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Posts Tagged ‘lupi’

Tecnica mista su cartoncinoE’ un mondo di lupi. Le strade sono una giungla. Non si può girare tranquille nemmeno di giorno per quelle del centro. Una donna è sempre più esposta. Anche se non sono bella. E cerco di non essere bella. Di non attrarre la loro attenzione. Di tenere gli occhi bassi. Basta essere una donna. Ed essere donna è essere preda.
Certo non capisco ancora tutto. Non è facile. Non è la mia lingua. Questo sembra farmi ancora più puttana. Ma afferro quasi sempre, il senso. Non è poi così difficile. Ma a che serve cercare di spiegare. Nessuno vuole capire. E poi non è comunque mai facile essere donna. Tanto più per quelle come me.
Quelle parole le ho imparate prima dal suono. Prima di capirle. Spesso mi restano indifferenti. A volte mi danno anche una inutile soddisfazioni. Quasi sempre mi feriscono. Mi sono sputate contro. E’ il senso. La ragione per cui sono lanciate. Come sassi. E a volte sono accompagnate dai gesti. Per essere certi. Per non lasciare nessuno spazio al dubbio. Nemmeno essere accompagnate ormai dà la sicurezza. E per accompagnate intendo uno del posto; ben inteso. Non sono così stupida. Degli altri nessuno si cura. Né si fida. Anzi è anche peggio. E la cosa peggiore è quell’arroganza. Siamo solo carne. Siamo vizio. Siamo desiderio. Era quello che volevo? Certo ne avevo bisogno. Ma questo prima.
Era così tanto che non venivo stretta tra le braccia di un uomo. Troppo per essere tollerabile. Era così tanto che non sentivo l’odore della sua pelle. Tanto da non ricordare più quanto. Che non mi sentivo veramente desiderata. Quasi da impazzire. Che non è mai abbastanza. E una donna ha anche solo bisogno di tornare a sentirsi donna. Anche di quello. Di perdersi nel piacere. Di solo piacere. Di una birra e di una notte da ricordare. Di un posto caldo da dove fuggire appena fa giorno. E dio solo sa se non me lo sogno anche di notte. Se non sia straziante il solo pensarci.
E’ sempre così. Almeno prima. Ma veramente, quello che mi manca è affetto. Ancora. E’ amore. Lasciarmi semplicemente coccolare. Chiudere gli occhi e ascoltare le sue parole. Sperare e credere in qualcosa. Assettata e soffocata di baci. Fare tutto e farlo solo per lui. Dimenticarmi. Liberarmi di me. Di questa miseria. Delle lenzuola fredde. Di questa vita aspra. Avara. Chiedere e mendicare una favola. Risvegliarmi nello stesso letto. Sentirlo mio. Tra le mie braccia. Sentire che lo posso proteggere. E che lui si preoccupa di me. Che mi chiede com’è andata. Sentirmi le gambe molli per il suo sorriso. Ma bisogna sopravvivere. E di sogni non si vive.
Dopo tanto tempo lui. Lui non era male. Ma forse a spingermi era stata proprio la voglia di uscire di sera. O un attimo di noia. E poi ne avevo proprio bisogno. Un uomo. Nemmeno brutto. Ben rasato. Ben vestito. Riassaporare quel piccolo gusto di libertà. Ed era stato gentile e galante. Corretto. Aveva pagato la cena lui. Non mi aveva fatto sentire fretta. Come se fossi la sua donna da sempre. Con un che di attenta cortesia. Forse pensava ad un’altra. O inseguiva una illusione. Non poteva avere meno importanza. Avevo voglia di lui. E lui di me. Bastava questo. E’ finito quel tempo.
I suoi baci in macchina erano appassionati. La sua guida distratta. L’ho pregato di pazientare ancora un po’. Mi ha capito. Ha riso ironico. Un paio di battute. Per rendere tutto meno teso. L’ho tenuto calmo. E ha fatto lui anche la stanza; naturalmente. In quel posto dovevano conoscerlo. Certo c’era già stato. Forse con la sua lei. Forse con una come me. Con una preda facile. Con un’altra disperata. In fondo l’uomo è cacciatore. E poi cosa andavo a pensare? Non mi doveva niente. Non pretendevo niente. Mi bastava che non cercasse una scusa. Che non volesse delle giustificazioni. Che non si mettesse in testa di spiegarmi. E che non volesse piangermi le sue sfortune. Invece è stato anche bello.
Si è anche impegnato. Ce l’ha messa tutta. Avrei potuto anche illudermi. E’ passato troppo tempo da quel tempo. Ma quando ha aspirato l’odore dei miei capelli mi è parso appagante. Sono stata generosa. So come ricompensare chi lo merita. Per un attimo gli ho dato un attimo d’amore. Forse era proprio quello che cercava. Forse la sua miseria non era tanto diversa dalla mia. Quei suoi baci erano così… disperati. E non era per niente male. Proprio per niente male. Sapeva come si tratta una donna. Peccato. Comunque dovrebbe essermene grato per sempre. Già! per quel suo breve attimo di per sempre. Non è stato facile nemmeno per me.
Mi spiace solo per le calze. I suoi occhi si erano persi dove non so. Non se n’è neppure accorto. Ho preso lo stilo dalla borsa. E’ stato un attimo. Tra le ombre della stanza non s’è accorto di nulla. Ha sentito solo quell’improvvisa fitta. Gliel’ho infilato in gola. Quasi non ha sofferto. Eppure i suoi occhi sembravano chiedermi perché. Eppure lo dovrebbe sapere: nella giungla è questione di vita o di morte.
Ho raccolto le mie cose. Ho preso i soldi per il taxi. Non potevo attraversare la città di notte. E poi mi son presa anche gli altri. Quelli che rimanevano. Non erano molti. A lui non servivano più. E la stanza era pagata.

