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Posts Tagged ‘malinconia’

E noi, davanti a questo mare
–fetida pozza d’acqua
sepolcro delle nostre vergogne,
ossario–
cerchiamo di dimenticare,
ma se sappiamo ascoltare
il silenzio in silenzio
allora potremmo sentirlo,
con onde solo placide all’apparenza,
ancora raccontare di storie lontane
e magari finanche di velieri e imprese
e dell’orribile pesca temiamo
le membra straziate
poiché non c’è pace se non è di tutti
e non c’è libertà se non per tutti
e non c’è giustizia nel sonno pasciuto
giacché non c’è futuro senza lotta,
e a riva porta il corpo del pesce,
questo mare,
e resti di vecchie parole
e persino gesti stanchi
rassegnati
e allora tutto è perduto
ma infuria tra le onde
di rabbia la sete di giustizia
e nuove grida si staccano dal silenzio
non c’è perdono per i carnefici,
non ci sarà,
sbarca a riva la miseria
e il mare si lascia alle spalle
per una nuova speranza
ché il mondo è stato creato senza frontiere.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoE cerco me
in tante vite vissute
e cerco me
in tante vite perdute
frammenti sono
che la memoria tradisce
quando si avvina il tempo
per dar spazio alle memoria
e lacrime pensanti appaiono
in questa ricerca vana
per le persone vive
che son rimaste foto
e per le immagini che non sono
e non saranno più.
E’ quel più a far paura
sul fare della sera
quando certi silenzi narrano
e certe narrazioni si tacciono
per cercare me, anche loro
e frugare in cassetti nascosti
per non fare attenzione,
il rubinetto gocciola
echi ossessivi
che non puoi cancellare
che gridano note dissonanti,
e allora…
cerco me per non trovarmi
in questo gioco che consuma vita:
cerco me tra le tue braccia
dove nascondo la smorfia di quelle immagini
dove il viaggio si fa veleno
mentre la vita si inventa da sé
apre la porta e fugge
cerco me dove non sarò mai

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tazzina di caffèL’avevo presa su perché era lì, sotto la pioggia. E poi non mi dispiaceva un po’ di compagnia. Il fatto è che odio guidare da solo. Lei cominciò subito a parlare. Non gliel’avevo chiesto ma disse che non stava aspettando nessuno. Mezze parole dicevano che l’aveva fatta scendere. Altre mezze che lei gliel’avrebbe fatta pagare. Nemmeno questo l’avevo chiesto. Era la strada che mi interessava. E’ un attimo sbagliare. E poi… per il fondo scivoloso… Non notai che molto più tardi che non mi aveva chiesto dove andavo né detto dove andava. Era probabile che non avesse intenzione di andare se non dov’era. Si passò una mano sui capelli per asciugarli e poi sulle gambe. Aveva belle gambe. Forse la voce un po’ afona a frettolosa, ma belle gambe. Ricordo che pensai che non era necessario che mi spiegasse proprio tutto subito. Le chiesi se volesse una sigaretta. Rispose che non fumava ma che non le dava fastidio se avevo voglia di farlo io, anzi. Mi disse mille altre cose, la maggior parte futili. Mi spiegò che si sentiva stanca perché: Ho fatto… un po’… la monella. E nel dirlo la sua voce ebbe uno stridore sbarazzino, quasi divertito. E poi… Che io non potevo immaginare, sapere, quanto poteva essere monella. Per un attimo attese in silenzio, come stesse riflettendo, come stesse decidendo, come aspettasse di vedere me. E pareva guardarmi dubbiosa. Poi mi chiese se ero curioso. Accese la radio. Non ebbi il tempo di dirle che non avevo mai avuto il tempo per esserlo, ovvero che non credevo di riuscirci. Mi sistemò la cravatta. Mi spiegò che dovevo continuare a guidare. Che mi avrebbe fatto vedere quanto poteva esserlo e mi mostrò com’era monella. Pensai a Giovanna. Poi trovai quel pensiero sconveniente. Smisi di pensare a Giovanna. Guidare mi riusciva più difficile. Le parole senza suono che mi sussurrava stemperavano la tensione, sfumano il paesaggio in niente. Case di vetro e una curva improvvisa. Troppe curve per una giornata sola e come quella. Non aveva dietro documenti e non avevo pensato di chiederle il nome. Non sapevo nient’altro di lei e non avrei mai saputo nient’altro.

