa. E anche tutto quello che chiamano luna di miele. Di miele ne era rimasto subito poco. Non capivo perché ma sembrava lo avessimo lasciato a casa. Ce lo fossimo dimenticati nel fare le valigie. Non che il posto non fosse bello, e anche dell’albergo non potevamo lamentarci. Aveva scelto e deciso tutto lui. Aveva detto “Una sorpresa per il mio grande amore”. Invece sembrava che tutto lo annoiasse. Era diventato taciturno e silenzioso. Giravamo quasi come due estranei. E non mi piaceva come lo diceva: “Spogliati che adesso devi fare il tuo dovere di moglie”. Dov’era finita quella sua iniziale gentilezza, quando le parole sembravano tutte di zucchero? Quando sembrava mi dovesse chiedere permesso anche per un semplice bacio? E diceva che ero il suo piccioncino? Lo vedevo preoccupato. Mi rimproverava per il minimo nonnulla. E guardava malamente tutti quelli che mi guardavano. Non mi sapevo comportare. Non ero mai coperta abbastanza. Non ero mai abbastanza seria; ridevo troppo e per troppo poco. Insomma non ero mai alla sua altezza e all’altezza del mio compito. Eppure ci mettevo tutta la mia attenzione e buona volontà. Qualsiasi cosa sbagliavo.
Prima di lui il vino proprio non mi piaceva. La nostra casetta era proprio un incanto. Piccola e facile da tenere in ordine, ma il sogno è durato poco. Lui non poteva capire la fatica che facevo perché tutto fosse a posto. Lui era un uomo, gli bastava tornare a casa alla sera e trovarmi ad aspettarlo. Certo non potevo tardare. Ho Lasciato il canto perché era un’attività troppo frivola per una donna maritata. Per lui ero solo un’incapace. E son cominciate le botte. Mettevo sempre troppo sale o troppo poco sale. Non era mai in ordine abbastanza. Controllava ossessivamente ogni granellino di polvere. Ma lui aveva sempre una sua soluzione per tutto. E subito ha cominciato ha cercare di convincermi di lasciare anche l’impiego. Inizialmente con le buone: “Una brava moglie deve pensare solo alla casa”. Io ho cercato di resistere per quanto ho potuto. Ha cominciato a venirmi ad aspettare al lavoro e poi a capitarmi in ufficio. Non sapevo più come giustificarlo. E non sapevo più come nascondere i segni dei suoi scatti d’ira. Mi ha detto: “Sei una cretica. Una moglie deve ascoltare il marito”. Ha cominciato a spiegarmi come dovevo tenere la casa. Quali erano i miei veri compiti. Come mi dovevo comportare: “Non devi sorridere a tutti così; vuoi capire che sei mia moglie”. Volevo dirgli tante cose, che non era colpa mia, che “non posso essere nella testa degli altri”. Alla fine ho dovuto lasciare il lavoro ed è stato allora che ho cominciato a bere. Ma le cose hanno continuato ad andare di male in peggio. Tornava stanco e nervoso. E quando era nervoso volavano sberle, pugni e calci. Il mattino dopo si scusava sempre e mi chiedeva perdono, ma sempre meno e con meno convinzione. Era tutta colpa mia, perché non lo ascoltavo, non capivo e non mi sapevo comportare, non mi impegnavo e leggevo quei stupidi libri che mi rintronavano la testa; e io mi rifugiavo sempre più nel vino.
Quando felice gli ho detto che stavo aspettando l’ha presa male. Ero tutta contenta perché speravo che almeno quello ci avrebbe aiutati a stare meglio. Che avrebbe potuto migliorare le cose. Mi ha detto subito che non lo voleva. Le sue parole sono state terribili tanto che non le voglio raccontare. Ormai non vedevo più nemmeno la mia famiglia. Ero completamente sola. Volevo tenerlo lo stesso. Contro il suo parere e quello di tutti. Non ho abortito. L’ho perso quando mi ha fatto cadere già dalle scale. All’ospedale è risultato un aborto spontaneo. Ho pianto per giorni e settimane. Mi ha detto che non mi capiva. Che ero una stupida. Un’illusa. Che nella nostra vita non c’era spazio per nessuno. Per nessuno tranne che per noi. Tanto meno per il mio moccioso. Perché lui aveva me e me avevo lui. Perché eravamo tutto e ci bastavamo. Perché aveva il lavoro. E tutti i suoi pensieri. Io non potevo capire ed ero solo superficiale. Una sciocca donnetta. Che pensavo solo a me. Che avrei capito con il tempo. Mi promise che saremmo andati in vacanza, e che mi sarei scordata di tutto. Compresa quella follia. Quel giorno bevvi fino allo sfinimento. Non riuscivo più ad alzarmi dal letto. Non facevo che vomitare. Da allora mi costrinse a prendere la pillola. Saltai di proposito vari giorni, ma ormai non mi toccava più, tranne che per punirmi. Per picchiarmi.
Avevo i suoi occhi sempre addosso, anche quando lui non c’era. Diceva cosa leggevo a fare se poi non le capivo le cose, le cose importanti. Era in grado da solo di spiegarmi cos’era bene per me. Questo ripeteva in continuazione. Ormai gli amici di un tempo non li vedevo più, e persino Cristina mi evitava, e io evitavo lei. Eravamo amiche da sempre, non volevo farle vedere i miei occhi che si intristivano. Non volevo far triste anche lei. E lei non sapeva più cosa dirmi, come consolarmi. Mi aveva detto “Lascialo”. Non l’avevo ascoltata. Dopo era tardi; non aveva più un consiglio da darmi. Al mio primo ricovero venne a trovarmi in ospedale. Mancavano le parole tra noi. Non sopportavo la pena nei suoi occhi. Ho cercato di spiegarle che non potevo denunciare mio marito. E lui a casa ormai controllava tutto. Mi dava i soldi per le piccole spese al mattino e mi dovevano bastare per tutto il giorno. In quella sorta di questua era compreso il mangiare. Era diventato attento anche al centesimo. Diceva che in ogni casa bisognerebbe evitare gli sprechi. Quante volte mi ha detto “Sei già ubriaca a quest’ora”? Era l’unico modo che mi restava di scappare, di nascondermi da lui e da me stessa. Ma lui segnava il livello sulle bottiglie. Le prime volte era un dramma. Ed erano botte; naturalmente. Poi ho imparato e di nascosto prendevo quello nei cartoni e lo nascondevo. Certo non è molto buono ma il prezzo basso mi permetteva di acquistarlo con gli spiccioli che riuscivo a racimolare senza che se ne accorgesse.
