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Posts Tagged ‘Marcos’

Vorrei lasciare una firma: La vita è una bella avventura che vale sempre la pena di essere vissuta. Perché parlare di me? Per edonismo? Per presunzione? Niente di tutto questo. Perché è come parlare di un uomo comune. No! non ho una storia da raccontare ma tante piccole storie. Nessuna storia con la ESSE maiuscola. In un mondo, quello della rete, in cui esistono tante persone virtuali io sono entrato con il mio nome e con la mia faccia. Qualcuno ha creduto di conoscermi. Si conosce mai veramente una persona? Io sono questo e altro, come tutti. Difficile raccontarmi in poche parole. Cercherò di farlo cercando di essere il più possibile neutrale e onesto. Non ho nulla di cui andare fiero. Forse la mia prossima avventura: la mostra sui bambini di Gaza di cui ho più volte accennato, alla quale do, con entusiasmo, il mio piccolo contributo. Sono veneziano e provengo da una famiglia di sinistra, o per meglio dire Comunista. Anni pieni di entusiasmi quelli della mia infanzia. Non ho avuto altra scelta che essere a mia volta Comunista. Lascio presto la scuola, forse troppo presto. Essendo tra quelli che hanno compiuto i vent’anni nel 68, cosa potevo divenire se non un sessantottino e vivere la piazza e tutti quegli slogan e le occupazioni? Nei primi anni ’70 entro nel P.C.I. e vivo la segreteria Berlinguer, curo la FGCI; come sempre la mia attenzione è rivolta ai giovani. Dipingo un po’, scrivo un po’ di più; leggo abbastanza. Per molti motivi mi allontano dal Partito ma la ragione principale è che non voglio in nessun modo che i miei ideali diventino un mestiere. Mi piace dare idee e sudore e starmene nell’ombra. A farla breve a poco più di 40anni mi invento un Centro Sociale che presto diventa occupato: Marcos. Io 45anni circa e loro tutti 20enni. Grande spazio, grandi progetti. Naturalmente ci sgombrano. Allora con parte degli stessi ragazzi apriamo un circolo culturale in una struttura pubblica, una scuola: Icaro. Mi allontano perché considerato dall’amministrazione di centro sinistra un pericoloso sovversivo; per non creare problemi al gruppo. Torno a lavorare con quei ragazzi dopo un po’ di decantazione ad un progetto ambizioso, il recupero di un forte della prima guerra mondiale (Forte Sirtori), aprendo un Centro Sociale enorme non occupato cioè vincendo la gara d’appalto: Baracca e burattini. Dopo sei anni, sempre circa, una giunta di centro destra ci chiude quello che era per noi un grande sogno con tanti giovani. Cerco di difendermi durante i seguenti 5 anni di mobbing duro e di lottare. A 59 anni mia moglie, dopo 33 di matrimonio, chiede la separazione, poi otterrò il divorzio. Forse sono troppo sovversivo anche per lei. Mi invento per la quarta volta una lista elettorale e mando a casa quei politici di destra dai comportamenti un po’ fascistoidi: la lista ottiene il 6%, seconda della coalizione e torno a ritirarmi nel mio angolino. A 61, del tutto casualmente, ritrovo la mia ragazza del 68. E’ un incontro che non può non lasciare il segno, era stata una storia breve ma intensa e io avevo continuato a portarla nel cuore. Non può che tornare a divampare l’amore. Lei è la mia Compagna (in tutti i sensi). Il nostro rapporto ha un solo momento di crisi quando lei mi dice che economicamente sta abbastanza bene. Stupidamente temo che questo possa cambiarmi o averla cambiata. Con Lei ritrovo la mia città perché Lei ha una casa bellissima a Venezia. Veramente ne ha anche una per le vacanze a Ponza. Lo so: sono l’unico uomo che ha vinto alla lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. E ora questa avventura della Mostra. Spero di non aver annoiato. Certamente non è tutto ma è una parte di quel tutto. Non si può mettere tutta una vita in un post. Che dire? non amo parlare di quello che ho fatto. Spero di aver sempre qualcosa da dire su quello che vorrei fare. Stare vicino a Lei è attraversare le cose con entusiasmo e serenità. Spero solo che Lei sia felice per tutto quello che merita e per quello che ha sofferto. Anche nel nostro rapporto cerco e cercherò di mettere tutto il mio entusiasmo e il mio impegno. Speriamo di mandarvi presto una cartolina dalla Palestina.

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Cara Martina
Questo non è un pezzo di letteratura. La persona più cara mi ha sollecitato spesso. Mi sono lasciato sedurre, una specie di compiacimento. Mi sono ritrovato ad abbandonarmi ad un paio di piccoli accenni. Poi chiedi anche tu, di quel mio passato. Briciole. Frammenti. In un breve commento. E ti racconti; una patina di rimpianto. No! non ho rimpianto. E’ passato. Vorrei essere presente. Non mi sembra poi così rilevante. Inoltre, piccole streghe, mi fate parlare d’altro. Questo doveva essere un angolo da riservare alla prosa, a piccoli racconti. Non voglio farne area di dibattito, di confronto. Continuo a non volere il proscenio. E’ una scelta antica. Ma le questioni che poni non potevo restringerle ad una breve risposta a quel commento. Tanto vale farne questo assurdo ed inutile post, dove parlo di me. Un me di alcuni, non troppi, anni fa. Forse solo di ieri.
