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Posts Tagged ‘luoghi comuni’

Ritratto di Vittorio ArrigoniLibertà subito e libertà sempre. E’ di oggi (in questo caso di ieri) l’attesa notizia che la Freedom Flotilla è “Di nuovo in marcia. Con Vittorio nel cuore”. Io è la mia Compagna, naturalmente con i nostri meravigliosi amici, abbiamo avuto dei giorni febbrili ma densi di soddisfazioni. Abbiamo entrambi cercato di dare testimonianza di quanto stavamo facendo ma forse c’è bisogno, anche per me, di alcuni chiarimenti. Questo Weekend siamo intervenuti all’interno di MestREsiste.

Logo della manifestazione Mestresiste a Forte Marghera (Venezia-Mestre)MestREsiste: Musica, teatro e incontri di Resistenza

La “manifestazione”, al suo secondo anno, in quello spazio “libero enorme” che è Forte Marghera si propone di rilanciare l’idea resistente dell’ANPI attualizzandola e “svecchiandola” con quella parola d’ordine sempre cara e attuale che suona come: ORA E SEMPRE RESISTENZA. I promotori dell’evento sono stati la stessa ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), l’Ass. Luoghi Comuni, l’Ass. ControVento e la Cooperativa Forte Carpenedo Onlus. Attraverso vari punti di incontro e di spettacolo si sono svolte tutta una serie di iniziative a tema sulla resistenza e i 150 anni dell’Italia. Non mi soffermo sul nutrito programma, che comprendeva spettacoli musicali e di recitazione di racconti (con Schegge di liberazione) e vari, perché si può vedere nella pagina Facebook dello stesso evento richiamata anche dal link sul logo. Contemporaneamente, e per tutta la durata dei due giorni, si sono creati dei punti informativi su varie realtà di grande interesse sociale e politico presenti nel territorio come Emergency, Libera (presidio Venezia e terraferma), etc. Noi abbiamo ritenuto opportuno presenziare e presentare in quel contesto, con un banchetto, un nostro nuovo progetto:

Logo dell'evento Restiamo umani, con VikRestiamo umani, con Vik

Abbiamo approntato un punto per la vendita di magliette, bandiere, libri, kefiah, gadget vari, etc. Naturalmente abbiamo provveduto ad issarvi la bandiera palestinese e a spiegare quelle della Flotilla. Senza voler creare un gruppo nuovo, che di gruppi ce ne sono fin troppi, è invece nostra intenzione provare a mettere in essere un presidio locale sulla pace partendo da Gaza e la Palestina come momento di sintesi quanto emblematico, tenendo in vita l’esempio di Vittorio Arrigoni (il pacifista italiano che ha dato la vita per fare da scudo umano a Gaza regalandoci pagine memorabili a testimonianza della grave situazione che vive quel popolo). Vorremmo collegare questo nostro lavoro ai gruppi “seri” che già lavorano sul campo a livello nazionale e internazionale per fare un opera di sostegno e servizio. Noi ci proponiamo di portare avanti una politica di “pacifismo attivo” che si basa su proposte che non sono mai contro ma a sostegno: “mai antisemiti, sempre per una Palestina libera”. Abbiamo anche nell’occasione pensato di presentare delle poesie palestinesi e sul tema della pace. In alcuni casi siamo riusciti ad affiancare poesie sulle stesso tema, una scritta da un poeta ebreo e l’altra da uno palestinese (come in questa nota di esempio) con l’intento di dimostrare come gli uomini, anche i poeti, siano fondamentalmente uguali anche nel pensare. Abbiamo potuto verificare che avvicinando le persone con cortesia e dicendo loro “posso regalarti una poesia?” si venga accolti con garbo e simpatia; nessuno rifiuta l’offerta di una poesia, la poesia è come un fiore. Poi, se si mostravano interessati, li invitavamo ad aderire al nostro appello per creare questo gruppo di lavoro. La fine ci ha visti stanchi ma come detto soddisfatti. Certo non pensavamo di cambiare il mondo. Ci accontentavamo di cambiare un po’ noi e di dare il nostro piccolissimo contributo. Già il fatto di esserci incontrati e aver potuto lavorare assieme era una gratificazione più che sufficiente. Dopo questo attimo di respiro arriverà il tempo delle riflessioni, della valutazione dei pro e dei contro, e degli eventuali altri progetti. Per ora ci godiamo questa breve pausa. In fine, per i più curiosi, qui potete trovare una modesta testimonianza fotografica della nostra presenza.

