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Posts Tagged ‘Luigi Tenco’

Luigi dice che parlo troppo. E parlo troppo di me. Non mi sembra. In verità parlo molto anche di noi. E delle mie e nostre cose. Ma anche di altre cose. Di quello che succede intorno sono informata. Ma io mi chiedo: perché dovrei parlare degli altri? In fondo gli altri sono gli altri. Non è che ne sappia tanto. E poi cosa c’è da dire? E io credo che lui, Luigi, esageri. Molto spesso non mi sta nemmeno a sentire. E ultimamente tutto sembra dargli fastidio. Così preso dai suoi pensieri. E dal suo lavoro. Sembra che solo le sue siano cose importanti. Già! ma lui è un uomo. Come tutti sembra che ogni sua parola cambi il mondo. Loro sono giusti. Sono intelligenti, loro. Loro sono pratici. E poi non sanno cambiare una lampadina. O cucinare un uovo. Alla fine restano sempre bambini. E dobbiamo essere noi a risolvergli i problemi. Pronte a proteggerli e a nasconderli tra le braccia. Sì! dobbiamo essere noi a risolvere tutti i loro presunti problemi.
A volte ci vuole tutta la pazienza dell’universo. E ne ho tanta. La nostra è una storia lunga. È forse per questo che non c’è più quell’entusiasmo. Non che non ci sia cioè… Non mi posso lagnare. E’ una storia d’amore. Lui non mi fa mancare nulla. Ma qualche volta dice che è stanco. O forse sono io che chiedo troppo. E quando non è stanco è anche comprensivo. Che qualche volta vorrei lo fosse meno. Mi sembra così, in quei casi, di interessargli meno. Lo vorrei, a volte, un po’ più geloso. Non vorrei che ci fosse qualcun’altra. Giuro che gli strappo gli occhi. Certo che io sono cambiata. Ma chi non cambia? E’ il tempo che ci cambia. Un giorno dopo l’altro. E al tempo non possiamo rifiutarci. E chiamiamole pure rughe di espressione. Senza crederci nemmeno noi. E mi viene da pensare, ora, a come si è ridotta Giovanna.
Don Igino (a questo proposito non vi sembra strano un nome così, come quello?) invece ha la pazienza che Luigi non ha. Lui sì che sa ascoltare. Non fosse per la tonaca… ma quando la toglie è pur sempre un uomo come tutti gli altri. All’inizio non l’avevo guardato così, voglio dire come un uomo. All’inizio era solo un prete. Poi le cose sono andate avanti. Ci si è cominciati a conoscere. E ci si è conosciuti bene. Molto bene. Ed è stato tutto più facile. Anche per me. Non so per lui. Una di queste volte glielo devo chiedere. È come se sia passato dal mio confessore al mio confidente. Insomma un vero amico. Questo è don Igino. A proposito: “Vi ho detto che è un prete? Non si direbbe, vero”?
A volte credo di andare anche senza il bisogno della confessione. Solo per parlare. Anche senza un motivo di cui parlare. Ma per una donna per bene e un bene liberarsi dei propri peccati. Dopo mi sento meglio. Povero don Igino. Deve avere una pazienza infinita. Non parlo per me. Con tutte quelle donnette che gli riversano addosso tutte le loro squallide storie e le loro perversioni. Dio solo lo sa cosa avviene dietro a tutte quelle finestre. Ne ho sentite di storie. Ma in fondo non è forse questo il lavoro di un prete; avere pazienza, stare ad ascoltare. È soprattutto questo che amo in don Igino. Non che non sia un bell’uomo. Tra lui e Luigi… beh! dieci a due. Ma non è il caso di parlare d’amore. Non con lui, perché l’amore ha anche bisogno di certezze, e di futuro. La sua certezza e nella fede. E allora non so dare un nome a questo sentimento. Gli sono affezionata. E nessuna parola può sporcare il nostro rapporto. La stima che ho di lui. Di don Igino, non di Luigi, perché la stima va conquistata. E poi mantenuta. E quello è più il tempo che passa con la televisione, o fuori. Sospetto che ami di più tenersi quel bicchiere in mano.
Poi c’è sempre qualcuno che viene ad insegnarti che si dovrebbe essere più discreti. Ed è il primo che non si fa gli affari suoi. Solitamente è così. Io quello che ho in cuore ce l’ho in bocca. E dico quello che deve essere detto. Non faccio sconti. E la gente un po’ mi guarda con rispetto. Anche perché io quando mi ci metto mi ci metto. A me non la si fa. So io chi va ogni mattina in visita a quella santerellina di Stefania mentre il marito inforna il pane e non è ancora giorno. So io le vere doti di infermiera di quella bionda evidente e svampita che lavora per il dott. Landonfi, il dentista. Lui è un vero cane ma quando c’è lei non c’è maschio che esca scontento dall’ambulatorio; lui compreso. E la moglie zitta. Ma a proposito di mogli c’è Adele, e ce ne sono tante, che si divertono loro perché così si diverte il marito. E poi li vedi magari a braccetto come due innamorati della prima ora. Già Adele, che se lo facesse per mestiere lavorerebbe meno e meriterebbe più rispetto. Invece lo fa, e “Diobono!” tanto, e solo per il gusto del piacere. Perché io non sono una da credere a tutte quelle storie. Al fatto che sia lui che vuole che lei lo faccia. Non che mi faccia gli affari degli altri. E’ che te li fanno sotto gli occhi. Praticamente alla luce del sole. E si credono anche furbi. E vogliono far passare gli altri che vedono per fessi.
E devo ammettere che provo uno strano piacere a confessarmi. E a confessare anche tutti i loro peccati. Mas quello che importa sono i miei. E’ naturale. Per quelli provo un piacere di cui certi momenti mi trovo a chiedermi se me ne dovrei vergognare. Pentire. E poi confessare quella mia confessione. Quella voglia di dire le cose. Fino al desiderio di esagerarle. Non lo so cosa mi spinge. Forse per avere ancora più cose da dire. Forse per sentirmi rimproverare. Forse solo per avere il suo parere. E gli dico: “Igino”, perché ormai io lo chiamo così, c’è confidenza tra noi, quel don mi imbarazzerebbe, così come dicevo gli dico direttamente “Igino, dimmi Realmente cosa ne pensi. Voglio dire di me. Senza scrupoli. Non trovi che sono ancora una bella donna”? Oppure: “Guardami, ti sembro sia da buttar via”? Soprattutto domande; non ci avevo mai pensato. Non fino ad ora. Ma questi sono solo degli esempi. Solo per dare un’idea. Per farmi capire. Anche se lo so che poi in questo paese tutti finisce in gloria. Ma gli chiedo anche della fede. Non sono certa che la mia e la sua siano la stessa cosa. Io non le so molte cose. E spesso sono confusa. E spesso mi tengo le domande. Per la paura di sembrare una sciocca. Ma ho un capriccio che mi frulla in testa. E glielo vorrei proprio chiedere a lui: “Cosa ne pensa dio dei tatuaggi”?

