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«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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L’aveva sempre detto a Cesira che qualche volta avrebbe preferito finalmente passare delle vacanze tranquille, nella loro casa al mare. Lui e lei. Soli. Non c’era verso. Invece era sempre un’avventura. Alcune vere. Alcune meno. Alcune non affatto. Cosa importa? Alla fine cos’è vero e cosa no? Aveva tutto il tempo che voleva a propria disposizione. Resta quello che si vuole credere e far credere e sognare. La verità resta una sola. Non fa a tempo ad andare via un ospite che ne arrivano due. Un eterno va e vieni. Ma perché la gente ama così tanto il mare? Perché qualche volta non possono andarsene tra i monti? Con le caprette? A cercate Peter? Dove c’è il latte buono e il burro e il formaggio di malga? E l’aria è più fine? E non serve quella condizionata? Naturalmente perché lì tutto è gratis. Non devono portarsi nemmeno gli asciugamani; basta la crema solare. E Cesira gli fa trovare anche la cena pronta. Meglio che in albergo.
L’assassino del bagnasciuga a lui faceva una pippa. Era l’ultimo dei suoi incubi. Ad agosto naturalmente era arrivato il nipote con gli amici ed era cominciata la caciara. Avere in vacanza una decina di ragazzi che schiamazzano per casa non era certo il massimo dei suoi sogni. Nemmeno il minimo. Ventenni. Erano un vero incubo. Nemmeno al bagno si riusciva a stare tranquilli e in santa pace. E mangiavano come dei forsennati. Dei veri lupi. Tutto il giorno. Senza sosta. Oltretutto il mare predispone all’appetito; e a una certa emancipazione e promiscuità. Si abbassa la soglia del rispetto, si alza quella della familiarità. Temeva di imbattersi in qualche ragazzo mentre quello, quel cialtrone, usciva dalla doccia o si rivestiva. O si infastidiva se quando, girato l’angolo, sorprendeva qualche coppietta in cerca di un minimo di intimità per baciarsi. Cose banali eppure non si sentiva a suo agio. Erano solo ragazzi, ma non poteva restare certo immune al fascino di un paio di quei bikini. Katia era sicuramente un gran bel magnifico vedere.
Quel giorno, con un sospiro di sollievo, li vide prepararsi per andare finalmente tutti alla spiaggia. Prima del solito. Quando non era ancora mezzodì. Tutti tranne Graziella che aveva denunciato un leggero mal di testa. Sabatino, tutto dolcezza, le aveva chiesto se voleva che restasse per farle compagnia. Lei aveva detto che non c’era bisogno. Lui non aveva insistito e gli altri amici lo avevano trascinato via. Si era rimessa a letto, quella sfortunata ragazza. Non si era fatta viva nemmeno per il pranzo. Finito lui si era messo a leggere in terrazza e Cesira se n’era andata, come sempre, a riposare. Povera donna, se l’era proprio meritato. Aveva fatto tanti caffè che lui aveva temuto che la macchietta, la moka, potesse surriscaldarsi, se non fondere. Avevano consumato un intero barattolo di cioccolata spalmabile grande quanto il bidone. Così si era ritrovato da solo. Un attimo di pace. Un silenzio incredibile, imbarazzante. Finalmente.
Spesso i genitori dovrebbero pensarci bene prima di dare il nome ad una figlia. Graziella si stava cambiando. O si stava spalmando di crema. O era uscita dalla doccia. O si era appena alzata dal letto. Aveva gli occhi assonnati. Oppure… Insomma, inutile cavillizzare. Cercare troppe risposte. In fondo era in camera sua. Lui stava passando e lei era lì, dietro la porta aperta. Come dire? aveva il costume, ma non la parte sopra. Lui stava proseguendo. Stava andando oltre. Sgattaiolando via. In silenzio. Senza far rumore. Cercò di non farsi vedere. Di farsi piccolo. Pensò di scusarsi. Mica era colpa sua. Doveva pure poter andare in bagno. Tra tanti dubbi il risultato fu che rimase attonito e immobile davanti a quella porta. Distante ma davanti. Lei non si era accorta della sua presenza finché non sentì i suoi occhi addosso. Allora cercò di coprirsi. Di coprire quei piccoli seni. Piccoli sarebbe stato un eufemismo. In realtà non aveva proprio seno. Era un mucchietto d’ossa. Un mucchietto d’ossa con un sorriso sempre triste e malinconico: “Ma signor Giovanni”…
Che ci poteva fare? Pensò di giustificarsi e dirle che mica l’aveva fatto a posta. Che solo gli scappava di pisciare. Che non si era accorto della porta, aperta. Che i suoi occhi non avevano fatto a tempo a vedere niente. Che non c’era niente da vedere. Come per un maschietto. Quasi. Si chiese cosa ci trovasse quel ragazzo in quella ragazza. Bella non si poteva dire bella. Più che di poche parole era stato un miracolo aver sentito in un paio di occasioni la sua voce. Non era graziosa nemmeno quella. Anche sul suo modo di vestire avrebbe avuto un bel po’ da dire. Pensò che in fondo non era nemmeno veramente sua nuora. Era la fidanzata del figlio del marito di seconde nozze della figlia di Cesira. Praticamente non c’era nessuna parentela diretta tra loro. No! non poteva dirsi fortunato. C’era veramente ben poco da guardare. Aveva già visto che il reggiseno era un accessorio, nel suo caso, del tutto inutile. Non era certo Katia, ma… Era così giovane. Aveva vent’anni. Anzi quasi diciotto. Bella età quella. E alla vita non si può sempre rimproverare tutto. E poi un uomo e pur sempre un uomo. Cosa poteva farci? Non lo aveva certo voluto? Quando è la natura che fa il suo corso. Che decide. Era solo la vittima degli eventi. Insomma… aveva funzionato: “Ma signor Giovanni”…