Una nota di servizio: Per chi volesse contattarci può farlo in Facebook o attraverso la nostra mail: restiamoumaniVik@gmail.com. Non resta che ribadire ancora una volta e ripetutamente in modo infaticabile: RESTIAMO UMANI.

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Foto a colori di MartinaAnche a Venezia, come in quelle città che hanno ambizioni di metropoli, c’è una strada dei negozi. Una di quelle vie per fare quello che chiamano shopping. Non che le grandi firme, o gli affari, siano tutte lì. In verità sono una serie di viuzze che si susseguono con un unico nome: mercerie. Non c’è voluta molta fantasia. Venezia non fa eccezione. La riflessione mi è venuta da un decalogo postato da una cara amica. Dieci punti per far felice una donna. Ma anche, e perché no, da chi amabilmente alla fine scrive che tutti i maschi vengono al pettine.
Sono sempre stimolato dai luoghi comuni, dalle semplificazioni, dalle classificazioni, e da tutte quelle cose con finali in oni. Dove io dovrei essere fatto in un modo. La donna a sua volta in un modo. Compresa la mia donna. Cioè io dovrei essere uomo come lo sono gli uomini. E comportarmi in un modo. E gli uomini avrebbero un unico identikit. Naturalmente la regola varrebbe anche per le donne. Mai trovate due uguali. E non solo nell’aspetto.
Come Rossana era bella e intelligente, cioè stimolante e pure qualcosa di più, così Margherita era pratica e volitiva. Cioè entrambe preda di un enorme orgoglio e di una testarda coerenza. Onestamente più la seconda. Varrebbe parlarne. Forse è per quelle virtù che sono entrate nella mia vita. Cosa ho fatto mancare loro non so, di cosa si son fatte mancare ho più che un sospetto. Certo le ho amate entrambe, ma in modo differente e, detto per inciso, non contemporaneamente. Con Margherita ho una figlia splendida che abbiamo voluto, con Rossana purtroppo no.
Quando andavo per le mercerie con Margherita ero io a soffermarmi ad ogni vetrina. Più interessato ai vestiti che ai gioielli. Lei si mostrava insofferente. L’avevo conosciuta con un paio di jeans e due maglie, e con un eskimo. Gli unici negozi ad attirare la sua attenzione erano quelli di dolciumi o di alimentari che mostrassero una particolare varietà di proposte. Lì era la mia, di pazienza, ad essere messa a dura prova. Con Rossana è leggermente diverso: mi aspetta paziente chiudendomi se c’è qualcosa che mi piace e che desidererei. Non è mai stata vanitosa nonostante le lusinghe. Si nasconde dietro la buona scusa che non è realmente facile trovare degli abiti che soddisfino i suoi bisogni. Ha gli armadi pieni e una taglia non facile da vestire.
Sussurrato per inciso Lei vorrebbe vedersi com’era pur evitando vanità. La cosa non è molto possibile, com’è facile rendersi conto. Sussurrato ancora per inciso entrambe hanno sempre avuto più attenzioni per me che per sé. Le devo e dovevo amare anche dove non si amano. Per tutto il resto mai trovato due persone più dissimili di loro due. Solo un altro tratto in comune, in modo diverso ma entrambe si sono appesantite con gli anni. Non dirò chi ma una ha fatto poco e non ha fatto nulla, anzi l’ha voluto e ha contribuito. Certo che vorrebbero essere, come tutte, viste belle e vedersi belle. Non amano gli specchi. Questo è un problema solo loro. Quello dello specchio che uccide.
Dimenticavo che entrambe sostengono come io sia poco ambizioso, ma in modo diametralmente opposto. Rossana perché non perseguo, a suo dire, con abbastanza ostinazione quelli che dovrebbero essere i miei sogni. Margherita perché non inseguo con abbastanza caparbietà la realizzazione dei nostri, a detta sua, traguardi. La prima mi sollecita a scrivere e dipingere. L’altra mi ha, a suo modo, impedito di farlo e invitato a inseguire la carriera sul lavoro e il compenso economico. Eppure entrambe lo facevano per me. Per sé non hanno mai chiesto molto: semplicemente hanno sempre chiesto tutto. Districarsi in questo essere donna non è certo molto agevole. Io ho imparato, non solo grazie a loro, che due uguali non ce ne sono. Alcuni uomini parlano la stessa lingua, tifano per la stessa squadra, abitano nello stesso quartiere, amano persino la stessa donna, ma non hanno altro in comune l’uno con gli altri. Potrebbero arrivare ad avere lo stesso nome. Magari uno ama di giorno e uno preferisce la sera. E uno solo il sabato; per dormire il mattino dopo. E uno nemmeno si ricorda cosa vuol dire avere… voglia. Sono solo uomini.
E in due di due ognuna usa i sogni in modo diverso, e così fa dei ricordi. Ma di cosa stavamo parlando? Ah… sì! Di quel: “Amateci, non chiediamo altro”. Come fosse un disperato appello unicamente del genere femminile. Come fossimo sordi solo noi maschietti. Come fosse il peccato originale di una metà del cielo. Non ho chiesto che di amarle, le donne. Ma Margherita mi ha chiesto ostinatamente di non essere amata. Ma Rossana non chiede altro. Avevo detto alla prima di amarsi e amare quando ho capito che non potevo farlo per due. Ho chiesto alla seconda di amarsi perché per amare non ha bisogno di suggerimenti.
Potrei parlare anche di Violetta, ma lei sarebbe ancora più diversa da queste due. E in più allora era anche extracomunitaria. Onestamente di donne non ne capisco molto. Ne ho incontrate poche, da vicino, e già quelle poche mi hanno fatto una grande confusione. Se vogliono informazioni su questo uomo sono disposto a darle. Ma solo su questo uomo che sono io. E solo a coloro che sono disposte ad ascoltare. E solo se mi chiamano per nome di battesimo, non semplicemente maschio. E solo se si chiamano Rossana. Sono Michele.