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musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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Pioggia dietro i vetriCazzo cioè cavolo, arrivo per accorgermi che si son persi le valigie. Non ho con me nemmeno lo spazzolino né un paio di mutande di ricambio. Scendo all’albergo e mi dicono che non hanno nessuna prenotazione. Provo a telefonare senza beccare la linea. Aspetto al bar mentre prendo un caffè e butto un occhio alle ultime sul giornale. Quando comincia non smette mai e le strade sono il primo posto da evitare. Mi dicono con rincrescimento che hanno solo una camera libera, spetterebbe a me ma, da cavaliere, la cedo alla mia compagna di viaggio. Mi dice di chiamarsi Nadia e insiste perché per una notte possiamo anche accomodarci, se io le prometto… La lascio insistere per un po’, sempre per quel fattore della cortesia, ma alla fine mi arrendo. Le cedo il passo e ho un’ulteriore conferma che non avrebbe avuto nessun bisogno di insistere, e mi risparmia delle promesse. Lei preferisce la destra e io gliela lasciò volentieri; mai fatto questioni di principio su queste cose. Ci sentiamo entrambi stanchi per il lungo viaggio. Ha anche un bel sorriso: “Faccio in un attimo!” Si mette un pigiama a fiori e se lo lascia subito togliere ancora davanti al frigo-bar. Se ne resta lì un attimo vestita solo di sé e di un velo di inimitabile pudicizia. Nel periodo dei monsoni è facile scambiare il giorno per la notte, la pioggia sembra non smettere mai e il giorno avere fin troppe ore. Cerco di dimenticare e di far trascorrere ad entrambi la maggior parte di questa maledetta stagione scacciando i malumori. Quando spengo la luce fuori è sempre quello stesso grigio, il colore non si da pena di spiegare se è alba o pomeriggio; è solo antracite. Mi sveglio come avessi dormito cent’anni e fuori piove ancora. Il rumore è un ronzio che invita alla pigrizia. La cerco vicino e non la trovo. Nel cuscino c’è ancora il suo profumo. Nel portafoglio c’è solo il mio bigliettino da visita. Sopra ci ha stampato le sue labbra con il rossetto.

