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Posts Tagged ‘marito’

Carola sapeva che lui la amava. Non era vera violenza, era stato solo uno scatto d’ira. Sì! era un po’ geloso, ma chi non lo è? Chi ama è sempre un po’ geloso. Senza gelosia non c’è amore. Lei sapeva di non aver fatto nulla. Come avrebbe potuto? Non era uscita. Era rimasta in casa. Non aveva parlato con nessuno, nemmeno al telefono. Non aveva aperto nemmeno la porta. Non era stato giusto. Quello schiaffo non le aveva fatto troppo male, le faceva male dentro. Cosa gli aveva preso?
Carola si massaggiava la guancia. Cosa voleva? Non la trovava sempre pronta in casa ad aspettarlo? Non trovava sempre la sua cena pronta? Ora era al lavoro, come non fosse successo. Avrebbe voluto chiamarlo. Chiedergli un perché. Lei non riusciva a trovarlo. Non c’era nulla di tragico, solo avrebbe voluto saper capire. Forse era perché ieri aveva parlato con Valerio? Non poteva essere per una cosa così… così banale. Stupida e banale. Lo aveva solo incontrato davanti al macellaio. Non si era fermata più di un attimo. Era vero che Valerio riscuoteva un certo successo. Che aveva un certo fascino. Valerio era Valerio. Si erano solo chiesti come andava. E le aveva domandato come lei facesse lo stufato. Era colpa sua: non glielo doveva dire. Non a Valerio, non dello stufato, a suo marito.
Carola non avrebbe voluto confidarlo a nessuno, ma non era la prima volta. Era solo la seconda. Era solo che era impulsivo. E, povero caro, aveva un lavoro faticoso. Era solo tensione. Doveva capirlo. Non doveva essere facile per lui, con tutti i suoi pensieri. Non le faceva mancare niente. Non era per quello… Si guardò allo specchio, si piaceva ancora. La volta precedente era stato per la camicia. Non aveva trovato stirata quella maledetta camicia. Ne aveva altre, dello stesso modello, dello stesso colore, della stessa stoffa. Aveva bisogno proprio di quella. Sì! lei lo doveva sapere che le camicie andavano lavate e stirate il giorno appresso. E messe piegate nel cassetto. Però, anche lui, poteva anche metterne un’altra. Aveva rinunciato anche al lavoro ma tutto il suo tempo non era sufficiente; era troppo poco tempo.
Carola decise di chiamarlo, a Valerio. Era al lavoro. Non aveva nascosto la angoscia. La sua voce era una supplica. Stava per scoppiare in lacrime. Gli disse che aveva bisogno di parlare con qualcuno. Assolutamente! Che era importante. Alla fine lui aveva accettato di raggiungerla. Gli aveva dato l’indirizzo. Ora aveva giusto il tempo di mettersi in ordine. Di prepararsi ed aspettarlo. Forse aveva sbagliato. Non era paura, ma era timore. Lui non lo sarebbe venuto a sapere. Aveva imparato la lezione. Ma già voleva non averlo fatto. E non aveva più voglia di niente. Aveva lasciato che il tempo passasse. Era solo pigrizia. Cosa aveva che non andava? Era indecisa tra la maglia perla e quella sul verde marcio. Quale le si intonava meglio. Ma forse quella era un po’ troppo scollata. Andava bene anche così. Era tutto a posto. Aveva anche troppo.
Carola quando aveva suonato il campanello non aveva ancora deciso. Ne era anzi rimasta sorpresa, come se non aspettasse nessuno. Non si era ancora pettinata. Non aveva nemmeno finito di truccarsi. Era ancora come si erano salutati. La guancia era ancora arrossata. Tenendo chiusa con la mano la camicetta corse in fretta ad aprire la porta. Non voleva essere scortese e farlo aspettare. Quando se lo trovò davanti si sentì una stupida e lo restò a guardare. Lui le chiese se aveva intenzione di lasciarlo fuori della porta per tutta la vita. Se poteva entrare. Lei scosse il capo come per rinsavire e si scostò per farlo passare. Aveva dimenticato tutto quello che gli voleva dire.
Carola osservò che Valerio era alto. Non bello ma interessante. All’improvviso si sentì una stupida. Guardò l’orologio ed era presto. Era stato veloce. Per quello non aveva avuto nemmeno il tempo… Gli tonò in testa tutto. La rabbia e il bisogno di parlare. Non ne aveva più alcuna voglia. Si accomodò sul divano. Lo osservò. Lo vedeva incerto. Per provare ci provò: “Volevo dirti che lui… No! non è più così importante. Credo che… vieni qui. Accomodati vicino a me. Abbiamo tanto tempo per parlare; e tante cose da dire. Ho tante cose che ti voglio mostrare. Al diavolo lui e al diavolo tutto. E al diavolo lo stufato. Magari ti scrivo la ricetta dopo”.

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Dice: “Io sono Franco. Ah! sì. Scusa, Lei invece è Tina”.