Non ero mai stata brava ad oppormi e a controbattere. Forse ero nata vittima; non potevo difendermi. Se solo in una camicia trovava anche solo una piegolina me le spiegava tutte e le dovevo ristirare dalla prima all’ultima. Quando ho creduto di non poterne più mi sono decisa. Ero uscita dall’ennesima visita all’ospedale e quella volta me l’ero vista proprio brutta. Mi sentivo una cretina e nemmeno io avrei creduto alle balle che mi dovevo inventare. Per quanto ubriaca non erano credibile tutte quelle mie distrazioni e quelle cadute. Quando mi hanno dimessa avevo il polso ingessato e naturalmente dovevo nascondere gli occhi dietro ad occhiali scuri. Non gli ho detto nulla e mi sono allontanata in silenzio; senza avvertirlo ne dirgli niente. Aveva una riunione di lavoro. Ormai se andava ad una festa ci andava da solo. Diceva che si vergognava di me. Mi chiudeva in casa. Sono andata alla «Casa della donna» e loro mi hanno aiutata e nascosta. Sono stati i primi momenti belli dopo tanto tempo. Mi ero quasi ristabilita. Mi ha trovata. Ha detto che l’unico posto di una donna è in casa con il marito. Mi ha riportata indietro, con varie fratture ed ecchimosi, trascinandomi per i capelli. Quella volta mi ha spiegato che non mi sarei mai liberata di lui: “Meglio morta”. Nell’odio dei suoi occhi furenti ho letto che parlava sul serio. Mi sono nascosta e mi sono scolata un cartone tutto d’un fiato.
Ripeto che non sono cose da raccontare. Mi controllava anche le telefonate. Ero prigioniera di un incubo. Ma durante l’ultima visita Irene mi aveva detto che la prossima volta sarebbe stata l’ultima volta che mi avrebbe picchiato. E io gli ho creduto. E ho continuato a pensare a quelle sue parole; a sperare, non le potevo dimenticare un attimo. Era una gran brava donna quella donna. Brava e decisa, che sapeva il fatto suo. La pace è durata un paio di settimane, forse meno. E quella sera forse aveva ragione, ero ubriaca. E forse la pasta era veramente scotta. Ha buttato il piatto per terra rompendolo. Mi ha detto “Mi fai schifo”. Mi ha lanciato un bicchiere di vino sul viso. E tutto è cominciato con uno spintone. Poi le cose sono naturalmente trascese. Quella volte credevo che mi avrebbe ammazzato sul serio. Eppure mentre mi picchiava selvaggiamente pensavo all’assicurazione di Irene. Lo sfidavo. Avevo tanta paura e allo stesso tempo speravo che presto sarebbe tutto finito. Vedevo il mio stesso sangue e sognavo che sarebbe stato l’ultimo. Non so cosa mi dette la forza. Ci avevo già provato ma lui mi aveva salvata in tempo, era finita con una lavanda gastrica. Ero decisa: o mi avrebbe ammazzata o non avrebbe più alzato quelle mani contro di me. Alla fine è stato costretto a chiamare l’ambulanza anche se continuava a ripetermi che “Non è niente”.
In ospedale è passato a visitarmi anche l’avvocato della «Casa». L’ho ringraziato e gli ho detto che non avevo bisogno. Che se proprio voleva rendersi utile mi poteva portare una bottiglia di vino. Ma Irene non è venuta. Di lei non avevo più avuto notizie ma in cuore sapevo che di lei mi potevo fidare. Quando si è presentato il maresciallo ero ancora immobile a letto, con il braccio fasciato e la gamba in trazione. La commozione celebrale era stata scongiurata. Mi sentivo anche un grande mal di testa e mi girava ancora tutto. Non dovevo essere molto presentabile, anzi ero proprio uno straccio. Ho faticato a fargli un sorriso quando è entrato, mi doleva anche quello, ogni muscolo. Era serio e molto preso dall’incombenza e dal suo ruolo. Era venuto a comunicarmi che purtroppo il mio povero marito era stato vittima di una presunta rapina, da quello che dicevano i primi rilievi, la notte precedente. Che purtroppo non c’era più nulla da fare, era stato ricoverato già morto. Diciassette coltellate inflitte con rabbia inaudita. Pare che l’autore poi avesse sputato sul cadavere ancora agonizzante e lo avesse, come si dice? evirato; credo sia questo il termine giusto. Non riuscii a mostrarmi credibilmente addolorata. Avevo troppo male per pensare anche a quello di altri. Per fare la vedova afflitta in modo credibile. Quando l’uomo uscì tirai un sospiro di sollievo. Era finalmente finita. Chi? Ma era veramente finita? Stentavo a crederci. Erano stati tredici anni di completo inferno.
Appena a casa la casa era vuota e silenziosa. Non sembrava più nemmeno la nostra casa. Mi sono versata un altro bicchiere di buon chianti e ho mandato giù anche questo tutto di un sorso. Ormai avevo tutto il tempo per pensare e liberarmi di tutto quello che mi ricordava lui. Avrei dovuto anche trovarmi un lavoro. La mia vita era cambiata. Ora lui non c’è più ma nelle vene mi sono rimasti amarezza e vino. E’ il modo in cui mi nascondo ed è l’unico modo che ho di dimenticare. Di lui mi hanno liberata ma io del vino non mi potrò più liberare. E’ l’unica cosa che mi è rimasta di lui.

