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Posts Tagged ‘maga’

Donna rossa affascinante appoggiata ad un grosso tronco in inverno.Nel paese di Scarparotta tutti erano abituati a vederci come una sola persona, se arrivava lui subito dopo comparivo io, e viceversa. Come se uno fosse l’ombra dell’altro. Avevamo fatto le scuole assieme, la comunione assieme, giocato assieme nella stessa squadretta, ma io ero in panchina, fumato assieme la prima cicca e insieme ci eravamo ubriacati per la prima volta, a casa di Gaetano Sambuca.
Io e Doriano Soffice il fornaio eravamo amici da sempre. Eravamo stati bambini assieme, ragazzini inseparabili e ancora come fratelli da ragazzi; almeno finché non avevamo raggiunto quell’età di passaggio. Quell’età quando un ragazzo comincia a farsi uomo, e a pensare come crede che pensi un uomo. O meglio fino a quando Rosina Chiappa non s’era fatta proprio carina.
Fino al giorno prima a Rosina nessuno aveva dedicato nemmeno uno sputo, poi da un momento all’altro era sbocciata. Aveva messo quelle cose sotto la maglietta e si era pittata gli occhi. All’improvviso tutti si erano accorti di lei e aveva fatto la sua comparsa nelle chiacchiere di tutti. Anche nei discorsi tra me e Doriano si infilava spesso quella bellezza. Ma la nostra era ancora sorpresa e ci chiedevamo perché.
Un po’ alla volta quelle chiacchiere alle sue spalle cominciarono a crearmi fastidio, così mi accorsi che la mia, per lei, era vera passione. Fu la fine di quella nostra indissolubile amicizia. Non facevamo che parlare di lei, non avevamo che lei in testa, non cercavamo che di incontrarla, con una scusa, nella nostra strada. E in silenzio conobbi la sfida e la rabbia. L’avevo vista prima io, le avevo parlato per primo, l’avevo baciata per primo. Lei aveva sorriso prima a lui, si era tolta la paglia dai capelli con lui e gli aveva lavato e stirato la camicia.
Odiavo quel suo sguardo un po’ asimmetrico da cui non riuscivo a liberarmi. E i lazzi che si facevano in paese sul suo nome. E i pettegolezzi dei più grandicelli che nascondevano solo invidia. E gli occhi di rimprovero e di biasimo di quelle brave madri di famiglia. La verità era che non passava una notte senza che la sognassi, né un a sola ora senza che le dedicassi un sonetto. Avrei finito per ammalarmi. Mi stavo dimagrendo a vista d’occhio.
La credevo una bella cosa, invece si rivelò uno sbaglio. Ero andato con un progetto scolastico di Erasmus quattro mesi in Islanda. Quattro mesi e avevo imparato solo cosa vuol dire non avere nessun altro con cui parlare che con se stesso. Avevo masticato solo freddo, e vento e avevo guardato neve e ghiaccio dietro ai vetri; ma non l’avevo dimenticata. E quando sono tornato per il paese e da Luigi il barbiere non si parlava che del loro imminente fidanzamento. Doriano e Rosina di qua, Rosina e Doriano di là. Lui non s’era nemmeno fatto vivo, e lei non si vedeva se non a mano del suo spasimante.
Non stavano nemmeno bene insieme: lui così lungo e secco, lei così poco alta e formosa. Non sapevo cosa fare e quando non si sa cosa fare si rischia sempre di fare stupidaggini. Così cercai consiglio da Armanda la fattucchiera. La gente diceva che con le mani guariva le bestie, ma anche che ne sapeva di filtri. Non che ci credessi ma avevo esaurito le mie idee, e poi tentare è meglio che restare ad aspettare. Mi aveva guardato dentro una tazzina dopo aver succhiato il caffè. Aveva scosso la testa e mi aveva spiegato che era tardi per un filtro d’amore.
