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Posts Tagged ‘madri’

3. Quel mattino l’ascensore non andava. Erano più numerose le volte che non funziona. Non avevo nemmeno provato a prenderlo. Stavo appunto pensando a come avrei potuto scrivere una di quelle storie. Appena dopo la porta, sul cassettone, sapevo che c’era un piccolo campanello di bronzo. Non riuscivo proprio a trovare la soluzione. Non era nemmeno abbastanza pesante per essere usato come arma. Ci stavo arrivando. Ero quasi giunto alla conclusione che si può decidere di scegliere, per farne un oggetto demoniaco, anche il secondo oggetto che colpisce l’attenzione. In fondo è abbastanza inutile disperdere energie in imprese impossibile. Questo stavo pensando quando quella ragazza è venuta ad aprirmi l’uscio. Me la sono trovata davanti. Credo di non averla mai vista, eppure non era un volto completamente nuovo, vi era qualcosa di famigliare. Forse potrei trovare qualcosa di famigliare nel volto di ogni ragazza della sua età. Forse sarà dovuto al trucco. A come si vestono e si atteggiano. Al fatto che cercano in tante di assomigliare a pochi modelli.
Vieni avanti. Entra pure”.
Parlava come fosse casa sua. Per un attimo fui sul punto di distrarmi dai miei pensieri. Ero a casa mia, uguale come sempre, eppure c’era qualcosa di diverso. Non riuscivo a cogliere cosa. Tutto era al suo posto. Sembrava la stessa stanza e contemporaneamente non esserlo. Nonostante il mio spirito di osservazione la cosa non mancò di colpirmi immediatamente e di intrigarmi, nonché di incuriosirmi. Anche lei, quella ragazza, mi incuriosiva. Dove finiva la manica sinistra della maglietta aveva un tatuaggio che sembrava continuare lo stesso disegno della T-Shirt. La seguii guardandola da dietro e la lasciai condurmi dentro casa mia come fosse la sua.
Come ti chiami”?
Presi posto sulla mia solita poltrona. Lei mi stava di fronte. Sulla punta della lingua aveva una pallina d’argento. Cosa conta il mio nome? Un nome è uguale ad un altro. Anche se le avessi detto che mi chiamavo Alessio se non mi conosceva avrebbe continuato a non conoscermi. Trovavo sconveniente quella pallina sulla sua lingua. Ma in fondo lei mi stava anche simpatica e la trovavo ugualmente carina. Portava i jeans stretti e bassi in cintura. Le potevo vedere la pancia. Avevo accettato di seguirla per ascoltare la mia curiosità. Lei aveva acceso dei bastoncini di incenso. Quello era un odore quasi sgradevole che non avevo mai sentito dentro casa. Le chiesi se aveva un cane. Mi disse che no! non l’aveva mai avuto. Non so perché la cosa non mi ha sorpreso. Era buffo che lei non avesse mai avuto un cane. Mi sembrava di poterne annusare l’odore. Mi sono accorto solo allora che camminava scalza.
Anche gli occhi erano belli. Me lo ha chiesto. Non riuscivo a liberare i miei occhi dai suoi nemmeno per un secondo. Erano di quelli occhi che parlano e pieni di sorrisi. Non che non mi trovassi in imbarazzo, io sono sempre in imbarazzo davanti ad una donna, era solo che non riuscivo a districare lo sguardo; a distrarlo. Poi finalmente lo lasciai scivolare sopra la maglietta. Me ne sembrò grata con un sorriso gratificante. Pensava che ero un tipo strano. Non credo di esserlo ma se le faceva piacere poteva continuare a pensarlo.
Ma mi senti con quelle cuffie? Cosa stai ascoltando”?