Lui non lo avrebbe nemmeno voluto, ma era stata la natura ad esplodere decidendo da sola. E lui non aveva potuto opporsi. Farci niente. Cercò eppure di uscire da quel tragico e increscioso incidente. Di non restare a disagio. Di distrarre gli occhi. Di togliere la ragazzetta dall’imbarazzo. Certo poteva ritirarsi, anche se gli scappava troppo. In fondo, al mare, si sta tutti un po’ vestiti a metà e nudi a metà. Coperti meno di quanto sarebbe decente. Non è forse vero? Gli faceva tenerezza. Poteva essere veramente sua figlia. Anzi la figlia della figlia. O del maschio. Non che la conoscesse proprio, non troppo, non abbastanza. Le chiese come stava. Si scusò. Stupidamente le chiese se aveva sete e se poteva portarle del tè freddo. Le spiegò che non doveva farsi riguardo per lui. Che poteva succedere. Ed era successo. Che non era nulla. Nulla di male. Per metterla a suo agio anche lui si mise a proprio agio. Lei intanto aveva abbassato le mani. Poi aveva abbassato anche gli occhi. E allora finalmente disse qualcosa con una voce flebile: “Ma signor Giovanni”…
Oh signor Giovanni”…
Gli erano sempre piaciute le ragazze che sanno riconoscere la fortuna e che sanno esserle grate. E che sanno distinguere le cose per quelle che sono, e con entusiasmo. Infatti prima la voce aveva mostrato sorpresa. Poi interesse e ammirazione. Quasi incredulità. Delle mani non sapeva più che farsene. Gli occhi di Graziella avrebbero voluto sfuggire i suoi, ma non riusciva a toglierglieli da dosso. Lo interrogava in viso ma poi tornavano in basso. Indecisi tra il rimprovero e l’interesse e ripeteva quell’ultima frase. Intanto che lui la fissava aveva cercato di spiegarle che è una cosa normale. Che sarà mai? Che, a parte l’età, non erano che un uomo e una donna. Che al mare può succedere. E intanto, per non restare lui da solo in imbarazzo, la pregò di toglierlo anche lei. Era indecisa se protestare, senza convinzione: “Ma signor Giovanni”…
Alcuni minuti sembrarono ore. Cosa stesse passando per la testa di quella ragazza era un vero mistero: “Forse… non… dovremmo”… Lo guardava restando ancora incredula. Cercò da prima di mostrarsi recalcitrate al che dovette rassicurarla: “Lascia, faccio io”. E lei lo lasciò fare ubbidiente. Ma per pensarci ci pensò: “Non vorrei disturbare la signora Cesira”.
Gli erano sempre piaciute le ragazze rispettose ed educate: “Faremo piano”. E aveva veramente apprezzato che lei si fosse preoccupata di non disturbare il meritato riposo di sua moglie. Che le avesse usato quella delicatezza e quella cortesia. E di quella sua remissività. La convinse. Si lasciò andare. Il letto era piccolo. Un letto a una piazza. Girò lo sguardo da un’altra parte. Non era molto ispirato. Per trovare un altro po’ di entusiasmo chiuse gli occhi e pensò a Katia. Nemmeno Greta era male. E le aveva proprio grosse. Certe cose un uomo, un galantuomo, non dovrebbe nemmeno sognare di raccontarle, ma docilmente lo aveva lasciato fare tutto. Anzi a un certo punto gli aveva chiesto se fosse già stanco. Preoccupata. Lo avrebbe capito, aveva detto. Un po’ affaticato per la verità si sentiva. Ma non voleva cedere. Non voleva arrendersi. Così non poté che ricominciare. Lei aveva trovato sempre più, e sempre in silenzio, quell’entusiasmo facile da scovare a quell’età. Infine non era riuscita a trattenersi da gridare. Lui si era sentito intimorito. E orgoglioso di sé: “Oh signor Giovanni”…
Quand’ebbe finito era riuscito ad andare finalmente in bagno, mentre lei restava in silenzio ad occhi abbassati. E si era infilato anche sotto la doccia. Prima di uscire però le aveva detto: “Chiamami pure Giovanni”. Amava l’educazione, ma quando si eccede si eccede. Troppo formalismo tende a rendere le persone ancora più imbarazzate. Aumenta le distanze. Avvelena anche quel minimo di convivialità. Insomma cominciava a non piacergli. Lo infastidiva quel signor. Al ritorno la porta era ancora aperta ma lei si era rivestita. E sopra il costume, forse lo stesso, aveva anche messo pantaloni e maglietta. In silenzio non lo aveva guardato. Lo aveva ignorato. Lui era andato in cucina a farsi un caffè. Era stato allora che era scesa Cesira. Sperava non l’avessero disturbata. Lei disse che le sembrava di aver sentito gridare. Che questo l’aveva preoccupata. Gli chiese se era successo qualcosa. Su due piedi non gli riuscì niente di meglio che raccontarle la verità, o quasi. Almeno un po’.
In fondo non poteva dire che era stata proprio colpa sua. Lui l’aveva avvertita. Calmo, per quanto poteva esserlo, la tranquillizzò: “Sai come sono questi ragazzi. Credono di essere già grandi. Credono di spaccare il mondo. E hai visto quant’è magra? Un’acciughina. Con quello che mangia… Ma dove?… Ma forse ha preso anche un po’ troppo sole. O forse è solo dovuto al mal di testa. Secondo me studiano anche troppo. E poi esagerano tutto. Ieri sera hanno anche fatto tardi. Nemmeno li ho sentiti rientrare. E tu? E hanno bevuto. Si sentiva di svenire. Un mancamento, ha detto. Come l’ho sentita sono accorso subito. Fortuna che era vestita. Sarebbe potuto essere… sconveniente. Anche se non c’è molto da vedere. Non ho dovuto fare niente. E’ stata una cosa passeggera. Niente di grave. Forse anche un po’ di disidratazione. E’ bastato solo un sorso di tè. Ora va già meglio. Credo si sia rimessa a letto. E’ solo affaticata. Le ho consigliato di riposare ancora un poco”.
