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Posts Tagged ‘madri’

Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Non ne aveva mai fatta una; e la fretta non era stata certo buona consigliera. Aveva avuto solo il tempo di preparare le valigie, frettolosamente, e di rubare un taxi sotto il naso ad una coppia di turisti tedeschi. Ancora nella scaletta e già le gambe frenavano e si sentì perso al suono della sirena. Appena partito aveva telefonato per tranquillizzare a casa e Susanna l’aveva ringraziato e gli aveva spiegato di essere dalla parrucchiera e l’aveva invitato a divertirsi. Si era limitato a mettere la giacca a rinvenire all’aria e a controllare il bagno, poi era uscito a prendere possesso di quel nuovo piccolo mondo. Si chiedeva se non era stato un pazzo ad accettare quel viaggio premio con i colleghi delle assicurazioni; la crema della crema. Degli enormi rompiballe che si sarebbe dovuto sorbire a turno continuo per tutti i giorni della crociera ventiquattro su ventiquattro.
L’aveva già notata da subito durante la sua prima perlustrazione e se la trovò al tavolo quando raggiunse la sala ristorante per pranzare. Alberica, che voleva essere chiamata Alba, per quel viaggio era in compagnia di un industriale tessile o qualcosa di simile che ne pareva orgoglioso e cercava di non perderla mai di vista. Per l’occasione indossava un vestito rosso sgargiante, forse un po’ troppo impegnativo in una simile circostanza, con ampia scollatura e scarpe decolté di identica tinta, naturalmente, muovendosi disinvolta su quei tacchi altissimi. Tra i due doveva esserci qualcosa più che delle chiacchiere anche dal modo in cui lui era estremamente premuroso verso la compagna e da come l’aveva aiutata a prendere posto.
Lui cancellò quel pensiero che gli sembrò non fargli onore e cominciò a scorrere la carta dei vini. Quella vacanza non sarebbe passata indolore. Si trovò a parlarci senza accorgersene. Non era donna comunque da passare inosservata, sembrava conoscere tutto e tutti e avere molta dimestichezza con qualsiasi argomento, era cioè di piacevole conversazione. Di tanto in tanto si tormentava l’orecchio e l’orecchino e muoveva a destra e a sinistra il naso in un quasi tic. Come se il suo accompagnatore non ci fosse non faceva che parlare del marito che pare fosse nei preziosi, qualcuno diceva preziosi e burro ma lui ignorava il nesso tra le due cose, ed elogiarlo per dire quanto lo amava. E quando lo diceva una strana luce le brillava negli occhi come se solo allora vi si riflettessero i lampadari del salone. Strana donna quella donna, misurato e intrigante e perfetto equilibrio di fascino e di eleganza.
Avrebbe avuto il tempo per conoscerla? e nel chiederselo progettava le proprie curiosità. Alba era anche in una certa confidenza con il direttore generale immaginifico. Su quel “certa” aleggiava nelle voci un tono poco chiaro e leggermente allusivo. La cosa poteva rivelarsi di una qualche utilità e, distratto dalla luce dei suoi gioielli, non poteva credere a tutte quelle chiacchiere, era una di quelle donne maritate ed innamorate, e poi quel brusio di sussurri non poteva soffermarsi su una persona sola; nemmeno fosse stata una folla.
Aveva appena cominciato a frequentarla e già ne imparava tante storie che avrebbero potuto riempire una intera saga, anche se non poteva negare che emanasse un notevole fascino. Era più portato a credere nell’esagerazione presumibilmente mossa anche da frustrazioni e rifiuti consapevole che l’uomo non ha mai imparato a ingoiare nessun insuccesso. Lei non faceva che immaginificare i luoghi in cui erano diretti, doveva averli già visti, sapeva proprio tutto. Gli spiegò che non poteva proprio perdere di scendere a terra con lei a Lindos di cui nessuno parla e che sarebbe stata invece un’ottima occasione per recarsi assieme in un magnifico mare. E poi di tutto il resto e di tanto altro. Simulò indifferenza, non era disposto ad ammettere apertamente e davanti a tutti di non averne nemmeno mai sentito parlare. Decise che forse avrebbe potuto aiutarlo a sconfiggere la noia.
Eppure ebbe la sensazione di aver suscitato nella donna dell’interesse. La cosa non mancò di lusingarlo anche se trovava il tutto banale. In fondo anche quell’uomo era stato gentile con lui e non cercava di complicarsi la vita, avrebbe voluto che finisse quanto prima. Si perse più volte, il senso di orientamento non era la sua maggiore virtù, alla fine riuscì a trovare il distributore delle sigarette e a tornare alla cabina. Si fece la barba e annegò di dopobarba la pelle del viso e poi preferì rilassarsi in cuccetta aspettando l’ora per avviarsi. La sera, per merito di Alba, cenarono tutti al tavolo del comandante e forse profittò fin troppo del vino gradevole e fresco. In effetti un poco la testa cominciò a girargli e si sentiva leggero di una euforia sottile e strisciante che aiutava la voce a liberarsi. Cercava invano di stare attento a quelle parole e ai suoi gesti che gli parevano comunque goffi.
Alba continuava a parlargli del più e del meno, ma molto più del primo. Il vestito era ancora rosso ma non era lo stesso, attorno alla scolatura, ancora più profonda, correva una passamaneria dorata. Parlava e si muoveva senza preoccuparsi della scollatura e sotto si sarebbe detto che non portasse nient’altro che, come s’usa dire, chanel. Gli orecchini dondolavano lampeggiando mettendo a prova gli occhi e gli stomaci dei presenti. Tra tante cose gli aveva comunicato, eccentricamente mortificata, che al primo scalo sarebbe stata raggiunta dalla figlia, ma lui non aveva prestato molta attenzione alla cosa. Insomma dopo un po’ lui aveva smesso di ascoltarla e s’era immerso nelle dovute riflessioni. Temette di essersi mostrato sgarbato anche con il comandante.
Lei stava dicendo che sarebbe stata contenta se gli avesse potuto dedicare qualche minuto solo per lei per spiegarle dei dubbi che aveva su una polizza vita stipulata dal marito. Aveva pensato di essersi sottratto precisando che si occupava di mutui, ma lei lo aveva rintuzzato subito dicendo “meglio!” e aveva aggiunto sottovoce che era preferibile che si incontrassero da lui. Si era giustificata spiegando che era una donna libera, almeno per il tempo della traversata, a parte la presenza della figlia, ma che era una questione di convenienza, che sarebbero stati più tranquilli, che ci teneva al proprio onore e non voleva pettegolezzi e che non sarebbero stati disturbati. Erano stati interrotti dal ritorno dell’amico della donna. Si scusò, non aveva dato alcun peso alle ultime osservazioni, aveva solo voglia di rifugiarsi nella cuccetta anche se avrebbe preferito un vero letto. Lei, sotto il tavolo, aveva allungato la mano e l’aveva sfiorato.