Sono una coppia in età. Cristiana li ha conosciuti ad una conferenza su ambiente e benessere. Non so perché li abbia invitati. Non ne aveva mai parlato fino all’altro ieri. Poi mi ha detto che le hanno telefonato. E che sono una coppia gentile e carina. Non ha potuto dire di no. Certo la nostra casa al mare sarebbe una lusinga per tutti. Le hanno detto che non avevano mai visitato queste parti. Così mi trovo ad averli tra i piedi. Un paio di giorni. Poi mi ha lasciato solo ad aspettarli. Aveva da fare. Ha sempre da fare. Maledetto ufficio. Come se io non avessi le mie cose da fare. E poi io non so che dire, con persone che non conosco. Dovevo insistere.
Gli faccio vedere la loro stanza. I letti sono ancora da fare. Loro depositano le loro valigie e poi mi seguono a vedere le altre stanze. Mi fanno i complimenti; per la casa. Gli chiedo se vogliono un caffè; è il minimo. Mi rispondono che non vogliono disturbare. Che lo hanno già preso. Che si scusano, non sapevano, e che aspettano mia moglie. Gli spiego che dovranno pazientare perché ne avrà fino a sera. Si sorridono carini. Gli dico che magari tra un po’ ci prepariamo e andiamo a pranzo. Ripetono che non mi devo preoccupare. In cucina sono peggio di una frana. E’ lei soprattutto a parlare. Lui per lo più tace e sembra osservarmi. Le da sempre ragione e conferma quello che dice lei. Mi dice che se non mi spiace poi, magari dopo, può fare lei qualcosa da mangiare; mentre aspettiamo. La guardo come la mia salvatrice, ma non le dico nulla; né sì né no. Mi sorride. Insisto almeno per un caffè. E’ l’unica cosa che so fare. Loro mi dicono che se proprio insisto, che lo prenderebbero volentieri per cortesia. Lui aggiunge se magari dopo ci possiamo fare anche una grappa ma dopo. Apro la dispensa e non abbiamo nemmeno un biscottino. Devo ricordarmi di dire a Cristiana di ricordarsi di comprarli tornando a casa.
Lei ride e le ballonzolano, le sussultano i seni pesanti e un po’ rilassati, perché sotto non porta reggiseno. Non manderei mai mia moglie in giro conciata così. L’abito controluce mostra anche qualche trasparenza, al primo momento non ci avevo fatto caso, e lei non ha molte cose belle da mostrare. Non che… è solo che dovrebbe ricordarsi dell’età che ha. Però siamo al mare e sono venuti per andare al mane. Al mare tutti ci fanno meno caso. Spero sia una che il costume se lo tiene addosso. Qui tutti ci conoscono. Nessuna lo toglie. Quando lo fa qualche turista, intendo il pezzo sopra, già la guardano male con occhi che la vorrebbero incenerire. In fondo è una piccola isola e gli isolani sono una comunità ancora un poco chiusa. Per dire la verità anche noi che siamo nati in città e abbiamo sempre abitato in città non è che amiamo molto farci vedere. Cristiana lo toglie solo quando è sicura che siamo soli e lontani da occhi indiscreti. E si fa ancora più riguardi da quando abbiamo scoperto quello che ci spiava nascosto dietro una duna, cioè la spiava. In fondo lei è ancora una cosa bella da guardare e anche lo capisco. Dovevamo noi essere più prudenti. Quella volta si è rivestita subito e normalmente si accontenta malvolentieri anche se le resta il segno sulla tintarella. Che poi quest’anno l’estate non è mai arrivata. Il venti dovrebbe essere piena stagione. E’ arrivato l’autunno prima che il sole, e non se n’è mai andato.
Mi vede che la guardo e alza le spalle e non se ne cura. Si alza dalla sedia. Va un po’ qua e un po’ là per la cucina come si sentisse in gabbia. La seguo con lo sguardo. Si prende da sola un bicchiere d’acqua. Si inumidisce le labbra e lo poggia sul lavello. Davanti alla finestra, con quello straccio addosso, è proprio quasi nuda. Un paio di tacchi salverebbero un po’ dell’apparenza. In fondo sotto il vestito… il vestito mente. Non le fa un cattivo servizio. Non fosse perché nei fianchi le stringono quel po’ di ciccia sembrerebbe non portarle. Nemmeno Cristiana ne metterebbe di così sottili. Mia moglie è una persona molto attenta. Ci tiene molto all’eleganza e al buon gusto. Loro sono un po’ più alla buona. Genuini. Spontanei. Almeno sembra. Eppure mi sembra che mi abbia detto che lui è un funzionario di banca.
Mi chiede all’improvviso: “Dove hai il pc. Possono andare a vedere se mi sono arrivate mails”?
Dico: “E’ di là. Fai pure”.