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Due di picche

Stavo passeggiando per il parco. Passo veloce. – Cammino sempre a passo veloce. A volte mi capita di chiedermi perché. – Fuori dal grande motore clangheggiante della città. La mani affossate in tasca. Suono sfrigolante del ghiaino sotto le suole. Odore di erbe umide. Una leggera bava d’aria ancora frizzante. Il lamento della catena dell’altalena. Troppo presto per altre voci. Troppo presto per tornare. Giornata di festa. Infondo è un giorno senza destinazione. Come quasi tutti i giorni di festa. Quel loro impalpabile timore. Da uomo solo.
Parlavo con Lei. Naturalmente ero da solo. Sono seghe mentali. Mi capita spesso. Resta sempre un discorso in sospeso. O la voglia di parlare. O semplicemente il bisogno di occupare la testa su qualcosa. Poi due logorroici, o come direbbe Lei compulsivi, ridondanti, soprattutto nel mio caso, lasciano sempre un rumore di parole dietro. Un ricordo su cui tornare. Magari semplicemente un avverbio. Io sono per il logorroico. Mi pare termine più appropriato. Soprattutto nel nostro caso. Libero da psicosi; da eccesso.
Poi il pensiero scivola leggero e distratto. Scivola su Alberto; senza una ragione precisa. I pensieri si librano. A volte l’uno si intromette nell’altro. Soprattutto quando sono lasciati a sé. Quando non mi fisso. L’uno interviene e l’altro si perde. Nemmeno lascia traccia. Anche se ci provo. Dicevo: mi trovo a pensare involontariamente all’amico Alberto. In verità con lui mi torna anche il ricordo di Eva. Di lei in una immagine precisa. Sono buoni colleghi i due. Spesso è lui a parlarmene. Io la conosco appena. Non granché. La trovo leggermente presuntuosa. Provoca. Torno, per un attimo da Lei. Allora, lasciando separati i piani, penso che le si debba risposta. Non sempre la dò. Spesso no. Infondo, non è importante. E sto facendo una leggera confusione. Altre volte se la cerca . Mi stuzzica. Infondo sono sereno. Non ho amarezze. Non ho rimpianti. Niente di particolare. Se non ne parlo non è nemmeno per non entrare nel gioco. E’ tutto così complicato. Non riesco a mettermi in altri panni.
Come direbbe Lei: è solo letteratura. Tornando a quel mattino. Erano solo pensieri che s’intrecciavano. C’è un po’ di tensione tra noi. Con Eva. Con Alberto invece tutto è tornato come prima. Lui crede in Dio. Io più negli uomini, e soprattutto negli incidenti. E Alberto è uno di quegli amici che solitamente non danno angoscia. Che aiutano a disfarsi della noia. A far correre le ore. Esercizio importante quando non si è attesi. Quelli insomma con cui il caffè lo prendi anche volentieri. Così ero tornato sul fatto perché era inusuale vederlo preoccupato.
E’ per Eva“.
Me l’aspettavo. Per quanto posso essere giudice Alberto è un uomo che piace. Per la sua educazione. Per la sua parlantina attenta e composta. Perché ha sempre cura di sé. Penché si fa pochi pensieri (leggi scrupoli). Non ultimo perché non ha bisogni; e ha una bella macchina, il che aiuta non indifferentemente. Non ha la fila ma non gli mancano nemmeno le occasioni. Spero non si senta un po’ di invidia nel mio parlarne. Solo non capisco cosa ci azzecchi con Eva. Ne parla spesso. Troppo per una collega. Non che sia brutta, Eva, anzi. Poi è un tipo piacevole. Ha un viso con occhi grandi e la frangetta sulla fronte. E sotto sembra proprio fatta per bene. Due belle gambe. Niente da dire. E tutto il resto. Spesso spinto in faccia all’immaginazione dal modo in cui si veste. Sicura sui tacchi. A volte mi sono soffermato anch’io, a sbirciarla. Non che sia troppo attento. Quando uscivano. Mentre si salutavano. Ma non mancava mai, Eva, di sfoderare una certa civetteria. La trovavo una donna troppo guardami. E poi con un marito sempre puntuale. Lì, fuori della porta. Ad aspettarla. E lei che correva a baciarlo. Facendosi vedere. Come a sbattere in faccia il loro rapporto. Quella loro felicità; infrangibile. Cioè mi ha sempre dato l’idea di una porta guai.