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Tornando a parlare di vampiri, ai quali continuo a non credere, i soliti sciocchi sono abituati a pensare ai libri, ai films, a prestare fede a tutto quello che si racconta, alla Transilvania. Ripeto che non esistono, non almeno i “non morti” che girano nella notte in cerca di prede, ma se ci fossero li vedrei più facilmente immersi nella nebbia londinese. Con più facilità ancora potrei immaginarli mescolati tra noi. Quelle narrate e passate a leggenda sono certamente figure simboliche. Per la mia esperienza si potrebbe dire che potremmo individuarli in quelli che si approfittano dell’ingenuità o della bontà degli altri. Io che sono signora della notte, forse La Signora della notte, potrei affermare che non frequentano quelle ore, né quei locali, ma che anzi, se si possono individuare in qualcuno questo qualcuno è decisamente abitante del giorno. Persino fin dalle prime ore. Non vorrei sembrare cinica ma sono tentata di pensare che i miei operai, che tra l’altro amo con profonda tenerezza, sono la cosa più vicina alla mia astrazione di vampiri. Sempre per dire. Non sono forse loro che si nutrono del mio sangue? Non sono forse proprio i salariati, quelli che si fanno chiamare proletari perché non sanno che fare figli, a nutrirsi delle nostre fatiche? E non aggiungo altro che ieri, a causa di uno sciopero, si sono ritardate tutte le consegne.
Se ho un nome e la gente mi considera e mi chiama Signora Elisabetta è perché me lo sono guadagnato, ma questo l’ho già detto. Io ero proprio come loro, le mie operaie, e lui, il mio primo, girava per il capannone e allungava le mani; e quelle ridevano. Sempre pronte e sempre disponibili in tutto e per tutto, la testa china e pedalare, anche così sudate. Quando s’è provato ad infilarle nella mia scollatura, che ho ancora un décolleté che si rispetta, io gli ho lasciato uno sguardo avvelenato di sfida. L’ho aspettato dopo l’orario e gli ho fatto capire che non ero come le altre, una da una botta e via. Povero vecchio, gliel’ho fatta ricordare all’infinito quella notte e l’ho lascito assolutamente senza fiato. Non ero certo alla prima esperienza e lui una come me non l’aveva ancora trovata. E subito ho messo in chiaro che le mani doveva tenerle al loro posto che di carne ne avevo a sufficienza. Qualche palpeggiatina sul lavoro poteva passare, qualche avventuretta di una notte, perché io capisco che un uomo abbia le sue fantasie e che non gli puoi propinare sempre la stessa pietanza, in fondo mi annoio anch’io, ma una storia non l’avrei mai sopportata. Ho detto “una settimana bianca” e ti insegno tutto quello che non sai; e gli metto il guinzaglio al collo. Non è forse stato così? Non c’è voluto di più. Ho imparato a sciare e a non perderlo mai di vista. Al ritorno eravamo già commendatore e moglie. Mica che sia stato tutto rose e fiori. Anche di questo ne ho già fatto cenno. Era più l’arroganza di pavoneggiarsi con una bella donna, e senza falsa modestia posso dire di esserlo sempre stata, che desiderio concreto del piacere per il suo corpo.
In verità non si è mai mostrato geloso, ma da subito avevo capito che qualcosa non andava. Guardava i ragazzi come avrei dovuto guardarli solo io, allo stesso modo e anche di più; questo non me l’aspettavo da uno nella sua posizione. Li guardava e li pagava, e spendeva una fortuna e un’altra a riempirsi il naso della forza per attraversare quelle notti e quelle battaglie. E ha fatto prendere un po’ anche a me di quel vizietto anche se non era il fiato lungo che mi mancava. C’era solo quella frenesia, quella sorta di fretta. Ma di giorno era un vero e proprio straccio, povera stella, e anche gli affari non se ne giovavano. Ho dovuto imparare a prendermi sulle spalle tutta la fatica e le responsabilità e gli ho insegnato a guardare me e me con loro. Gli ho aperto gli occhi a un mondo. Loro erano carini con lui a ringraziamento del fatto che ero cortese con loro; della mia disponibilità. Con i soldi si può comprare tutto quello che si vuole. Eravamo soddisfatti tutti: è rimasto un vizio ma è diventato un vizio che non ci spremeva troppo. Ma i miei amici me li tenevo stretti, nel vero senso del termine, e non andavo certo a raccontarli a quel depravato. Poi una sera ha voluto provare a vedermi con una donna e io naturalmente l’ho accontentato e gli ho regalato anche quella avventura, perché non avesse proprio nulla di cui rimproverarmi, e ha solo guardato e non ha partecipato. Dentro mi son detta “Contento lui…” ma non è stata nemmeno la fatica che credevo, un’esperienza come un’altra, che nel tempo è diventata quasi normale, anche senza lui, per cambiare; anche se continuano a piacermi gli uomini, possibilmente giovani e robusti. E lui aveva gli stessi miei gusti e gli piacevano sempre di più e delle donne, di tutte le donne, s’era ormai annoiato. E forse proprio questo servì a tenerci ancora più uniti.
Non dovessi pensare ai miei operai sarei una donna completamente serena e felice; quasi inoperosa. E vi sembrano meno vampiri quelli delle tasse che hanno succhiato fino all’ultima goccia di sangue tutta l’Italia? I miei capricci e le mie soddisfazioni me li so prendere e godere. Non c’è niente di meglio poi che lasciarsi pigramente a letto. Quello che mi ha insegnato la vita è che quando trovi quello giusto non devi avere un attimo di esitazione, devi gettarti subito sulla preda prima ancora di pensare, e così ho fatto allora: Ho affondato subitamente i denti sul suo collo fino a sentire il gusto inebriante del sangue. La vita poi ha voluto privarmi presto del mio primo marito. È stato un grandissimo dolore, anche se avevo già conosciuto grazie a lui il mio nuovo sposo, ma anche l’apice della mia fortuna. E assicuro tutti che lui non torna a passeggiare nella notte. Ho dovuto fare da sola e ho preferito la cremazione e ho l’urna con le sue ceneri sopra la mensola del caminetto. Questo a conferma che i veri vampiri sono solo nelle fantasie malate.