Se ne scappa dalla cucina come avesse un bisogno urgente. Nemmeno il tempo di avvertirla che se le serve l’altra porta nella stanza conduce al bagno. Glielo dico dietro e mi ringrazia. Lo chiedo anche a lui che mi risponde che non gli serve, grazie. Gli spiego che nel caso ce n’è un altro al piano di sopra. Torna a ringraziarmi e a spiegarmi che si sono fermati per strada. Solo con lui trovo ancora meno argomenti. Lui mi guarda e si guarda intorno come spaurito. Arrotola la salvietta di carta che ha davanti. Gioca con quella tra le dita. Al polso porta un orologio pacchiano. Forse ha bisogno di dimostrare che lui è un uomo arrivato. Torna a farmi i complimenti per la casa. Torna a chiedermi a che ora penso che tornerà Fabiana. Gli preciso che si chiama Cristiana. Non aggiunge nulla, pare che la cosa non abbia importanza. Guarda verso la caffettiera. Mi accorgo che mi ero scordato di accendere la fiamma. Mi alzo per farlo e porto anche tre tazze sulla tavola, poi lo zucchero e i cucchiaini. La sento chiamarmi: “Qual è la password di rete”?
Non mi ha mai dato problemi. Sto per risponderle, poi decido di raggiungerla, mi sembra più gentile. Mi scuso con lui se lo lascio per un attimo da solo. Lo prego di far attenzione al caffè. Sorride gentile. Mi rassicura di non preoccuparmi mentre vado da lei. Entro e resto attonito, immobilizzato sulla porta. Lei è china sul computer. Prima che si accorga della mia presenza scatto una foto col telefonino. Cerco di cambiare discorso: “Novità? La connessione dovrebbe”…
Solo dopo un po’ si gira ridendo e il vestito ricade al suo posto: “Non riuscivo proprio ad aprire la mia casella. Che stupida. Comunque nessuna nuova buona nuova. Niente di… importante. E poi non era importante la posta. Forse potevo aspettare anche più tardi. Non mi andava di star lì a parlare cercando qualcosa da dire. E poi… Scusa, non so… cosa hai visto”?
C’è una solo parola per dirlo ma non vorrei doverla pronunciare. In fondo è una situazione imbarazzante. Nemmeno ci conosciamo. E non è certo il mio tipo. A me piacciono più giovani; della nostra età. Meglio qualche anno in meno che in più. E… insomma… mi piace mia moglie. Non sono mai stato un tipo… Una scappatella può succedere… E’ una situazione complicata, ingarbugliata. Lui è di là. Lei si comporta come se non ci fosse. Col suo vestitino leopardato. Come fosse una ragazzina, o una fatalona. Cosa si è messa in testa? E’ la prima volta che mi vede. Non sono uomo da fare questo effetto. Non me la dà a bere. Mi sento preso in giro. Non so come uscirne. Non so che dire e allora parlo del niente: “Mi sembrava strano. Dovrebbe connettersi sempre”…
Non cambiare discorso. Cosa credi di aver visto”?
Mi ha messo in un angolo. Insiste. Non so cosa vuole farmi dire. Si sta divertendo. Ride alle mie spalle. Col solo gusto di mettermi in imbarazzo. E le righe di espressione sotto gli occhi. E quella bocca rossa di rossetto. Forse vuole far ingelosire il vecchio marito. Forse vuole illudersi di avere ancora quell’età. Abbasso la voce. Ho paura che lui entri o ci senta. Anche se ora si è… ricomposta: “Veramente non è che volessi… E’ solo che mi hai… Mi sembrava. Forse sono stato anche fin troppo veloce. Non ti preoccupare. Fai come se non fossi entrato. Resta tra noi. E poi”…
Guarda che hai visto quello che io ho voluto farti vedere. Non sei più un bambino. Nemmeno tu. E poi siamo al mare. E’ così caldo, qui. O devo fartelo rivedere? Devo farti un disegnino per farti capire”?
Grazie non è necessario”.
Non vuoi”?
Se ci tieni. Temo stia borbottando la caffettiera”.
Lascia fare a lui”.
Non è che”…
Conosci il linguaggio del corpo? Siamo una coppia… aperta. Quello era un culo. E’ un culo. E lui è un gran cornuto. Sa di esserlo. E gli piace esserlo”.
E tu seri una gran… una gran puttana”.
Me lo chiedeva e io ho cercato ma mi è uscito spontaneo. Non fa una piega; anzi sembra se ne senta soddisfatta: “Nemmeno questa è una grande novità. Volevo fartelo vedere fin da quando siamo arrivati. Da prima di partire. Puoi toccarlo, se vuoi. Non sarà… è sempre un culo. E allora, cosa aspetti”?
E Cristiana”?
Mica glielo dobbiamo per forza dire. Ma se vuoi, chiamala. Non mi dispiacerebbe vedere anche il suo. Sarebbe anche più divertente. Ma non hai mai visto tua moglie con un altro”?
Non credo si possa liberare”.
Sono brava anche con una donna”.
Non ne dubito”.
Se la ride di gusto: “Non fare lo schizzinoso, ho visto che ti interessa… –e con la mano indiscreta, sfrontata, controlla sopra i miei pantaloni– …la merce. Visto? D’altronde hai una bella signora”.
