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Posts Tagged ‘Ma mi’

guernicaMi muovo circospetto. In silenzio. La testa china. Ormai è solo abitudine. Regole. Il mandato a memoria. Per quanto ci sia memoria. Dobbiamo temere tutto e niente. Lui è al mio fianco. Il sole è nascosto dalle nubi. Le nubi dal fumo. Guardo l’ora: dovrebbe essere l’imbrunire. La notte è ombre. E’ un’immensa ombra; buia. E’ l’unica cosa che si muove. Si avvicina. Toglie il respiro. Non ti consola. Ti rilancia i pensieri. E non ti fa da rifugio. Mette solo rimpianto. Allora ti riconosce solo la voce. Sono solo. Dietro un muro. Quello che ne resta. Guardo con rispetto questo vecchio combattente.
In certi momenti mi odio. Pare non avere dubbi. Tra tanta cianfrusaglia porta nello zaino quel vecchio libro. Ad ogni pausa, in ogni momento è lì a leggerlo. In silenzio. Fruga tra tutte le carabattole inutili e riprende da dove aveva lasciato. Non è mai stato di tante parole. Nemmeno ricordo il suono della sua voce. Poggia il fucile e il casco e sprofonda tra quelle pagine. Di tanto in tanto scoppia in risa amare. Dev’essere un testo o pieno di ironia o pieno di troppa antropica saggezza. Ormai è logoro come la disperazione. Per l’uso; ripetuto. Per il gesto di essere riposto scomodo nella sacca. Per esserne continuamente rintracciato.
Per chi non vive questa follia persino le voci diventano clienti. Sono scappate. Vanno interpretate. Spiegate. Ricostruite. Non è vita questa. E’ una condanna. Tra le mura sgretolate della città ormai vuota. Non un edificio è rimasto in piedi. Niente. Solo rovine e macerie. Calcinacci pisciano polvere. Resta il chiodo. Il quadro chissà dov’è finito. Seppellito. Raccattato. Bottino infimo e inutile. Poco distante c’è una scarpa. Misura da bambina. Ormai niente è niente. Nulla ha identità. Né età. Siamo tutti uguali: vittime. E’ una immensa follia. E scaccio il pensiero. Per una riflessione simile c’è solo la fucilazione alle spalle. Improbabile anche quella. Tacciamo e ci sentiamo dimenticati.
E allora… dicevo del vecchio combattente. Combattente è già una parola impropria. Belligerante? forse. Sopravvissuto? certamente. In questo preciso istante. Non bisogna affidarsi al tempo. Il tempo non c’è. E’ un inganno. Come tutto il resto. Siamo come i soldatini di un assurdo Risiko. Immobili e inutili come in una ricostruzione di una celebre battaglia. Tra brandelli di passato e presente. Tra calcinacci. Solo attori di una vuota attesa. Appiccicati al suolo. Esattamente come statuine in un presepe surreale. Immobili. Io con un ginocchio sulle pietre. Le orecchie tese. Gli occhi ciechi. Lui ha ripreso a leggere. Isolato. Da solo. Anche se avessi una domanda non avrebbe risposte. E inoltre non gliene importa più. Credo non abbiamo mai contato. Mi rendo conto di non sapere nulla di lui. Ed è l’unica persona che mi è rimasta. L’unica certezza.
Vecchio? Qui ormai l’età media si misura in mesi, quando non in settimane o ore. E’ l’età media di sopravvivenza. Può arrivare improvviso il tanfo putrido del gas che sale dal basso. E quando arriva è già tardi. O cade come un baleno improvviso la morte che decide a caso. Sotto forma di qualche nuovo lampo. Esattamente come bengala; silenziosi. Filanti. Traccianti. Senza alcun preavviso. L’industria militare è l’unica rimasta in piedi. Florida e pasciuta. E nemmeno sai il mittente. E’ indifferente. E forse non ha nemmeno la mia età. Solo che ognuno vede l’altro. Non c’è uno specchio per questi giorni. Mi passo le dita sulla barba. Non ho mai sopportato di averla lunga. Di sentirmi pungere le dita. E le guance.