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fulmineNemmeno un attimo di tregua. Ancora si alzavano i fumi da Sodoma che già scorrevano i fiumi d’inchiostro. Ancora si piangevano i morti, i lutti e le assenze, ma anche i silenzi, che già rinasceva l’amore. Di questa specie di amore racconta ora la Sacra Storia. E di figli. Di figli anche di altri padri e d’altre madri. Tanti che i nomi generano enorme confusione. Ma nemmeno quando si acqueta la guerra e il re dorme, nemmeno allora, si stende in cielo e sulla terra la tranquillità. Genesi 19. Parola di Dio.

Mettete a letto i bambini. Ancora una volta, in questa puntata della Sacra Storia, ci sono cose che non possono sentire. Parole troppo dure per le loro tenere orecchie. Uomini che non amano le donne. Donne che amano gli uomini. E anche di peggio. Pasifae… No! lei no. Quel ch’è troppo storpia. Ma è bene ricordarlo per quelli altri, che si facevano chiamare dei. La carne come baratto, come commercio e come inganno. Purtroppo non è stata sconfitta la corruzione. Sono stati storpiati, sgozzati, sterminati, massacrati, fatti a pezzi e poi bruciati, molti peccatori, ditelo a quei figli, ma di empi resta ancora affollato il mondo. Certo una promessa è una promessa. E quella di Dio è ancora più promessa, ma Lui non avrebbe voluto vedere. E vederlo con i propri occhi. Deglutì a fatica. Se il gioco vale la candela avrebbe avuto bisogno di un’immensa quantità di candele. Perché non poteva essere come Tiresia e doveva vedere? Trovò da solo, subito, la risposta: perché Lui era Dio; Diobono! Ma Lei, dov’era finita? Quando non l’aveva sotto gli occhi aveva di che preoccuparsi. Dio gli disse: “Hai visto alla fine cosa hai combinato”? E Dio gli disse: “C’era da aspettarselo”. E Dio gli disse: “Non ho scritto certo io il capitolo 19”. E Dio aggiunse: “Solo un mucchietto di cenere”. E Dio rispose: “Vuoi vedere che va a finire che è solo colpa mia”? E Dio ribatté: “E di chi vuoi che sia”? E Dio: “Sai come son fatti gli uomini. Non sono che uomini”. E infine Dio Concluse: “E quando c’entrano le donne”… Ma a Lui nessuno dava retta. In tutta quella confusione finì per dimenticarsi di preoccuparsi di Lei. Era anche stanco di morti. Benvenuti in paradiso.
Benvenuti nel regno di Dio. Lui diventava irascibile quando gli uomini non l’ascoltavano. Qualche volta anche quando non capivano, o facevano a non capire. Lui aveva detto che tutti gli uomini erano fratelli; non che tutti gli uomini erano sorelle. E poi da dove veniva tanto rancore, e tanti ardore? Avrebbe lavorato in silenzio per scoprire chi aveva dotato l’uomo della bestemmia. E della brama. E pesino dell’adulterio. E persino dell’incesto; ma non era certo che si potesse proprio definire in quel modo. Anche il vocabolario avrebbe dovuto essere rivisto. E in tutta quella confusione di tutti quei vizi. Persino del vino. Voleva rimettere ordine nelle cose. Gliel’avrebbe fatto vedere Lui a Lei che diceva che era un gran disordinato. E a tutti gli altri Io. Allora i fatti erano andati così: Lot e le figlie, quelle figlie rifiutate che non avevano mai conosciuto uomo, fuggiaschi da Sodoma e poi da Soar, si erano stabiliti in una grotta in montagna. Il posto era umido, non certo accogliente, e lui, il re, era preoccupato per la moglie; temeva di ritrovarsi con un pugno di sale. Non era certo il posto dove portare due ragazze ancora giovani e piene di vita; questo va pur detto. Intorno pareva non esserci anima viva e il silenzio regnava ininterrottamente dal mattino al mattino successivo; giorno dopo giorno. Notti comprese. Le donne si occupavano di tutto e dovevano occuparsi anche del vecchio padre. Lui aveva imparato a fare solo il re, niente che potesse tornare utile. Era come se non ci fosse un uomo in casa. Nemmeno per le piccole cose, anche quelle più stupide. Parola del Signore.
Ora, cosa sognasse il re non è dato saperlo poiché nemmeno Dio può interpretare i sogni notturni. Forse Lei. Quei sogni vanno dove vogliono. Sono proprio bizzarri. Terreno delle più sfrenate e incontrollabili fantasie. Ramingano come senza senno. Sognava la povera moglie, quel re? Magari quand’era ancora giovane, e desiderabile? Le mogli degli altri? Gli altri? Sogni persino più licenziosi? Non si sa. Si sa solo che: certo il re era più sveglio che fosse stato sveglio. Non riponeva mai lo scettro, così pieno di sé e della sua arroganza. Forse, ma forse, solo meno vigile. E certo è anche che quel re doveva possedere un sonno ben pesante. Tanto da non restargli nemmeno l’energia per preoccuparsi del suo governo. Ma il sonno cancella anche le preoccupazioni. Con le fatiche del giorno. Con le preoccupazioni per quella pace e quella desolazione. Anche i re la notte dormono, più o meno, come tutti i mortali. Riposano. Almeno loro hanno un attimo di pace. Ma la notte è… birichina. Bisognerebbe essere sulla terra tutti come quello che dormiva con un occhio solo. Eppure nemmeno quello era servito. Certo che anche le figlie sono pezzi di cuore. Ma quelle due figlie, anche se non sapevano ancora delle cose della vita, erano anche dei gran pezzi di… figliole. Avesse potuto parlare la sua brava e paziente, l’attonita sposa, ne avrebbe avuto un gran mucchio di cose da dire. Non avrebbe voluto sentirla quella donna che lui chiamava solo donna perché nessuno gli aveva dato un nome. Invece per fortuna se ne stava zitta. Parola del Signore.