Faccio salire lentamente la mano e le riscopro le natiche. Me l’ha chiesto lei esplicitamente e sarebbe da cialtrone maleducato non farlo. Sarebbe un’offesa troppo grande per qualsiasi donna. Non che mi senta ancora sicuro; per nulla. Lei si gira leggermente per facilitare il mio gesto ed è divertita. Credo esclami anche un finalmente. Io nel gesto la spingo un po’ verso il tavolinetto. Voglio rivederla come l’ho sorpresa; cioè come ha voluto farsi sorprendere. Vorrei accontentarla in quella posizione. E in fondo nel preciso momento darebbe piacere anche a me. Intanto quella mano che mi ha conosciuto torna a cercarmi. Passa sicura tra i bottoni slacciandoli con maestria come fosse la cosa più semplice del mondo. Cerco di ricordare il suo nome e glielo sospiro sul collo: “Antonia”…
Ormai ha finito di trafficare con l’abbottonatura dei mie calzoni. Sbircia e pare soddisfatta. ! Mi precisa: “Solo Tina. Vedo che ti piace fare il padrone. Cioè sento. Lo immaginavo. Sei uno che prende l’iniziativa; deciso”.
Le afferro quelle minuscole mutandine ma torno a trattenere il vestito raggrumandolo sui suoi fianchi. Ormai non penso più ad altro. Con l’altra mano cerco di trascinarla verso me; di stringerla. Con mia grande sorpresa mi ferma afferrandomi per il polso, e con quel gesto mi impedisce di accostarmi ancora di più a lei: “Non avere fretta. Se vuoi entrare per quella porta… E’ solo che a me piace farmi fotografare. E a lui piace fotografare. Deciditi. Sbrigati”.
Non è quella che si può definire una bellezza. Il suo corpo non è certo statuario, e mostra la sua età. In ogni centimetro della sua pelle. Mi domando in che tempi sto vivendo. Il mondo sta andando proprio a rotoli. Non sono certo io l’unica persona adatta a salvarlo. E poi è un po’ tardi per tornare indietro. Intanto mi abbasso i calzoni e le dico che può chiamare anche lui. Non è che mi piaccia ma… E vada per le foto. Almeno sarà un’esperienza nuova. E’ lei quella che ha tutto da rimetterci. Purché non arrivino a Cristiana; non sono certo che apprezzerebbe. Nemmeno a lei piacciano le foto, in generale. Di foto simili nemmeno ne abbiamo mai parlato. Mentre me ne sto lì a pensare lei alza il tono della voce e le parole in gola le si fanno più concitate: “Sbrigati. Sbrigati a togliermi le mutandine. Ugo!!! Ora puoi venire. Sbrigati anche tu”.

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Mi sono versata un bicchiere di buon chianti e l’ho mandato giù tutto di un sorso. Di storie come la mia ce ne sono tante, fin troppe. E non sono cose da raccontare. E non nego che ci sia stata anche un poca di colpa da parte mia. Mi ero fasciata la testa di storie piene di sentimenti e credevo ancora alle favole. Alle favole non credo più ma quel senso di colpa è rimasto. Credo non andrà mai via. Ma forse è troppo anche ricordare.
Noi donne sappiamo vivere anche di noi stesse, e da sole. Non abbiamo bisogno di nessuno al nostro fianco. Io non ne ho bisogno. L’ho imparato col tempo. Tutto è cominciato quell’aprile. Eravamo tra amici al bar e lui s’è avvicinato. Un ciao ragazzi! S’è presentato e poi s’è messo a parlare con me. Era un po’ più vecchio di noi, ma non era grave. La volta dopo mi ha aspettata davanti a casa e siamo andati a prendere qualcosa. Mi sembrava bello come un dio. Lo guardavo e lo ascoltavo. Ha pronunciato il mio nome con una delicatezza che non l’avevo sentito dire da nessuno: “Giorgia”. Sì! Giorgia, proprio come quella della canzone. Ed era pieno di attenzioni e premure. Non è che ne capissi molto ma mi sembrava proprio galante. Diventare amici e poi fidanzatini è stato un attimo; naturale. Credo di essermene innamorata subito. Al primo bacio.
Ero così giovane allora, anche se non si è mai abbastanza giovani per sognare, e non si è mai pronti per vivere e capire. E lui era così deciso, così sicuro di sé. Le sue mani su di me erano una sensazione unica. Al solo sfiorarmi mi mandava in paradiso. Non c’è voluto molto. Donna lo sono diventata dopo, e con lui. E’ stato tutto così veloce, all’improvviso; anche troppo veloce. Ero così affascinata. Non avrei mai saputo dirgli di no. E così mi ha convinto a salire a vedere casa sua. Ero nuda prima ancora di togliermi i vestiti; e mi sono vestita solo di me stessa. Ho provato un grande orgoglio. Mi sembrava il massimo essere la sua donna. Toccavo il cielo senza nemmeno alzare quel dito. Non c’era stato nessuno prima, niente di importante, intendo, e pensavo: Non ci sarà nessuno dopo. Non sapevo quanto avevo ragione.