Le spiegò che non era particolarmente affascinato dal progetto di andare a annegarsi di sudore in una palestra. Era intrigato e stava valutando se era più conveniente abbandonarsi all’istinto e seguire il proprio desiderio accettando la sfida e ingaggiando quella lotta di provocazioni e malizie e sottintesi, o se non fosse meglio sottrarsi per la presenza di tutte quelle attenzioni che quella donna naturalmente provocava e di cui si nutriva e perché qualcosa in lui si trasformava in avvisaglia. In più c’era la presenza del suo accompagnatore, una presenza un po’ troppo invadente. Aveva preferito andarsi a lavare le mani e rinfrescarsi il viso cercando di riordinare le idee che gli tumultuavano in testa con il sospetto infondato di soffrire improvvisamente di mal di mare. Dovette accomiatarsi con gentilezza ma anche con una certa fretta.
Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva rovinati molti, di uomini, per poi buttarli metaforicamente (è l’occasione per precisarlo) a mare. Gli avevano detto che era una pazzo perché quella donna era una strega e ne aveva fatti impazzire molti, di uomini, trascinandoli in un vortice di piacere impossibile da descrivere. In verità lui solo non era stato niente; niente di tutto quello e pertanto smise di chiedersi le cose. Faticò a lavarsi i denti e prepararsi per la notte vinto dalla stanchezza. Lesse tre volte la stessa riga per capire che non c’era verso e così accettò e spense la luce per rifugiarsi in un sonno che lo sballottò come nel mezzo di un uragano. Rinunciò all’invito di andare a visitare i resti di Olimpia, non era la giornata adatta e decise che poi in fondo non erano che pietre. Restò in nave a smaltire gli eccessi, non ne aveva mai fatta una e probabilmente non ne avrebbe mai più fatta un’altra.
Lui se n’era completamente scordato, quel mattino gli era difficile ogni pensiero, ma la nave era ancora in porto e Faustina, come gli era stato anticipato dalla madre, doveva essere salita prima che lui uscisse per la colazione. Lo fece con un ritardo colpevole e non gli riuscì di mandar giù che alcuni sorsi di caffè amaro mentre resisteva al panico; il mare era minaccioso e indifferente, laggiù, in basso, una presenza quasi estranea, se non una non presenza priva di alcun fascino. Per quanto gli riguardava Katakolon avrebbe potuto restarsene lì per sempre, non vedeva l’ora di poterla guardare dalla poppa, non avrebbe avuto nemmeno la forza di muovere un passo. Si prese una sdraio e cercò la sopravvivenza maledicendo a minuti alterni la propria stupidità, nel tempo che gli rimaneva cercava di annegarla nell’alka-seltzer.
Il pomeriggio andava già meglio, una buona pennichella era stata un ottimo toccasana. Le incontrò che uscivano dal corridoio che portava alla loro cabina e si rigirò a guardarle di spalle mentre salivano la scala, Alba aveva un culo impegnativo che sussurrava ad ogni gradino aneddoti sfiziosi ma forse troppo lascivi e ormai fuori tempo, probabilmente avvertiva lo sguardo dell’uomo su di sé. Quella ragazza invece era la primavera. Vederle vicine, una accanto all’altra, forse, a parte l’età, sarebbero state uguali, come a volte avviene tra madre e figlia, non fosse che la madre era troppo preoccupata a nascondere gli anni. Aveva capelli di inaridita paglia e un mimica che snaturava i sorrisi in rattrappite smorfie. Il rossetto non riusciva a coprire l’avviluppato nido di rughe e il seno era esagerato ed esageratamente soddisfatto. La figlia era coperta da un abitino corto in cotonina che si appoggiava pigro alla pelle. Aveva solo un’avvisaglia di seni e gli occhi sgranati nella curiosità, ancora colmi di quella petulanza da bambina; quasi inutili nella mancanza di trucco e di vera malizia. In un attimo capì che l’eccessiva e arrogante innocenza di quella ragazza erano già un’ossessione.
Aveva visto troppi film di mare e di pirati oppure troppo pochi, non era come se l’era immaginato: tutto era immobile e l’unico assente era il mare. Si sentiva ingabbiato in una cabina che sembrava una prigione, non avvertiva nemmeno la presenza nell’aria della salsedine, solo gusto di chiuso e di uno strano vuoto senza gusto tranne che per quel po’ di sapore metallico, più che altro rugginoso. Le ritrovò mentre gironzolava, un po’ per caso e molto poco no, e gli venne chiesto se era così cortese di farle una foto con la figlia. Si erano appoggiate al parapetto con il paesaggio che si allontanava alle spalle, si vedeva solo un cenno della scia bianca tra le onde e più in fondo la meraviglia del canale di Corinto.
Un leggero vento fece sventolare la bandiera e le loro gonne e mise a nudo le gambe e lei lo lasciò guardare abbondantemente ridendo prima di coprirle goffamente con un gesto pieno di malizia e gli occhi pieni di promesse fingendo che fossero infastiditi dal sole. Si strinse la figlia al seno quasi volesse soffocarla e per dirgli che avrebbe voluto stringere lui. Lui continuò a scattare: la ragazza era un vero amore, un bocciolo; lo zoom le scivolò dosso fino a un ritratto in primo piano. Alla fine Alba si rivolse alla ragazza e riuscì a farsi fotografare con lui passandogli una mano alla vita e profittando di sfiorarlo dietro, sembrava continuare a divertirsi molto. Non s’era arrischiato di chiederne una con la ragazza e si mordeva la lingua. La nave naturalmente batteva una bandiera che non conosceva.
Da quel momento non aveva avuto altro pensiero che restare solo con Faustina. Quella lussuria dell’innocenza, così diversa da quella della madre, così piena di sensualità e di ignara impudicizia; ma altrettanto licenziosa, ancora più perversa, lo faceva impazzire. Nella ragazza tutto era ancora naturale e lui non pensava ad altro che sporcare quel sorriso che sfidava ogni cosa e qualsiasi pericolo e patto. Si inventò frasi coraggiose e allusive e persino romantiche da dire alla giovane e poi ripeterle in privato. Si annotò il numero della cabina e scoprì che era troppo prossimo a quello della madre e dell’amico della donna. Provò una gelosia rancorosa e altrettanto stupida per quell’uomo che non aveva nessun diritto. Studiò i percorsi per aumentare le probabilità di incrociarla e le possibilità di parlarle in modo appartato.