A cena, mentre Cesira lavorava per quattro per servire tutti, aveva chiesto a Graziella come andava per il suo mal di testa. Nessuno se ne era preoccupato. Forse nessuno nemmeno se lo ricordava. Come se non avessero assolutamente notato la sua assenza. La musica andava forte. Più che una musica era un fracasso. Si sentiva dolere le ossa. Era veramente stanco. E deciso ad andarsi a coricare presto; cascasse il mondo. Si sentiva tutti gli anni che aveva. Forse qualche natale in più. Ma pur sempre un vero guerriero. Anche se gli occhi gli si chiudevano. Sabatino se la mangiava guardandola. Continuava a non riuscire a capirlo. O forse sì. In quel caso era solo un pirla. Lui continuava a vederla brutta. Lei gli rispose nel frastuono: “Molto meglio, grazie signor Giovanni”. Il certino le aveva chiesto sorpreso cos’era successo. Se non si fosse sentita bene. Valli a capire i giovani.
L’indomani era riposato. Non proprio in gran forma ma quasi. Pronto ad affrontare le sfide della giornata. Si era fumato già un paio di sigarette durante la lunghissima cerimonia dei caffè. Aveva anche aiutato Cesira a portare un paio di tazze in tavola. Allungato lo zucchero ora a questo ora a quello. Preso dell’altro latte dal frigo. Approfittato anche lui del barattolo di cioccolato da spalmare. Al momento di scendere alla spiaggia, quando tutti erano pronti con le borse e gli zaini preparati, Graziella aveva detto: “Andate pure avanti voi, tranquilli, vorrei fermarmi a provare a studiare almeno un pochino”. Non gli erano mai piaciuti gli eroi. Meno ancora i martiri. Credeva ormai di conoscersi bene. Aveva guardato il suo viso impassibile e aveva deciso “Posso unirmi a voi, ragazzi”? Si erano mostrati tutti entusiasti. Anche Cesira lo aveva incoraggiato ad andare, ma di fare attenzione al sole. Non si era guardato indietro. Era determinato: voleva vedere Katia fare il bagno. Solo Graziella aveva detto a bassa voce: “Ma signor Giovanni”…

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news_50690_donna-morta-spiaggia«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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Katia al mareL’aveva sempre detto a Cesira che qualche volta avrebbe preferito finalmente passare delle vacanze tranquille, nella loro casa al mare. Lui e lei. Soli. Non c’era verso. Invece era sempre un’avventura. Alcune vere. Alcune meno. Alcune non affatto. Cosa importa? Alla fine cos’è vero e cosa no? Aveva tutto il tempo che voleva a propria disposizione. Resta quello che si vuole credere e far credere e sognare. La verità resta una sola. Non fa a tempo ad andare via un ospite che ne arrivano due. Un eterno va e vieni. Ma perché la gente ama così tanto il mare? Perché qualche volta non possono andarsene tra i monti? Con le caprette? A cercate Peter? Dove c’è il latte buono e il burro e il formaggio di malga? E l’aria è più fine? E non serve quella condizionata? Naturalmente perché lì tutto è gratis. Non devono portarsi nemmeno gli asciugamani; basta la crema solare. E Cesira gli fa trovare anche la cena pronta. Meglio che in albergo.
L’assassino del bagnasciuga a lui faceva una pippa. Era l’ultimo dei suoi incubi. Ad agosto naturalmente era arrivato il nipote con gli amici ed era cominciata la caciara. Avere in vacanza una decina di ragazzi che schiamazzano per casa non era certo il massimo dei suoi sogni. Nemmeno il minimo. Ventenni. Erano un vero incubo. Nemmeno al bagno si riusciva a stare tranquilli e in santa pace. E mangiavano come dei forsennati. Dei veri lupi. Tutto il giorno. Senza sosta. Oltretutto il mare predispone all’appetito; e a una certa emancipazione e promiscuità. Si abbassa la soglia del rispetto, si alza quella della familiarità. Temeva di imbattersi in qualche ragazzo mentre quello, quel cialtrone, usciva dalla doccia o si rivestiva. O si infastidiva se quando, girato l’angolo, sorprendeva qualche coppietta in cerca di un minimo di intimità per baciarsi. Cose banali eppure non si sentiva a suo agio. Erano solo ragazzi, ma non poteva restare certo immune al fascino di un paio di quei bikini. Katia era sicuramente un gran bel magnifico vedere.
Quel giorno, con un sospiro di sollievo, li vide prepararsi per andare finalmente tutti alla spiaggia. Prima del solito. Quando non era ancora mezzodì. Tutti tranne Graziella che aveva denunciato un leggero mal di testa. Sabatino, tutto dolcezza, le aveva chiesto se voleva che restasse per farle compagnia. Lei aveva detto che non c’era bisogno. Lui non aveva insistito e gli altri amici lo avevano trascinato via. Si era rimessa a letto, quella sfortunata ragazza. Non si era fatta viva nemmeno per il pranzo. Finito lui si era messo a leggere in terrazza e Cesira se n’era andata, come sempre, a riposare. Povera donna, se l’era proprio meritato. Aveva fatto tanti caffè che lui aveva temuto che la macchietta, la moka, potesse surriscaldarsi, se non fondere. Avevano consumato un intero barattolo di cioccolata spalmabile grande quanto il bidone. Così si era ritrovato da solo. Un attimo di pace. Un silenzio incredibile, imbarazzante. Finalmente.