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IV. Occhi di piccole belve, le persiane
si giocano ignare la luna
in miti antichi d’acciaio e ululati
poiché urlano le ombre silenzi immensi,
inauditi.
Giace, come un freddo giaciglio, la strada
fra riccioli di verde incupitosi      e fradicio
quando di fatti in amore
è piena la tua memoria      e la fantasia
dolce      eterno      OIDIO.
Hai tratto di tasca le tue parole
e più amare
quelle ti consumano gl’occhi.
Il prestigiatore della notte
nasconde quegl’occhi       e il volto:
taciuta balbuzie.
E’ buio.

Dal vento freddo
fuggono i gabbiani il mare
ebri di riflessi, di storie

ed emigrano in terraFERMA¹.


1] 21 agosto 1973

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III. Aria piena.
Censimento di tuoni e rabbie
s’accendono in sul cemento       coi suoi
motori possenti e le meretrici d’acciaio
che trascurano minuti riflessi di stelle.
Ecco, si sconquassa pietà d’ore
e avvampa tempo rosso fra i decoltè della sera
quando le narici aspre raccolgono
il triste canto dell’armonia. Sole
dardeggia      e più in là, con presunzione,
sparla ed è prodigo stemperando contorni
in sottili fumi di neuriti.

L’astro del giorno      insolente
riplasma muri e case e beve il vino gonfio
dagl’occhi; accenna i desideri
fonte preziosa      giù dalle colline
farsi città l’animo umano      ERMO
e giocano i bianco-neri dei dubbi
in un alternarsi di compiacenze.
Balbetta.

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II. Tintinnio è suono di vili metalli impreziositi
e si giocano nell’aria profumi lontani
(tempo, spazio) mentre      vibra la lamella
e si sprigiona l’atomo dinamo.
E’ il sole dolce senso di pace quando
rugiade avvolge nei suoi occhi tranquilli
e va dell’uomo, spensierato istante,
l’ombra silente fra i trambusti del niente
l’illusionista che cela la realtà
traspare allora di fra le mani minacce di rosa
e lieve è il minuto e l’attimo che si confondono
mirandosi in pace tenue;
solo rispettano le loro stagioni nel magro pasto
le ombre della notte.
E notte è ancora notte ma
il giorno incede lentamente,
fa e disfa i suoi versi ancora imprecisi.

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I. Come sirene ossessionate,
suono compiuto, le grida del mattino
dei gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nella nubi
suicidi.      Tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi,
in saracinesche di sera,
i bimbi portano e gli anelli incastonati
della fantasia      e le catene d’oro.
colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laida l’infanzia)
consumando risa di mattino
mentre il vento sfregia, muta;
passa: il paesaggio.