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Franca il giorno del suo diciottesimo compleannoEsattamente quarantaquattro anni fa era una sera esattamente come questa. Un po’ indolente e un po’ malinconica. Venezia aveva il fascino che ha Venezia in sere come questa: cullava col rumore ovattato delle sue onde. Sotto questo stesso cielo una patina velata di nuvole nascondeva la luna. E sopra quel ponte ero solo con lei. Ed eravamo soli dal mondo. Io, un po’ pentito nel darmi dello stupido e un po’ indispettito delle sue provocazioni. Lei che sembrava sempre voler giocarsi di me. Le parole erano caute come quelle di chi le teme e come piccoli segreti appena sfuggiti. E’ stato solo un attimo di quarantaquattro anni fa e quarantaquattro anni sono un’intera vita. A pensarci provo una specie di vertigine. E per altro ma anche allora è stato così: una grande vertigine. Ci siamo trovati all’improvviso abbracciati. Le nostre labbra si sono trovate come non aspettassero altro. Con disperazione. Ed è stato come se ci liberassimo di tutte le parole inutili. E delle maschere. E delle nostre paure. E mi son sentito volare, ho dovuto aggrapparmi a quell’abbraccio. E stringerla più forte a me. E incredulo dirmi che tutto era vero. Anche un attimo lontani sarebbe stato solo “Che spreco immenso”. E di quello spreco, raccontato con queste sole parole, con malinconico rimpianto, come può fare il poeta ma il poeta che racconta la vita senza bisogno di raccattare i propri versi, di quello spreco lo sappiamo solo ora. Ma per tutti questi anni c’è stato in me un posto per lei. E’ sempre stata con me come un attimo di tranquillità, come quella presenza amica, come qualcosa che non accetta quel lento trascorrere del tempo. E quarantaquattro anni fa è cominciata quella storia che poi ho ritrovato e che oggi stringo come la cosa più bella che un uomo possa avere, che mi da la più grande ricchezza. Cosa importa se questa storia, senza pudore, l’ho già raccontata un’infinità di volte? Se la conosci. Non mi stanco mai di ripeterla. Cosa importa se non ho saputo allora dirti che ti amo? Lo grido forte oggi, padrone di tutta la mia stupidità, e so che sarà per sempre. E vorrei gridartelo ancora mille e mille volte, e dedicarti tutte le canzoni che un cuore innamorato ha saputo scrivere. Grazie di Esistere “amore”.