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tazzina di caffèLui non aveva avuto una figlia. Il destino non aveva voluto che lui godesse quella gioia. Poteva solo immaginarla o nemmeno quella. Certe cose mica si possono spiegare. Comunque era disposto a scommettere che sarebbe stato un buon padre. Gli sembrava di essere nato per quello. Non aveva mai voluto sapere. Si trovava solo e vecchio con quella specie di rimpianto. Si sentiva così inutile con questo pensiero che gli era doloroso. Lisa non aveva mai voluto che lo facesse. Scese pesante in ciabatte a portare le immondizie. Tornò per interrogarsi sulle proprie colpe. Ancora una volta non riuscì a assumerne nessuna. Ancora una volta accettò come ci fossero anche domande che non avevano risposte. Se l’uomo sapesse le cose, magari prima, non sarebbe uomo. E forse non era nemmeno la fortuna che può sembrare. Era una di quelle cose che una donna non può rimproverare al marito. Ormai, nel suo caso, una forma di martirio, come se l’avesse cercato. Trovò che tutto, in realtà, avesse un fondo di stupidità e che il resto fosse niente. Che la ragione non governa quasi mai le cose. Guardò l’ora. Telefonò a Lisa. Sapeva che sarebbe stata una delle solite telefonate laconiche, imbarazzate. Che non avrebbero trovato nulla da dirsi. Che si sarebbero limitati a chiedersi come va? Gli rispose la segreteria per comunicargli che il numero al momento non era raggiungibile. Accese la luce sperando che lei lo avrebbe richiamato quando avesse visto la sua chiamata. I piatti erano ancora là, da lavare.

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Franca subito dopo quel noi. Peccato, era bellissima.Forse inopportuna per festeggiare una donna e tutte le donne. Forse fin troppo vera, nel mio caso. Ci sono canzoni, e questa è una di quelle, che a volte senza un perché, ma non è questo il caso, che quando sentivo la loro musica di distruggevano dentro, mi straziavano il cuore, anche quando la nostra era una storia finita. In fondo fanno ancora male ma questo è un tributo ad un amore: il nostro. Hanno accompagnato molte mie ore. E mi hanno fatto sempre pensare a te. E’ strano ma non pretendo tutte le risposte, so solo che è. La dedico a te per quello cha ha rappresentato e a tutti quelli che hanno avuto un amore sfortunato e a quelli che ora hanno un amore felice. Non provo nessuna vergogna ad essere romantico. Ci sono sicuramente cose peggiori nella vita. E non ho altri pudori: TI AMO.lei sta con te..lei vuole te
e ti dirà che tu sei stato il primo che ha mai amato..
ma tu non sai niente di lei…
se ti amerà come tu vuoi ricorda che lei l’ha imparato da me…
lei sta con te…lei vuole te
se piangerà senza un perché..allora ricordati che lei pensa a me…

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tazzina di caffèEgregio signor autore. Con questa mia la prego umilmente di limitarsi e tenere a freno le sue fantasie stilistiche attenendosi il più scrupolosamente possibile ad una costruzione corretta delle frasi (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto, eventuali altri complementi), il che renderebbe di più semplice lettura i periodi e l’intero testo, ma soprattutto di essere più aderente ai fatti. Io non so se spedirò mai questa mia. Fatti, appunto: quel mattino era un freddo particolare e stava finendo la legna. Io me ne stavo sotto le coperte impigrita in quel tepore e con nessuna voglia di alzarmi per accendere la stufa. Anche, perché no, salvaguardando la sua semplice banalità. La giornata fuori metteva malinconia. Sono andata al bagno perché non ne potevo fare a meno e il freddo mi era entrato dentro. Così, tornando, sono scivolata sotto le coperte semplicemente alla ricerca di quel calore. (Le cose vanno perché debbono andare). Era come uno scherzo anche nei reciproci sorrisi. Erano solo coccole, innocenti coccole, ma si fa presto a scaldarsi in due e anche il pigiama faceva caldo. Il mio pigiama di pile con gli orsetti. Senza pensarci l’ho tolto e sono tornata a rifugiarmi in quel tenero abbraccio. Il pudore mi vieta di andare oltre come farebbe certamente il suo amore per il pettegolezzo ma non c’era nessuna malizia; almeno nelle mie intenzioni. Il male, semmai, viene dopo. Forse fu il suo troppo entusiasmo a svegliare Gianferdinando. Ora come ora non saprei proprio cosa dire. Se non si fosse destato non sarebbe successo niente e invece, ormai, è successo. Ora che hanno portato la legna mi sento più sicura e non succede tutti i giorni di svegliarsi in un mattino in cui fa un freddo così particolare. Dico solo che non è una buona ragione per andarsene e che non è nemmeno una scusa sufficiente per portarmi il caffè a letto.