Guardo la foto di Greta. E’ solo un momento. Mi riprendo subito. E’ sgualcita come il suo libro. Sciupati entrambi dall’uso. Non prendo la lettera. Quando la rileggo mi intenerisco. Non è il caso. E la potrei interpretare come una preghiera. Non ho più sue notizie da quella. E’ l’unica. Ero ancora in viaggio. Nell’epoca delle comunicazioni. Del mondo breve. Delle troppe notizie. Da troppo non abbiamo più notizie. I satelliti, tutto è oscurato. Non siamo sicuri che siano al sicuro. Non sappiamo nulla del mondo fuori. Forse si è salvata. Forse ha preferito vivere. Sono partito che mia madre stava facendo i tortelli. Le valigie già pronte. Le loro poche cose. Ma era venerdì. Per lei, in quei momenti tutto restava fuori. Le era estraneo. Si isolava. Nemmeno sentiva i boati. E tutto si stava velocemente approssimando. “Non puoi proprio?” –mi da chiesto. Lei ha la sua logica. Le sue regole. Il suo mondo è a sua misura. Non ho avuto nemmeno il tempo per lasciarla finire. Carlo era giù. Mi aspettava. Il motore caldo. Mi chiedo ancora dove aveva trovato la macchina. Via dall’inferno per l’inferno.
Ha ragione Marco quando dice che siamo gli utili idioti. Non noi, tutti. Dice che l’ha sentito dire. E mi chiedo utili a chi? A Cosa? Non ne sono certo. In verità non mi sento utile nemmeno per la speranza. Per l’illusione. Mi sento solo un pezzo di carne. Come tutti. Noi di Libertà & Pace. Tutti contro tutti. Ormai nessuno ricorda il perché. Soprattutto contro quelli di Pace & Libertà. Proprio perché così prossimi e distanti. Perché hanno capovolto ciò un cui credevamo. O siamo stati noi? Non è importante. Tanto siamo qui. Ci possiamo riconoscere solo nella brigata. Persino le divise, se così si possono chiamare, sono simili. Quando non uguali. Tanto non usciamo quasi mai. Ci muoviamo poco e circospetti. Non ci fidiamo nemmeno di noi stessi. Una parola sola ti può condannare. Il nemico è da per tutto. Davanti, ma anche al fianco e, peggio, dietro. E’ il loro senso del dovere. La dignità. L’orgoglio. La mamma. Tutti nemici di tutti. Sono anche quelli di Democrazia & mercato. E quelli di Fede & progresso. E tutti gli altri. Me compreso?
Spariamo a tutto quello che si muove. Qualche volta ne esce una cena. Qualcosa da addentare. Sempre più raramente. Il più delle volte un lutto. Continuiamo a pregare che non sia il nostro. O quello di un amico. Magari provocato da noi. Non è assolutamente raro. Ripeto: si spara a tutto quello che si muove. O si viene sparati. Alla fine fa poca differenza. Ormai vige la noia. E non si riesce più a stare all’erta più di qualche minuto. I nervi si logorano immediatamente. Sono anzi già logorati. Prima dell’inizio della prima missione. Difficilmente c’è una seconda. Mai un momento per pentirsi. E’ tardi. Tutto è scritto quando esce il tuo nome. Come in una lotteria. Hai vinto il primo premio. E parti. Niente ti lascia una alternativa. Sarebbe inutile. Hanno riempito il niente di niente. E certi dio non cadere nel sonno. Per paura. Paura di non svegliarti. Pausa soprattutto degli incubi.
Scaramucce. La chiamano così questa falcidia. Tanto è impossibile sparare alla morte. Viene quando vuole. Giochiamo solo a fare i guerrieri. Come detto. I combattenti. Noi della commissione aziendale. Contro tutti. Come detto. E contro quelli della delegazione di agenzia. Come detto. Ma la percentuale più alta per morire è data dai suicidi. Seguiti a distanza dalle esecuzioni. Il peggio è che siamo i delatori di noi stessi. Ma ciò che mi rincuora è che non conto nulla. Sono una cimice. Che nemmeno punge. Un niente. Sono i giudici a dover temere. Loro. Gli onnipotenti. Ad aver qualcosa da perdere. E quelli che decidono. Anche per gli altri. E’ un attimo. Trovarsi da giudici a giudicati. E il giudizio è sempre quello: esecuzione. Basta un attimo. Una parola. Una passata discordia. Una nuova antipatia. Un nulla. Il caso. Vecchie regole di una vecchia comare: la guerra.
Il vecchio saggio torna a tirare fuori il testo di filosofia pragmatica: la bibbia. E sento la sua voce; mi commuove. Gliene sono grato. Sono le ultime parole che dice. Mi spiega che gli ha spiegato che c’è solo la morale della convenienza. Soggettiva. Assolutamente. Quella del piacere e del dovere. Nessun rispetto. E soprattutto che vivere è sopravvivere. E’ un atto di forza. L’arroganza della violenza. La ragione è di chi spara per primo. Di chi spara. Di chi può ancora farlo. Dei superstiti. La vita è questa lotteria. Si basa su una selezione naturale: lo sterminio dell’altro. Non ho capito chi è, l’altro. E mi sento io, quell’altro. Lo guardo storto e ho già sparato.