Ma le due ragazze erano preoccupate per il suo futuro, e anche per il loro. Che se ne fa il mondo di un re senza sudditi? In verità parevano preoccuparsi parecchio anche del loro presente. E si preoccupavano solo loro. Che se ne fa una ragazza senza nessuno che le spieghi, che la faccia diventar donna? Fu così che la maggiore, la più intraprendente, e intraprendente lo era, anche parecchio, chiamò vicino a sé la sorella e le disse: «Nostro padre è vecchio e non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, come avviene dappertutto. Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così daremo vita a una discendenza da nostro padre». Alla più piccola la cosa non sembrò subito troppo opportuna. Pensò al decoro ma anche si domandò, allo stesso tempo, come aveva fatto a non pensarci lei. Pensò a quel “corichiamoci” e non le sembrò una parola esatta, cioè le sembrò e non le sembrò. Pensò a quel “corichiamoci” che voleva dire senza dire; e a tutto il resto. Lei era una ragazza; a volte faticava a tenere a freno la fantasia. Pensò a quel “corichiamoci” e poi a perché non prima lei, che era anche la più giovane, e la più bella, e dopo sua sorella. E perché lei dopo. Ma alla fine si convinse, anche velocemente, e acconsentì. Lei era una ragazza ragionevole e aiutò la sorella nel suo disegno ed entrambe esagerarono con il vino, nel colmare il bicchiere del padre. Fecero ad emularsi. Anzi la piccola era sempre con la brocca in mano; generosamente. Perché quelle due figlie erano pezzi di cuore ma anche due grandi zoc… due figlie molto affettuose. Anche troppo affettuose. Parola del Signore.
Per tutta la cena Lei, la piccola, era stata paziente, anche perché la maggiore non aveva mai smesso di farle da sentinella. Nemmeno aveva potuto allungare una mano che l’altra l’aveva fulminata con uno sguardo. Era solo per controllare; per accertarsi. Pura curiosità. Mica glielo portava via, il suo momento di gloria. E per vedere l’effetto del vino sul povero padre. Ma quella notte lei non dormì per niente bene né tranquilla. Le orecchie tese. L’attesa che pareva non finire mai. E aveva la testa piena di domande che non sapeva se poteva formulare. Ed era sola in mezzo a tutta quella confusione. Perché quella notte non ci fu solo il solito silenzio. Ma il re continuò a dormire di un sonno profondo che pareva morto. Doveva essere, data l’età, anche un po’ sordo. Non si può negare che la più piccola fosse impaziente il giorno seguente, e lo trascorse piena di curiosità e di agitazione. Le ore sembravano non finire mai. Gli armenti da custodire le davano noia; tutti i suoi doveri. L’orto, se quello si poteva chiamare orto. Benedetta ragazza; era con la testa altrove. Finché finalmente giunse l’imbrunire e apparecchiò la tavola per la cena. In verità si mise davanti a quel dovere ben prima del solito. E finalmente la più grande le disse: «Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va’ tu a coricarti con lui; così daremo vita a una discendenza da nostro padre». Si domandò perché le dicesse quello che già sapeva. Avrebbe desiderato chiederle altri particolari. Non lo fece. Nella foga versò persino del vino fuori del calice del padre. L’altra la invitò a pazientare. Faceva presto lei a dire. Fortuna che Lot amava il vino ma non ne reggeva troppo l’effetto e dopo un po’, con uno sbadiglio, e un sospiro liberatorio di quella figlia, si alzò per andare a coricarsi; barcollante. Forse i re hanno un sonno diverso. Ancora una volta quel povero re non si accorse di nulla, né quando lei si infilò sotto le sue coperte, né quando abbandonò il talamo che già il sole cominciava a diradare le ombre della notte. Era stata una notte molto lunga e senza un attimo di silenzio, né di tregua. La piccola era sempre stata di indole ribelle e dispettosa. Parola del Signore.
Dio volse lo sguardo da un’altra parte e non volle sapere nulla di quella e delle notti successive e del consumo di vino. Fu Lei, curiosa, a tenerlo informato in seguito, anche se non nei minimi dettagli per non farlo inquietare. Ma Lui ebbe una riflessione degna di un Dio come Lui era: se quel sacrificio era costato a quelle pie donne tanta sofferenza e pena perché allora lo avevano portato tanto a lungo, e perché quelle loro grida che parevano più di giubilo e di gradimento. Non ci si raccapezzava; parola di Dio. Non ci si raccapezzava mai con le donne. A volte ha un prezzo immane la Gloria del Signore. Così presto fu evidente lo stato delle due figlie e il padre restò senza fiato. Fu da quella notte, o quelle notti, che la maggiore partorì Moab e la minore un figlio che volle chiamare Figlio del mio popolo. Già da allora ci si ingegnava ad inventarsi i nomi più bislacchi. Magari senza riflettere sulle conseguenze. Lui non ebbe nemmeno il tempo di lusingarsi. E qualcuno fu subito pronto a chiamare quella donna Moglie del popolo. Quella grotta ne vide di cose che cento occhi non potrebbero vedere e mille bocche non potrebbero raccontare. Il silenzio non fu più lo stesso e presto il bosco pullulò di vita. Dal figlio della più grande ne discesero i moabiti, da quello della più piccola gli Ammoniti. Mica si possono tramandare queste cose ai bambini; agli innocenti. Parola del Signore.
Pare ci fosse anche qualche bastardo, ma quello non generò nessun popolo e fu guardato con diffidenza e sgarbo. L’autore sostiene che qualcuno si sia lasciato andare anche a qualche libertà poetica. Il fatto è che allo sgomento di Dio si univa lo sgomento degli uomini, non è facile guardare con ironia cose tanto ignobili da sembrare un non-senso. Da essere da loro stesse scherno. Da parere sarcasmo. Lo scontro “filosofico” tra i tolleranti, cioè Lei, e i moralisti, cioè Lui, e Lui, e Lui, e tutti i Lui, divenne aspro. Non se ne veniva a capo. Lui La pregò di ritirarsi nelle sue stanze, ma Lei non aveva stanze. Né aveva la bontà dell’obbedienza. Non era grano facile da macinare. S’accorse solo allora: quella che indossava più che una tunica si poteva definire al massimo una maglietta. La copriva e non La copriva niente. Non è che quella Donna avesse inventato i costumi? E anche la costumanza? Caldo faceva caldo. Lei si allontanò con un’alzata di spalle. Lui la guardò attentamente allontanarsi. Gli parve di sentire un “Babbei!” ma non ne ebbe mai la certezza. Santa Pazienza.