Gli avevano detto che madre e figlia erano rientrate presto e poi s’erano dirette in piscina. Lui aveva chiesto tutti i particolari giacché s’era attardato per prendere un ricordo per Susanna e uno per la sua piccola e per la curiosità di vedere Licabetto. Niente di ché e non capiva gli elogi sperticati che la donna gli aveva dedicato per poi non andarci. Le aveva raggiunte, ch’era quasi ora di andarsi a cambiare, ancora vestito com’era tornato a bordo. S’era pentito d’essere sceso a terra con tanto ritardo da non poter godere della loro compagnia e s’era scusato. Aveva proposto una bibita e aveva provato giustamente ad insistere ma entrambe avevano rifiutato con la ragione dell’ora e per rispetto di chi le stava aspettando. Il tessile se ne stava lì di controllo nascondendo la faccia quasi completamente dietro le quotazione della borsa enfatizzate nel quotidiano, gli fece appena un cenno e ripiegò il giornale per richiamare le due donne. La ragazza ebbe un solo attimo di incertezza, attorno alla testa aveva un foulard a fiori con trasparenze quasi impalpabili da cui pendevano alcuni cuoricini dorati e un costume minuscolo con molto blu e molto verde. Aveva un corpo flessuoso e si muoveva come una sirena. Era un miraggio; scappò dietro la madre che la chiamava e quell’uomo orribile. Lui decise che l’indomani sarebbe sceso a Rodi con loro.
Fino ad allora era riuscito bellamente ad evitare di farsi coinvolgere dal cameratismo appiccicoso dei colleghi nonostante i reiterati tentativi. Aveva saputo solo che c’era stato qualcosa tra Lorenza e Giuliano, pareva una notte di fuoco, e tutti ne parlavano. Non volle sapere atri particolari. Aveva sbagliato il suo giudizio sulla donna e anche sul compagno di lavoro, gli era sempre sembrata una sempre sulle sue, senza grilli tra i riccioli, solo dedita al lavoro e alle pratiche e poi era anche al di là della più indomita e bieca tentazione. Pensò che era stata quasi un’opera pietevole di volontariato simbolo di altruismo, di coraggio e di abnegazione e sorrise dentro di sé, ma al tavolo trovò la sorpresa, era stato messo distante sia dalla madre che da Faustina. La cena fu di una noia mortale mentre tendeva le orecchie per sentire i discorsi lontani e non vedeva l’ora che finisse e anche i piatti gli sembrarono preparati con meno perizia. Fece però molta attenzione alle bevande che con quel caldo facevano presto a tagliare le gambe e a tradire l’uomo notando su di sé come il dopobarba fosse una pratica distintiva degli assicuratori. Fu una liberazione quando si spostarono tutti di là per avvicinarsi alla pista da ballo, si ricordò solo allora di aver ricevuto da Alba un largo sorriso e che poi la donna aveva alzato il calice e fatto un cenno con il capo come a dargli un appuntamento per quel dopo.
Aveva pensato che avrebbe dovuto guardarsi dal medico di bordo ma l’uomo era stato interpellato d’urgenza e aveva dovuto lasciare la compagnia e, seppure con evidente malincuore, il braccio della ragazza. Non gli restava che guardarsi dalla mamma guardinga, impicciona e gelosa. Non che amasse particolarmente quel tipo di mondanità ed il ballo, ma in quel momento era costretto ad essere grato a questo e a quello e al camiciaio, la coppia ballava parlottando e bisticciando. Rubata ad un secondo lungo e dinoccolato Faustina si lasciava trasportare e trascinare sbadata e non aveva molto da dire mentre i suoi occhi gironzolavano disattenti ubriachi di novità. Al momento opportuno aveva potuto così approfittare della distrazione di Alba per lasciare le danze e allontanarsi con Faustina dal salone fin troppo abbagliante prendendola sottobraccio e non lasciandole nemmeno il tempo per prendere la borsa. Lei era un incredibile animaletto mansueto, lui aveva trovato la scusa di soffermarsi a vedere la luna riflettersi su quella tavola buia di mare e poi lei l’aveva seguito docile e rassegnata nella sua cabina.
Appena il tempo di cominciare a rubarle un primo bacio guardingo ma curioso e per saggiare quelle carni sode che stavano sbocciando, quando era tornata la luce nell’abitacolo ed era entrata indispettita la madre. La ragazza non portava reggiseno e non ne aveva bisogno tanto erano ancora acerbi e appena abbozzati quei seni. Si maledì per avere avuto appena la possibilità di cominciare a forzare la resistenza di quella esile mano e pensò a come lei avesse l’incantevole indiscrezione di chi non sa e vorrebbe tutto scoprire e come mantenesse ancora la meraviglia innocente ed incosciente per ogni cosa come una bambina. Se avesse trovato il modo di pensarci avrebbe concluso che quel fugace bacio aveva il meraviglioso fascino dell’inconsistenza; che era bello proprio perché così incerto e impacciato e improbabile. Quando ormai era nella sua mano s’era sentito svuotare dalla delusione e maledì quella madre con tutte le sue forze. Restò da solo, desolato guardando Alba dargli le spalle e, senza un fiato, trascinarsi dietro sua figlia.
Le due donne avrebbero avuto bisogno di una spiegazione, non ci voleva pensare. Non sapeva quale e non gli riuscì di ridere soddisfatto né di essere lusingato della contesa e decise, com’è ragionevole, che non voleva arrendersi e cercò di calmare l’emozione. Poi, una buona doccia riesce a cancellare molte cose, fece tutto senza fretta pensando che ne aveva avuto abbastanza di confusione, per quel giorno, ma che la notte era giovane. Rimise il pigiama sull’ometto appeso nell’armadio, si riguardò allo specchio e prima di coricarsi ascoltò le notizie alla televisione senza degnarla di un solo sguardo; controllò l’orologio e mise sotto carica il telefonino. Avrebbe voluto raggiungere il ponte per un’ultima sigaretta ma vi rinunciò, si sentì d’improvviso pigro e poi non voleva sfidare la sorte, anche se era certo di una sola cosa: che se doveva succedere avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Non aveva nessuna certezza tranne una percezione così, come aveva detto alla ragazza sfiorandola sul ponte, aveva lasciato la porta della cabina aperta ma probabilmente si era addormentato. Fu richiamato in sé da quella breve luce che era balenata e scivolata nella stanza angusta, ma era stato meno che un attimo, e poi aveva udito prima il fruscio di qualcuno che bisbigliava passi silenziosi sulla moquette e poi quello di un corpo che si liberava degli abiti in un’attesa snervante e febbrile. Era venuta, il suo udito frugava quel silenzio aspettandola, ancora un poco sopito e bagnato in preda del sogno recente aveva provato subito desiderio per la visitatrice e lei gli era già accanto scostando le coperte. Quando le unghie della donna scivolarono sul suo petto non riuscì a trattenere il gemito; non avrebbe voluto mai deluderla.