Non mi ero dato per vinto e la giovane megera mi aveva chiesto di portarle qualcosa di lui; dello stronzo. Non ricordavo di aver conservato niente. Forse delle figurine, ma non ero certo che fossero proprio sue. Gironzolai la sera attorno all’orto del rivale e scappai con un collare e una medaglietta. Solo che sotto la trebbiatrice ci finì il gatto. Ad Armanda dissi solo che la fattura, in un certo senso, non aveva del tutto funzionato. Lei parlò ancora con i fondi del caffè restando per un po’ disorientata. Mi chiese se ero in grado di fare un ritratto dell’antagonista. Ho alzato le spalle, non ho mai saputo tenere in mano bene nemmeno una matita, e lei si era rassegnata.
Allora mi invitò a riprovare, ma di accertarmi che quello che le portavo era proprio e solo di Doriano. Ho rubato una sua maglietta dal filo della biancheria, poi per essere certo ho ritrovato in un cassetto una vecchia foto di scuola e ho ritagliato la sua faccia. Lei, quella maga di paese, aveva appuntato la foto alla maglietta con una spilla da balia vecchia di cent’anni. Mi aveva chiesto se ero proprio sicuro di quello che volevo. Mi aveva guardato con rimprovero e consigliato di mettere quel trofeo nascosto in soffitta. Secondo lei tanto la maglietta avrebbe sofferto l’usura del tempo e nella foto Doriano sarebbe ringiovanito e diventato più identificabile, tanto ne avrebbe sofferto la sua salute. In quel momento avevo riconosciuto la sua pazzia.
Ad essere onesti di dubbi non ne avevo pochi e avevo creduto che l’aspirante strega avesse solo pensato di aver incontrato il solito allocco. Insomma non ne ero del tutto convinto. Comunque per stipulare quel nostro orrendo quanto insensato patto mi aveva chiesto una parcella ben poco onerosa; ma aveva preteso che giacessi con lei; sembrava necessario. Fosse stata almeno un po’ più pulita, e avesse assomigliato meno ad una zingara… Alla fine mi convinsi in quella stamberga fumosa e maleodorante. Non sapevo bene come fare, ma lei mi dimostrò pazienza e mi spiegò bene tutto. Alla fine mi invitò solo a fidarmi e ad avere calma.
Ad Armanda smisi di pensare, o meglio cercai di scacciarla dalla mia testa. Di pazienza invece me ne restava ormai poca. Ero stanco di vederli passare mano nella mano, e occhi negli occhi. Lei sorridermi e salutarmi con quella sfaccia che sembrava sfidarmi nel gesto di ostentare quella loro felicità. Lei non poteva certo sapere quello che io sapevo e l’infermo che mi ardeva dentro. Riuscii ad attendere solo un paio di giorni poi salii in soffitta a guardare quel cimelio. Restai allibito: era normale che la maglietta avesse incominciato a riempirsi di polvere, ma lo era meno che mi sembrasse che la foto stesse diventando più nitida.
Chiesi di lui e sembrava che si fosse malamente scottato nell’informare l’ultimo pane. Chiesi di lei e la madre, che non mi aveva mai avuto in simpatia, mi spiegò, con un sorriso largo come la piazza del comune, che era vicina al fidanzato per prestargli le cure necessarie. Me la vedevo applicare pezzuole sulle ustioni che spandevano suppurazione; anzi non me la immaginavo proprio. Anche Lisetta, la zia della canaglia, mi aveva confermato che quella gentilissima ragazza non si muoveva mai da quel letto. Sembrava nemmeno per fare i propri bisogni. Non mi sentivo meglio, anzi in me cresceva rabbia e rancore. La chiamai al cellulare, due parole e poi mi disse che aveva fretta perché lui aveva bisogno delle sue cure.
Non volevo ancora crederci, ma non volevo lasciare niente in mano al caso. Cominciai ad aiutare lo sporco ad accanirsi su quella maglietta. La strofinai per terra, gli versai sopra anche del tè e ne strappai una manica. La maglietta stava diventando un cencio puzzolente e nella foto i suoi denti si erano allineati e non portava più quell’orribile aggeggio; persino il suo naso s’era raddrizzato. Incredibilmente i dottori erano stati costretti ad amputargli quel braccio. Era una cosa che non s’era mai vista. Non sapevano proprio cosa fare. La salute del vecchio amico, di Doriano, andava assurdamente progressivamente peggiorando. Lei ormai non si allontanava più dal suo letto e lo ricopriva di attenzioni. Era pazzesco ma invidiavo l’infermo.