Cosa gliene fregava di saperlo? Magari nemmeno la conosceva e non l’aveva mai ascoltata “Highway to hell”. Veramente non la trovo nemmeno troppo hard. Niente mi sembra abbastanza hard nella musica hard. E’ una ricetta riuscita approssimativamente o in progresso. Una musica veramente dura non l’hanno ancora scritta. Lei mi sembrava più il tipo della musica dolce, di ambiente. Tenevo come sempre alto il volume per riceverne un poca di adrenalina che non trovavo nella musica stessa. Capii che quella ragazza carina era una ragazza curiosa. Ancora non ci eravamo nemmeno presentati e già mi chiedeva delle cose di me. Forse era anche una che fumava qualcosa. Io non ho mai fumato. Non so come mi sarei comportato. Mi sarebbe dispiaciuto dover rifiutare se lei me ne avesse offerto. Credo che sarei finito per soffocare di tosse. Speravo che non lo facesse. Scoprii così che i suoi occhi sapevano essere degli occhi che cercano di guardarti dentro. Non mi è mai piaciuto il tè ma l’avrei preso per farle compagnia, per essere gentile. Certo sarebbe stato più facile che prendere una di quelle sigarette. Credo che stavo per confondermi. Le chiesi se mi scusava solo un attimo. Andai alla porta e controllai il nome sul campanello. Nessuna sorpresa: era sempre lo stesso, era il mio.

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2. Eravamo invece d’accordo, e non poteva essere diversamente, che il tipo di letteratura influenza, anzi condiziona la struttura stessa dell’opera. Persino il modo mentale di approccio e di procedere del lettore. Faccio un esempio (ed è l’argomentazione che ho usato con lei): da un racconto dell’orrore ci si aspetta che il cattivo sia molto cattivo e che il protagonista corra e reiteri il pericolo in modo convulso. Che faccia magari delle cose sciocche pur di non evitarlo fino al finale. Poi si pretende un finale che faccia finire la storia bene. Una specie di giustizia che trionfa. Muore il mostro e vince l’amore. Mica c’è bisogno di meccanismi troppo sofisticati. L’orrore può nascere da qualsiasi cosa o momento. Può anche essere disegnato in modo, diciamo così, grossolano. In fondo la lettura aspetta solo quel finale. Non è importante come si genera il mostro, più importante e com’è fatto. Descrivere e far immaginare l’immagine del male. Che poi c’è chi ci trova chissà che cosa, e quali riferimenti. Ma ci sono sempre quelli che trovano qualcosa in ogni cosa. Persino sotto i cavoli. Veramente credo che potrei essere un buon scrittore di racconti di quel genere. Immagino che basti, aprendo la porta ed entrando in una casa, poggiare gli occhi sulla prima cosa che capita di vedere e immaginarla come oggetto che si può animare. Che può nascondere dentro sè la malvagità.
Ho sempre immaginato che si possa fare così. Tutto può trasformarsi, con un po’ di fantasia, in un ordigno per una trama fantastica. Il portachiavi elettronico della macchina. La lampada da tavolo con le ombre che proietta. La cartolina che è arrivata il giorno prima. L’intero impianto elettrico, come il rasoio. Potrei aggiungere e continuare all’infinito. Ho imparato a pensare così proprio leggendo quello scrittore famoso. Lui cerca di far apparire orribile anche l’oggetto più quotidiano. Rende assassino anche l’oggetto più innocente, come un giocattolo; l’animale domestico che ha sempre fatto compagnia alla vittima. E’ anche questo che mi piace nei suoi libri. Credo che potrei farlo, è solo che lo scrivere, come il pensare, mi stanca e mi prostra un po’; e non amo parlare dei miei incubi. Chi non ne ha, di incubi? Ma c’è chi ama parlare delle sue cose e chi no. Io sono di quelli che sono genericamente più riservati. Anche se mi piace parlare con lei, non sempre, ma abbastanza, sarei un tipo taciturno. Mi piace anche il silenzio e nel silenzio pensare. Non le ho mai infatti confidato che da piccolo avevo un gatto; un soriano. O delle mie raccolte di figurine. Né dove le ho nascoste. Delle tartarughe cinesi liberate al parco.