Aveva allora cercato di allungare la mano per raggiungere l’interruttore ma lei l’aveva trattenuto. Si abbandonò alle sapienti attenzioni della femmina. Quel corpo nudo scivolò con la delicatezza della piuma sul suo e quella pelle divenne un’unica carezza. Riconobbe la donna attraverso ogni attimo della pelle; ne rintracciò ogni più piccolo indizio mentre lei continuava a trattenergli la mano. Avrebbe gradito vederla invece lei lo convinse e lo spinse a girarsi come se non fosse lui l’uomo o se lei volesse possederlo come possiede un uomo e la sentì alle spalle come una presenza insolita, un po’ allarmante e via via più intrigante. Poi si accorse di non avere più rimedio a quelle mille lusinghe e lasciò fare. Adottò la scusa di essersi lasciato prendere di sorpresa, quando non era ancora completamente sveglio. Non riusciva ad immaginarsela la ragazza che gli scivolava addosso nuda. Così padrona della situazione e di lui, consapevole che la curiosità a volte supplisce a molte cose e si sa mascherare da esperienza.
Il fatto è che l’uomo sa bene come farsi distrarre e lui s’era smarrito quasi subito, troppo preso ad ascoltare le voci del proprio intimo universo. In fondo è la natura e l’istinto che aiutano la vita. Una dona nasce con la consapevolezza segreta di essere donna. O più semplicemente non voleva accettare la possibilità di essere ingannato, e poi sarebbe stato troppo anche per la più fervida immaginazione. Invece avrebbe dovuto capirlo subito: troppo vorace ed esperta era la sua bocca, troppo presuntuoso e falso era quel seno; troppo sfrontato era tutto. Ne ebbe più chiaro e presente il sospetto quando quegli ansiti di godimento proruppero in un grido roboante di liberatorio piacere e in una supplica sconveniente e ne ebbe conferma quando ottenne la certezza che non era ragazza.
Fu distratto perché gli sembrò di udire un sottile rumore alla porta ma decise di smettere di far caso a qualsiasi cosa mentre l’amante scoppiava in una fragorosa e agghiacciante risata. Tornò ad allungare la mano per dar luce alla stanza ma ancora la donna lo trattenne per il polso. Ora sapeva ma, nonostante lo stratagemma, non aveva più tempo per tirarsi indietro, non sarebbe stato gentile nei confronti di quella donna come di nessuna, e poi era ormai tardi anche per lui.
Non aveva bisogno di fare nulla e non avrebbe mai avuto modo di rammaricarsi, lei sembrava avvertire tutti i suoi desideri, prima ancora che li potesse esprimere, anche quelli che non aveva mai confessato nemmeno a se stesso, e conoscere anche il più piccolo angolo del suo corpo per farlo fremere. Ormai non c’era altro mondo fuori di quella stanza, avrebbe potuto crollare il tetto e l’intera volta celeste. Lei era una fornace incandescente ed era un fiume in piena; si scusò, lo insultò, gli disse che era bello, lo minacciò, lo implorò, lo maledì, lo pregò e gli piantò le unghie sulla schiena e i denti sulla spalla. Si sentì frugare dentro e questo non gli era mai successo, il sole doveva essere ormai alto e lei non era ancora sazia quando fu costretta e lasciarlo salutandolo con un bacio profondo e disperato. Mai avrebbe potuto scordare quella notte per il resto della vita.
Avvertì un grande tramestio fuori e fu costretto a uscire da quel tepido sopore per prepararsi e raggiungere gli altri con curiosità sistemandosi ancora la camicia dentro i calzoni imprecando. Aveva visto che sua moglie l’aveva cercato, ci avrebbe pensato più tardi. Non si sentiva stanco, solo vuoto e assente. Avevano trovato Faustina annegata nella piscina. Apparve subito stupido in mezzo a tanto mare annegare in un piscina. Sembra una cosa possibile solo in un romanzo di cattiva grana. E senza nemmeno lasciare una parola a spiegare il gesto. Erano tutti allibiti, bocche spalancate e piene solo di silenzio; un silenzio che sapeva di piombo. Si avvicinò a Alba per darle il suo conforto. Avrebbe creduto che il mattino fosse più crudele con lei. Stava bene in nero, era ancora più affascinate. Lei gli porse, con un sorriso rigido e di circostanza, un biglietto da visita del marito dove sotto aveva siglato a penna il numero del proprio cellulare: “Mi chiami. Si ricordi di farlo. Dobbiamo finire quel nostro discorso. Sono veramente… interessata a… a… quei fondi d’investimento. Ora mi voglia scusare”. Certo che si vede la vera signora.

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La paura dei venditori immigrati abusiviSubisco una sorta di richiamo da un blog amico. Almeno io così lo prendo e il subirlo, in realtà, mi fa bene. Siamo davanti ad una complessità politica straordinaria e probabilmente alla crisi della politica. Degli strumenti del fare politica. Di come li conoscevamo. E, a fianco di tante belle parole, ci si trova confusi e frastornati. Si fatica a capire. Ma questa è una osservazione quasi ovvia di parte. La gestione delle cose pare non darsi pena della mancanza di un progetto alternativo, di superamento. La finanza non abbisogna di sentimenti. Infatti a fianco e in corrispondenza di tutto ciò siamo davanti ad una profonda crisi economica. Le cose non credo siano tra loro indipendenti. Ci si trova spesso ad osservare i risultati di tale crisi nei loro effetti generali. Ma questi effetti hanno sempre ripercussioni sulle persone; sulla persona. Quando si chiude una fabbrica sappiamo tutti che non si chiude semplicemente una luogo ma si creano dei disoccupati. Si mettono in “difficoltà” persone e famiglie. Non so agli altri ma a me succede sempre che mi sento un po’ colpevole e responsabile perché, in un certo senso, quelle storie vorrei conoscerle nome per nome, volto per volto. Perché hanno sempre un volto. Mi imbarazza: credo di aver delle difficoltà a spiegare il disagio che provo.
Cosa posso farci se non posseggo le virtù di un Marchionne? Gli amici che mi hanno spinto a questa riflessione stanno cercando di parlare di questi volti. Entrano nella carne del problema. Per quanto possono cercano di raccontare queste persone. La cosa è assolutamente meritoria. Non aiuta certo una soluzione ma ricorda la carne del dramma. E non è, come detto da loro, contro-vento. Credo che anche di questo sia stata la manifestazione di cui stiamo parlando in questi giorni. In assenza di burattinai quello spontaneo incontrarsi e stato di storie, di persone, di problemi, del loro insieme. E stato di mille voci, anzi milioni. In piazza ognuno con il suo personale e il suo vissuto. Lì c’erano voci per tutti.
C’è il bisogno di un progetto politico che torni a mettere in primo piano la persona. E scusatemi se oggi non ho un semplice raccontino da darvi. Volendo lo avrei, anche. E mi avrebbe fatto meno male postare un po’ di fantasia. Ma di tanto in tanto dobbiamo guardare negli occhi la realtà nella sua crudezza, per comprendere che non siamo in uno spot pubblicitario, ma nelle strade della vita. Per riaffermare che il dolore degli altri non mi fa star meglio ma anzi è anche mio. E non ho che parole davanti alle quali Rosa Giancola, operaia della Tacconi Sud, si vedrà costretta a continuare a dire ai figli “la mamma non dorme a casa stanotte”.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoL’appartamento era pulito, senza cure eccessive; uguale a molti altri. Posters di grafica e riproduzioni di contemporanei alle pareti. Mobili di finto legno; anonimi. Imbarazzo. Quando i carabinieri erano entrati avevano tentato di negare.