Tutto sembrava una favola. Quando mi ha chiesto di sposarlo gli ho detto subito “”! Poi c’è stato quel piccolo contrattempo: uno schiaffo. Sembrava una cosa da poco. E non da lui. Era nervoso quella sera. Forse per quella nostra promessa. Mi ha chiesto subito “scusa!” tutto pentito. Sembrava pronto a piangere. Mi son detta “Cose che capitano”. Una discussione che è andata oltre. Un semplice litigio tra innamorati. Non ero mai stata innamorata veramente. Ad un certo punto del litigio aveva perso le staffe e mi ha chiesto: “Perché ti guardava così”? Volevo dirgli tante cose, che non potevo essere nella testa di quello, alla fine gli ho chiesto solo “Scusa”. Passata la tempesta mi ha coccolata tra le sue braccia. Ho dimenticato tutto in un attimo. Mi ha assicurato che non sarebbe successo più e io gli ho creduto. Alla fine mi ha anche chiesto di aiutarlo: “Anche tu, però, dovresti cercare di non contraddirmi sempre, di non farmi uscire così dai gangheri che pare ti diverta”. Cosa potevo fare se non perdonarlo?
Pioveva a dirotto quel giorno, un’acqua come non avevo mai visto. Ero tutta zuppa. Mi vedevo bella come non lo sarei mai stata. E poi dicono “Sposa bagnata, sposa fortunata”. Aveva controllato lui le liste degli invitati. Non aveva voluto i miei amici. Aveva detto che una donna deve sapersi lasciare dietro il passato. Che per noi semplicemente iniziava una nuova vita. Mi dispiaceva soprattutto per Enrico, è sempre stato così caro. E per Cristina, non avevo mai avuto un’amica come lei. E la sera stessa siamo partiti per la Costa azzurra.
Scusatemi ma ha parlarne mi sento ancora confusa. Così non l’ho mai fatto con nessuno. Spero di non doverlo rifare. La prima notte me l’ero immaginata diversa. E anche tutto quello che chiamano luna di miele. Di miele ne era rimasto subito poco. Non capivo perché ma sembrava lo avessimo lasciato a casa. Ce lo fossimo dimenticati nel fare le valigie. Non che il posto non fosse bello, e anche dell’albergo non potevamo lamentarci. Aveva scelto e deciso tutto lui. Aveva detto “Una sorpresa per il mio grande amore”. Invece sembrava che tutto lo annoiasse. Era diventato taciturno e silenzioso. Giravamo quasi come due estranei. E non mi piaceva come lo diceva: “Spogliati che adesso devi fare il tuo dovere di moglie”. Dov’era finita quella sua iniziale gentilezza, quando le parole sembravano tutte di zucchero? Quando sembrava mi dovesse chiedere permesso anche per un semplice bacio? E diceva che ero il suo piccioncino? Lo vedevo preoccupato. Mi rimproverava per il minimo nonnulla. E guardava malamente tutti quelli che mi guardavano. Non mi sapevo comportare. Non ero mai coperta abbastanza. Non ero mai abbastanza seria; ridevo troppo e per troppo poco. Insomma non ero mai alla sua altezza e all’altezza del mio compito. Eppure ci mettevo tutta la mia attenzione e buona volontà. Qualsiasi cosa sbagliavo.
Prima di lui il vino proprio non mi piaceva. La nostra casetta era proprio un incanto. Piccola e facile da tenere in ordine, ma il sogno è durato poco. Lui non poteva capire la fatica che facevo perché tutto fosse a posto. Lui era un uomo, gli bastava tornare a casa alla sera e trovarmi ad aspettarlo. Certo non potevo tardare. Ho Lasciato il canto perché era un’attività troppo frivola per una donna maritata. Per lui ero solo un’incapace. E son cominciate le botte. Mettevo sempre troppo sale o troppo poco sale. Non era mai in ordine abbastanza. Controllava ossessivamente ogni granellino di polvere. Ma lui aveva sempre una sua soluzione per tutto. E subito ha cominciato ha cercare di convincermi di lasciare anche l’impiego. Inizialmente con le buone: “Una brava moglie deve pensare solo alla casa”. Io ho cercato di resistere per quanto ho potuto. Ha cominciato a venirmi ad aspettare al lavoro e poi a capitarmi in ufficio. Non sapevo più come giustificarlo. E non sapevo più come nascondere i segni dei suoi scatti d’ira. Mi ha detto: “Sei una cretica. Una moglie deve ascoltare il marito”. Ha cominciato a spiegarmi come dovevo tenere la casa. Quali erano i miei veri compiti. Come mi dovevo comportare: “Non devi sorridere a tutti così; vuoi capire che sei mia moglie”. Volevo dirgli tante cose, che non era colpa mia, che “non posso essere nella testa degli altri”. Alla fine ho dovuto lasciare il lavoro ed è stato allora che ho cominciato a bere. Ma le cose hanno continuato ad andare di male in peggio. Tornava stanco e nervoso. E quando era nervoso volavano sberle, pugni e calci. Il mattino dopo si scusava sempre e mi chiedeva perdono, ma sempre meno e con meno convinzione. Era tutta colpa mia, perché non lo ascoltavo, non capivo e non mi sapevo comportare, non mi impegnavo e leggevo quei stupidi libri che mi rintronavano la testa; e io mi rifugiavo sempre più nel vino.