L’infezione si stava inesorabilmente diffondendo. Ormai la maglietta era ridotta ad un brandello di fango attorno all’ago di sicurezza, e nella foto lui aveva messo qualche chilo e un po’ di carne nelle guance tanto da sembrare quasi bello. Non potevo essere certo che quella della foto non fosse puramente mia immaginazione. Ma mi chiamò Lisetta piangendo per comunicarmi l’incredibile decesso, di quel nipote ancora così giovane, e partecipandomi delle esequie che si sarebbero tenute quel venerdì, in mattinata. La zia mi chiese se per caso, visto che eravamo tanto amici, avevo una foto di lui da mettere su quel marmo. Mentii e sostenni di non avere nessuna foto di Doriano.
Per un attimo avevo avuto terrore; mi facevo paura da solo. Ero certo che la colpa si potesse imputare solo ad un infelice quanto tragico caso, ma corsi giù in orto e sotterrai quello che era rimasto di quel raccapricciante cimelio. Tra i dubbi decisi di partecipare al funerale dell’amico. Non eravamo in molti a dire il vero a vedere scendere la bara nella fossa, non erano intervenuti nemmeno i genitori di lei, ma tutti avevano gli occhi arrossati. Il prete lo aveva ricordato sprecando solo poche parole. Non sapevo se piangere, ma le lacrime mi venivano da sole. Aspettai verso la fine per avvicinarmi alla vedovella disperata e inconsolabile. Ci allontanammo sotto gli occhi di tutti. Cercammo un posto dove non ci potessero guardare.
Le misi un braccio sulle spalle. Cercai di consolare quel suo dolore. La strinsi a me, ma solo come si stringe l’angoscia di una sorella e la tristezza di un amico. Lei alzò gli occhi e mi chiese pietà. Si schiacciò nel mio abbraccio disperata. Era stato tutto sbagliato. Tra i presenti avevo notato in disparte la partecipazione di Armanda che mi aveva guardato con occhi malevoli. Provavo a non pensarci. Cercai di spiegare a Rosina che nella vita c’è sempre un po’ di speranza. Che Doriano continuava a vivere nei cuori di chi lo aveva amato. Che lei poteva sempre contare su di me e sulla nostra amicizia. E la sentivo singhiozzare contro il mio petto.
La stringevo a me. Le accarezzai i capelli, le alzai il mento e la guardai negli occhi affranti. Mi faceva una pena infinita, ma mi sembrava non fosse mai stata così bella. Lo so che non era rispettoso, che era stupido, ma in quel mentre pensai che Rosina di quelle del cognome ne aveva almeno due. Ne fui tentato, fu difficile resistere. Le dissi che io ci sarei sempre stato. Non riuscivo a scacciare dai miei occhi il volto di Armanda. L’Armanda al funerale era un’altra Armanda; era pulita e pettinata, troppo lontana per sentire se si era anche profumata. Finalmente non c’era nessuno tra noi. Rosina profumava di lavanda e di arance. Mi resi conto che avevo paura di Armanda.
Cercai di spiegare come non mi era mai stato facile non pensare a lei. Che lei per me era la più grande delle amiche. Più di un’amica. Mi sentivo falso, non ci eravamo mai detti più che un paio di parole. Io avevo soprattutto parlato in silenzio. Mi ricordavo di quel bacio, speravo se ne ricordasse anche lei. I miei occhi dovevano solo essere una supplica. Ora era lei a rimproverarmi. Perché quando l’avevo baciata mi ero solo lasciato baciare? Perché non le avevo detto nulla? Perché non l’avevo lasciata fare? Perché me n’ero andato? Perché l’avevo lasciata sola con lui?