“Quale bambino?
Ma io non sono il padre”
.
Nella stanzetta, nella penombra, è legato al letto. Ritto, in piedi. Gl’occhi gonfi, arrossati ma non piange più. Sorpresa e vergogna. Gl’occhi si dilatano nella smorfia delle ecchimosi. Le braccia smagrite. Segni bluacei e verdastri, rossi graffi. Il sudore bagna la maglietta strapazzata e sporca. Anzi un diffuso senso di sporco. Occhi enormi che si spalancano. Che si dilatano. E segni rossi anche sui polsi.
La madre piange: “Non volevo. Sono stanca, lavoro e lui piange sempre. Guardate i giocattoli. Non mi ascolta. Disubbidisce”.
Anche l’uomo piange ma la voce ne é meno rotta: “E’ vero… io non
sono il padre… non siamo sposati. Il piccolo
…”
Piccolo, dice, e piangono. Il bimbo li osserva, ora, gl’occhi fissi e immensi …ma restano asciutti.¹


1] scritto l’ 11.04.1991

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Mica lo sapeva perché la mamma volesse che lui… insomma… La storia era fatta di grandi che si mangiavano l’un l’altro: mica era un bell’esempio; di grandi come i soldatini. Lui non lo sapeva se voleva diventare grande e se voleva imparare tutte quelle cose; non gli sembravano un gran che belle ne importanti. I numeri che andavano con i numeri e tutto che diventava una noiosa filastrocca. E non sapeva cosa provava per la bella professoressa perché era una emozione nuova ma la guardava in silenzio e nemmeno respirava ma non riusciva a sentirla, era come se parlasse parole di vento. Certo stava diventando grande perché si sentiva diverso e anche la scuola non era la stessa delle elementari che lì sei proprio bambino. Così Giovanni viveva il suo mondo e cercava di costruirlo intorno. Quando gli avevano dato il tema, che lo avevano chiamato elaborato (quella mania di chiamare le cose con un altro nome quando le cose restavano le stesse), di raccontare della sua famiglia lui aveva raccontato di una famiglia che sognava. Sua madre era paziente con lui e ancora giovane e suo padre mica beveva e stava ancora con loro. Si chiedeva se era più veloce lui o se cambiava più in fretta il mondo. Questo si gli pareva un pensiero da grandi e non gli sembrava poi così difficile essere grandi.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoNon lo sopportava. Non era una stupida. Forse non ne conosceva la ragione ma lo vedeva. Vedeva il modo in cui gli occhi di Eva, sua figlia, guardavano Ermes. E non riusciva a convincersi che si era trattato di un caso. Per caso si erano trovati lì. In vacanza. Nello stesso posto. Nello stesso periodo. Certo era stata mirabile l’interpretazione di Eva. Sembrava veramente sorpresa. Non potevano dargliela a bere. Lei non era una stupida. E poi erano sempre assieme. Non va certo bene. Anche per gli altri, per la gente. E poi non è una questione di etica. Certe cose non si fanno. Né in pubblico né in privato. Nemmeno si pensano. Quando una donna ha marito dovrebbe pensare solo a lui. Nemmeno farsi sfiorare dalle distrazioni. Non che lei volesse pensare male. Solo che il male viene anche quando non lo pensi. Ed è una buona politica tenersi distanti dalle tentazioni. Lei aveva sempre fatto così e si era sempre trovata bene. Insomma una donna seria ha delle regole. Deve avere dei comportamenti. Aveva deciso di parlarne nuovamente. Non era molto sicura che alla fine l’avrebbe fatto. Invece si fece forza e trovò il coraggio.
Il suo solito imbarazzo. Non era riuscita che a ricevere frammenti; risposte evasive. “Tu non puoi capire”. Cosa c’era da capire? E perché? Non era più una ragazzina. Lei, a quasi sessant’anni. Ne aveva viste di cose. Credeva di aver visto tutto. Cioè molto. Insomma avere comunque imparato quello che le serviva. Lei non aveva più guardato nessuno dopo il suo povero marito. “E’ solo un amico”. Cosa voleva dire? Non si guarda così un amico. Non sapeva come si guarda. Anzi lo sapeva. Non sapeva cioè non conosceva quello sguardo. In una donna. In sua figlia. Ma una donna sposata può avere un amico? E guardarlo così? Si vergognava dei propri pensieri. Si sentiva stupida. E stupita. E confusa. Aveva visto ragazzine guardare così. O almeno in un modo simile. Con quell’aria confusa. Sorpresa. Sognante. Ma erano solo stupide ragazzine. Non avevano delle figlie quasi da marito. Avrebbe fatto meglio a non pensarci. Semplicemente a non pensarci. Pensò a Genziana.
Era rientrata. Perché toccava a lei ricordarsi. Preoccuparsi delle spese. Non fossero mai partite. Madre e figlia in vacanza. Le nipoti ormai per conto loro. Stava riponendo le cose. Canticchiando semplicemente una canzone. Sicuramente non l’avevano sentita. Le erano giunti quei rumori. Senza un perché era salita. Provenivano dalla sua camera. Era come un guaito. Non era riuscita a resistere. Qualcosa la tratteneva. Qualcosa la spingeva. Aveva ancora le scarpe addosso. Come voleva non averlo fatto. Aveva avvicinato la testa. Aveva spiato. Era Eva. Cosa facevano nel suo letto? Ci fosse stata possibilità di dubbio. Nessuna. Era nuda. Sotto Ermes. Erano sudati. Ignari. Troppo presi di se stessi. Troppi abbrancati ad un amore osceno. Era quella la loro amicizia. Forse lo era fin da sempre. Pensò a suo genero. A quel povero marito. Rimasto a casa. Ignaro. Per lavoro. Era come se fosse lei quella tradita. Non trovava giusto quello che faceva sua figlia. Non aveva parole per giustificarla. E per di più sul suo letto. Lui, suo genero, avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo…
Si sentiva colpevole, come una ladra. Non solo per averli spiati. Non era stata nemmeno curiosità. E poi quel suono non era un suono… di due che lo fanno. Avrebbe voluto sprofondare. La verità è che non riusciva a togliere gli occhi. E sua figlia ansimava, si liberava di sillabe, suoni gutturali. Forse voleva, in quel modo, gratificare il suo amico. Il suo amante. Come suonava assurda e oscena quella parola. E non voleva credere che fosse proprio sua figlia. E non aveva mai sentito quel modo di fare, per così dire, l’amore. Quel modo così sconveniente. Di giorno. Senza intimità. Senza buio. Lasciandosi andare. Gridando. Così. Sguaiatamente. Come cani. Come pazzi.