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Il mio amore lontano, molti anni dopo (quando credevo fosse proprio finito, ma non dimenticato)Ancora una di quelle canzoni che mi hanno scavato dentro. Così dolorosamente bella e da una voce che ho amato particolarmente e da subito. Una canzone che mi parlava direttamente al cuore. Ma forse era solo perché era bello pensare che tu potessi dopo ancora ricordarti di me, conservare qualcosa di quel nostro piccolo grande amore. Se poi si è rivelata fin troppo vera, pazienza. Rimane quella struggente malinconia, di Luigi e mia. Per un amore che ho creduto perduto. Che non ho scordato mai. Ancora una canzone per celebrare il mio amore e l’amore, la mia donna e tutte le donne. Un amore per sempre. Ancora per dirti: TI AMO.Lontano lontano nel tempo
qualche cosa
negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i miei occhi che t’amavano tanto
E lontano lontano nel mondo
in un sorriso
sulle labbra di un altro
troverai quella mia timidezza
per cui tu
mi prendevi un po’ in giro
E lontano lontano nel tempo
l’espressione
di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto
l’aria triste che tu amavi tanto
E lontano lontano nel mondo
una sera sarai con un altro
e ad un tratto
chissà come e perché
ti troverai a parlargli di me
di un amore ormai troppo lontano.

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La promessa: tecnica mista su cartone telato (50*70) 2 luglio 2010In queste mie domeniche che ho voluto dedicare alle donne e alla mia donna perché una festa della donna mi sembrava riduttivo per la donna. In queste domeniche in cui appunto l’8 marzo dura tutto l’anno, ma anche il 13 febbraio. In queste domeniche, dicevo, in cui do libero sfogo al mio lato più drammaticamente romantico. In queste domeniche infondo tutte uguali e tutte meravigliosamente diverse. In questa domenica, dicevo, che è di tutti e solo nostra. “Nel sole, nel vento, nel sorriso ma non nel pianto” riscatto questa canzone. E la ritrovo per dedicartela, a te e a tutte le donne che hanno un amore, a quelle che hanno la voglia di amare e a tutte quelle che aspettano quell’amore. Questa canzone del nostro anno, dell’anno in cui ci siamo incontrati per la prima volta. Questa canzone che non è mai stata la nostra canzone, ma ch’è stata da subito una delle nostre (o almeno mie) canzoni. Questa canzone che invece è stata molto nostra, anche dove e quando non sapevamo. Questa canzone che sembra averci guardato anche dove cercavamo di nasconderci.
Ma adesso sono qui.


Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

Se stasera sono qui
è perché so perdonare
e non voglio gettar via così
il mio amore per te.

Per me venire qui
è stato come scalare
la montagna più alta del mondo
e ora che sono qui
voglio dimenticare
i ricordi più tristi giù in fondo.

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

Per me venire qui
è stato come scalare
la montagna più alta del mondo
e ora che sono qui
voglio dimenticare
i ricordi più tristi giù in fondo