Non siamo a Milano. Anche torno a Venezia ci sono diversi centri sociali. Il più vicino alle vicende raccontate è uno di più importanti, almeno allora, e più nominati: il “Rivolta”. Ma no! non volevo fare nulla di simile. Come mio solito non seguo mai modelli. Quelli di cui parlo potrebbero essere definiti, per non ingenerare confusione, “centri giovanili autogestiti”. Ci rivolgevamo al territorio. Non so se tornerò a parlarne, per ora mi sento in dovere di queste precisazioni. Mi sono sempre mosso in un confronto-scontro con le istituzioni. Dovevo mettere quei ragazzi davanti alla realtà della società in cui vivono. Dar loro strumenti di scelta. Integrarsi e come o altro. Scegliere la parte dove stare.
Contemporaneamente dedicavo un po’ del mio tempo ad un impegno “politico”. Anche questo un po’ insolito. Anche questo avrebbe bisogno di altro spazio in cui parlarne. Nelle ultime quattro tornate amministrative ho “inventato” quattro diverse liste. Anche di queste sono più o meno responsabile; spesso, come per i centri, l’unico responsabile. Per antica scelta non appare mai il mio nome. Naturalmente questo non mi ha limitato nel prendermi ogni mia responsabilità. Non ho così raccolto nemmeno quei trentanove voti, ma, nel bene e nel male, sono sempre stato decisivo. Per far capire: piccoli dati. Se il mio comune non è più retto da una giunta di “destra” è anche grazie a quel 6% che la mia ultima lista ha conseguito. Il dato è secondo solo a quello del PD (per la nostra parte). L’IDV ha raccolto un punto in meno. Il resto della sinistra (Rifondazione, Verdi, Socialisti e Comunisti Italiani) a cui avevo proposto un alleanza, sdegnosamente rifiutata, sono spariti restando sotto 1,5.
Non ne parlo perché non amo vantarmi di cose di cui non credo sia da vantarsi. Non c’è nulla di “eroico”. Ho lottato. Qui ho vinto, lì ho perso. A consuntivo: mi sono divertito. Mi sono sentito vivo. E’ una bella sensazione, ma io ho incontrato spesso belle sensazioni. E ancora ne incontro. Non ne parlo anche perché non è per niente facile parlarne. Spesso sono fatti di sensazioni. E’ stato incredibile esprimere quella proposta non preparata e accorgersi che era percorribile. Sentire tutti parlare del disimpegno dei giovani e vederne in un attimo un centinaio disposti a ragionare, lavorare, entusiasmarsi con te. Relazionarsi a loro come uno di loro. Confrontarsi alle loro logiche. I giovani si raggruppano in tribù. Bisogna saper rapportarsi ai leaders. Trovare gli equilibri. Essere riferimento senza mostrarsi condottiero. Non indietreggiare mai. Alla fine, intorno alla “Baracca” giravano un paio di migliaia di giovani. Una decisione scellerata ha pensato di chiuderla. Ha pensato di ammainare la bandiera della pace.
In questa storia c’è stato Marcos, poi Icaro, poi il Comitato Forte Sirtori e la Baracca & Burattini, poi la Nuova (Breve) Baracca. Una storia lunga. Una storia piena. Una storia che preferirei fossero altri a raccontare. Incontro ancora occhi lucidi che la ricordano come un sogno; del passato. Nel versante politico-amministrativo c’è stata Iniziativa Democratica-Verdi, Iniziativa Democratica, Ci6 e Spinea con… Fino alla prossima avventura. Solo a volte comincio a sentirmi vecchio. Scusami l’arroganza
Un abbraccio: L’autore

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Tecnica mista su cartone telato: informale su variazioni di rossoIn un certo senso la storia delle baracche e la storia di Spinola sono una stessa storia. Almeno negli ultimi trentanni e qualcosa di più. Ma il Forte c’era da prima. C’era dalla prima guerra. Quella che poi hanno chiamato grande. Mai servito a niente perché lo stavano finendo quando l’uso dei mortai l’hanno reso inutile. Insomma sto creando confusione a chi legge ed è meglio rimandare ogni spiegazione. Perché qui il tema è un altro. E poi il Forte è venuto dopo. Dopo una serie di altre avventure. Certo prima di una serie di altre ancora. Ma prima? Beh! C’è un inizio che viene prima delle Baracche. Qualcuno potrebbe dire che non c’entra un fico con loro. L’hanno detto. Forse è vero. Non per me.