Come se non conoscesse l’amore. Come se non avesse amato suo marito. Era vedova da nove. Ne conservava memoria. Una buona memoria. E improvvisamente si ricordò: spesso si era risposta se era tutto lì? Ma soprattutto… comunque una donna non avrebbe dovuto farlo. Non con un amico. Non con un estraneo. Una donna per bene dovrebbe farlo solo con il marito. Con il proprio marito. Così era scritto. E si vergognò di sé. E per lei. Non era forse amore anche il suo? Quello con il suo povero Piero? Cos’era quel bisogno di… di… gridare? L’amore sta nelle parole. Sta nel cuore. Il sesso c’è quando c’è l’amore. Ma era quell’amore che le sembrava in qualche modo diverso. Esagerato. Sudati. Sembravano impazziti. Scatenati. Incapaci di controllarsi. Era come qualcosa che aveva solo letto. In qualche romanzo. Senza averlo mai cercato. A cui non aveva mai creduto. Un pettegolezzo esagerato. Se ne dicono tante che non ci sono. Fu il quel preciso momento che decise. Si allontanò prima di poter essere scoperta.
Il mattino seguente disse a Eva che se n’era proprio scordata. E non poteva farne a meno. Prese il primo treno e se ne tornò. Non voleva restare oltre. Non voleva sentirsi di più responsabile. Non voleva collaborare ulteriormente a quella… bestemmia. Sua figlia. Non poteva ancora crederci. Durante il viaggio pensò a Gualtiero. All’uomo tradito. Al marito ingannato. Alla vera vittima. Se avesse saputo… non sarebbe stata certo lei a dirglielo. Non avrebbe potuto. Era un segreto che le pesava. Che avrebbe voluto non avere. Che avrebbe mantenuto. Le sembrò più solo che se fosse rimasto l’ultimo uomo al mondo. Ma pensò anche a quel modo di fare all’amore. A come quei due corpi sembravano provare quella sorta di pazzia. Le sembrò un modo indecente. Un uomo è una donna non dovevano farlo. Avevano entrambi dei doveri. Lei verso il compagno di una vita. Il padre delle sue figlie. Lui anche verso l’amico. E non dovevano farlo in quel modo. Era una follia. E sembravano proprio folli. Non riusciva a togliersi quell’immagine dagli occhi. Forse era stata stupida. Ingenua. A non averlo capito prima. E forse non doveva sbirciare. Poteva pensarlo trovando la porta chiusa. Ma una madre non pensa. E poi questo non cambiava. Anche se lei avesse continuato ad ignorare. E a crederle. La cosa era successa e stava lì. Non avrebbe spostato di una virgola. La colpa di sua figlia c’era.
Quella sera lo invitò a cena. Quel povero uomo non poteva restare solo. Le sembrava un modo di scusarsi. Di liberarsi di un rimorso. Preparò le lasagne come gli piacevano. E poi l’arrosto con le patate. E lui la raggiunse puntuale. E portò il vino. Gualtiero era sempre stato così, non si era mai fatto attendere. Era sempre stato una persona a modo. Non capiva cosa non andava in lui. Forse era solo Eva che non capiva cosa si perdeva. Pian piano la sua tensione prese a stemperarsi. Si rendeva conto che lui non sapeva. Che lui si fidava della moglie. Che nemmeno sospettava. Che tutto era rimasto uguale. Che il mondo continuava. E lui aveva la stessa voce. Aveva sempre quella sua invidiabile calma. Si trovava bene con lui. Parlare cominciò a esserle più facile. Le parole scivolavano leggere. Scorrevano. Qualcosa di più. Le scappò anche qualcosa che forse avrebbe dovuto pensare prima. Niente di sconveniente. Pensò che… Forse avrebbe dovuto fermarsi. Smettere di bere. La testa le ronzava. Lui le versò un altro bicchiere. Le sembrò di tornare ragazzina. Non aveva più cinquantanni. Per dirla tutta cinquanta tre. Era tornata ad averne venti. Pensò ad una cosa stupida: aveva ancora un bel seno.
Cercò di capire cosa le stava succedendo. Un poco tutto intorno girava. Era tutto confuso. Provava quella specie di euforia. Si sentiva come ubriaca. Non lo era mai stata. Vide quella mano. Sentì la mano di lui sul suo ginocchio. Lui le spiegò calmo che le cose con Eva non andavano proprio bene. Che stavano passando… Non riusciva più a capire. Le venne da ridere. Non sapeva perché. Non riusciva a trattenere quella euforia. Il vino scendeva fresco. Leniva l’aria di quella sera torrida. Tutte le sue preoccupazioni. Tornò a guardare quella mano. Continuava a non capire. Ne sarebbe dovuta essere lusingata? Stava per aprire la bocca. Cercò di dire qualcosa. Improvvisamente non seppe più cosa doveva dire. Era suo genero. Era un uomo. Non capiva più alcunché. Gli disse Gualtiero! Lui le disse Adelina! Non aveva nessuna scusa. Aveva sentito il respiro dell’uomo addosso. E non riusciva a crederci: era stata proprio lei a tirarlo fuori. A liberarlo. E aveva scoperto quanto quell’uomo, suo genero, era uomo. Non aveva mai visto niente di simile. Ne era rimasta affascinata. Si erano trovati sul divano. Non ricordava come né perché. Chi era stato… Chi aveva guidato l’altra. E si era persa. Aveva finito di perdersi.
Non può una donna della sua età… Quello era il marito di sua figlia. Era Gualtiero. Aveva scordato chi era lui. Chi era lei. Ed era tanto Gualtiero. Certo che non ci aveva mai pensato. Non ci aveva più pensato da quando era rimasta vedova. Ma non avrebbe mai immaginato. Era una persona diversa. Era solo un uomo. E lei… lei… quello che la sconvolgeva di più… era solo una donna. E per la prima volta… quella donna. Un’altra donna. Ma era ancora una donna. Tutto era… era tutto un’altra cosa. Una fretta la prendeva. Lo accolse come una condanna. Come una liberazione. Con un’enorme impazienza. Qualcosa le era impazzito dentro. Non poteva essere lei. Non quella che gemeva. Non quella che si sentiva crescere quel grido in gola. Non quella che provava… le sembrava di impazzire. Non poteva pensare di non provarne vergogna. Quello che provava la squassava dentro. Non riusciva più a trattenersi. Era una cosa… indescrivibile. Lo teneva a se. Lo tratteneva. Lo stringeva. Lo implorava. Lo incitava. Sperava che non smettesse mai. Le scappavano parole che credeva che nessuna bocca di donna potesse dire. Le frasi più oscene. Era un’altra nel suo corpo; una che non conosceva.