Spesso i genitori dovrebbero pensarci bene prima di dare il nome ad una figlia. Graziella si stava cambiando. O si stava spalmando di crema. O era uscita dalla doccia. O si era appena alzata dal letto. Aveva gli occhi assonnati. Oppure… Insomma, inutile cavillizzare. Cercare troppe risposte. In fondo era in camera sua. Lui stava passando e lei era lì, dietro la porta aperta. Come dire? aveva il costume, ma non la parte sopra. Lui stava proseguendo. Stava andando oltre. Sgattaiolando via. In silenzio. Senza far rumore. Cercò di non farsi vedere. Di farsi piccolo. Pensò di scusarsi. Mica era colpa sua. Doveva pure poter andare in bagno. Tra tanti dubbi il risultato fu che rimase attonito e immobile davanti a quella porta. Distante ma davanti. Lei non si era accorta della sua presenza finché non sentì i suoi occhi addosso. Allora cercò di coprirsi. Di coprire quei piccoli seni. Piccoli sarebbe stato un eufemismo. In realtà non aveva proprio seno. Era un mucchietto d’ossa. Un mucchietto d’ossa con un sorriso sempre triste e malinconico: “Ma signor Giovanni”…
Che ci poteva fare? Pensò di giustificarsi e dirle che mica l’aveva fatto a posta. Che solo gli scappava di pisciare. Che non si era accorto della porta, aperta. Che i suoi occhi non avevano fatto a tempo a vedere niente. Che non c’era niente da vedere. Come per un maschietto. Quasi. Si chiese cosa ci trovasse quel ragazzo in quella ragazza. Bella non si poteva dire bella. Più che di poche parole era stato un miracolo aver sentito in un paio di occasioni la sua voce. Non era graziosa nemmeno quella. Anche sul suo modo di vestire avrebbe avuto un bel po’ da dire. Pensò che in fondo non era nemmeno veramente sua nuora. Era la fidanzata del figlio del marito di seconde nozze della figlia di Cesira. Praticamente non c’era nessuna parentela diretta tra loro. No! non poteva dirsi fortunato. C’era veramente ben poco da guardare. Aveva già visto che il reggiseno era un accessorio, nel suo caso, del tutto inutile. Non era certo Katia, ma… Era così giovane. Aveva vent’anni. Anzi quasi diciotto. Bella età quella. E alla vita non si può sempre rimproverare tutto. E poi un uomo e pur sempre un uomo. Cosa poteva farci? Non lo aveva certo voluto? Quando è la natura che fa il suo corso. Che decide. Era solo la vittima degli eventi. Insomma… aveva funzionato: “Ma signor Giovanni”…
Lui non lo avrebbe nemmeno voluto, ma era stata la natura ad esplodere decidendo da sola. E lui non aveva potuto opporsi. Farci niente. Cercò eppure di uscire da quel tragico e increscioso incidente. Di non restare a disagio. Di distrarre gli occhi. Di togliere la ragazzetta dall’imbarazzo. Certo poteva ritirarsi, anche se gli scappava troppo. In fondo, al mare, si sta tutti un po’ vestiti a metà e nudi a metà. Coperti meno di quanto sarebbe decente. Non è forse vero? Gli faceva tenerezza. Poteva essere veramente sua figlia. Anzi la figlia della figlia. O del maschio. Non che la conoscesse proprio, non troppo, non abbastanza. Le chiese come stava. Si scusò. Stupidamente le chiese se aveva sete e se poteva portarle del tè freddo. Le spiegò che non doveva farsi riguardo per lui. Che poteva succedere. Ed era successo. Che non era nulla. Nulla di male. Per metterla a suo agio anche lui si mise a proprio agio. Lei intanto aveva abbassato le mani. Poi aveva abbassato anche gli occhi. E allora finalmente disse qualcosa con una voce flebile: “Ma signor Giovanni”…
Oh signor Giovanni”…
Gli erano sempre piaciute le ragazze che sanno riconoscere la fortuna e che sanno esserle grate. E che sanno distinguere le cose per quelle che sono, e con entusiasmo. Infatti prima la voce aveva mostrato sorpresa. Poi interesse e ammirazione. Quasi incredulità. Delle mani non sapeva più che farsene. Gli occhi di Graziella avrebbero voluto sfuggire i suoi, ma non riusciva a toglierglieli da dosso. Lo interrogava in viso ma poi tornavano in basso. Indecisi tra il rimprovero e l’interesse e ripeteva quell’ultima frase. Intanto che lui la fissava aveva cercato di spiegarle che è una cosa normale. Che sarà mai? Che, a parte l’età, non erano che un uomo e una donna. Che al mare può succedere. E intanto, per non restare lui da solo in imbarazzo, la pregò di toglierlo anche lei. Era indecisa se protestare, senza convinzione: “Ma signor Giovanni”…
Alcuni minuti sembrarono ore. Cosa stesse passando per la testa di quella ragazza era un vero mistero: “Forse… non… dovremmo”… Lo guardava restando ancora incredula. Cercò da prima di mostrarsi recalcitrate al che dovette rassicurarla: “Lascia, faccio io”. E lei lo lasciò fare ubbidiente. Ma per pensarci ci pensò: “Non vorrei disturbare la signora Cesira”.
Gli erano sempre piaciute le ragazze rispettose ed educate: “Faremo piano”. E aveva veramente apprezzato che lei si fosse preoccupata di non disturbare il meritato riposo di sua moglie. Che le avesse usato quella delicatezza e quella cortesia. E di quella sua remissività. La convinse. Si lasciò andare. Il letto era piccolo. Un letto a una piazza. Girò lo sguardo da un’altra parte. Non era molto ispirato. Per trovare un altro po’ di entusiasmo chiuse gli occhi e pensò a Katia. Nemmeno Greta era male. E le aveva proprio grosse. Certe cose un uomo, un galantuomo, non dovrebbe nemmeno sognare di raccontarle, ma docilmente lo aveva lasciato fare tutto. Anzi a un certo punto gli aveva chiesto se fosse già stanco. Preoccupata. Lo avrebbe capito, aveva detto. Un po’ affaticato per la verità si sentiva. Ma non voleva cedere. Non voleva arrendersi. Così non poté che ricominciare. Lei aveva trovato sempre più, e sempre in silenzio, quell’entusiasmo facile da scovare a quell’età. Infine non era riuscita a trattenersi da gridare. Lui si era sentito intimorito. E orgoglioso di sé: “Oh signor Giovanni”…
Quand’ebbe finito era riuscito ad andare finalmente in bagno, mentre lei restava in silenzio ad occhi abbassati. E si era infilato anche sotto la doccia. Prima di uscire però le aveva detto: “Chiamami pure Giovanni”. Amava l’educazione, ma quando si eccede si eccede. Troppo formalismo tende a rendere le persone ancora più imbarazzate. Aumenta le distanze. Avvelena anche quel minimo di convivialità. Insomma cominciava a non piacergli. Lo infastidiva quel signor. Al ritorno la porta era ancora aperta ma lei si era rivestita. E sopra il costume, forse lo stesso, aveva anche messo pantaloni e maglietta. In silenzio non lo aveva guardato. Lo aveva ignorato. Lui era andato in cucina a farsi un caffè. Era stato allora che era scesa Cesira. Sperava non l’avessero disturbata. Lei disse che le sembrava di aver sentito gridare. Che questo l’aveva preoccupata. Gli chiese se era successo qualcosa. Su due piedi non gli riuscì niente di meglio che raccontarle la verità, o quasi. Almeno un po’.