La chiamo. Dopo un bel po’ riesco a parlarci. Dice «ah! Sei tu? » Non «Ah! Sei tu? » Capisci“?
Veramente no“.
Come no? Dice solo «ah! Sei tu»“?
Aspetto il seguito. Lui ha sempre fin troppo insistito su quel solo colleghi. Un mezzo sospetto ce l’avevo. Ma lui s’è sempre fatto premura di negare di dire che no; scherzi. Lui è adulto. E vaccinato. E’ grande abbastanza per non aver bisogno di consigli per mettersi nei guai. Odio le sue cravatte. In realtà lo dice bene ma non ha nulla da dire. Giusto una come lei potrebbe incantare. Giusto con le donne. Pardon. Con certe donne. Non vorrei essere. Bisogna saper distinguere. Anche tra le donne. Non sono tutte uguali. Nessuno con un po’ di buon senso gli darebbe credito, ad Alberto. Oltre a quel po’ di benessere non c’è altro. Però più di un po’. I suoi sono stati generosi. E poi stiamo in un epoca di parole. Dove non contano i fatti. Vallo a dire che è vuoto. Come detto quel vuoto lo racconta bene. Era per questo che ero rimasto sorpreso nel vedergli in volto quella leggera patina di preoccupazione. Non proprio di disagio. Forse solo di impercettibile contrarietà.
Naturalmente non era una vera domanda. Sapeva che ero io“.
Cosa ti aspettavi di diverso e perché? Mi sembra una cosa come un altra“.
Non capisci. E’ un discorso. Di tono delle parole. Era come scocciata. Delusa“.
Forse si aspettava. Altro“.
Forse. Non è quello. Non mi spiego. Per me è tutto come sempre“.
C’è qualcosa che non so e che dovrei sapere“?
No! cioè sì! cioè. Forse. Non vorrei essere frainteso, sembrare pettegolo. Forse dovevo nemmeno cominciare. Forse dovrei raccontarti“.
La mia pazienza si stava esaurendo. O ci uscivo instupidito o trovavo di che restare fuori. Cominciavo a sospettare che fosse pericoloso lasciarmi coinvolgere. Un poco lo conosco. Per lui le donne sono donne e gli uomini uomini. Si nasce con il proprio ruolo, il proprio compito. Con lui, naturalmente, come con tutti, parlare di donne è parlare di avventure. Anche se è festa. La guerra dei sessi. Quell’inseguimento. Il troppo finisce in noia. Non dovevo faticare a capire dove andava a parare. Mi chiedevo dove mi stesse portando. Non avevo però nessunissima curiosità. Che poi non le sopporto le confidenze tra uomini. Da un po’ mi accorgo di star meglio tra le donne.
Insomma; non chiedere niente. Ci ho provato“.
Come“?
“Provato. Provato. Prima che lo chiedi. M’ha dato buca. Un bel NO! a caratteri cubitali“.
Non so perché ma non mi sorprese. Era una cosa probabile. La cosa più logica: “Succede“.
Era una cena tra colleghi. La prima che veniva. Non stò a raccontarti tutto. Me la son trovata accanto. Non l’ho cercata io. Giuro. E così s’è cominciato a chiacchierare. Più che altro tra noi, di noi. Succede in quelle cene. Un po’ ci si isola. Si scappa dalla confusione. Non riesci a governare i discorsi. Troppi per metterci ordine. Non che lei conti. Veramente. Ma sai; l’occasione. Ho scoperto che non è nemmeno stupida. Eva. Dico. Ma mi ascolti? Insomma: era una serata piacevole. C’era tutto per una serata piacevole. Dopo un po’ era piacevole isolarsi. Io me ne stavo un po’ sulle mie. Un leggero imbarazzo. Non volevo che pensassero. Era una delicatezza per lei. Che lei pareva non avere. Era disinvolta“.