Quando felice gli ho detto che stavo aspettando l’ha presa male. Ero tutta contenta perché speravo che almeno quello ci avrebbe aiutati a stare meglio. Che avrebbe potuto migliorare le cose. Mi ha detto subito che non lo voleva. Le sue parole sono state terribili tanto che non le voglio raccontare. Ormai non vedevo più nemmeno la mia famiglia. Ero completamente sola. Volevo tenerlo lo stesso. Contro il suo parere e quello di tutti. Non ho abortito. L’ho perso quando mi ha fatto cadere già dalle scale. All’ospedale è risultato un aborto spontaneo. Ho pianto per giorni e settimane. Mi ha detto che non mi capiva. Che ero una stupida. Un’illusa. Che nella nostra vita non c’era spazio per nessuno. Per nessuno tranne che per noi. Tanto meno per il mio moccioso. Perché lui aveva me e me avevo lui. Perché eravamo tutto e ci bastavamo. Perché aveva il lavoro. E tutti i suoi pensieri. Io non potevo capire ed ero solo superficiale. Una sciocca donnetta. Che pensavo solo a me. Che avrei capito con il tempo. Mi promise che saremmo andati in vacanza, e che mi sarei scordata di tutto. Compresa quella follia. Quel giorno bevvi fino allo sfinimento. Non riuscivo più ad alzarmi dal letto. Non facevo che vomitare. Da allora mi costrinse a prendere la pillola. Saltai di proposito vari giorni, ma ormai non mi toccava più, tranne che per punirmi. Per picchiarmi.
Avevo i suoi occhi sempre addosso, anche quando lui non c’era. Diceva cosa leggevo a fare se poi non le capivo le cose, le cose importanti. Era in grado da solo di spiegarmi cos’era bene per me. Questo ripeteva in continuazione. Ormai gli amici di un tempo non li vedevo più, e persino Cristina mi evitava, e io evitavo lei. Eravamo amiche da sempre, non volevo farle vedere i miei occhi che si intristivano. Non volevo far triste anche lei. E lei non sapeva più cosa dirmi, come consolarmi. Mi aveva detto “Lascialo”. Non l’avevo ascoltata. Dopo era tardi; non aveva più un consiglio da darmi. Al mio primo ricovero venne a trovarmi in ospedale. Mancavano le parole tra noi. Non sopportavo la pena nei suoi occhi. Ho cercato di spiegarle che non potevo denunciare mio marito. E lui a casa ormai controllava tutto. Mi dava i soldi per le piccole spese al mattino e mi dovevano bastare per tutto il giorno. In quella sorta di questua era compreso il mangiare. Era diventato attento anche al centesimo. Diceva che in ogni casa bisognerebbe evitare gli sprechi. Quante volte mi ha detto “Sei già ubriaca a quest’ora”? Era l’unico modo che mi restava di scappare, di nascondermi da lui e da me stessa. Ma lui segnava il livello sulle bottiglie. Le prime volte era un dramma. Ed erano botte; naturalmente. Poi ho imparato e di nascosto prendevo quello nei cartoni e lo nascondevo. Certo non è molto buono ma il prezzo basso mi permetteva di acquistarlo con gli spiccioli che riuscivo a racimolare senza che se ne accorgesse.
Non ero mai stata brava ad oppormi e a controbattere. Forse ero nata vittima; non potevo difendermi. Se solo in una camicia trovava anche solo una piegolina me le spiegava tutte e le dovevo ristirare dalla prima all’ultima. Quando ho creduto di non poterne più mi sono decisa. Ero uscita dall’ennesima visita all’ospedale e quella volta me l’ero vista proprio brutta. Mi sentivo una cretina e nemmeno io avrei creduto alle balle che mi dovevo inventare. Per quanto ubriaca non erano credibile tutte quelle mie distrazioni e quelle cadute. Quando mi hanno dimessa avevo il polso ingessato e naturalmente dovevo nascondere gli occhi dietro ad occhiali scuri. Non gli ho detto nulla e mi sono allontanata in silenzio; senza avvertirlo ne dirgli niente. Aveva una riunione di lavoro. Ormai se andava ad una festa ci andava da solo. Diceva che si vergognava di me. Mi chiudeva in casa. Sono andata alla «Casa della donna» e loro mi hanno aiutata e nascosta. Sono stati i primi momenti belli dopo tanto tempo. Mi ero quasi ristabilita. Mi ha trovata. Ha detto che l’unico posto di una donna è in casa con il marito. Mi ha riportata indietro, con varie fratture ed ecchimosi, trascinandomi per i capelli. Quella volta mi ha spiegato che non mi sarei mai liberata di lui: “Meglio morta”. Nell’odio dei suoi occhi furenti ho letto che parlava sul serio. Mi sono nascosta e mi sono scolata un cartone tutto d’un fiato.