Credevo veramente che fossimo soli. Da distante ci osservava Armanda. Capivo che ci avrebbe continuato a guardare e che non avrebbe mai distratto i suoi occhi da noi due; da me. Quella ragazza mi faceva paura, ma non mi faceva solo paura. Cercai di ricordare se avevo dato due mandate alla porta. Consigliai a Rosina di stendere il suo bucato solo in casa, pregandola di non chiedermi perché. Di non appendere fuori nemmeno un reggiseno. Mi spiegò che non portava il reggiseno, che non ne aveva bisogno. La guardai con tenerezza e vidi che Armanda la fattucchiera si era finalmente allontanata. Sapevo che non poteva aver udito le nostre parole, ma sapevo anche che quella sera sarei andato da lei.

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Non c’è nessuna prova della sua esistenza. Non posso che chiedere di credermi, nella fiducia. Eppure non ci fosse… ho un attimo di smarrimento; poi mi guardo al fianco e c’è. Non ho nessuna incertezza. Tranquilla più di quanto non la potrebbe lasciare questo istante, ma è qui. O forse è lontana; in un momento di silenzio. Assorta. Comunque la potrei toccare, solo allungassi una mano.
Perché mi si dovrebbe credere? Non è tra le mie preoccupazioni. Lo so che è difficile. Non c’è nessuna immagine di Lei. Non gliel’ho chiesto. Forse l’immagine non si ferma sulla pellicola. Come per certi personaggi di libri o di cinema. Eppure non è certo una figura da paesaggi gotici. Sicuramente non v’è frivolezza. E’ immune da superbia. Anche questo rende difficile credere. Non mi pongo mai troppe domande. Forse è solo un vezzo, un capriccio, una civetteria. Raramente ma, anche Lei, in certi rari momenti, non può non indulgerne e se ne lascia affascinare. Allora batte gli occhioni. Sospira. Bambola è così. Prendere o lasciare. E a chi sostiene che non esiste rido di cuore.
E poi, come spesso accade, non potrebbe essere una cosa sola. Più di altri è quell’insieme di cose che ne fanno una cosa complessa, intrigante e incantevole. A volte so che è anche un poco maga o più precisamente una fata. Districa dalle dita sottili ragnatele di tenerezza, restandone inconsapevole.
Presterò la massima attenzione, per Lei, in questi momenti di nuova caccia alle streghe. Potrei mai perdonarmi una mia distrazione? Come lo so? mi riempio la bocca per essere una persona attenta. A volte, con Lei, credo di riuscire anche ad esserlo; attento. In alcuni momenti ho trovato un po’ di quel necessario distacco. Ho osservato Lei e gli altri. Non è facile ma riuscendo a stare quasi indifferenti o estranei allora lo si potrebbe notare.
Non è nel tono o nel suono della voce, ne in quello che argomenta, ne in come compone le frasi o in come le ordina. Non è in tutto ciò o forse è nell’insieme di tutto ciò. Il risultato è che le persone la stanno ammaliate ad ascoltare. Come affatturate. Prima o dopo, ma solitamente prima, finiscono per dire, naturalmente a sua insaputa, quando sanno di non essere sentiti, che Lei è adorabile. E provano un po’ di invidia se si allontana con me.
Naturalmente Lei non lo fa per quello, non è compiacente, vanitosa un po’, si, ma null’altro, non insegue certo il consenso. Non lo fa, Lei è così. C’è chi nasce storto e chi nasce con la grazia. Lei ci è nata. Paga e ha pagato per ogni cosa che Le è stata data. Al limite resta l’ultima persona ad esserne consapevole. Lei potrebbe distribuire e affidare i ruoli. Sicuramente richiama l’attenzione. Se c’è non vi è modo di non accorgersi che c’è.
Il nostro, Spinola, non è certo un gran posto. Se ci passeggiamo assieme persino gli scempi sembrano meno orribili. Le macchine rallentano e finanche arrivano a fermarsi davanti ai passaggi pedonali. Qualcuno, anche alla guida, cerca di convincere i propri occhi. Che sera poi quella sera che davano la Butterfly. Ma a questo ho già accennato. Di Lei ho sempre il rischio di ripetermi. Siamo andati a prendere un paio di scarpe per un neonato, veramente non ancora nato. Ci vorrà ancora pazienza per più che un paio di mesi. Potrei definire la gioia del padre ma non so come chiamare quell’essere che ancora non c’è. Si chiamerà Marco, il giorno e l’ora che deciderà di affrontare questo mondo. Lei mi ha detto: “Prendi queste“. Non avevo visto la differenza. Poi ho guardato meglio e ai lati di ogni scarpina c’erano delle piccole ali. Non ha dovuto aggiungere altro. Ho capito all’istante.