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Quella casa tra i rovi. A due passi scorreva un breve fiumiciattolo di acque trasparenti. E di tanto in tanto frusciava l’erba di piccole presenze o delle carezze del vento. Ma lui non la invidiava quella pace e quella tranquillità. Quel silenzio era il fragore della solitudine che lo aveva stretto. Perché, fanculo, quando si parla all’uomo dello specchio si possono avere tutte le risposte ma, fanculo, sono solo tutte le risposte sbagliate e si sapevano già da prima delle domande; soprattutto se formulate stendendo distrattamente i panni vomitati dalla lavatrice. E tutto cominciava ad interessargli meno, compreso lui stesso. Cercò di ritrovare il rispetto che si doveva e scese in paese. La strada non era lunga ma la fece in fretta con una speranza che si mentiva e alla cravatta non era più abituato. Cercava di spiegarsi anche quello che non si può spiegare. Già dalle prime case aveva capito che il borgo era vuoto. Ognuno aveva portato la propria solitudine per mescolarla alle altre alla sagra del patrono. Tornò sui suoi passi, il rumore di troppi voci lo avrebbe infastidito.

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Tecnica mista su cartone telato: informale su variazioni di rossoAnche il ricordo fatica. Un nuovo mondo veniva alla luce e non c’era stato prima. Non c’era mai stato un ragazzo a dar calci a un pallone. I calcinacci li spalavano ancora di saggina. Cos’era la musica allora? quando è nata la musica. Allora era rubare un sogno. Tornavo a casa correndo col disco lucido e nero e lo mettevo nel piatto fino a consumarsi. E il giorno appresso ancora, e aveva colori e sapori nuovi. E imparavo le parole anche quando erano suoni che non conoscevo. Alle mie orecchie cercavo di farli suonare almeno simili. E le cantavo stonato come fossimo in tanti o cantavo Annamaria alla mia malinconia o a lei dopo averla conosciuta. Con quella voce che è rimasta uguale e gl’occhi che invece non sono più gli stessi. E loro parlavano di me e io di loro. E poi la prima autostrada senza riprendere fiato e sempre la mia musica con me a squarciagola. Ma poi entri ed esci dalle stanze e le stanze ti lasciano sempre qualcosa addosso. Ieri sera non era una sera come un’altra e ogni anno voleva raccontarsi. Chiudo le palpebre e torno a rubare o mi lecco le ferite e ho perso il conto. Non ho più quel giradischi ne un giradischi. Non ci sono più i dischi. Rimetto Contessa che l’ho rubata in rete e tutto torna vivo. Alzo il volume. Sarò anche uno stupido. Sarà anche vero che non succede mai due volte, ma quando devo scendere alla stazione di Bologna non riesco a non aver rancore.

Fotografia BN dell'orologio della stazione di Bologna fermo all'ora della stragePaolo Pietrangeli: Contessa