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

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Il segno della paceC’era una canzone a cui Lei era particolarmente affezionata. Non sono certo di ricordare il perché. Forse perché avevamo ballato anche quella assieme stringendoci in quella nostra ultima festa. Era A whiter shade of pale (Procol Harum). L’ha rintracciata in quel diario. E’ sopravvissuta come le altre, più delle altre, al tempo. E alle nostre stupidità. Ma è facile essere stupidi a quell’età. Ed è una stupidità che si può perdonare. Anche quando ha fatto tanto male. E vorrei cominciare da quella. Per non cominciare con una nota triste: Se stasera sono qui (Wilma Goich). Anche perché non ho mai creduto di aver nulla da dimenticare. Né tanto meno da perdonare. Ma è Lei che ha voluto ricordarlo con quelle canzoni. E in fondo è stato bello. E’ bello. E’ bello ricordare. E la vita è fatta anche e soprattutto di questo. E poi questo non è nemmeno un post. E solo un commento riuscito troppo lungo ed eccessivo e sottosopra.
In realtà era il 1967, o meglio stava finendo pigramente, e le canzoni erano quelle di quell’anno. La vita era la piazza. Anzi la Piazza. Da bambini ci trasformavamo in ragazzi e ci credevamo uomini. Pensavamo di vincere e di cambiarci per cambiare. Leggevamo molto. Parlavamo troppo. Era la rivolta permanente. E ci accompagnavano i Nomadi con Dio è morto. Senza paura. Per non lasciare nulla come prima. E Donovan, quello di Mellow yellow, era un giullare che raccontava sogni delicati. Per una scorza di banana. Era l’altra faccia del grande Bob. Ma anche la sfida. In realtà non tanto antisociale, quanto anticonvenzionale. Questa era la parola. Ma non c’era nulla di eroico. E la rivolta era nell’aria. La rivoluzione solo una parola. E non conosceva il dolore. E quella pazzia. Tutto sarebbe arrivato dopo. E in fretta. E allora Fragole ancora, come per i Beatles di Strawberry fields forever. Fragole e sangue.
Non metto note perché le dovrei mettere a bizzeffe. Chi ha la nostra età può ricordare e comprendere. Ai più giovani chiedo scusa e pazienza a tutti. A dirla tutta io parteggiavo per i secondi. Questo non faceva alcuna differenza. Naturalmente a quel tempo preferivo i Rolling. Più irriverenti. Più arrabbiati. Più blues. Più“negri” (se mi si consente il termine). E allora… Na… na… na… «(Oh my) – I’m going red and my tongue’s getting tied (tongues’s getting tied) – I’m off my head and my mouth’s getting dry. – I’m high, But I try, try, try (Oh my) – Let’s spend the night togheter – Now I need you more than ever – Let’s spend the night together now» …na… na… na… (E non parlo di quella e delle alter nostre notti. Non lo faccio per pudorte e perché non avrebbe valore). Poco importa se qualcuno ci guarda; come due pazzi. Dicevo… preferivo gli Stones. O i Who di Happy Jack che cantavano già nel futuro ma non ricordavo nemmeno un verso. E nemmeno Lei. Anzi Lei ricordava vagamente che erano un gruppo. Importava poco, anche se erano stati loro i primi a cantare della nostra generazione. Cercava di venirmi dietro. E ce ne andavamo come fossimo soli. Senza nemmeno la vergogna per tutti gli anni passati. Per aver lasciato che le cose ci invecchiassero. Forse anche un poco più di quanto sarebbe stato loro permesso. Ma era quella la storia di cui eravamo curiosi e che ci volevamo raccontare.
Che noi volevano ritrovare. Noi a parlare di cose viste, ormai lontane. Del nostro girovagare Qui e la (Patty Pravo). A ricordare. Con un sorriso e il piacere di ricordare. Con gli occhi persi nel sole. E di sole. Tanto tempo era passato da allora. Tanto da non sapere se eravamo ancora noi. Un mese dopo essere tornati assieme mi ha portato per mano a Ponza; a conoscere il suo sogno. A mano camminavamo e nemmeno ce ne accorgevamo che cercavamo di rintracciare le melodie e le parole di allora. E tutto fu facile. Cantare insieme Dove credi di andare di Sergio Endrigo e capire che quelle parole ci erano di piccolo imbarazzo. No! in fondo non eravamo andati lontano. Non eravamo andati da nessuna parte. Avevamo continuato ciechi a cercarci. Ma forse anche no. Se guardi il passato, a volte, te lo puoi immaginare come vuoi. Puoi persino riscrivertelo su misura. Ed eravamo stai noi a inventare la musica. Per vivere. Per sognare. Anche per ballare. Per andare tutti al Bandiera gialla (Gianni Pettenati) a sgranchirci le gambe. O al Piper. Che poi a ballare non è che proprio ci piacesse tanto. Ci piaceva esserci, come gli altri. Stare tra quelli come noi.
E oggi?… Noi a tornare a parlare d’amore. Perché se è vero che E’ dall’amore che nasce l’uomo (Equipe 84) non era mai stato tanto vero come per noi. Noi. Due ragazzi nel sole. (Insomma… come due ragazzi), nel sole eppure. Con I sentimenti (Françoise Hardy) nudi. Cosa ne sapevamo allora dell’amore? E tutto aveva corso così in fretta. Ma Lei lo sa che io con lei festeggio anche i mesiversari (Lei stessa ha coniato allora il vocabolo con sorpresa). Nel tempo s’è diluita ormai quella sorpresa. Avremmo anche potuto non parlare. Avremmo anche potuto non aver bisogno di parole (se sapessimo vivere serenamente di silenzi). Delle canzoni, delle nostre canzoni, non possiamo assolutamente fare a meno. Certo erano molte e molte di più, quelle canzoni. Alcune avevano solo la consistenza di un sorriso. Di un abbraccio. Della gioia di condividere. Di cercarci la mano. Di provare la stessa emozione. La stessa leggerezza. La stessa fuga. O il sapore di un chewing-gum. Perché quella canzone di aveva spiegato che Il cammino di ogni speranza [Caterina Caselli] si ferma un momento e poi se ne va. Anche se tutta la nostra filosofia si poteva anche trovare in una canzoncina commerciale che sfruttava l’aria del momento, che pure era il lato B del disco: quella C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones [Gianni Morandi].
