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Posts Tagged ‘Macondo Express’

Un concerto. Si va (non è poi cosi lunga la notte). Mica puoi sempre star lì ad aspettare che il tempo ti lasci la polvere sulle spalle. E’ il primo assieme. Alla nostra età. Non lo è certo per me. Non lo è per Lei. Non che ne abbia visti molti. Cioè non moltissimi. Almeno non quanti avrei voluto. Nella musica mi sento bene. Qualcosa ti unisce agli altri quando si ascolta assieme; quando ti accarezza tutta la pelle. Non riesco a stare fermo. Insomma non è certo il primo ma il primo assieme. Ma in fondo, da quando ci siamo ritrovati, abbiamo avuto una serie infinita di prime volte. E poi è inutile dire facciamo, basta fare. Mica posso accettare che allora si era, Lei, troppo giovani e che oggi si sia, Lei, troppo vecchi. Io mica mi vedo. Certo un po’ mi sento. Qualche acciacco. E allora avventura; il viaggio (questo ha deciso la scelta del brano). In più ho un amore per i Modena. E sono stati un sogno inseguito a lungo. Poi non sono mai riuscito a farli venire, ma questa è un’altra storia. Così uno strano prurito mi attraversa come una corrente sottile. Non è una vera e propria ansia ma qualcosa che gli assomiglia. Anche il posto è nuovo, almeno per me: Fucina Controvento (Marghera, VE) via Colombara 123. Io ho anche abitato a Marghera, un secolo fa. Ne porto poca memoria. Allora non c’era nemmeno il C.S.O. Rivolta; figuriamoci. Forse, anzi certamente, scendiamo almeno un paio di fermate prima. Questo paesaggio allucinato, unico al mondo, è pressoché deserto. Il grande Moloch fa ancora paura e incute timore: acciaio e cemento. Lingue di fuoco che non si spengono mai. Aria irrespirabile. Abbiamo organizzato un convegno sui morti della chimica; della Montedison. Nessuno a cui chiedere. Due puttane dell’est, o di quello che era l’est, spettinate dal passaggio delle poche vetture. Qualche camion (che ci fanno, anche loro, in giro a quest’ora?). Una si avvicina. E’ lei a chiedere: “Ce l’hai una sigaretta”? Gliela offro, e una anche per l’amica. Poi un’autista sul suo bus. Conosce una via Colombara ma in altro comune, alquanto distante da qui. Quando finalmente la troviamo, dopo vari giri e qualche sigaretta, mi rendo conto che arriviamo dalla parte opposta delle indicazioni approssimative che avevamo ricavato dal sito della Fucina. Ecco perché non vedevo il movimento che mi sarei aspettato. Ma in fondo non ci eravamo persi d’animo nemmeno un attimo. Faceva tutto parte della serata e dell’avventura. Della piccola avventura. Ci saremmo divertiti certamente meno. Il posto è un posto come quelli che ho amato e amo: uno spazio splendido per fare musica e stare assieme. I giovani, ma non solo giovani, sono quei giovani. Vestiti e forse pensieri colorati.
Non ci sono solo i Modena ma anche il “Collettivo musicale MOKA DA TRE”. Ho degli amici tra loro. A quel tempo non li conoscevo per come suonavano ma per come bevevano. Ma io… chi non ha peccato, eccetera. Non faccio a tempo ad avvicinarmi che mi viene incontro Marco (cantante) sorpreso di rivedermi dopo tanto tempo. Naturalmente l’abbraccio è spontaneo e caloroso. Qualcuna ne abbiamo vista assieme. Subito, come se ci si sentisse a distanza, arriva Michele (basso). Faccio ammenda in silenzio ma fatico a ricordarne il nome. Mi spiega che se li avessi chiamati sarebbero venuti a prenderci (ho ancora il suo numero sul cellulare). Mi spiega che non si può interrompere la notte e che suoneranno subito. Naturalmente la tessera ARCI, fresca fresca, l’ho scordata a casa. Mi credono. Entro perché ho una vivace curiosità di sentirli. Il Pera (chitarrista) mi saluta dal palco. Suona come dio comanda e io lo conoscevo non solo per le bevute ma anche perché, per un lungo periodo, il vino ce lo portava lui. E’ stato infatti il barista al Baracca & Burattini. Uno di quelli che con me ha pianto per la chiusura. Dita veloci e, ora, capelli lunghi e barba. Se me lo fossi chiesto avrei creduto di incontrarne di più di amici ma il tempo è passato. Ci siamo