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteMilano. Milano centro. Notte. I negozi sono aperti. Le luci. La gente va frettolosa. Sotto gli ombrelli. Il bavero alzato. Il vento imbizzarrito. Spettina. A quello vola il cappello. A quello cola il naso. Interno bar. Novembre è un mese crudele? L’Italia va sotto. Piove. Piove da giorni. E il cielo promette solo pioggia. Nuvole scure si accumulano. Si affollano. Le une sulle altre. Ora il cielo si è fatto solo una tavola nera. E’ cieco. Nemmeno un riflesso. Milano è una città che non dorme. Non ho voglia di mettermi in viaggio. Solo un caffè. Un caffè è sempre un caffè. Solo noi sappiamo cos’è un caffè. Guardo il cellulare. Ha campo. Non è per quello. Non suona. Non suona mai quando vorresti. Potrei chiamare Lisa. Sentire come va. Ma anche lei. Chi gliel’ha fatto fare. Infilarsi in quella merda di posto. Lontano da tutti. Con quella lingua del cazzo. Nessun posto è migliore di quello in cui stai bene. Nessun posto è più bello.
Il rumore delle notizie. E’ tutto fuori. Un allarme lontano. Nessun silenzio è mai solo silenzio. Ma il silenzio che fa più male è quello di chi ti sta vicino. Di chi è lì a due passi. Chissà cosa starà facendo? Chissà se sa che sono qua? L’ultima volta era sporco. Non potevamo restare in macchina. Eppure un posto vale l’altro. A quest’ora. Nemmeno posso restare qui. Devo decidermi. E’ pigrizia. Nemmeno la forza di andare alla macchina. Per prendere le valigia. Non ho portato che lo stretto necessario. Dovevo fermarmi solo questi due giorni. Questa cazzo di riunione. Se non era per lei… non sarei qui. In mezzo a tutto questo presente. E tutto questo passato. A tutti i miei ieri. Come cambiano i giorni. Basta poco. Basta niente. Non facevo che aspettare. Aspettare una occasione come questa. Sono qua e piove. Sono qua e lui nemmeno lo sa. Non gliel’ho detto. A che sarebbe servito? Non gliene doveva importare? Forse. Cosa conta? Perché rinvangare?
Le cose finiscono. E dopo sono finite. Lo dovevo sapere. Lo sapevo fin dall’inizio. E’ che le cose non le sai mai. E poi ti mancano solo quando ti servono. Ne hai bisogno. Cosa ci fai a Milano quando non hai altro da fare? Quando hai tutto un pomeriggio libero? Piove. Non è nemmeno il freddo. Non sono triste. Ho troppe cose e nessuna. Mi sento vuota. Non ho una vera ragione. E forse nemmeno è tristezza. E’ solo il tempo. Questa pioggia, appunto. Il mese. Una serata così. E’ così che ti prende la malinconia. Quello mi guarda. Niente di meglio che un po’ di compagnia. Proprio quello di cui avrei bisogno. Proprio quello che non voglio. Non ho voglia di parlare. Delle solite cose. Di qualche carineria forzata. Dei giochini. Mi va? Mi andrebbe anche. Ma il solo pensarci mi mette angoscia. Mi da alla nausea. Perché non possiamo semplicemente dircelo? Trovare quell’elementare coraggio? Chiederci: Andiamo da te o da me? Ma non sempre ciò che sembra facile lo è.
Anzi, sembra tutto così complicato. Anche una cosa così semplice. Basterebbe gli dicessi: Senti, mi sento sola. Più direttamente: Ne ho voglia. E’ un sorriso quello? Invece non so che vestire questi panni. Che essere donna. Cosa avrei da perdere? Nemmeno mi ha mai vista. Mai andare con gli sconosciuti. Come non accettare le caramelle. Sono cresciuta. E poi non ne ho voglia. Non veramente. Non proprio. Solo che è una notte così. Dove niente sembra andare. Solo un momento di quelli. E viene come senza motivo. Da solo. All’improvviso. E mi sento nervosa. Non ho voglia di dormire da sola. Lui si alza. Continua a guardare verso di me. Anche mentre esce. Ecco, è andato. In fondo siamo tutti estranei. Ed estranei per sempre. E non mi piaceva di chiamarlo. Di corrergli dietro. E poi per cosa? Magari mi avrebbe messo tristezza. Non sarebbe la prima volta. Magari avrebbe aggiunto tristezza alla tristezza. Non lo saprò mai. E’ meglio così. A volte non ti senti meglio nemmeno dopo. Ti lascia altro vuoto. Aggiunge altra solitudine. Aggiunge rimpianti.
Mi trovo a rinfacciarmelo: Diventa grande. E’ tardi per tutto. Anzi è proprio il dopo che mi spaventa. Forse è il dopo che mi ha sempre spaventata. Non ci sono parole per il dopo. Anche volessi cosa potrei dirgli? E se mi risponde lei? A volte le cose semplicemente sono. Sono e non lo vorresti. Non lo accetti. E’ la tua testa. E’ il tuo cuore. O quello che chiamiamo così. E’ qualcosa dentro che non lo vuole accettare. E le cose sono anche se non vuoi. Anche quando le sai prima non le vuoi sapere. E poi… sembrava tutto così semplice. Come se bastasse un: fanculo. Bastasse girare le spalle perché tutto svanisca. Invece non finisce niente. E continua a piovere. Ma non c’è niente che veramente cambia. E niente è più importante delle cose tue. E’ questa la vera verità. Nessun dolore fa più male. Niente è più nostro di noi. E’ forse questo che mi fa paura. Tutto comincia così. Tutto comincia ed è cominciato come avventura di una sera. Con una risata. Un momento in simpatia. Leggero. Con un’alzata di spalle. Con un: Va bene così. L’uomo non sa cambiare. Non si può uscire dagli schemi. Persino i passi ti riportano sugli stessi posti. I piedi, quasi da soli. E’ lì che tutto è cominciato. Insomma c’è un lì. E lì è rimasto un ricordo preciso. Imprigionato. Incatenato. E quel ricordo si fa ferita. Condanna. Nessuno è mai innocente. Siamo tutti questo e quello.
Guardo il cellulare. Ha campo. Continua a non suonare. Semplicemente anche lui è rimasto senza parole. E tutto sembra contro. Il tempo. La natura. La fortuna. E… persino la sua Inter; proprio non va. Sarà sicuramente di cattivo umore. Dovrebbe vincere una finale al giorno. Era tenero quella sera. Dopo Barcellona. Ma era Barcellona? Faccio fatica a ricordare. Lo sa che non ne so. Che non mi interesso. E che non me ne importa. Che lo facevo per lui. Per essere gentile. Per essere carina. Non gli importava. E facevamo entrambi come fosse vero. Non è sempre obbligatorio un motivo per festeggiare. Ma se serve perché ammalare il momento. Quando era contento ero contenta anch’io. In fondo gli uomini, tutti gli uomini, sono semplicemente complicati. Li può prendere per la gola. Attraverso le loro vanità. Per le loro debolezze. In mille altri modi. Anche per il tifo. E vorrei ancora quello che credevo che non avrei voluto più. Stasera lo vorrei. Stasera vorrei lui. Disperatamente. Ma forse è colpa di questa sera. Devo cercare una stanza. Una doccia. Un letto. Un cuscino. Il sonno. Mi sento stanca. “Perché ci si accorge dell’amore solo quando lo si ha perduto”?