Comunque, restando in argomento, ci sono sempre le imprese impossibili. Parlandoci mi rendo conto che nel caso di Margheretta (preferisco chiamarla Margie o signorina, ma solo nel mio pensiero perché sembra fiera di quel nome assurdo e complicato) nemmeno un grande scrittore come lui potrebbe trasformarla in null’altro di diverso da succube. Non potrebbe interpretare altro ruolo che quel ruolo. La vedo anzi estremamente portata come perseguitata; nel dibattersi con l’angoscia. Il solo cercare di immaginare cosa si può trovare di sinistro in lei mi fa accapponare la pelle. E’ una figurina così fragile e indifesa che sarebbe uno spreco e una stupidaggine. Non fossimo dove siamo e fossi, come ipotizzavo, un autore, o un regista, mi ispirerei certamente a lei. Ne farei la mia preda preferita. Sono sicuro che sarebbe la sua una interpretazione magistrale, come sono sicuro che sarebbe bellissima con gli occhi sbarrati e con quel raccapriccio che accelera i battiti e rompe il respiro. Credo però che mi sto distraendo e che sto perdendo il filo. Vorrei tornare in argomento. Credo che un giorno prenderò carta e penna. Per ora torno solo a riflettere sulle mie attitudini come scrittore di storie dell’orrore. Ritengo che nulla sia cambiato, anche se la mia esperienza mi porta a riflettere attentamente sulle variazioni che può contenere una buona storia e su cosa la può suggerire. Siamo sempre un poco condizionati da quello che ci è successo. Come dicevo ho sempre pensato che si può animare di paura ogni oggetto che capita sotto gli occhi. Continuo a crederlo e anzi ne sono più che mai convinto e confortato dalla mia stessa vicenda che in fondo ha persino allargato le possibilità, diciamo così, di ispirazione. Avevo proprio questo per la testa salendo le scale e davanti alla porta; ma facciamo un passo per volta. Questo è un altro di quei segreti di cui non parlo con Margheretta. Magari ne è al corrente, anche perché è la ragione che mi ha condotto qui.

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1. Ammazzare il tempo. E’ un brutto modo di dire. Non mi piacciono certi modi di dire; come dire? un po’ lugubri. Ma tant’è; sono nati così e così ce li teniamo. Se ti chiedi da dove vengono rischi di uscirne pazzo. Ragionevolmente non hanno senso ma qualcuno li ha inventati. Magari distrattamente. Intendo dire come: “Mi piaci da morire”. Penso sarebbe più opportuno invece dire “Mi piaci da vivere” o qualcosa di simile. Quello che non mi piace però non appartiene tanto alla corrispondenza ma proprio a certe allocuzioni lugubri. In fondo non viviamo nel mondo dei morti; o no? Credo che a parlare di morte si rischi di evocarla. Credo che sia meglio lasciare che i morti stiano dove stanno. Che i morti restino con i morti. Invece ormai viene quasi istintivamente. Intendo dire come quel “Mi piaci da morire”. L’ho pensato spesso guardando lei. Mentre mi parlava. Ascoltandola. Temo anche di averlo pensato qualche volta a voce alta. Almeno quella volta che lei ha voluto sapere perché. E si è messa a discutere sui miei complimenti e sulle mie ragioni. Quando mi ha spiegato che non poteva succedere tra noi. Che mi sbagliavo. O, come diceva lei, che non sapevo quello che dicevo perché non lo conoscevo. Che le ero caro ma… Ed era diventata rossa ricoprendosi le ginocchia.
Lei ha belle ginocchia. Soprattutto quando mi sta davanti. Sempre fasciate dalle calze. E gonne strette. Strette che cammina in quel modo come cammina lei. Sospesa sopra i tacchi. Ma io le sono solamente caro. Ma ci sono altre volte che invece avrei voluto riprendermi quelle parole indietro. Ricacciarle nell’oblio. Voglio dire che a volte me ne fa pentire. Perché a volte è bella, e carina. Altre volte no. E a volte è proprio pedante. Mi mette troppi puntini sulle i e persino dove non ci stanno. A volte sembra volermi dire anche quello che io dovrei dire. O come quando la guardo e lei si guarda le unghie. O quando è al telefono con qualcuno mentre sta con me. Altre volte mi affascina anche solo come accavalla le gambe. Allora non so come nascondere che la vedo. Non so come toglierle gli occhi di dosso. Credo che lei non lo sappia. Ma forse lo sa. Magari è anche contenta che io la guardi così. Potrei chiederglielo ma non so se è una buona idea. Potrei raccontargliene di cose. Ha un’età indefinibile. Potrebbe essere la mia. Potrebbe avere persino dieci anni più di me. Non credo sappia come si tratta un uomo. Cosa vuol dire solamente caro? Per farla breve, insomma, ad essere onesto odio i modi di dire.