E questo momento mica vuole essere esaustivo. Avrei bisogno di ben altro spazio. E non solo quello avevamo in comune. C’erano i romanzi, la poesia, molti interessi e le nostre curiosità. E quella voglia di vivere e di correre. E allora dai [Giorgio Gaber]. Non era certo la fiducia o la speranza a farci difetto. Andavamo a muso duro. Avevamo forse il coraggio dell’incoscienza. E da raccontare una storia che non avevamo ancora scritto. Rifiutavamo tutto. Certo non ci potevano fermare quelle Pietre (Antoine). Ce l’avevano venduta come farina del suo sacco (cioè di Gian Pieretti). Era una sorta di riproposizione di una del grande Bob. Ancora lui. E allora mica le chiamavamo cover. Spesso non si sentiva l’originale. A trovare i soldi per il disco si faceva fatica. Il mondo si muoveva ancora a 45 giri. Ed è difficile far capire oggi che quella era un’altra povertà. Forse sarebbe più facile da capire per quelli che arrivano da Lampedusa. Avevamo poco e ci sembrava abbastanza. Il resto era solo da cambiare.
Inseguivano una strana fiaba. Tutti dietro ogni pifferaio. Allora anche il signor tamburino, pazzo, [Mr. Tamburine Man (Byrds. Dylan; ancora lui)] ci accompagnava per le strade del mondo e per quelle della notte. Ed era tornato per accompagnarci nel nuovo viaggio. Un viaggio che questa volta avevano iniziato assieme e assieme avremmo proseguito. Così è stato. E ci dicevamo: “Ti ricordi? E questa”? Certo non avevamo bisogno di rimpiangere [Piangi con me (The Rokes)]. In fondo ci accontentavamo di poco. Ci bastava sentirle assieme. Anche con la pelle. Anche odorarle. Gustarle. E poi cercare di cantarle. Di accennarle. Di mugugnarle. Nessuna ci aveva lasciato. Anche quelle con cui avevamo solo ballato come Winchester Cathedral (New vaudeville band). O che avevano accompagnato i nostri silenzi. In una sorta di gara con il tempo. Con quello che passa e quello che ci resta. Quello che credevamo non sarebbe finito. Senza porci domande. Per quelle vibrazioni che erano buone vibrazioni, appunto Good vibrations [Beach Boys]. Era così che non eravamo mai soli. Anche se abbiamo aspettato molto, troppo, per conoscerla la notte.
Certo non tutte le canzoni stringevano momenti di allegria e leggerezza, naturalmente. Anche nella loro malinconie o tristezza era bello ritrovarle. Molte di loro si sono rivelate premonitrici. Quasi volessero farci capire che poteva, che qualcosa sarebbe successo. Forse non abbiamo dato a loro retta. E’ strano trovarci ancora a cantare Ciao amore ciao pensando alla triste sorte di Luigi Tenco. Il mio non era quel viaggio. Era un viaggio. Sempre un viaggio. A guardare bene per molti versi simile. Non sarei tornato, non per noi. Andavo in un altro mondo. Non sarei tornato nello stesso. Ma tutto questo era solo dietro le spalle. Ce n’eravamo già liberati. Non serviva pensarci. Era tornato il nostro anno. Semplicemente. Era il… beat [The beat goes on (Sonny & Cher)]. Era già l’impegno. Era la pace. Era il sogno. Era la strada. Insomma…. Che ne so? Tutto torna e si confonde. Era tornato qualcosa. E una sorta di smania dentro. E la voglia di tornare a sognare. Ed era tornata Lei per me. Ed io forse non me n’ero mai andato. O almeno non avrei mai voluto farlo e averlo fatto.
Naturalmente non posto ancora una volta quella canzone, la nostra. Dovrei? Ne ho riempito le scatole a chi ci ascolta, che magari nemmeno la ama. Noi ce la teniamo; stretta. Noi ce la siamo portata dietro. Sulla voce di Patty ci siamo ritrovati a ballare con gli occhi gonfi di lacrime. E’ stato come se quelle note ci restituissero la stessa paura di perderci che avevamo provato quella domenica. Quella canzone non ci aveva mai lasciato. Io non sapevo di Lei e Lei di me. A perderci, allora, c’eravamo riusciti. Con molta fatica ma c’eravamo riusciti. Certo non ne conoscevamo il prezzo. Non lo sapevamo prima. L’abbiamo elaborato lungo tutti questi anni. Oggi lo sappiamo. Allora credevamo di avere tutto davanti: una vita, un futuro, i sogni e le illusione. Credevamo di esserne padroni e padroni del mondo. E’ sempre così a quell’età. Vai e non sai nemmeno dove e perché. Ma tutto questo l’abbiamo detto fino alla noia. Per favore perdonateci e non ascoltateci. Bisogna imparare ad affrontare anche quello che non ci fa bene sentire [La donna dell’amico mio (Roberto Carlos)] Ma nemmeno è necessario. La vita vive ugualmente. Ma tutto fa parte di noi.
Annastella nel momento ha detto che le sembra di passeggiare attorno ad un Juke-box. Ve le ricordate quelle macchine, un incrocio tra un frigo e un videogame, che riempivano le nostri estati e i bar di musica? Preferivamo quelle in italiano, di canzoni, più facili da cantare per noi. In inglese qualche verso e molti mugugni su un’aria che cercava di somigliare all’originale o a come le ricordavamo. Tornavano così come loro volevano. Anche un poco disordinate. E allora mando gli ultimo pezzi in ordine sparso: [Put Spell On You (Alan Price), Sunny afternoon (Lovin’ Spoonful), Stasera mi butto (Rocky Roberts), Chain of fools (Aretha Franklin)]. Proprio come un juke-box. Ultimi perché le dita sono stanche. Ed è finito lo spazio. E la pazienza. Mentre noi continuiamo a cantare. E le canteremo sempre, quelle canzoni. E le altre che non hanno trovato spazio. Qui e nella testimonianza di questo frettoloso momento. Lei ha più memoria. Io sono stato meno distratto, cioè né ho viste (cioè sentite) di più. Non ne ho dimenticata nemmeno una. Semplicemente le parole tardano a soccorrere la memoria. Vorrei chiudere con una canzone d’amore: Dite a Laura che l’amo (Michele). Anche se Lei non si è mai chiamata Laura. E’ solo perché non è stata ancora scritta una canzone d’amore col suo nome. E dire una cosa che ho pensato solo ora anche se avrei avuto tutto il tempo di farlo prima: è bello accorgersi che Lei è stata, ed è, anche la mia migliore amica.Una figlia dei fiori