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Io l’avevo capito. Da tempo. Certo. Il fatto è che, non so dire quello che dico. Io sono sempre stato così. Non ho mai avuto tante parole. E anche quelle. Mi riescono difficili. Non ci ho confidenza. Io sono un uomo di terra. Le mani consumate. Non per dire. Un uomo che capisce il cielo. E le nuvole. E il momento giusto. Lo dovevo capire. Non serve l’orologio. Non era proprio possibile. L’avevo capito. Lei invece era diversa. Lei ci ha sempre tenuto di più. Forse era per quello. Lo era sempre stata. Forse perché non eravamo destinati a incontrarsi; ma trent’anni. Trent’anni dico. Ci vuole tanto tempo? Mica un giorno. Trent’anni. Senza un dubbio. Senza un sospetto. E non c’era di che sospettare. Non siamo più ragazzini. Non io. Io non lo sono. Quando non te lo aspetti.
Ei vecchio.” Mi ha detto. Così ha detto. E quel vecchio. Quel vecchio. Che brutto suono aveva. Mica era come quanto noi si saluta uno con confidenza. Senza pensarci. Ma con simpatia. Per abitudine. Padrone per rispetto e vecchio per confidenza. No! Invece no. Era proprio per dire proprio vecchio. Era come uno sputo. Buttato con rabbia. Ma da cosa? Eppure. C’era rabbia. Ero io quel vecchio. Senza difesa. Senza scampo. Con spregio. Ero proprio io. Non c’era altri. Era di me che parlava. Era a me che parlava. Come le fossi d’impiccio.