Non era mai stato così. Aveva cominciato a provare un piacere che non aveva mai provato. A ondate. Che sembrava mai pago. Mai domo. Non finire mai. Che chiedeva… ancora. Che inseguiva altro piacere. Senza nessun pudore. Senza tregua. Senza nessuna vergogna. Affogava nella sua bocca. Nei suoi baci. Non voleva aprire gli occhi. Non voleva vederlo. Non voleva svegliarsi. Non voleva scoprire che era proprio lui. Ma allora era vero? Esisteva quell’amore? Quel modo di fare all’amore? Poteva essere così pieno. Così coinvolgente. Cos’era stato quello con Giuseppe? Non le importava più nulla. In quel momento era solo… solo quella donna. Era solo in quel piacere folle. Illegittimo. Smisurato. Pazzesco. Ed era solo in ansia per lui. Voleva solo… cioè non voleva… ma voleva. Voleva che lui restasse soddisfatto. E che le strizzasse il seno. Anzi le tette. E continuasse a succhiargliele. E non finisse mai. Ma anche di sentirlo dentro. Non sarebbe nemmeno riuscita ad immaginarlo che farlo poteva essere così… così… bello. Stupendo. Gli passò una mano tra i capelli e sospirò mentre lo sentì. E lui cadde tra le sue braccia.

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4. Avevo sentito la sua presenza dietro; il suo passo seguirmi. Sapevo di doverle chiedere delle spiegazioni. Cosa stava succedendo? Quando mi sono voltato non era più lei. Davanti avevo una donna. Una donna che aveva almeno vent’anni più di quella ragazza. In realtà c’erano delle somiglianze. La differenza era data soprattutto da quell’età. Quella che in quel momento avevo davanti e mi sorrideva avrebbe potuto essere la madre della ragazza. Ed è quello che ho pensato. Gli occhi erano gli stessi, cioè dello stesso colore, ma anche la luce era molto simile. Persino quel taglio quasi orientale. Certo c’era quel qualcosa di diverso. La donna aveva forme più piene, evidenti. Un corpo più maturo. Un sorriso diverso, forse stanco. Un trucco più accurato e studiato. Ed era in accappatoio come appena uscita da sotto la doccia. Osservandole appariva come una di quelle donne che sembrano perfette anche appena uscite dal sonno. Quelle che non possono sbagliare né apparire in disordine mai, nemmeno volendolo. C’era una cosa strana di cui mi avvidi solo dopo un po’, mentre su suo invito mi accomodavo sul divano, era in accappatoio ma sotto aveva le calze. Questo era sorprendente e strano, ma confermava le mie considerazioni sul suo conto. Era una donna che si preoccupava di come si mostrava, di come veniva vista. Una donna attenta ad essere sempre e continuamente quella donna. A sembrare una vera signora; appena uscita dall’istituto di bellezza. E profumava da togliere il fiato di un profumo intenso che lasciava una scia vaporosa. Mentre la seguivo per tornare nuovamente in salotto mi riempii le narici di quell’odore caldo e assordante. Per me gli odori possono essere suoni e quel suono mi ricordava le note del basso più rovente di Mingus. Ricordi che si perdevano lontano.
Avrei voluto chiederle dov’era finita l’altra. Non ne conoscevo nemmeno il nome. E la domanda mi era sembrata inopportuna. Credo che fu per questo che la pensai ma non la formulai. Ascoltavo la sua voce che era una voce convincente, di quelle che ti accarezzano e abbracciano avvolgendoti tutto. Non perché si adoperasse di scegliere le parole, ma solo perché metteva estrema cura nel trovare quel suono melodioso. Prima che prendesse posto accanto a me ebbi il tempo di valutarla e convenni che anche i suoi fianchi erano più larghi; più larghi di quelli della ragazza. E poi il suo bacino era anche diversamente pieno e più mobile. Quella vestaglia di spugna dondolava pigramente come fosse governata da una autonomia propria, ma accompagnava acconciamente ogni suo passo. Lei non camminava scalza ma anzi le sue pianelle, dello stesso colore, erano graziose e avevano i tacchi. E ogni passo sembrava il frutto di una lunga riflessione; studiato e provato. Il fatto che avesse tardato dandomi le spalle mi aveva lasciato dell’altro tempo in questi pensieri. Un suono appena udibile, come un bisbiglio, sembrava uscire più dal petto abbondante che dalle labbra. Non sono certo di poterla definire una risata di soddisfazione. In quella posizione non potevo cercare conferme. Mi limitavo a guardare la spugna riempita di lei. E poi, dopo che si era voltata, il violento rossetto rosso di quelle labbra.
Non mi hai ancora detto come ti chiami”?
Lo tolse, quel rossetto. Non so se quel gesto ha un significato in qualche modo preciso; appartiene ad un linguaggio. So che le labbra e tutto il volto dopo avevano un altro aspetto. E sulle labbra si passò la lingua pigra tornando a ridere in un modo che mi sembrò che ridesse di me. Lo so che non ne avrebbe avuto motivo, ma la cosa mi diede del fastidio ugualmente. Riconobbi con estrema esattezza la statuina della damigella. Aveva quella stessa piccolissima scheggiatura che aveva sempre avuto dopo che mi era scivolata di mano e l’avevo salvata per miracolo agguantandola al volo. Purtroppo il bordo della gonna doveva avere già un piccolo difetto e si era staccato un frammento di smalto dorato e di porcellana. Solo un occhio allenato e che ne era a conoscenza poteva cogliere quella piccola imperfezione. Certo che anche la luce che entrava di striscio dalla finestra metteva in risalto la scalfittura. Le cose erano le stesse cose ed erano le mie cose; ma a che serve dirlo se era a casa mia facendo l’ospite.
Lei giocava con la cintura dell’accappatoio come fosse nervosa, ma ero sicuro che non era nervosa. Sembrava lei a casa sua. Non era donna da trovarsi in imbarazzo. Era piuttosto una donna che poteva mettere in imbarazzo. Aveva sempre mostrato, fin dal primo sguardo, di essere sicura di sè. Pensai che mi aveva guardato come si guarda un ragazzino. In quel momento usava uno sguardo diverso. E usava sostanzialmente due sorrisi: uno molto amichevole come per mettermi comodo e uno come curioso e interessato, cioè uno che avevo difficoltà a definire più compiutamente. Questo secondo era più sfuggevole e meno definito. A volte mi pareva questo e a volte quello. A tratti curioso e a tratti intrigante. A volte sembrava adatto a chiedere nuovamente di me, subito dopo mi sembrava come se volesse attrarre da me la curiosità. Che ci faceva a casa mia? E così?
Non sei un tipo di molte parole”.