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Cara Ross
Foto in BN della 17nne Franca con Venezia alle spalleQuesta è una storia che abbiamo raccontato e raccontato più volte. Ma non c’è stanchezza perché questa storia è la nostra Storia. Certo solo nostra eppure mi pare come un buon augurio. Certo può succedere. Così è successo. Sfiorando l’incredibile. Come una favola: la nostra Favola. Due anni, fa di questi tempi, proprio il 13 marzo, ma era un venerdì, alle 21.30 arrivava un messaggio in Facebook. Spero che mi perdonerai, anzi ne sono certo, se metto a nudo le tue parole nel raccontare il veramente com’è andata, senza un briciolo di pudore:
«Dal nome potresti essere un “antichissimo” amico di giovinezza, dipende quanti anni hai e se hai un fratello di nome …
Se così fosse, e parlo di quel fratello, potresti essere il Mario che conosco.
Non cercare di capire chi sono dal nome perché è evidentemente un nick.
Se vuoi rispondimi e se sei tu potremmo riaggiornare la nostra amicizia
Ciao Ross»
Dalla fessura aperta da questa mail è entrato subito un uragano. Difficile spiegarlo. Incredibile, è il termine più vicino alla realtà. Io Ti ricordavo così, come nella foto (anche se non una bella foto). O come in quella sotto (sempre una foto non proprio riuscita ma poteva una foto ritrarre la tua bellezza o almeno come Ti vedevano i miei occhi?). Nemmeno io, è stupido dirlo, ero rimasto lo stesso. E mi ricordavo molte cose, quasi troppe, forse tutte. Sono passati due anni e qui li voglio ricordare. I due anni più belli in una vita. E il nostro è un amore incredibile ma ancora giovane, nonostante noi. La cosa più incredibile è stata certamente che abbiamo ripreso il filo logico dei nostri discorsi come l’avessimo interrotto solo alcune ore prima. E c’era solo un grande bisogno di non tornare a interromperlo, nemmeno per un istante. Invece erano trascorsi più di quarant’un anni. Non sto scherzando: proprio 41. Non posso allora che dedicarti ancora una volta una canzone del grande Luigi Tenco perché in fondo non siamo mai stati veramente lontano. E quello che racconta il poeta-cantante l’ho veramente provato. Ed è difficile dirlo e capirlo ma non c’è mai stato un solo istante in cui tu non mi sia in qualche modo mancata. Eravamo cambiati e non lo eravamo affatto. Forse eravamo stati degli altri, diversi, ma in quel momento eravamo tornati a casa. Ci eravamo ritrovati. Ritrovati completamente. Auguro a tutte le persone che si amano un amore così grande. Pieno di serenità, di felicità e di passione. Lo auguro nel momento in cui ti dedico questo pensiero per il nostro anniversario. Mille di questi giorni mia cara Ross.