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Copertina del discoGirovagando qua e là fra la musica degli anni settanta, ovvero tra quella dopo di noi, la mia memoria è tornata a questo disco di Emilio Locurcio che ho amato e amo molto. L’autore ha praticamente fatto solo questa “operetta pop a più usi: come Manuale di ingenua Rivolta, biglietto d’andata per Nessunluogo”, ispirata all’omonima opera di Antonin Artaud, per un disco inciso nel 1977. Nei brani surreali cantano assieme allo stesso autore la parte di un Situazionista, Lucio Dalla nella parte di un contadino ancora puro, Rosalino Cellamare (poi Ron) in quella di uno studente medio-borghese, Claudio Lolli nei panni di un dolce narratore, e Teresa De Sio in quelli di una ragazza metropolitana; mentre tra i musicisti c’erano i componenti di Pierrot Lunaire e Crash. In realtà il disco è uscito due anni dopo, nel 1979, e questo ha tolto un po’ dei richiami ai rumori del tumultuoso 77. Il disco, che andrebbe riascoltato nella sua interezza di opera unica, è passato quasi del tutto inosservato, ma continua a mantenere quella sua freschezza e “diversità”. Per questa più che succinta presentazione ho scelto il brano Giovanna Labbromorto (da “La Veglia“) come avrei potuto sceglierne uno qualsiasi altro. Per chi ne ha la possibilità, ma il disco si trova anche cercando in rete, rimando, come detto, all’intero disco. Buon ascolto.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoForse dovrei chiederlo ad Enrica. Ma lei non può averlo mai visto. Non mi piacerebbe comunque vederla guardarlo come lo guardano tante mogli di tanti che poi sono così riverenti con lui. E lui deve essere considerato un gran bell’uomo. Non so con che occhi guardano le donne ma ci potrei scommettere. Ed è sempre perfetto come si è presentato. Lasciando il suv parcheggiato davanti al portone. Cravatta in tono, non una piega. Capelli pettinati perfettamente. Un dopobarba insinuante. Occhi profondi e imbarazzanti anche se in questo momento sono a riposo, imbarazzati loro. E all’erta. Un tipo intendo preciso e sempre composto. Il classico bravo ragazzo diventato uomo importante, l’ingegnere. Un tipo che mi piace poco. Anzi non mi piace nulla. Intanto parlo come parlassi con me. Come pensassi a voce alta. “Non era molto alta. L’altezza non è tutto. Avrebbe potuto avere un futuro davanti. Lei conosceva la Bibiani”?
Era stato un campione nazionale. Cosa che in un posto come questo ne fa automaticamente un eroe. Una celebrità. Quando aveva smesso aveva ripreso gli studi. E si era laureato. E aveva avuto sempre tutti gli occhi delle donne addosso. Soprattutto in un paesino come questo. Ne giravano di chiacchiere. Come in ogni piccolo borgo. Tutto è provincia. Qualcuna diceva che era così bello che non sarebbe stata affatto sorpresa scoprendo che era gay. E subito aggiungeva un “non lo è, per fortuna”. Era cioè il sogno di ogni donna, maritata o no. Anche dopo il suo matrimonio. Anche dopo che sua moglie aveva avuto quei due bambini. E aveva l’invidia e la deferenza anche di tutti gli uomini. Parevano non vedere. Risponde fin troppo in fretta: “No! come tanti altri. Di vista. Ci si conosce tutti”.
Già! ci si conosce tutti. Non suda. Non mostra imbarazzo: “Scusi se glielo chiedo: quanti anni ha sua moglie”?
La voce è suadente con una lingua lenta ma tranquilla. Con parole che possiede perfettamente e che sembrava preparate; già pensate. La mano in tasca per darsi un’aria rilassata. Una tranquillità che non ha. Vorrei prenderlo per il collo. Non ne ho nessun diritto. Tutto lo ha sempre protetto. Per quel padre. La legge lo protegge. Non è stato lui. Non in quel modo. Fa parte di quelli che possono uccidere con un sorriso, ma loro le mani non le sporcano mai. Al massimo, per casi estremi, le fanno sporcare agli altri: “Venti… Perché? Cosa vuole intendere con questa domanda commissario”?
La fabbrica di scarpe è sua. Del padre. E hanno casa a Montecarlo. E a Cortina. E molte in paese. Uno così non te lo fai mai nemico. E il nodo della cravatta sembra disegnato da un architetto: “Niente. Assolutamente niente. Dicevo. E poi non sono commissario”.
Comunque non abbassa la guardia. Ma sembra doversi giustificare: “Una ragazza carina. Non lo nego. Non so cosa va a pensare; ma lei mi vede. Lo sanno tutti: potrei avere tutte le donne che voglio. Ma sono fedele. Fedele alla mia Cinzia”.
Aveva sempre trovato chi sistemava le cose. E poi uno così non sbaglia. O sbaglia poco. Il minimo. E c’è sempre quello. Un avvocato; naturalmente il più bravo. Il papà. Qualcuno pronto a dire la vera verità. Un viaggio all’estero. Si dimentica presto per uno come lui. Non sopporto nemmeno l’odore del suo dopobarba: “Solo una ragazzina. Poco più di una bambina. A lei piacciono giovani o mi sbaglio”?