Ripeto che non sono cose da raccontare. Mi controllava anche le telefonate. Ero prigioniera di un incubo. Ma durante l’ultima visita Irene mi aveva detto che la prossima volta sarebbe stata l’ultima volta che mi avrebbe picchiato. E io gli ho creduto. E ho continuato a pensare a quelle sue parole; a sperare, non le potevo dimenticare un attimo. Era una gran brava donna quella donna. Brava e decisa, che sapeva il fatto suo. La pace è durata un paio di settimane, forse meno. E quella sera forse aveva ragione, ero ubriaca. E forse la pasta era veramente scotta. Ha buttato il piatto per terra rompendolo. Mi ha detto “Mi fai schifo”. Mi ha lanciato un bicchiere di vino sul viso. E tutto è cominciato con uno spintone. Poi le cose sono naturalmente trascese. Quella volte credevo che mi avrebbe ammazzato sul serio. Eppure mentre mi picchiava selvaggiamente pensavo all’assicurazione di Irene. Lo sfidavo. Avevo tanta paura e allo stesso tempo speravo che presto sarebbe tutto finito. Vedevo il mio stesso sangue e sognavo che sarebbe stato l’ultimo. Non so cosa mi dette la forza. Ci avevo già provato ma lui mi aveva salvata in tempo, era finita con una lavanda gastrica. Ero decisa: o mi avrebbe ammazzata o non avrebbe più alzato quelle mani contro di me. Alla fine è stato costretto a chiamare l’ambulanza anche se continuava a ripetermi che “Non è niente”.
In ospedale è passato a visitarmi anche l’avvocato della «Casa». L’ho ringraziato e gli ho detto che non avevo bisogno. Che se proprio voleva rendersi utile mi poteva portare una bottiglia di vino. Ma Irene non è venuta. Di lei non avevo più avuto notizie ma in cuore sapevo che di lei mi potevo fidare. Quando si è presentato il maresciallo ero ancora immobile a letto, con il braccio fasciato e la gamba in trazione. La commozione celebrale era stata scongiurata. Mi sentivo anche un grande mal di testa e mi girava ancora tutto. Non dovevo essere molto presentabile, anzi ero proprio uno straccio. Ho faticato a fargli un sorriso quando è entrato, mi doleva anche quello, ogni muscolo. Era serio e molto preso dall’incombenza e dal suo ruolo. Era venuto a comunicarmi che purtroppo il mio povero marito era stato vittima di una presunta rapina, da quello che dicevano i primi rilievi, la notte precedente. Che purtroppo non c’era più nulla da fare, era stato ricoverato già morto. Diciassette coltellate inflitte con rabbia inaudita. Pare che l’autore poi avesse sputato sul cadavere ancora agonizzante e lo avesse, come si dice? evirato; credo sia questo il termine giusto. Non riuscii a mostrarmi credibilmente addolorata. Avevo troppo male per pensare anche a quello di altri. Per fare la vedova afflitta in modo credibile. Quando l’uomo uscì tirai un sospiro di sollievo. Era finalmente finita. Chi? Ma era veramente finita? Stentavo a crederci. Erano stati tredici anni di completo inferno.
Appena a casa la casa era vuota e silenziosa. Non sembrava più nemmeno la nostra casa. Mi sono versata un altro bicchiere di buon chianti e ho mandato giù anche questo tutto di un sorso. Ormai avevo tutto il tempo per pensare e liberarmi di tutto quello che mi ricordava lui. Avrei dovuto anche trovarmi un lavoro. La mia vita era cambiata. Ora lui non c’è più ma nelle vene mi sono rimasti amarezza e vino. E’ il modo in cui mi nascondo ed è l’unico modo che ho di dimenticare. Di lui mi hanno liberata ma io del vino non mi potrò più liberare. E’ l’unica cosa che mi è rimasta di lui.

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Ormai abbiamo pochi momenti solo per noi. Siamo viaggiatori indaffarati. Come topi in trappola. Destini a cui rubano il tempo. E andiamo perché il moto ci trascina. Ma è sabato. I bambini sono a scuola. Siamo soli. Lei ha già sistemato le camere. Io ho la mia tazza di caffè in mano. La casa è nostra. Il mutuo estinto. Siamo tranquilli. Troppo. Dovremmo esserlo. Quanto tempo è? Tutti hanno i loro piccoli segreti. Qualche sogno nel cassetto. Il solo attimo di solitudine. A parte quelli si parla e si tace. Si dice e non si dice. E appena detto ti sembra che le parole tradiscano i tuoi pensieri. Non riusciamo più a parlare. Questo è il malessere. E il silenzio è un silenzio che fa male. Non lo riempiamo più di parole. Non riusciamo più a riempirlo di niente. Solo di rumori. Come se non possedessimo più, quelle parole. Non so da dove cominciare.