Foto in BN in cui Franca ha ancora una volta il volta di una figlia dei fiori tipico di quegli anni

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Foto a colori di Ross a SienaCosa sarebbe la nostra storia senza l’amore? E tante storie come la nostra? Di gente come noi? E allora ancora una canzone. Perché sei il mio ieri, e il mio oggi, e sarai il mio domani.
La nostra canzone, la sai. L’ho messa tante volte che oggi non mi sembra giusto. E l’ho sofferta troppo. La porto nel cuore, lo sai. Proprio come te.

Luigi Tenco:

Se stasera sono qui

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

Se stasera sono qui
è perché so perdonare
e non voglio gettar via così
il mio amore per te.

Per me venire qui
è stato come scalare
la montagna più alta del mondo
e ora che sono qui
voglio dimenticare
i ricordi più tristi giù in fondo.

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

Per me venire qui
è stato come scalare
la montagna più alta del mondo
e ora che sono qui
voglio dimenticare
i ricordi più tristi giù in fondo

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

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Io amo una donna. In fondo ho sempre amato una donna. E oggi amo la donna che mi ha insegnato ad amare. E’ così che nel mio mondo è ancora l’8 marzo. E’ perciò che vorrei dedicare a TE che ami, a tutti, due canzoni d’amore. Di quell’amore che unisce un uomo e una donna; cioè due esseri umani. Due piccoli gioielli di Luigi Tenco, sperando che youtube mi aiuti. Due piccoli preziosi gioielli di quel cantautore che è stato (purtroppo troppo poco) Luigi Tenco. Autore ed interprete raffinato e sensibile, e preparato.

Luigi Tenco:

Mi sono innamorato di te

Ho capito che ti amo

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