Faccio la parte di quello che sa. Di quello che un po’ sa e il resto la lascia dov’è: “A volte non vuol dire. Non sempre è bianco o nero“.
Lui non si scompone. Non si lascia interrompere: “L’avevo accompagnata con la mia. La sua era rimasta sotto da me. Mi segui? Così, quando l’ho riaccompagnata. Insomma. Le ho chiesto solo: vuoi salire? Mi ha dato del pazzo. La dovevi vedere“.
Forse non se l’aspettava. Infondo la conosci meglio tu“.
Mi prendi per stupido? Vuoi che non sappia? Lei parlava e parlava. Come completamente a proprio agio. Non che io stessi zitto. Un poco il filo glielo facevo. Fai quelle cose. Sai? Cercavo le parole. Il modo di dirle. Insomma: solite cose. Cerchi di mostrare il profilo migliore. Forse Giulio ci osservava. Aveva uno strano sorriso. Già! tu non conosci Giulio. Uno che più pettegolo. Forse stava pensando che ci stavo provando. In quel momento niente di tutto quello. In quel momento. Anche se gratuitamente. Sei con una donna. Cerchi di farti bello. Almeno ci. Ti dico che se l’aspettava. Che non aspettava altro. Dovevi vederla. Anzi, sai cosa ti dico, lo chiedeva. Mi pregava. Lo intimava. Ora a te non sembrerà. Ma era così. Almeno sembrava. Ne sembrava persino impaziente“.
Cos’è successo“?
Insomma. Te lo devo proprio dire? Ad un certo punto comincia a farsi confidenziale. Mi prende la mano. Quella libera. Senza bicchiere. Mi propone un brindisi. Alla felicità. Alla leggerezza. Tutte quelle cose. Stupide. Nemmeno me le aspettavo. Ad una vita senza problemi. Senza pensieri. Non sto cercando di menar il can per l’aia. Quando è passato l’extra le ho preso la rosa. Mi sembrava anche più facile. Mentre mangio allunga la mano. Lei. Eva. Capisci? Niente di ché. Non pensare. Ma insomma. Credo nessuno se ne sia accorto. Era così. Pur sempre un gesto di una certa intimità. Di incoraggiamento. E’ stato allora che ho pensato: Io ci provo. Veramente: Questa ci sta. Insomma. Ma mica lì. Io sotto casa un pensierino ce l’ho fatto. Più di uno. Anche accompagnandola. E lei. Sembrava continuamente dirmi sì. Insomma ci ho provato. E quella niente. Come un pezzente“.
Mica lo sapevo bene cosa avrei dovuto dire: “Potevi aspettartelo“.
Certo. Me lo aspettavo. L’avevo messo in conto. So che tipo è. La vedo anch’io col marito. Ma non si può mai sapere. Se non l’hai osservata bene non è niente male. E anche di tette. E’ messa bene. E il culo. Ti assicuro. Ne vale la pena. E sodo“.
Allora perché non hai lasciato stare? Perché non hai rinunciato? Non dirmi il vino. Per quello che ho visto non ti ho visto mai diverso da te“.
Se non lo facevo chissà cosa poteva andare a raccontare in giro. Coi colleghi. Al massimo mi dice no. Le donne fanno così. E’ nella loro logica. Ci devi almeno provare. Ma non un NO! così. Non l’aspettavo. In ufficio mi evita. Non avevo potuto parlarne. E’ per questo che l’ho chiamata. Al cellulare. Per un po’ non ha nemmeno risposto. Poi risponde così. Quasi scocciata. Come se la cosa non fosse sua. Ora mi spiace che questo crei della freddezza. Dell’imbarazzo. E nemmeno ora sono proprio convinto. Per me. Ancora. Ci sta. Tu cosa dici? Non so che fare. Forse in quel momento. Quello che mi scoccia è che ora sembra lei l’offesa. Infondo con un semplice no era finito lì. Amici come prima. Quello che mi scoccia è che m’è costata anche la cena. E per niente“.
Si infondo anche quella di Alberto è una ferrea logica maschile, ma a me sembra che qualche grinza la faccia. Soprattutto per quella sua indomita convinzione. Eppure nel gioco delle parti ogni uno interpreta il suo ruolo. E’ solo che non sempre la sceneggiatura finisce come lui o lei vorrebbe. Accelero perché vengono a cadere le prime gocce sottili.