Abbiamo avuto per lunghi periodi delle donne delle pulizie, ma non si sono mai permesse certe libertà. Usavano casa loro per lavarsi e mettersi comode. Arrivavano e partivano. Si limitavano ai lavori domestici. Tanto meno si sedevano a conversare con qualcuno, non ne avrebbero nemmeno avuto il tempo, comunque non il modo ne il permesso. La povera nonna, finché aveva comandato lei la casa, le avrebbe richiamate al loro posto. Sono sempre stato molto legato a quella nonna. Era una piccola donna che sapeva dove stava l’ordine e la disciplina. Era stata lei a farmi da mamma. Era una dolce vecchietta ma piena di energia e di certezze. Avevamo tenuta la sua camera così com’era, con ancora quel crocefisso che lei adorava appeso alla parete sopra il letto; povera donna. Avrei voluto portare quella donna nella stanza per farle vedere chi era a casa propria. Ancora una volta avevo preferito non sottrarmi alla mia curiosità; e lei e la situazione mi incuriosivano. Per un attimo fui preso da un pensiero strano, quello di una porta che si apre su di un mondo diverso. Era un pensiero in qualche modo affascinante. La porta non si apriva per svelarti un volto diverso per degli oggetti quotidiani, quel volto che tu e la tua fantasia volevate trovare. Semplicemente quella porta cambiava tutto quel mondo su cui vigilava e che avrebbe dovuto difendere. Mi annotai quella piccola e magica osservazione per rifletterci in seguito. Per il momento volevo solo occuparmi di lei e non farmi più cogliere mentre non la ascoltavo.
Sai che sei proprio un bel ragazzo”?
Accavallando le gambe la stoffa si era leggermente scostata. Lei non ci fece caso. Io non riuscivo a distogliere il mio sguardo. Credo che mi chiese cosa guardassi ma non credo di averlo udito. Oppure l’ho udito solo nella mia immaginazione. So che non le risposi e so che mi sentivo molto confuso. Ma forse mi chiese cosa gradivo. Mi sembrò anche di sentirla ridacchiare già mentre diceva quella cosa e anche dopo averla detta. Lasciando che la stoffa continuasse ad allargarsi senza darsene pena mentre le gambe restavano sempre più scoperte. Cercai di pensare il più velocemente possibile. Cercai allo stesso tempo di impormi di alzare lo sguardo, senza riuscirci minimamente. Forse mi diede anche dello sciocco. La sua risata era sempre più canzonatoria e soddisfatta. Non mi andava di farmi prendere per uno stupido. Aprii la bocca e stavo quasi per dirglielo quando sentii la sua mano risalire lentamente dal ginocchio. Quella donna era una donna ed io ero solo un ragazzo. La vidi per quello che era. Trovai il suo gesto sconveniente e sconvolgente. Come poteva? Forse era la madre della ragazza. Dovevamo essere all’incirca coetanei, io e la ragazza. Forse non era sua madre. Se lo era dovevo presumere che la ragazza fosse rimasta di là, in un’altra stanza. Sarebbe potuta entrare da un momento all’altro. Lei poteva essere mia madre. Ma come può una donna avvicinarsi ad un ragazzo che potrebbe essere suo figlio? E atteggiare le labbra in quel modo socchiudendo gli occhi? Fare di quegli occhi espressioni sognanti e imploranti? Labbra carnose; protese. Palpebre appena accostate. Le dita a cercare i lembi del chimono.
Le piacevano quelli un po’ misteriosi. Credeva di potersi permettere qualsiasi cosa. Fu solo allora che la vidi: la collanina le pendeva al collo. Fu allora che capii, come in un lampo. La riconobbi appena lei accennò a sporgersi verso di me. Il metallo dondolava e dondolavano leggermente le sue carni, in quell’inizio di seno che cominciavo ad intravvedere. Che cominciava a mostrarsi. Liscio e pieno di luce abbagliante. Era proprio quella. Era la collanina che portava mia madre, non se ne separava mai. Quella donna era mia madre o almeno lo era stata. Per uno strano gioco stavo parlando con mia madre e forse non era ancora mia madre. Bella di quelle cose che rendono bella agli occhi una donna. Deplorevole di quelle cose che rendono biasimevole una donna. Lei era già una donna ma una donna ancora giovane, ed io ero già un ragazzo. Forse un ragazzo che come diceva lei era anche un bel ragazzo. Era solo una donna. Una donna come le altre. Quella donna era mia madre ed era una donna. Colsi in quello sguardo, per la prima volta, negli occhi di mia madre, la lascivia. La conobbi allora. La dovevo cancellare.
Al primo colpo quegli occhi si spalancarono trovando un’espressione di sorpresa e di meraviglia, forse anche di sgomento; e le labbra si spalancarono mute. Credevo che la statuina non avrebbe retto all’urto. Che la damigella sarebbe andata in frantumi. Ne fui rincuorato ma era comunque troppo leggera. Al secondo colpo dalle labbra le uscì un gemito di dolore e dalla fronte cominciò a scorrerle sangue. Non cercava di difendersi o di proteggersi. Spesso la vittima impara subito il suo ruolo e accetta immediatamente di farsi vittima. Oppure semplicemente non lo sapeva e non lo capiva. Forse io avevo capito ma lei ancora no. Al colpo successivo il sangue si fece più copioso e il rosso del divano divenne più rosso. Sentii il rumore di un sinistro stridore. Non guardavo più quegli occhi. Colpivo e gridavo: “Sei mia madre”! Al sangue si mescolavano piccole schegge bianche. Alle schegge una materia gelatinosa. Quello che dovevano essere stati i pensieri di quella donna si riversavano dalle ferite tutto intorno. Il sangue ormai imbrattava tutto e schizzava e virava facendosi bruno. Bruno e denso. Viscoso. Appiccicoso. Lo sentivo sulle mani e sulla maglia. Macchiarmi il viso, gli occhi e le labbra. Continuavo a gridare e a colpire. Nel suo viso era scomparsa ogni espressione. Stava scomparendo il viso. Non aveva più nessuna forma. E quei pensieri non abitavano più lì. Finalmente non era più mia madre. Finché la fatica mi prese e la ebbe vinta e rimasi imbrattato sospirando un ultimo “Mamma”.
Scoppiai in un pianto liberatore. Non è vero che dopo la toccai o le feci quelle altre cose. O almeno questo non lo ricordo. Non ricordo più niente. Guardavo quel corpo immobile e pensavo che il racconto che avrei voluto scrivere si era scritto da solo. Ed era un racconto strano. Strano perché quel racconto non mi raccontava dell’orrore. In quel racconto ero io l’orrore. E forse la storia era finita bene solo per me. Quando vennero a prendermi ero solo tanto stanco. Mi chiesero perché. Come potevo spiegare che era colpa di quella porta. Che si apriva su un mondo che non era più questo mondo. Che dietro di lei gli oggetti non erano più gli stessi oggetti. Che prima era ragazza e poi donna. Quello che avevo visto e che non riuscivo più a cancellare. Ma soprattutto che io non ero più io e che lo dovevo fare. E’ per questo che sono qui a parlare con la signorina Margheretta. Parlo solo con lei. Veramente, in questo momento è lei che parla. Non so se lo sa ma nemmeno la ascolto. Ascolto solo i miei ricordi. I miei pensieri. Non mi va più di parlare. Anche negli occhi della signorina Margheretta vedevo quegli occhi. In certi momenti persino quegli sguardi. Una sola cosa la so: è sempre colpa delle donne.

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