Non cercate Spinola in nessuna mappa perché Spinola non c’è. Questo forse l’ho già detto. D’altra parte nemmeno io sono una persona reale. Nemmeno i fatti che racconto. Tutto questo appartiene solo ad un mondo che vorrei o ad un mondo che non è stato. In qualche caso per stupidità. Sempre perché divorato dal passato. Non esiste proprio nella misura in cui ognuno quel passato lo scrive come vuole. E nella vita non c’è mai un vero inizio. Ma io credo valga la pena cercare di dare un ordine alle cose. E credo che a volte ci sia anche bisogno di ricordare. Qualsiasi ragione adducessi sarebbe una di molte, o improbabile, o quella che mi viene al momento. Quella sera ero solo, come mi succede spesso, inquieto. Forse un po’ nevrotico. E’ quello che mi ha spinto ad uscire dalla quiete domestica. Margherita mi aveva chiesto dove stavo andando; Margherita è, cioè era allora, mia moglie. Se ricordo non mi ero dato pena di risponderle se non bofonchiando. Non avevo niente in mente.
Era una sera qualunque di un giorno qualunque di un anno qualunque. Ad essere pignoli possono essere passati una quindicina d’anni; mese più, mese meno. Se questo corrisponde al vero ne dovevo avere allora circa quarantasette; anche omettendo la mia età. Ora mi sembrano pochi ma allora erano molti per un’ impresa come quella. Insomma in culo alla notte mi fermo a parlare con alcuni ragazzi del quartiere. I loro vent’anni creavano un abisso tra noi. Diffidavano come si diffida a vent’anni di qualsiasi futuro. Delle regole che vengono imposte. Un po’ di tutto perché, come sostiene qualcuno, è quella un’età grama. Ma quasi tutti avevano negli occhi una opacità persa. La verità è che si nascondevano nella notte. Uno gettò lo spino appena feci cenno di avvicinarmi. Li chiamano ragazzi a disagio. Spesso è solo il disagio di quell’età. Spesso sono comunque i soldati di questa parte della guerra delle generazioni. Hanno la valigia pronta e nessuna destinazione. Non so perché ma mi sembrava che qualcosa non andasse in loro. Che si stessero distruggendo inutilmente. Non che sia solito intromettermi nei cazzi degli altri. Era quell’ inutilmente che mi infastidiva.
A pensarci bene anche questo può aver influito in quella fine, cioè nell’altra fine, quella del mio rapporto con Margherita. Solo che a pensarci oggi mi viene da dire che è stupido faticare tanto per trasformarsi in un ex quando si può, con più facilità, tornare allo stadio di amici. Ma ancora una volta mi perdo in altre storia, nei rivoli. Parlando con loro mi ero distratto. Mi trovai ad avere la loro stessa età, mi ritrovai ventenne. E loro principiarono a vedermi come se quell’età ce l’avessi veramente. Ne rimasi sorpreso e quasi incredulo. Parlavamo la stessa lingua. Avrei dovuto forse morderla, quella lingua. Invece mi uscì d’impeto e senza ragione: “Perché invece di farci del male non consumiamo le nostre ore a costruire qualcosa”? Spesso era Matteo il primo a rispondere: “E cosa”? Al momento mica ci avevo pensato: “Un posto per noi. Una specie di centro sociale. Anzi, non per noi ma per tutti”. Bocca taci. Di cose del genere ne sapevo quasi nulla. E quel nulla solo per averlo letto o per sentito dire. Ma me lo immaginai a modo mio. Non un centro sociale come quelli che ci sono; anche nei dintorni della stessa Spinola. Non amo le riserve. Amo ragionare con la mia di testa e a fare cazzate basto io. “Credi ce lo lasceranno fare”?
Avrei preferito la domanda di riserva. Stavo lasciando andare le parole. Mica ci avevo pensato bene a quello che stavo facendo. Non ci avevo pensato per niente. Non ero sceso con un programma. Non avevo dietro un progettino. Ero solo uscito perché mi sentivo soffocare. O solo per cercarli e dirgli di smetterla. Sarei un antiproibizionista, ma quelle che chiamano pesanti non mi piacciono e mi fanno un po’ di paura. Trovo stupido farsi del male così. Come diceva quella scritta: “La droga uccide lentamente ma io non ho fretta”. Che poi qualche volta invece ha persino fretta a presentarti il conto. Ed è sempre un conto salato. Insomma sono fatto così. Faccio prima di pensarci. Mi presento in un modo e mi scopro un altro. E dire che sarei taciturno. Almeno lo ero. Un ragazzetto chiuso; ma prima. E non ho mai voluto fare il condottiero. Né il leader. Non si annoverano eroi nella mia famiglia. Forse qualche caso sporadico di diserzione. Ho sempre cercato di nascondermi nella folla. Di fare solo il militante di base. Mica per paura. E’ che non so fare la prima donna. Non la voglio fare. Nemmeno la donna. Non avevo altra risposta: “Insomma… non resta che provarci”.
E’ così che sarebbe nato quello che poi avremmo chiamato, non a caso, Marcos.

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