In fondo non poteva dire che era stata proprio colpa sua. Lui l’aveva avvertita. Calmo, per quanto poteva esserlo, la tranquillizzò: “Sai come sono questi ragazzi. Credono di essere già grandi. Credono di spaccare il mondo. E hai visto quant’è magra? Un’acciughina. Con quello che mangia… Ma dove?… Ma forse ha preso anche un po’ troppo sole. O forse è solo dovuto al mal di testa. Secondo me studiano anche troppo. E poi esagerano tutto. Ieri sera hanno anche fatto tardi. Nemmeno li ho sentiti rientrare. E tu? E hanno bevuto. Si sentiva di svenire. Un mancamento, ha detto. Come l’ho sentita sono accorso subito. Fortuna che era vestita. Sarebbe potuto essere… sconveniente. Anche se non c’è molto da vedere. Non ho dovuto fare niente. E’ stata una cosa passeggera. Niente di grave. Forse anche un po’ di disidratazione. E’ bastato solo un sorso di tè. Ora va già meglio. Credo si sia rimessa a letto. E’ solo affaticata. Le ho consigliato di riposare ancora un poco”.
A cena, mentre Cesira lavorava per quattro per servire tutti, aveva chiesto a Graziella come andava per il suo mal di testa. Nessuno se ne era preoccupato. Forse nessuno nemmeno se lo ricordava. Come se non avessero assolutamente notato la sua assenza. La musica andava forte. Più che una musica era un fracasso. Si sentiva dolere le ossa. Era veramente stanco. E deciso ad andarsi a coricare presto; cascasse il mondo. Si sentiva tutti gli anni che aveva. Forse qualche natale in più. Ma pur sempre un vero guerriero. Anche se gli occhi gli si chiudevano. Sabatino se la mangiava guardandola. Continuava a non riuscire a capirlo. O forse sì. In quel caso era solo un pirla. Lui continuava a vederla brutta. Lei gli rispose nel frastuono: “Molto meglio, grazie signor Giovanni”. Il certino le aveva chiesto sorpreso cos’era successo. Se non si fosse sentita bene. Valli a capire i giovani.
L’indomani era riposato. Non proprio in gran forma ma quasi. Pronto ad affrontare le sfide della giornata. Si era fumato già un paio di sigarette durante la lunghissima cerimonia dei caffè. Aveva anche aiutato Cesira a portare un paio di tazze in tavola. Allungato lo zucchero ora a questo ora a quello. Preso dell’altro latte dal frigo. Approfittato anche lui del barattolo di cioccolato da spalmare. Al momento di scendere alla spiaggia, quando tutti erano pronti con le borse e gli zaini preparati, Graziella aveva detto: “Andate pure avanti voi, tranquilli, vorrei fermarmi a provare a studiare almeno un pochino”. Non gli erano mai piaciuti gli eroi. Meno ancora i martiri. Credeva ormai di conoscersi bene. Aveva guardato il suo viso impassibile e aveva deciso “Posso unirmi a voi, ragazzi”? Si erano mostrati tutti entusiasti. Anche Cesira lo aveva incoraggiato ad andare, ma di fare attenzione al sole. Non si era guardato indietro. Era determinato: voleva vedere Katia fare il bagno. Solo Graziella aveva detto a bassa voce: “Ma signor Giovanni”…

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blogger-image-948893101Quell’anno, al mare, Ortensia invitò anche Erika, una sua collega di dieci anni più giovane di lei. Non eravamo soliti avere ospiti per le vacanze, ma avevamo una cameretta libera e il caso non poteva portarmi più che piccoli fastidi, pensai. Fin dal primo sguardo notai quanto fosse carina, ma immediatamente distrassi la mia attenzione. Ortensia è sempre stata tutto per me. Per di più i primi giorni se ne andarono da sole al mare, non volevo essere scortese, ma dovevo finire quella maledetta relazione. La sera si mangiava assieme e si beveva qualcosa sotto la luna ed erano entrambe una gradevole compagnia. Alla fine lo finii il maledetto rapporto. E lo mandai per mail.
Era un’estate veramente calda. Anche se io in spiaggia mi annoio e non sopporto leggere e sentirmi tutta la sabbia appiccicata addosso decisi di accompagnarle. Presi con me Cent’anni di solitudine. Per me è sempre un gran libro. Un capolavoro. Certo che glielo chiesi: “Che ne dite ragazze se oggi vengo con voi”? Erika si mostrò subito entusiasta e mi rispose solo con un radioso sorriso: “Finalmente”. Ortensia si mostrò meno contenta. Si limitò a un quasi rassegnato: “Va bene”. Ma lei è sempre stata una persona di poche parole e gelosa dei suoi sentimenti. Però si infilò il libro e le sigarette in borsa e uscì per andarsi a preparare. Se ne uscirono entrambe in pareo pronte per levare le tende.
Ricordo che Ortensia stava leggendo un’indagine del commissario Montalbano. Ci scherzai sopra, per la strada. Avevano due parei che sembravano non esserci. Leggeri come un soffio di vento. Sottili come una bava di lumaca. Insomma era come se fossero con il solo bikini. Pensai: Come tutte, o almeno credo. Cercavo di non sentirmi in imbarazzo. Ed ero ancora bianco come un lenzuolo. Ed era già agosto. Erika invece non amava molto la lettura. Diceva che voleva solo spiaggia. E rideva.
Improvvisamente non avrei voluto più arrivare. Inventai anche la storia di prendere un altro caffè. Mi ci volle un bel po’ per convincerle. Come se ci fosse fretta. Ero contento di girare con loro due, di averle al mio fianco. Ero seccato di essere lì, per strada, e in quello sgangherato pulmino, con loro. Ma l’estate, al mare, è spiaggia. E ci ritrovammo sulla spiaggia. A stendere gli asciugamani. A prepararsi a prendere il sole. Io, naturalmente, sotto l’ombrellone. Dopo aver coperto il bianco della pelle con uno spesso strato di bianco di crema solare.