Ha la sfrontatezza tipica del padrone. Ma perde un po’ della compostezza. E’ così che noto che il suo argomentare si fa solo un po’ confuso: “Guardi che sono loro. Come le dicevo. Sono le donne a ronzarmi torno. Non le saprei dire se conta l’età. Mai fatto caso. Nemmeno le vedo. Non è colpa mia. Chieda. Chieda in giro. Pensi che una volta… Meglio non dirlo, sono un galantuomo. Sfacciatamente. Con mia moglie là. E sembrerebbe tanto una signora. Meglio non parlarne. Bocca taci. Una cosa… imbarazzante; le dico. E mica è stata la sola volta. Pensi che ho dovuto perfino minacciare delle diffide. Come le dicevo sono fedele a mia moglie. E’ per questo che non me ne devo occupare. Non può rimproverarmi nulla”.
Vorrei averti per cinque minuti tra le mani. Non le sopporto più queste ipocrisie. Dovrei essere qui per questo. Per scoprire. Dove c’è da scoprire. Ma oggi ho le mani legate. Non ci posso fare niente. Vorrei almeno fargli paura. Vorrei… è solo che tutto questo mi fa star male. “E’ stato visto con lei. Non una volta”.
Entra nelle difensive. Sa che non posso fargli nulla. Pensa che io sappia qualcosa. Qualcosa che gli può far comunque male. Deve essere curioso. Curioso di capire dove voglio andare a parare. Se non ha una morale, e non ce l’ha, avrà almeno dei dubbi. “Due chiacchiere, tra compaesani. Come diceva lei era solo una bambina. Niente che possa averle detto. Ho solo cercato di essere gentile, con lei. Non so cosa si possa essere messa in testa; se si è messa in testa qualcosa. Certo non le ho fatto promesse”.
Per la prima volta si è tradito. Non posso approfittarne. E’ già tanto quello che faccio. Se si ricorda che può tranquillamente alzarsi lo fa. E se ne va. In fondo non può essere nient’altro che una chiacchierata. Come tra amici. Anche se non lo siamo. E non lo saremo mai. Non c’è nessun reato. Non posso provare niente. Niente tranne quello che sanno tutti. Ma lui non ha paura della verità. Lui la sa la verità. Non può averne paura uno che ha poco da temere anche dalla legge. “Cosa si prova con una ragazzina? Me lo chiedo. Me lo saprebbe dire lei? Io la conoscevo. La conoscevo di vista. La guardavo e mi metteva allegria. Non ci ho mai parlato. Quello che mi ispirava era tenerezza. Solo tenerezza”.
Sta per reagire ma ritrova il controllo. Ho perso prima di sedermi. Ho perso anche il buon senso. Dovrei trovare l’intelligenza di liberarmene. Di licenziarlo, da questa chiacchierata. “Anche a me”.
Per cui tra lei e la signorina Bibiani non c’è mai stato nient’altro… mi conferma che la conosceva solo come una semplice conoscente”.
Certo che lo confermo. Dovrei chiamare il mio avvocato? E poi non ci posso fare niente comunque se lei ha deciso di finirla così. Mica è stata spinta da nessuno a fare quello che ha fatto”.
Un suicidio non è mai un delitto. Dopo un suicidio chiudi il fascicolo e lo lasci lì. Al massimo cerchi di sottrarti alla stampa. Non hai giustificazione. Non hai niente da dire. Hai solo voglia di mettere la parola fine. Di tacere. Soprattutto per una vita così breve. Sfoglio l’agenda. Faccio finta di leggere: “Ci sarebbe anche quell’episodio. Di quella… come si chiamara… Clara. Anche lei ancora una bambina, molto di più; non ne conviene”?
Solo cattiverie. Nient’altro. Invidia. E poi sono solo chiacchiere. La denuncia è stata subito ritirata. Lei mi offende, commissario. Vuole rimproverarmi per qualcosa”?
Non sono commissario e poi si dice accusa, non rimprovero. Quello lo lasciamo alle mamme. Si fa per dire. Per chiacchierare. Altrimenti non saremmo qui a parlare così. Diversamente l’avrei convocato in ufficio. Mi piacerebbe sapere che ne pensa. Alla fine, come dice lei, sono solo chiacchiere. Non c’è più alcuna denuncia. Il fatto, come si dice da noi, non sussiste. Invece è stato… archiviato”.
Cosa vuole che ne pensi. La penso esattamente come lei”.
Per un attimo sto per perdere il controllo. “E io come la penso? Me lo dica. Vorrei saperlo anch’io”.
Meglio che la faccia finita con questa pagliacciata. Tanto meglio per lui. E per me. Non aspetto che lui parli. Gli stringo la mano. Le mie parole sono solo un invito affinché liberi la mia vista dalla sua presenza. “Lo so. Ma so anche che sto male. Lei non mi può capire. Non credo. E’ stupido quello che dico. Lo so da solo. E poi dirlo proprio a lei. E’ come se l’avessi spinta anch’io. Se l’avessimo spinta tutti. E se qualcuno in particolare… mi capisce. Non voglio dire… mi sento strano, a disagio. E’ un suicidio, questo è chiaro. Solo che la testa mi dice… come se qualcuno l’avesse… come dire? invitata a farlo. Le avesse detto: accomodati pure. Le avesse spiegato che non c’era posto per lei. In questo mondo, intendo. Che non aveva speranze. Ma credo che ci vedremo ancora”.[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/UnMazzoDiFiori.mp3”%5D
Continua…