Ma ti vedi? Guardati.”
Ora se voglio mangiare me lo devo fare. Non c’è più nessuno a pensarci. Non c’è più Giuseppina. Si chiamava proprio così. Giuseppina. Cioè si chiama ancora. Giuseppina. Bel nome, Giuseppina, vero? Proprio un nome adatto a lei. Non è il cucinare. E’ che non ho fame. Si chiude. Si chiude lo stomaco. E’ mettersi a tavola. Solo. Un solo piatto. Un solo bicchiere. Una coppia di posate. Non avere lei là. Lei. Lei da guardare. Lei che mi guarda. Il suo silenzio. Persino quello. Persino il suo silenzio. Questo mi toglie il mangiare. Me lo fa diventare estraneo. Freddo. Senza importanza. Insapore. Anzi. E’ proprio lo stomaco. Si chiude come attorno ad un buco. Come un pugno. Un sasso. Diventa un sasso. Non ho mai mangiato molto. Lo vede. Mi può vedere. Ho sempre avuto bisogno di poco. Mi accontentavo di poco. Frugale, dicono. Non so esattamente. Eppure ho sempre lavorato. Sempre. E come altrimenti? Mica mi son trovato già fatto. Tutto mi è costato. Tutto ho sudato. E la mia casa… quella che adesso è la sua; cosa crede? Me la son fatta da me. Io mi so arrangiare. Un po’ di aiuto e fatica. Spingere la cariola e tirare avanti. Un boccone e via. Riprendere. Sole o pioggia. Cominciata e finita. S’era già al tetto prima ancora di quanto pensavo. In un baleno. Certo che la sera ero sporco. Sporco di sabbia e di cemento. Sporco di calcina e calcinacci. Sporco di fatica. Sporco di quello che mi rendeva orgoglioso. Sporco di farlo per noi. Sporco e indolenzito. E soddisfatto.

Finisci il tuo vino; vecchio. Dobbiamo chiudere.”
Lei invece era diversa. Io mi lasciavo andare. Si può capire. Non che sia giusto. Ma cosa è giusto? E’ giusto quando è. Quello che è. Non avrei dovuto farlo. Non mi amava. Non mi amavo. Non mi curavo. Non mi guardava. Non mi curavo perché non mi guardava. Non mi vedeva perché non mi curavo. Come quella storia del gatto. Lei diceva che era per quello. Forse non era per quello. Solo il fatto che io avevo perso ogni voglia. Ogni amore. Ogni piacere. Le stavo intorno. Lei mi allontanava. E di più le stavo intorno. E le dicevo le parole belle. Lei si innervosiva. Sbuffava. Si annoiava. La fine era già incominciata. Come lo potevo sapere? Lo dovevo capire. Non c’eravamo detti niente. Ma i suoi gesti erano più delle parole. Non mi sopportava. Non mi voleva vicino. Vengo con te. Nemmeno a parlarne. Usciva sempre più da sola. E poi che ci fai; ti annoieresti. Tutto era importante. Più del nostro. Io non mi sono mai annoiato con lei.

Pure la barba da fare hai? Io non lo voglio. Non voglio invecchiare. Come te. Io no. Te lo dico e te lo ripeto. Non voglio.” Lo vedo da me. Il fatto è che io invecchiavo e lei no. Era strano. Era proprio così. Quando tutto andava bene non era così. Lei invecchiava. Esattamente come me. Si invecchiava assieme. Segni sottili che solo io potevo vederle; da vicino. Nemmeno ci si poteva accorgere un giorno per l’altro. Certo. Ne faceva una mania. Poi ha smesso. Dieci anni dopo il si. Io andavo avanti con gl’anni. Lei restava uguale. Subito mica ci si fa caso. Solo un po’ alla volta. Quaranta io e lei ancora trenta. Cinquanta io e lei ancora trenta. Giorno per giorno. Non una ruga. Niente. Come faceva non lo so. O forse lo so. Forse lo posso immaginare. Ma lei restava uguale. E io, stupido, ero fiero. Era ancora bella. Mi piaceva che me la guardassero. Così i giorni. Così i mesi. Così gli anni. Il tempo passava solo per me. I primi capelli bianchi. E poi cadevano. Le cose normali. Le cose del tempo. Dell’invecchiare. Sarebbe normale se lo si fa in due. No? Invece così è assurdo. E’ incredibile. Ero incredulo. E, povero stupido, fiero. Illuso.

Lei invece era diversa. Ah! Se lo era. Ci ha sempre tenuto. Io mi lasciavo andare. E lei me lo diceva. Lo rinfacciava. Mi rimproverava. Ma perché, le chiedevo io, se non per te? Se non mi guardi? Che importanza ha se non mi importa più di me? Perché non ti importa più di me. Mi dovevo arrangiare. Quel poco. Mi capisce? Mi perdoni. Mi scusi la confidenza. Se le posso sembrare volgare. Io non so dirlo. Forse dico eresie. Cose da non dire. Ma dico quello che mi sale. Quello che mi viene in bocca. E non lo dico con rabbia. Non riesco ad averne. E poi perché? A che servirebbe? Mi arrabbierei da solo. Me la farei a me. Già allora lei alzava le spalle. Nemmeno un ombra. Solo alzava le spalle. E non era cosa sua. Manco mi stava ad ascoltare. Ma era stato bello. Prima; intendo. Certo che era stato bello. Veramente bello. Io l’amavo. Un grande amore. E continua. Io continuo ad amarla. E’ questo. Non so cancellarla dai miei pensieri. Non so toglierla dalla testa. E’ come un male. Mi fisso. E torno a pensare a lei. Continuamente. Mi alzo col suo pensiero. Se dormo la sogno. Se mi desto all’improvviso, nel buco della notte, ho il suo pensiero. E cerco di capire. E farmi capire. E mi illudo che mi ascolti. Le parlo molto. Da quando sto solo non faccio altro. Non faccio che parlarle. Che spiegarle. Era diversa. Quante calze consumava. Mica che glielo biasimo. Lei ci teneva. Lei era così. Sempre in ordine. Anche per questo mi piaceva.