Ortensia era ancora una bella donna. Nonostante l’età. Mi resi conto che non mi piaceva vedere come tutti la guardavano. Credo di aver cominciato a odiare la spiaggia. E a odiare i bagnanti. Quella confusione. Quella sorta di libertà. Però era strano: Trovarmi geloso anche di come guardavano Erika. Ma in fondo loro due erano con me. Entrambe. E quando trovai gli occhiali era tardi. Speravo di trovare un po’ di tranquillità. Di isolarmi. Di immergermi nel libro e ritrovarmi come da solo. Ma ero distratto. Continuavo a guardarmi intorno. E continuavo a guardare Ortensia, che è anche il nome di un fiore. E continuavo a guardare Erika, che non credo faccia fiori. E la guardavo guardingo. La guardavo e non la guardavo. Come di sfuggita. Rapidamente distogliendo lo sguardo. Avrei voluto poterle vedere solo io. E che l’amica non vedesse che la guardavo. Emozioni e sensazioni che non avevo mai provato. Non era da me.
Quando decisero di togliersi il reggiseno sprofondai in un abisso d’imbarazzo. Non loro ma io. A loro sembrava naturale. E si muovevano con naturalezza. Avrei voluto ammazzarli tutti. Le vedevo come potevano vederle tutti. Non era la prima volta eppure mi sembrava che quegli occhi frugassero nella nostra intimità. Sarò un cretino però… E poi è quello che provavo. Non si può sempre decidere cosa si vuole provare e pensare. Non si può sempre razionalizzare. Nemmeno io ci riesco sempre; come quella volta. Ed Erika era decisamente carina. Non era solo la sua età a essere bella. Non aveva solo un bel sorriso. E dei bei denti. E gli occhi del colore dei suoi. Non sono poi così vecchio. E le sue erano come di marmo, non tremolavano affatto.
Naturalmente al ritorno più che scottato mi ero arrostito. Ero rosso come un’aragosta. La mia Ortensia dovette ricorrere a una buona dose di crema doposole. Facendo molto attenzione. La cosa sembrava rendere allegre le mie due compagne. Cioè mia moglie e la sua giovane e carina collega. E si scambiavano battutine. Come se non fossi là a sentirle. Alla fine stavano massacrando la mia immagine e prendendosi gioco di me. Mi dipingevano come un tedioso intellettuale poco adatto a una giornata al mare. Così cenammo tra lazzi e spiritosaggini varie e qualche pettegolezzo che non potevo capire. Parlavano di uomini e di colleghi.
Dopo un paio di grappe Ortensia era stanca. Il mare e il sole affaticano sempre. Si alzò e si andò a coricare per prima dicendo: “Ti aspetto”. Mi ritrovai da solo a parlare da solo con Erika. Non era poi così stupida. Non avevo ancora molto sonno e nemmeno lei. Amava il cinema e non si era persa nessuno degli ultimi film. Mi raccontò di alcune mostre che aveva visitato. Poi prese a parlarmi del suo passato. Della sua vita. Dei suoi. Degli studi. Di un paio di amori finiti. Di uno non che era mai cominciato. Di quello che non avrebbe voluto che fosse finito. Di quanto amava le immersioni. Delle nozze della sorella. Sapeva descriversi in modo affascinante. Sarei stato per ore ad ascoltarla. Anche solo ad ascoltare la sua voce. Io non trovavo altrettanti argomenti.
All’improvviso si era alzata e aveva detto: “Vado a farmi un’altra doccia; Vieni”? So che per lei era puro divertimento e che si stava prendendo gioco di me. Racconto tutto così come lo ricordo. Dico: “Vai pure, io sparecchio”. Dice: “Non c’è fretta”. Dico: “Ortensia mi aspetta. E non voglio che domani si ritrovi con questo disordine”. Ride: “Falla aspettare. E poi si dice per dire”. Dico: “Abbiamo una doccia sola”. Ride più sguaiatamente: “Ma c’è posto per due, se ci si stringe”. Dico: “Mi faccio l’ultimo goccio”. Dice: “Come vuoi.” –e si allontana. Aggiunge “Contento tu”.
Ho portato le tazze in cucina. Le ho messe nel lavello. Ho fatto scorrere l’acqua. Sono tornato a riempirmi un bicchierino. Mi girava un po’ la testa. Per l’alcool e per il sole. Ho Preso la bottiglia e il resto. Sono passato per il corridoio. Di tutto questo ne ho buona memoria. Si era scordata di chiudere e la porta era rimasta aperta. Lei era sotto la doccia come aveva detto. Mi ha visto e mi ha sorriso. Non aveva niente addosso. Era proprio tutta nuda. All’improvviso udii un forte dolore alla parte sinistra del petto. Lo riconobbi subito: era un infarto. Solo il tempo di chiedere aiuto. Solo il tempo che Erika uscisse dalla doccia. Solo il tempo di vedere accorrere Ortensia a controllare cosa succedesse. Solo il tempo di dire: “Ragazze, ascoltate, questa sì che è musica. Si sente il sapore del mare e le onde”.

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Nel c’è più posto in questo mondo per i sogni. La vela era tanto gonfia che un attimo ancora sarebbe stata strappata via. L’ammainai ormai rassegnato. La stiva era vuota e di pesce ben poco. Non mi restava che tornare a piangere le mie sfortune. A cercare qualche chiacchiera e un bicchiere di vino. Pensai ad una vecchia canzone. Ormai non mi aspettava più nessuno al porto. Questo avrebbe reso più facile il mio ritorno. Ma non avevo nemmeno nessuno interessato ad ascoltare le mie lamentele. Ancora non volevo credere che lei se ne era andata. Ero tornato e avevo trovato solo un biglietto. Non riuscivo a rimproverarmi nulla. Tranne che le notti sono lunghe. E la vita corta. Dimmi… Dimmi… Ma non mi davo pace. Avrei dovuto andarmene anch’io.