E ancora questa perché è una splendida versione:

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Un giorno, prendendomi sul serio, mi piacerebbe parlare di quegli anni, del nostro ultimo dopoguerra, ma so già che non corro nessun pericolo di farlo cioè di prendermi sul serio. Mi piacerebbe parlarne perché credo che ci sia ancora quasi tutto da dire e perché mi piacerebbe rintracciare alcune di quelle piccole storie che hanno fatto quella storia. Io credo che nessuno possa smentire che in quegli anni si sia avuta una sorta di rinascimento culturale che ha cambiato alle fondamenta il nostro paese. Dietro alcune monumentali facciate sopravissute alla rovina della guerra c’era una Italia arretrata e arrancante, era tutto da ricostruire. Si trattava di ridare dignità alle persone, di trasformarLa in un paese moderno, di trarLa dall’analfabetismo, di cambiare il “villano” in “cittadino” cioè un “popolo bue” in soggetto di diritto. E’ per questo che ho deciso di “incollare” questa vecchia canzone senza tempo fin troppo nota in molte mirabili interpretazioni.

Basta osservare gli autori per capire immediatamente come allora tutto il nostro mondo intellettuale si stesse impegnando in questa ricostruzione culturale, ma soprattutto morale, del paese. Anni di grande dibattito sulla cultura e il potere gli anni del neorealismo, ma anche gli anni del ricupero del patrimonio della nostra cultura orale, di epocali cambiamenti, di fermenti in teatro e in musica e in pittura e in tutte le arti, gli anni dei giornali murali e di riviste come Il Politecnico e non solo e nuove editrici come le Edizioni del Gallo e tutto quello che girava attorno all’allora Partito Comunista come gli Editori riuniti e i Dischi del sole. Sarebbe da stupidi pensare che si potesse cominciare completamente da zero ma, nonostante lo scontro ideologico in atto, si stava costruendo questa Italia. Se il risultato di oggi non è esaltante non si può scaricare tutta la colpa su quegli anni.

Qui ho scelto di inserire Ma mi, che Jannacci incide per la prima volta nel 1964, nell’interpretazione di un gruppo cabarettistico storico dell’area milanese di quegli anni: I Gufi. [Audio http://se.mario2.googlepages.com/Mami.mp3%5D 

Ma mi di G. Strehler – F. Carpi
(versione originale in dialetto milanese)
Ma mi (traduzione in Italiano)
Serom in quatter col Padola,
el Rodolfo, el Gaina e poeu mi:
quatter amis, quatter malnatt,
vegnu su insemma compagn di gatt.
Emm fa la guera in Albania,
poeu su in montagna a ciapà i ratt:
negher Todesch del la Wermacht,
mi fan morire domaa a pensagh!
Poeu m’hann cataa in d’una imboscada:
pugnn e pesciad e ‘na fusilada…Rit. Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!El Commissari ‘na mattina
el me manda a ciamà lì per lì:
“Noi siamo qui, non sente alcun-
el me diseva ‘sto brutt terron!
El me diseva – i tuoi compari
nui li pigliasse senza di te…
ma se parlasse ti firmo accà
il tuo condono: la libertà!
Fesso sì tu se resti contento
d’essere solo chiuso qua ddentro…”Rit.
Sont saraa su in ‘sta ratera
piena de nebbia, de fregg e de scur,
sotta a ‘sti mur passen i tramm,
frecass e vita del ma Milan…
El coeur se streng, venn giò la sira,
me senti mal, e stoo minga in pee,
cucciaa in sul lett in d’on canton
me par de vess propri nissun!
L’è pegg che in guera staa su la tera:
la libertà la var ‘na spiada!
Rit.
(gridando)
Mi parli no!
Eravam in quattro col Padola,
il Rodolfo, il Gaina e poi io:
quattro amici, quattro malnati,
cresciuti insieme compagni ai gatti.
Abbiam fatto la guerra in Albania,
poi su in montagna a prendere i ratti*:
neri tedeschi della Wermacht,
mi fan morire solo a pensar!
Poi m’han preso in un’imboscata:
pugni e pedate e una fucilata…Rit. Ma io, ma io, ma io,
quaranta giorni, quaranta notti,
a San Vittore a prender le botte,
dormir da cani, pien di malanni!…
Ma io, ma io, ma io,
quaranta giorni, quaranta notti,
sbattuto di sopra, sbattuto di sotto:
io sono di quelli che non parlano!Il Commissario una mattina
mi manda a chiamar lì per lì:
“Noi siamo qui, non sente nessuno-
mi diceva ‘sto brutto terrone!
Mi diceva – i tuoi compagni
noi li prendiamo senza di te…
ma se parli, ti firmo qua
il tuo condono: la libertà!
Sciocco sei tu se sei contento
d’essere solo, chiuso qui dentro…”Rit.
Son chiuso dentro questa rattiera
piena di nebbia, di freddo e di scuro,
sotto a questi muri passan i tram,
fracasso e vita del mio Milano…
Il cuor si stringe, scende la sera,
mi sento male e non sto mica in piedi,
accucciato sul letto in un cantone
mi par di non essere proprio nessuno!
E` peggio che in guerra star sulla terra:
la libertà vale una spiata!
Rit.
(gridando)
Io non parlo! 

 * “A ciapaa i ratt”, letteralmente tradotto “a prendere i ratti” è usato nel territorio milanese per indicare qualcosa di inutile, tra l’altro “Ma va’ a ciapaa i ratt!” è il modo di dire usato per “mandare a quel paese” qualcuno. Testo inserito da L. rintracciato nel sito canti di lotta.

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