divisi e persi. Magari qualcuno non sono riuscito a riconoscerlo. Il tempo ci ha cambiati. Forse la maggioranza in sala è già un’altra generazione. Il posto è entusiasmante come le note che lo attraversano. Poi vedo anche altri amici. Amici di altre avventure. Non molto più giovani di noi. E il “Collettivo” attacca a suonare ed è trascinante. Suonano, cantano, bevono e parlano: dialogano con il pubblico; il loro pubblico. Trascinano. Cazzo se ci sanno fare! A questo punto i Modena potrebbero anche aspettare. Sento che è una di quelle notti magiche. Sarebbe un delitto farla finire prima del mattino. Un delitto di lesa maestà. Ma la sua maestà al mio fianco, Lei, non può essere lesa. Insomma non posso non tenerne conto. Sarà solo concerto. Poi ce ne andremo buoni buoni. Io mi conosco. Se mi lascio prendere la mano, se mi fermo un attimo, poi quell’attimo finisce solo con l’alba, se basta. Finisce che ci ritroviamo a mangiare e bere, a riempire la notte di entusiasmi e ricordi. E io non sono per i nostalgismi. E’ per quello che quando finiscono (peccato) mi metto buono ad ascoltare i Modena che cominciano sul palco grande, ed è già mezzanotte. Mezzanotte e si comincia. Buono per quanto riesco a stare io con la musica. Non posso esimermi di sentirla anche con il corpo. Non posso rinunciare ad unirmi almeno al coro per, in ordine sparso, “Quarant’anni”, e per “Contessa” e per “Fischia il vento”. “Macondo” non la fanno. Inutile aggiungere niente sui Modena, i Modena sono i Modena. E’ qui il mondo che vorrei. Dentro nemmeno si fuma. Accipicchia (si fa per dire) com’è cambiato questo mondo. Se mi allontano di un palmo continuo a cercarla con gli occhi. Che storia è la nostra storia. Che fantastica storia è la vita. Proprio come un film. Finché un altro mondo non è ancora possibile lagniamoci almeno di questa merda. Merda nel senso di mondo di merda; protestiamo. Come si può stare zitti. E questa musica è quello che ci vuole. Come dice lei «Evviva i Moka e i Modena!» Grazie ragazzi. E scusate se non mi sono fermato a salutarvi. Poi sarebbe stato difficile lasciarci.
I ragazzi, i miei ragazzi, non mi hanno dimenticato. Cioè miei… insomma allora abbiamo trovato l’amicizia, senza guardare in faccia la differenza di età. Nemmeno se ne accorgevano. Lei è attenta alle differenze. I ragazzi sono solo ragazzi, come ragazzi siamo stati noi, io e lei, noi ragazzi del ’68, assieme. E ancora insieme. La sinistra non vuole morire e non può morire. Se ne scordano perché è difficile continuare a sognare e a sperare, in tempi come questi. Non solo perché la merce c’è entrata nei polmoni. E non è nemmeno questione di coerenza. Certo che un passaggio lo potevo anche trovare. Addirittura sarebbe stato facile: Roberto, che non credevo proprio di incontrare in un posto simile, e che è amico più recente, senza avventure, doveva andare proprio a Venezia per accompagnare la sua accompagnatrice. O avrei potuto chiedere a Giorgio. Certo potevo aspettare loro, i vecchi amici ritrovati. Io e lei abbiamo preferito chiamare un taxi. Andarcene in sordina. Ci saranno altre occasioni. Bisogna imparare ad avere rispetto anche di noi, e delle nostre età. Insomma ci siamo imposti di tornarcene tranquilli ed andarcene a letto. Dentro restava un “carico da undici” di adrenalina e una gran voglia di raccontarla. Una piccola correzione sulla mia compagna: «Per carità, mica ci spaventava cercare la “Fucina” in mezzo alla più spaventosa zona industriale del pianeta». Certo tornare è stato più facile. Ma forse no. Forse è stato più faticoso. E’ stato come tornare da un passato che sembrava più bello e ci vedeva più belli. Da un passato in cui le speranze non erano ancora rimpianti. Non pensare all’età. Se si va a Berlino mi porto la cazzuola, voglio ritirare su quel fottuto muro. Certo che la notte un po’ di appetito me l’ha messo addosso. Cazzo! come mi sono dilungato e come sto diventando “passatista” e nostalgico. Ancora grazie agli amici della MOKA.

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