Strati d’ombra trapassati
da luci infrante      fra antichi gesti
odore forte di pane      il mattino inizia
quando luci ed ombre barattano i loro versi
vecchi di farine ed acqua sorgiva;
come? e quando? Ricordi rispolverano.

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ed altro ancora

Così fuma la strada
così come stanco braciere:
era la prima volta; muta
di note in note. Sospetto.
Braccato come un ansia cava
e vuota.

Grande rissa ne fan le luci
e si affollano al davanzale
dolce scrigno d’addio,
gli orizzonti
sul cavo della gola batte
l’elenco del piacere sillabe taciute
i suoi flauti dorati
ed è per ciò
che agita i cimbali dei ricordi
con sottili silenzi
di dietro i burberi tronchi

sui confini di pozze,
su quel che fanno i primi
gli uni sugli altri vanno,

quante pagine di notte e

Notte
quasi di me ti do l’età migliore
e contratto:

nafta consuma
odori di cani bagnati
e sensazioni di promesse;
taciuto sussurro.

Una lunga vita
percorre
il lungo itinerario della notte

Di te in te ramingo,
fragile universo:

Kyrie elèison.

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del poi

Fra tali contrade, sul cupo sommessi bagliori inventano,
nella grafica notturna, immortale silenzio,
e dietro l’ombra cupa un cupo muro
d’ombra intonacato a lutto,
lo stratagemma immenso delle ombre, quasi lamenti
come se ogni barbaglio sussurrasse di torbiera
e di se stesso s’ammirasse in diarzo
di cupree irate onde e nella sera, immorale silenzio,
invecchiato in quel lampo d’una estate. Lamenti
sordo rammenta dietro le mura in brontolio roco
gli ululati dei venti, sfrondati
di fra i rami serpeggianti
in scaglie di terra, turbinio di sabbia,
lungo spettri di fumo tendono l’ansia
e toccano quell’immensa, vuota,
analisi di paura. A un tempo
eccitati, come stracci zuppi, si scuotono gli alberi
dal manto delle prime raffiche, gemendo
in inchini forzati e
con belluina ira quel vento
con rasoiate precise degli artigli
squarta l’aria e l’essere
solitario arranca
il ricordo della sua terra;
mentre questa trasuda le memorie dell’estate.

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Ancora una raccolta di poesie ritrovate tra le carte che credevo perdute e di cui non ricordavo nemmeno avessero mai avuto vita. Era un anno importante dopo del quale si sono succeduti giorni importanti. e altri meno Forse è stato questo od altro a cancellare tutto ciò dalla memoria. Forse è solo che a volte la memoria è un esercizio crudele. Forse invece è che il tempo ti cambia e arriva il momento che non sai riconoscerti più.

Settembre

Lungo l’inventario della notte
di ricordi i lupi sbranano la luna,
enorme glaciazione spande tutto intorno
l’ostia corrosa dal veloce tratto d’una
suite di nero; dall’acido della notte stessa.

La grande mano dell’elemento dio,
dell’oggetto dio, scagliato ha quelle assi rotte,
cimeli distratti, a conficcarsi in ressa
e l’alito spande evanescenti suggestioni. L’io
eterno nel suo inane1 dramma, varia

parvenze d’acciaio in sfumate visioni e quell’essere,
e la sua dimensione, ormeggiati stanno (aggrappati)
prodighi di muti rancori, al vento guardando
nel nulla il nulla; in apprensione.

Entourage di tenebre le desinenze d’ombra
di polvere antisettica infrangono di quel cielo
la cristalleria e il veloce tratto assomma il nero
cupo, teso: rubando le cinture delle donne amate

Si rabbuia tutto nell’itinerario d’ardesia
si rabbuia
e dei fantasmi, nel mentre le chincaglierie scure
l’esiziale gesto capziosamente rispolverano, precise

Un senso di tesa ricerca, di tepore pervade e
la gola e il petto e resta come inciso
nel grido, richiamo che fra le dita si fugge
i barattoli dei silenzi fra loro sbattono

Sbattono, altri cristalli si spezzano sulla fumida terra
rancori taciuti e lontani traspirano muti, sordi
colmi di gonfia paura, pieni di rabbia gli alberi
e gli alberi non sono altro che un groviglio di vene contorte

in grido
tesi come gomene tese, rasoiate,
cupi corvi
nella cupa notte spargono cupi gridi
e imbrattano l’aria
di voli.¹


1] 29 agosto 1973

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