C’è sempre quel lieve scampanellio. Eppure nemmeno per Lei niente dev’essere stato semplice. Per quanta attenzione si possa mettere minimo schizza. Ma niente sembra aver lasciato un segno. La guardo meglio. L’umano la ferisce. Come per gli umani l’umano ferisce. Su di Lei forse in modo ancora più violento perché non è di materia umana. Ferite che fanno fatica a rimarginarsi. L’ignoranza. Il gesto basso. La grossolanità. Allora si imbozza. Scappa. Nel suo mondo. Dentro di se. Sparisce in una sua implosione. E tutte le sue grida risuonano fragorose, di silenzio. E il suo disagio è mio. Poi, quando mi allontano, resto solo con il suo sorriso.
Non ditele che la sto cercando.

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Naturalmente chiamarla Bambola non è una grande alzata d’ingegno. E’ venuto da sé. M’è bastato guardarla; la prima occhiata. Ora non mi verrebbe altro modo col quale appellarLa. Per quanto Lei se ne potrebbe rammaricare, l’immagine è del tutto simile a quella di una Barbie, in grandezza naturale, cioè delle dimensioni della famosa bambola, prodotta dalla famosa ditta di cui tutti sanno il nome ma che qui non è possibile nominare perché sarebbe pubblicità. Gentile e graziosa ma con un caratterino che non sarebbe mai possibile immaginare in un tipino simile; ne ho imparato qualcosa. Qualcuno mi chiede di Lei: “E’ tanto che non la vedi; la ragazzetta“. Un po’ è la difficoltà di Qualcuno a memorizzare il nome. Un po’ a La sua figura che è fuori dal tempo. Che La fa sembrare sempre giovane. Allo stesso tempo un progetto. Qualcosa a divenire. E tutto questo lo posso dire perché anche Lei, a volte, si lascia indulgere da brevi momenti di vanità. So che almeno questo me lo può perdonare. E poi vorrei vedere voi avere l’impulso di abbracciarla e la paura che si posso ridurre in mille frammenti tra le braccia.
Non è che noi ci si veda solo per mangiare. Non vorrei che ci si potesse essere fatta questa opinione. Oltretutto Lei mangia, cioè si nutre, quanto Giovanni, il canarino che teneva in gabbia mia figlia quando era ancora bambina. Poi è cresciuta, lei, mia figlia. Non lo so se è stata una gran fortuna. Quel caratterino taciturno se l’è trovato addosso; subito. Ma torniamo a Lei cioè a noi. Infondo per entrambi mangiare è un pretesto. A volte utile a sfruttare le sue meravigliose capacità davanti ai fornelli. Utile per una buona cena che un tipo solitario come me si permette raramente per pigrizia. Una buona cena magari dopo tanti pasti spartani preparati in fretta e altrettanto in fretta consumati, e in silenzio. Ho già spiegato che cucina come una favola? Temo di si. Non è che la memoria sia più la stessa. E poi Lei è tutta una favola. Anzi, stare con Lei sembra di stare dentro la favola. Tutto intorno perde qualcosa della realtà e anche il tempo sembra poter rimanere sospeso.