Per il brano musicale scelto a corredo si tratta della canzone “Un mazzo di fiori” di  Lucio Dalla dall’album Anidride solforosa del 1975.

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Oggi avrei voglia di poesia. Ma forse non so più scrivere poesia. E’ molto che non riesco a scriverne. E forse, come dice il grande Quasimodo, non è tempo per la poesia. Ieri stavo ascoltando vecchie canzoni con la mia compagna. Suonavano alcuni dischi di un Dalla che ho amato molto. Sono le canzoni scritte con Roberto Roversi. Mi restituiscono le stesse emozioni. Penso a come sarebbe stato bello condividerle allora. Mi sarei accontentato di allungare la mano e trovare la sua. Ieri non potevo trovare quella mano di trentacinque anni fa. Intanto la musica scorre. Alcuni pezzi mi sembrano ancora buoni e attuali. Varrebbe la pena ricordarli. Nel piatto, si fa per dire, scorre “Ulisse coperto di sale”. Non una di quelle che amo di più. Eppure anche quella è ancora bella. Allora era il 1975. Ma qui posto una canzone ancora precedente. Forse più ricordata: Itaca¹. Una canzone molto brechtiana. Magari quella di Ulisse la rimando alla prossima aggiungendo il testo che in rete non si trova.

Ho qualche rimpianto per aver smesso di postare la grande poesia e la musica che ho amato e mi ha emozionato. Quanti figli e figliastri ha seminato il grande Brecht per il mondo. Io sono uno di quelli degeneri. Cerco di tenerlo presente e non riesco a non lasciarmi coinvolgere. Mi innamoro persino dei personaggi che inventa la mia fantasia. Eppure il poeta di Augusta fa parte della mia formazione e dei miei amori. Credo di aver voglia di riprendere in mano le sue pagine. Forse è il tempo adatto. Questa non è solo l’occasione per riascoltare il pezzo e riproporre una breve poesia che è un po’ la summa del suo pensiero. E’ anche l’occasione per tornare sulle contraddizioni dell’uomo, o almeno sulle mie. Non sempre il “cuore” segue la “ragione” cioè non lo fa quasi mai.

Generale, il tuo carro armato è
una macchina potente
Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta
e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.


1] Lucio Dalla: Itaca

Capitano che hai negli occhi
il tuo nobile destino
pensi mai al marinaio
a cui manca pane e vino
capitano che hai trovato
principesse in ogni porto
pensi mai al rematore
che sua moglie crede morto
itaca, itaca, itaca
la mia casa ce l’ho solo la’

itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

capitano le tue colpe
pago anch’io coi giorni miei
mentre il mio piu’ gran peccato
fa sorridere gli dei
e se muori e’ un re che muore
la tua casa avra’ un erede
quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete
itaca, itaca, itaca
la mia casa ce l’ho solo la’

itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

capitano che risolvi
con l’astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato
che ogni volta ha piu’ paura
ma anche la paura in fondo
mi da’ sempre un gusto strano
se ci fosse ancora mondo
sono pronto dove andiamo
itaca, itaca, itaca
la mia casa ce l’ho solo la’

itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

itaca itaca itaca
la mia casa ce l’ho solo la’
itaca, itaca, itaca
ed a casa io voglio tornare…

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Troppe parole in queste pagine. Ultimamente questo eccesso sta debordando. E’ anche per questo che ho scelto un poeta che cerca di parlare fuori del coro. Che si libera della “santità” e si mescola all’uomo, alle sue passioni, e si lascia coinvolgere delle piccole cose. Un poeta che scrive anche per la musica. Ed è per questo che l’ho scelto: per interrompere il suono silenzioso della folla di parole scritte e avere il pretesto per inserire musica.
Il profilo che si trova in Wikipedia mi sembra conciso ma chiaro ed esauriente. In rete ho anche rintracciato questo documento che mi pare buono per una prima conoscenza con questo grande poeta. Una poesia lirica, sociale, la sua ma che si sporca di questa storia, della quotidianità. Lui, un autore che rifiuta l’olimpo.

Roberto Roversi da Dopo Campoformio
A Senaria, amica di Venezia

Un vagabondo canta e ruvidi
marinai ascoltano a un fanale.
Sulla strada appassiscono i gerani
bucati dai fari delle macchine,
autotreni scuotono l’asfalto,
i pioppi coprono lo stridio dei freni
l’agonia di un gatto sfracellato.
“A Senaria, amica di Venezia…”
fuochi verdi aprono la gola
ai cani sulle aie del monte
screziato da barbagli sereni all’orizzonte.
Il vecchio intona con pena un canto triste
e i fiori tremano, cadono,
muoiono nella polvere.

*
L’Enciclopedia Libera, parlando di Roversi come “paroliere”, non sottolinea come dovrebbe la sua collaborazione, per i testi, anche con il cantautore Claudio Lolli. Ma il Roversi paroliere resta, per me, per sempre legato al lavoro con Lucio Dalla.
Il sodalizio con Dalla è stato rotto per questioni mercantili. Allora condividevo, in modo deciso, la posizione del poeta, in seguito sono diventato meno intransigente. Amavo particolarmente quei tre dischi (li ricordo ancora anche qui: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili) che avevano accompagnato un periodo affollato in quei giorni giovani e felici. La realtà è quella nebbia che ci circonda, con gl’anni può virare i colori. I ricordi cominciano a ricordare le cose in modo diverso. Nel frattempo le emozioni, che avevo scoperto sempre nuove ad ogni ascolto, avevano voci più soffuse.
Da quei tre splendidi dischi ho scelto, per regalarne l’ascolto anche a voi, due pezzi.
Lucio Dalla: Un auto targata TO
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/TargataTO.mp3”%5D
Lucio Dalla: Mille Miglia
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Millemiglia.mp3”%5D

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Lucio Dalla da Il giorno aveva cinque teste del 1973: Il coyote

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Ilcoyote.mp3”%5D

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