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yin-yangCapita, Come a tutti, anche a noi. A volte si parla di donne, al bar. E’ raro che con noi ci sia una donna, con noi, al bar, e pertanto l’argomento può essere affrontato spesso e liberamente. Direi che è uno degli argomenti che, con la politica, riceve, come si dice oggi tra i giovani, più contatti. E’ per questo che da un po’ non si fa vedere Emilio. Ora sappiamo quanto possano essere pericolose le chiacchiere da bar. Emilio è un esperto. Sa di tutto. Può parlare di tutto e ne parla molto, così come parla altrettanto abbondantemente con le mani. Non è questa una critica nei suoi confronti, credo di non avere la più pallida idea di quanto gesticoli io. Dovrei guardarmi ad uno specchio mentre me ne stò lì con gli amici. Ma guardarmi allo specchio, quando stò lì con gli amici, oltre a non saper come potrei, è il mio ultimo pensiero. Comunque lui più che parlare arringa. E, come dicevamo, sa di tutto, ma circola il sospetto che sia un tutto per sentito dire. E circola anche il sospetto che lui ce l’abbia piccolo. Qualcuno osserva ridendo, senza farsi sentire, che lo tiene anche fin troppo d’acconto. L’ultima è che ce l’abbia ancora imballato, anche se è scaduta la garanzia. Nessuno però, almeno sulla garanzia, ha avuto il coraggio di avvertirlo. Tutti questi pettegolezzi sarebbero inutili se non fossero premessa a raccontare un fatto assai grave. Lui, Emilio, sa di donne come di politica, come di antiquariato, come di pittura, come di filosofia, un po’ meno che di calcio, ma solo perché il calcio non gli è mai piaciuto. La cosa più verosimile però starebbe nel dire che sa di donne come di antiquariato; di Luigi conosce solo il Salvano con cui, c’è da dire, sono amici d’infanzia. Ormai saranno quindici giorni, o forse più, che non lo si vede al bar. A dire il vero non s’era fatto caso finché Gaetano non ne ha raccontata una di grossa, e giù tutti a ridere. Il momento rivelatore è stato quando Toni (Schiavon; ndr) ha osservato che pareva, appunto, una battuta alla Emilio. Ci siamo guardati intorno e lui non c’era. Allora abbiamo capito, attoniti, che mancava da quel lasso variabile di tempo. Curiosi abbiamo fatto andare la memoria. L’ultima volta aveva raccontato di imprese eroiche con la Susanna senza rendersi conto di averla dietro alle spalle. Lei, Susanna, sottolineava la credibilità delle sue affermazioni con smorfie che parlavano più d’un libro scritto. Alla fine gli aveva schioccato un bacio vicino all’orecchio. Lui, scoperto in fragrante, s’era fatto rosso, d’un rosso acceso. Noi s’era scoppiati a ridere. Lui era scappato in preda al più tragico degli imbarazzi e ad una erezione improvvisa quanto impalpabile. Certo che non ci fosse stata lei noi avremmo dovuto fingere di credergli. Lo avremmo fatto volentieri per compiacerlo. Scoppiare a ridere però, visto le facce, è stato più forte del nostro buonismo. Non che ci possiamo pentire ma a volte un amico vale anche quel piccolo sacrificio di mostrare di ascoltarlo. Ci siamo guardati dispiaciuti. Qualcuno ha provato a chiamarlo al cellulare. Nessuna risposta. Clara dice di aver sentito che da allora non è più nemmeno uscito dalla porta. Siamo tornati a guardarci: infondo non si trattava che di Emilio, e quella sera si stava parlando di politica.
Questo era ieri. Oggi sul giornale non si parla del motivo e la sua foto e quasi irriconoscibile, ma tutti dovremmo ammettere di averlo sempre osservato poco.

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