Spesso ci troviamo semplicemente per parlare o almeno Lei parla e io, in quei casi, di sovente, me ne resto ad ascoltare. Questo avviene solo perché è bello starla ad ascoltare nonostante una vocina del tutto coerente a tutto il resto; almeno un ottava più alta di un controllato acuto. Capita persino che mi accorga di ascoltare solo il suono della sua voce. Magari Lei non la racconterebbe proprio così. Forse qualche volta parlo, e persino straparlo. Fortuna che non mi può smentire. E’ questo il bello di qui e nemmeno si spreca carta a scrivere corbellerie. Più spesso ci vediamo solo per vederci. Per amicizia. Nego vi sia qualcosa di più umano di una grande amicizia. E quando parlo di amicizia dico tutto e forse troppo poco. Non che nemmeno in questi casi si stia zitti, ma vederci non ha bisogno di un pretesto, è solo il piacere dello stare assieme, si giustifica in se e si conclude in quella compagnia. Magari si fanno due passi, e siamo veramente una strana coppia molto disassortita. L’altra volta sembrava perfettamente a suo agio su due tacchi alti una spanna. Io cercavo di star giù dal marciapiede.
Una delle ultime occasioni, è passato fin troppo tempo per i miei gusti, non era tranquilla, Bambola. Non lo poteva essere. Aveva pensieri e timori che le velavano luce negli occhi. Non lo diceva, naturalmente, ma lo si poteva notare anche da come stringeva le mani quasi volesse stritolare, a suo modo, il mondo in un pugno. Questo era visibile solo ad un tipo attento e che la conosce come me. Come sempre di qualcosa mi ha parlato e qualcosa ha taciuto. Sono i suoi silenzi quelli che io temo. E’ quel suo pensare, forse comune ad altri, che io possa sentire anche quei silenzi. Per non deluderla, per non mostrarmi troppo invasivo, spesso fingo che sia vero, di poterli ascoltare e capire. Temo di aver detto fin troppe volte delle enormi baggianerie fingendo ciò. Insomma uscivano dallo studio di un amico cercando di uscire da una situazione che la infastidiva. Le cose degli umani hanno poca confidenza con Lei e quando se la prendono è più probabile che creino quella sorta di fastidio. Nel caso potrei dire di averla vista delusa e proprio arrabbiata, anzi incazzata. Come non l’avevo mai vista. Solitamente i suoi occhi accarezzano il mondo con un gesto lieve e mite che sembra poterlo comprendere, assolvere e armonizzare. Insomma quel giorno l’ho accompagnata a ritirare un abito.

La cosa potrebbe anche sembrare banale; del resto preferisco non parlare. Le tenevo una mano leggera sulla spalla perché non potesse scappare. L’abito era bianco e forse è stato allora che ho compreso la sua natura di angelo. O forse l’ho sempre saputo. Anche in questo caso m’è bastato guardarla. Pareva che niente la potesse sporcare nonostante quel bianco. Con le donne, quasi tutte, almeno quelle che son solo donne, perché, se gli angeli sono donne, non si deve pensare che tutte le donne siano angeli, questo funziona. Andare, come dico io, a spesare, a far compere, aiuta a scordare le contrarietà. Lei era meravigliosa in quel leggero bianco. Le tenevo la mano sulla spalla e ancora non potevo sapere che Lei, come tutti gli angeli, potesse d’improvviso volare via. O forse era già una inconsapevole forma di precauzione. Qualcuno mi ha chiesto: “ma tu ci capisci qualcosa“? Mi sono risposto che capire non servirebbe a molto. Il fatto è che ho la testa sempre troppo piena di umanissimi come? e perché? che mi balbettano il cervello. Se qualcuno avesse l’occasione di vederLa (non vi preoccupate che in questo caso La riconoscereste subito) vi prego di darmene notizie perché ne ho perso le tracce¹.


1] Tanto per ricordare di Bambola ne avevo parlato la prima volta con A casa di Bambola, poi ne avevo semplicemente accennato in Il blob dei blog, non un vero e proprio racconto ma confusa tra le varie&eventuali, infine ero tornato a parlarne in La cena di Bambola che per vezzo mi vien da chiamare “L’ultima cena”. Comunque, io che sono ottimista, ho continuato a lasciare aperta quella finestra.

Naturalmente l’ultima cena è l’ultima prima di quella successiva. Tutto il narrato, continuo a ripeterlo, altro non è che prosa e piacere. A chi mi aveva detto la volta precedente che gli era piaciuta la sua storia, quella di Bambola, auguro che anche questa sia stata una lettura divertente.

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