Lanciai la rete più per disperazione che per altro. Un’ultima testarda ostinazione rassegnata. Non era la prima volta. Ormai erano giorni che pescavo amarezza e debiti. Bevvi un lungo sorso di vino dalla bottiglia. Gli occhi mi bruciavano di pioggia e di sale. Non vedevo che tempesta e buio. Poi lampi a ancora buio. Schiaffi violenti battevano sulla superfice del mare alzando onde immense e schiume che restavano bianche solo pochi attimi. Poi il nero ingoiava tutto. Non riuscivo nemmeno a provare paura. Cercavo di governare la mia Giovannina. In quei momenti non hai tempo di pensare ad altro. E non c’è posto nemmeno per la signora pura. E’ un lusso che non ti puoi permettere, se vai per mare. Non c’è posto per altro. In più ho sempre creduto che se affronti le difficoltà lo puoi fare solo se ti convinci di pensare che non può toccare a te. Che non può essere quella la tua ora. Cioè se riesci a non pensare. A limitarti a fare. Anche se in cuore preghi come una canzone. E’ solo che raccomandare l’anima a dio, è la più facile delle filastrocche. La prima bestemmia che viene alla gola.
Con la manica cercai di tergermi la fronte. Affondai mezzo braccio in mare e annusai il sapore di quell’acqua. Nei momenti più strani si fanno cose che non hanno altra spiegazione. Semplicemente si fanno. Non mi sentivo più le mani che erano piene di calli e di tagli provocati dalle corde. Dalla rabbia imprecai e sbattei il berretto in sentina. Decisi di averne abbastanza e principiai a ritirare la rete. Io sono solo un povero pescatore e non le so raccontare bene le cose. Non mi faccio molte domande. Non trovo tante risposte. Conosco il mare e i suoi umori. I venti. Tutti i pesci. Tutti forse è troppo. Non esiste un tutti. Tiro e quella resiste. Testarda sembra non volere venire su. D’istinto penso che si sia incagliata in qualcosa; in qualcosa di grosso. Lì, sul fondo del mare. Ci metto forza, perché per fortuna di quella ancora ne ho. Cocciuta, ma finalmente pareva voler cedere; e lo sforzo era grande. Per quanta ne portassi alla fiancata altrettanta cercava di portarmi giù. Guadagnavo corda lentamente come una penitenza. Un grano di rosario alla volta.
La ricorderò per sempre quella notte. Non potevo credere di aver messo il guinzaglio ad un tonno. Non in queste acque. Non a quel modo. Eppure era una pescata pesante, ma certo non potevo immaginare. Nella rete si muoveva e si divincolava. Pensai una pescata abbondante in un bel branco. Magari di sgombri. Questo mare tra sarde e sardine non da molto altro, raramente qualche orata, qualche dentice, una ricciola, quasi mai nemmeno un rombo. Questo e un braccio amaro. E poi io, con la mia barca, non è che mi posso allontanare più di tanto da riva. Le pensai tutte. Poi è cominciata ad affiorare un’unica pinna. Era un esemplare solo. Lo avevo sospettato fin dal primo strappo, la rete si dimena in modo diverso se è affollata da un branco o è prigione di un unico enorme soggetto. Doveva essere comunque molto grosso. La fatica che mi chiedeva era immane. Forse una cernia, ma proprio grossa. No! era più affusolato. Pensai ad uno di quei piccoli pescecani che da noi chiamano “cagnolini”. Solo che peso e dimensioni sembravano più del suo parente più feroce. Ma in queste acqua non s’è mai avvistato un esemplare di quella specie. In realtà in queste acque non era stata mai avvistata nemmeno la mia pesca. Nonostante il buio e la mia incredulità cominciavo a poterla vedere. Incredulo ho spalancato tutti gli occhi. Nella rete s’era impigliata… Nella rete, lo giuro su tutti i santi del paradiso e su Nettuno protettore di tutti quelli che vanno per mare, c’era, davanti alla mia più completa meraviglia, una sirena. Completa di testa e capelli e squame e pinne e coda e tutto il resto. Una vera sirena.
Per chi non lo sapesse la sirena non è un pesce, è un mammifero. Respira l’aria come la respiriamo noi. Non correva certo pericoli. Se si agitava era perché si sentiva imprigionate in quelle maglie. E per la sorpresa. E perché l’avevo trascinata a forza lontano da casa. Fuori dal suo mondo. Forse aveva timore. Forse paura. E gridava, se si possono dire grida le sue. Avete mai sentito la voce di una sirena quando schiamazza? Beh! Non le so spiegare. Che poi sarebbe solo tempo perso. Lei gridava e si dimenava e si dibatteva furente rischiando di farsi male. Doveva essere un esemplare di circa sessanta sessantacinque chili. Come l’avrei potuta sognare ma anche più bella. Anche se qualsiasi signora, in quelle condizioni, si sarebbe detta che non era presentabile. Cercai di calmarla e mossi per tornare. Non ero ancora deciso a liberarla per paura che mi sgusciasse e tornasse in mare. Poi lei ha cominciato a capire i miei occhi, ma eravamo già arrivati. Non è stato facile convincerla, ma non c’è niente di facile. Son rimasto povero ma sono felice, e ancora è il mare a darmi quel poco da mangiare. Ora posso dire di essere fortunato. Non è molto ciarliera, forse potremmo dire che non è nemmeno di grande compagnia, per lo più se ne sta lì a guardare gli scogli con gli occhi malinconici. Eppure lei è il mio tesoro. Non ne parlerei se non fossi ubriaco. E’ un segreto, il mio segreto. Lei non penserà mai di separarsi da me e io non proverò mai più il morso della solitudine. Ho un solo rammarico: quello di aver pescato era l’ultima delle sirene. O forse è lei che ha cercato la mia rete. Non se ne sono più viste perché non ce ne sono più.
Non mi credete? Non vi sorprenderà se la cosa non mi meraviglia. Eppure voi credete ad un dio che non v’ha mai dato retta, e lo invocate perché risponda a voi, solo a voi; tra i tutti proprio alla vostra richiesta. Alle vostre malignità non voglio dar risposta. Tuttavia sarebbe sufficiente solo un attimo di attenzione, da allora non ho più portato al mercato nemmeno una sola alice, non perché non ce ne siano più, o sia diventato d’improvviso incapace, o abbia smesso di conoscere la costa, pescarle si pescano e più di prima, e solo perché lei ne è molto ghiotta e mangia solo quelle.