Comunque stavamo parlando amabilmente, preferisco dire così, io e Margheretta. Mi piace troppo poco quel suo nome che debbo fare attenzione quando lo pronuncio. Veramente devo fare sempre attenzione con lei. Devo pensare le parole. Lei è una donna molto precisa. Anche se lo so che nessuno è mai completamente preciso. Anche se non mi capita mai di vederlo, che ne so, un ricciolo fuori posto, magari la borsetta potrebbe essere in disordine. A volte fruga per trovare il cellulare; quando quello suona. Comunque credo di non aver mai conosciuto una persona così precisa, anche nei suoi assunti. Stavamo invero parlando di bella scrittura. Si era partiti da un generico discorso sull’arte. Si parla spesso tra noi delle cose più disparate. Si stava osservando che dovrebbero essere messe in rilievo e premiate le qualità tecniche e di elaborazione e sviluppo dei pensieri. Come siamo arrivati a parlare del bello scrivere nemmeno lo ricordo. Onestamente non ricordo nemmeno di come eravamo partiti a parlare di arte; nemmeno da dove avevamo cominciato. Temo, a volte, di soffrire di amnesie. Mi perdo in angoli del mio pensiero e dimentico, anche rapidamente. Forse dovrei prendere appunti. Intanto stavamo bevendo un tè. Veramente lei beveva un tè. A me non piace il tè. E mi mette ricordi di disagio. Insomma sostengo che una scrittura bella e piacevole non dipende dal genere. Può esserci, e c’è, una letteratura cosiddetta minore, come l’horror, scritta con qualità e padronanza del linguaggio. Ho portato ad esempio, in contrasto con altri, naturalmente Stephen King. Il primo nome che mi è venuto. Parli di uno e spunta l’altro. Lei mi stava facendo notare che però citavo un autore tradotto. Ho dovuto pensarci. Aveva ragione e non aveva ragione.
Mi sono sempre immaginato la persona che traduce un’opera come un uomo privo di fantasia e di iniziativa, ma fin troppo meticoloso. Attento a tradurre non solo il significato delle parole, ma anche quel loro stare assieme; il loro fluire. Intento a non apportare la minima modifica per non tradire il pensiero dell’autore. Così zelante da tradurre cattiva prosa là dove la scrittura incespica e si fa povera o incerta. Così preciso da tradurre l’errore là dove incontra un errore. Credo che se avesse fantasia non accetterebbe quel ruolo d’ombra e scriverebbe per se. Scriverebbe i propri racconti. Non metterebbe parole di un’altra lingua al posto delle parole che sono state partorite la prima volta dalla fantasia di una mente altrui. Insomma sarebbe l’autore delle sue storie.

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Dopo cena

raccontiQuella sera alla televisione non davano nulla, ma un nulla luminoso e fascinante. Guardò l’orologio ma non era ancora in ritardo. L’accese e si preparò. Se ne andò senza lasciarsi dietro nulla. Solo un saluto e sua madre che non vedeva che ombre e per la quale il suono era solo rumore. Sua madre immobile nella sua eterna poltrona che stava imparando a tacere i propri guai e i propri dolori. Quella povera vecchia, come dicevano tutti, ma nessuno sapeva. Lui invece sapeva che quando sarebbe tornato l’avrebbe trovata addormentata su quella poltrona, mentre la televisione continuava a raccontare il suo niente. Lui sapeva di non potere altro che tornare. Mai che si fosse data la pena di spegnerla.

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