Invece d’essere contento ero disperato. Non so che pensare. Ma poi c’ho pensato. Anche altri mi hanno detto quello che sapevo già. Quello che sospettavo. Forse l’aveva già pensato. Deciso da tempo. S’era preparata. E io mica me l’ero aspettato. Tutto ma non quello. Mai avrei pensato. Ma forse nel tempo ha covato questo pensiero. Come le galline. Proprio come le galline le uova. Pian piano ha pensato che poteva fare senza. Senza di me. A che le servivo? E che anzi, forse, era anche meglio. Non era per i soldi. Non era quello a tenerci. Lei prendeva di più. Questo è sempre stato il peggio. Mi sentivo meno uomo. Non so come spiegare. E’ stupido. Ma è così. Un uomo non dovrebbe mai portare a casa meno. Anche quello mi faceva tornare di cattivo umore. Tristo. Con meno voglia di parlare. E un poco di muso. Me la prendevo con me. Mi davo dello stupido. Dell’incapace. Dicevo quelle parole solo a me. E dentro. In silenzio. Me le rimproveravo. Lei nemmeno lo sapeva. Anche quello mi tornava il cattivo umore.
A che le servivo? Nemmeno a quello. Gliel’ho detto. Pian piano non lo facevamo più. Non che non lo volessi. Anzi. Per me non era cambiato niente. Proprio niente. Non che non avessi protestato. Sempre meno. Passava sempre più tempo. Alla fine era finito. Era da troppo tempo. Mi ero stancato anche di protestare. Mi diceva che c’avevo un vizio. Che non pensavo ad altro. Che non c’era solo quello. Che non pensavo ad altro. E che a lei non piaceva. Cioè non ne aveva voglia. Non in quel momento. Che la dovevo capire. Che l’amore è amore. E’ amore anche senza. Anche se non si fa. Non andava. Non piaceva più. Che io ce l’avevo sempre nella testa. Qualche volta era vero. Ma mai è meno di poco. Non crede? Io sono fatto così. Sono paziente. So aspettare. Come con la gramigna ci vuole caparbietà. Altrimenti non se ne esce. La terra non fa regali. E io cercavo di capirla. E forse proprio lì sbagliavo. La capivo troppo. La capivo sempre. E lei era sempre sicura. Io perdevo di me. Se non lo si ha. Se non si ha rispetto come possono averlo gli altri. Tavola non tavola. Mettersi a tavola era fare attenzione. Le parole tagliavano come il coltello. Erano ferite. Le aprivano. Era tutto un fare attenzione. Un stare sulle spine. Un temere timore. Un avanti e indietro tra mugugni.

Bevi pure con calma; amico. C’è sempre tempo.”
No! bambini non ne ha mai voluti. Diceva che non aveva la pazienza. Che le facevano paura. Che non li sopportava frignare. E strillare. E incapricciarsi. Siamo stati attenti. Non ne voleva. Non ne abbiamo avuti. Forse avrebbero aiutato. Come l’amore. Come fare all’amore. Forse avrebbero dato un senso. Portato allegria. Ci avrebbero distratti dalla pigrizia. Dai silenzi che ci crescevano intorno. Dai borbottii. Forse non le avrebbero permesso di restare come era. Essere madre cambia le cose. Poi si impara ad amarli. Ne ho viste tante di donne così. Il tempo te lo insegna. Sono sempre un dono del Signore. Sono un’allegria. E poi chi pensa al nostro futuro se non sono loro. E’ così che sono qui. Lei ha sempre detto di no. Non se ne parla nemmeno. Cosa potevo fare?¹


1] scritto l’ 11.11.1994

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