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Hanno la casa subito dopo quella di mio fratello Giulio. Lui dice che non li conosce bene. Che sono una coppia molto appartata. Quest’anno è venuto a luglio. Poi basta. La casa era vuota. Un peccato. Sarebbe, anzi, stata una bestemmia non approfittarne. Così ho preparato armi e bagagli e sono venuta su. Io invece non li conoscevo per niente. Mai incontrati. Non c’era mai stata occasione. Sono passata a salutarli. Sono gentili. Lui trova buffo che mi chiami Donatella. Per il fatto… insomma a me sembra una cosa stupida. Mi sono invitata a cena un paio di volte. Un altro paio ho chiesto se potevo usare la piscina. Non so per quale motivo. Ne avevo voglia. Loro mi sembrano gentili. Soprattutto lei. Lui sta più sulle sue. Parla poco. Forse perché ha lei vicina. Non mi è mai capitato di essere così poco… calcolata. I suoi occhi sembrano non voler vedere. Ha occhi solo per lei. Sono proprio una bella coppia. Peccato… Il mare mi piace ma la solitudine mi annoia. E anche due parole a volte aiutano. Sono compagnia. Ma anche le cose belle son destinate prima o poi a finire. E in vacanza i giorni corrono. Si avviano frettolosamente a finire.
C’è così poca intimità in queste casette a schiera. Le nostre finestre sono vicine. Molto vicine. Faccio molta attenzione quando sono in casa. Prima di spogliarmi controllo sempre di non essere vista. Lo faccio prima ancora di accendere la luce. E anche all’improvviso, più di una volta. Mi scruto intorno. Controllo. Non che abbia qualcosa di cui vergognarmi, da nascondere. Solo che anche in vacanza, al mare, conservo il mio pudore. Anche se al mare siamo tutti così poco vestiti. Si sta quasi sempre in costume. E non è che poi un costume copra troppo. A volte sei guardata in costume peggio che se fossi nuda. Lui no. Di lui, del marito, mi posso fidare. Nel modo più assoluto. E’ incapace di vedere. So di poter stare tranquilla, ma non si sa mai chi potrebbe passare. Quando, come ogni mattina, faccio stretching, perché io ogni giorno che viene al mondo lo faccio, per tenermi in forma e tonica, perché io ho cura del mio corpo, una cura quasi fanatica, e sono fasciata nella mia tuta come una vera pelle, e magari il sudore mi rende ancora più indifesa, vulnerabile, cioè il mio corpo traspare evidente dal tessuto, sono certa che lui non ha nemmeno mai pensato neanche un momento di profittarne. Di spiarmi. Sono sempre stata molto guardinga. E lui è sempre stato un galantuomo.
Posso dire anche di più. Quando vede accendersi la luce, per riguardo, gira la sedia per dare le spalle alla finestra. Me ne sono accorta. Purtroppo non ci sono tendine. E comunque lui è così discreto. Anche quando sono uscita dalla vasca, col solo asciugamano addosso, il suo sguardo mi ha appena sfiorata distratto. Quando m’è scivolato il reggiseno era distratto. Quando sono corsa sotto la doccia era assorto. Così come quando ne sono uscita con solo l’asciugamano in testa. E spesso è sprofondato dentro un libro. E’ un vero mistero. Credo che anche se mi presentassi nuda alla sua porta per chiedergli lo zucchero non se ne accorgerebbe nemmeno. Sarebbe capace di chiamare lei perché non sa dove lo tiene, lo zucchero. Non che lo farei. Si fa per dire. Non lo farei mai. Anche se il mare è il mare. In fondo al mare siamo sempre tutti un po’ nudi. Ciò che riusciamo a nascondere è proprio poco e quel poco spesso è solo una scusa. E’ quasi una convenzione. Ciò che non si vede, a volte, è ancora meno mistero; è più che esibito proprio dalla presenza menzognera di quel velo lusinghiero di stoffa. Non che io abbia qualcosa di cui vergognarmi, come detto, del mio corpo. Ciò non toglie che di così non ne avevo ancora trovati. Un vero signore. E io a volte sono un po’ smemorata. Ma non sono mai stata maleducata.
E prima che me lo aspettassi è arrivato quell’ultimo giorno. Senza nessuna grande nuova su nessun fronte. Non molto da ricordare. Qualche cartolina. Qualche pappagallo da spiaggia. Qualche apprezzamento, anche villano, di quelli mordi e fuggi. Una gita in barca. Una spiaggetta che non avevo mai visto. E di cui non avevo mai sentito parlare. Molto riservata a fuori dagli occhi. Uno galante un po’ troppo avanti con l’età. Un pareo nuovo con dei colori che sono una meraviglia. Gli occhiali da sole dimenticati su uno scoglio. Il libro che non ho ancora finito. Un giro in centro a negozi. Un paio di uscite serali senza provare emozioni. Non è un posto che brulichi di vita. Un paio di telefonate di amici che non sapevano che ero via. Cose così. Fortuna che c’erano loro. Anche per due chiacchiere. Volevo presentarmi con qualcosa, magari una bottiglia di vino. Ma il giorno del commiato è stato un giorno disgraziato. S’è messo a piovere e non sono andata fino a giù. Che poi non so come avrei potuto fare. Si sa come siamo fatti noi giovani. Avevo finito il soldi ed ero proprio al lumicino. Perfino minuti non me ne restavano più. E poi non si dice forse che basta il pensiero. Così sono andata lo stesso anche se era ora di pennichella. E poi non vedevo chi può andare a letto dopo pranzo anche se fuori piove. Come se non fosse già iniziato settembre: “Posso”?
Prego”.

Vieni, vieni”.
Son venuta salutare”.
“…”
“…”
Lei”?
Dorme”.
“…”
La chiamo”?
Ha il sonno?”…
Leggero”.
Credo che allora è meglio se facciamo piano. Non la dobbiamo disturbare. Magari la saluto dopo.” –e ho lasciato scivolare a terra il reggiseno sorridendo.

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