Forse è da quando è nata Elisa. Abbiamo esaurito le scorte e non riusciamo più a sorprenderci. Cerco di ricordare. Di rifugiarmi in quei ricordi. Di raccattarne qualcuno di bello. Qualcuno di vivo. Sono così lontani. Quando ci cercavamo. Ora ci troviamo. Viviamo, se così si può ancora dire, le stesse stanze. Se potessimo ci eviteremmo. Senza ragione e senza cattiveria. Osservo che c’è un leggero strato di polvere sulla lampada. E su di noi. Quello no. Lei è gentile. Non c’è una ragione. Non ho nulla da rimproverarle. Forse nemmeno lei. E’ solo, forse, che ci conosciamo troppo. Che ci siamo trasformati in inquilini. In paesaggi. Solo che… non so. Non è più lei, la mia compagna. E’ solo una madre. Con tutti i suoi pensieri raggrumati in testa. Col sole negli occhi. Una donna ad aspettare l’estate. E’ una consuetudine. Il mio abito da lavoro. Dovrei chiedere a lei cosa ne pensa.
Ha messo su qualche chilo. E qualche ruga in viso. Non è certo quello? Anch’io devo essere cambiato. Non credo così tanto. A volte mi sento come uno che fa omicidi senza commissione. Così è quando parliamo degli altri. E quante volte lo facciamo per non parlare di noi? E quante volte ormai cerchiamo le parole che non dicono nulla? Lei mi chiede l’ora. Fra un po’ deve uscire per le spese. Vorrei che ci fermassimo un attimo per chiederci perché. Vorrei un briciolo di tenerezza. Vorrei vederla con gli occhi con cui la guardavo. E rivedere quei suoi occhi. Vorrei che mi capisse senza il bisogno di dirglielo. Confidarle un segreto in un bisbiglio. Vederla ancora piangere per quel film. Mettere su una canzone solo per noi. Ritrovarmi. Ma sono solo in una foto. Mi sembra quella sulla mia lapide. E ci sarà sicuramente qualcuno ancora a dirmi che mi ha ucciso solo per un incidente.

Mi chiede: “Perché hai scelto proprio questa canzone, per me”?
Le dico: “Perché sei una puttana”.
La cosa la diverte. Ci pensa. Mi spiega paziente: “Voi uomini siete sempre così contorti per dire le cose”.
Capisco che è vero. E’ sempre così tortuoso il percorso per dire le cose. Così falsamente intellettualoide. Siamo tutti un po’ così, contorti. Abbiamo i nostri viaggi in testa. Le nostre frustrazioni. Le nostre relazioni. La notte ci fa paura e nemmeno lo sappiamo perché. Mettiamo sempre prima il calzino e la scarpa destra. Abbiamo il nostro spazzolino. Il nostro ordine delle cose. Il nostro lato del letto. Quel sogno che ricorre. Il tale giornale e non un altro. L’ora di cena. Ci viene in mente una canzone e ce la cantiamo. E un perché ci deve pure essere.

N.B. L’immagine è tratta dalla rete e nulla ha a che fare con il ricconto liberamente scaturito dalla fantasia dell’autore.

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In agosto, sdraiato con le palle al sole, lo scrittore ha la sua crisi narrativa. Non una vera e propria mancanza di ispirazione ma un mancanza di ispirazione. O una extra ventilazione. Sarà per quel poco che dicono i giornali, e per il tanto che tacciono. Perché anche i cervelli più prolifici sono in vacanza o comunque a riposo, almeno più del solito e del dovuto. Saranno le bibite ghiacciate e la vivacità che da il sole ai colori. Sarà per la fatica che ha fatto per conquistarsi un posto e poi arredarlo per sopravvivere alla calura fino a sera. Al pensiero di poi dover smontare tutto per poi il giorno dopo ricominciare. Sarà perché ha scordato di portarsi il costume di ricambio e perché ogni giorno scorda qualcosa. Saranno le copertine delle riviste da donne che gli uomini spiano con una attenta noncuranza simmetricamente omogenea all’interesse. Oppure che quei commenti sulle stesse, stupidi e lapidari, che credono salaci non riuscendo a trattenerli all’ultimo, e per la sorpresa spaventata che provano per averli detti e per essere stati sentiti.
Sarà perché tutti quegli uomini restano a scarso di commenti, dato che il campionato non c’è, quando non possono parlare di donne, per esaurimento o per una vicinanza femminile più o meno famigliare. Sarà perché le parole e i giudizi cominciano ad essere sempre gli stessi e a lungo andare si annoiano da soli e le leggende rischiamo di morire per mancanza di linfa e di fiducia. Sarà perché molti hanno fatto i bravi la notte e fino alla prime ore ed ora agonizzano boccheggiati come pesci appena esposti sul banco.
Sarà per la cialtrona, più o meno spudorata, esibizione di tutte quelle carni nude con più o meno o differenti attrattive.
Sarà il fracasso che circola intorno, e per i vicini di ombrellone, o per la bruna nella sdraio che legge il giornale attraverso gli occhiali da sole, ma di sbieco alle lenti oscuranti spia e controlla il bagnino, ma si accontenterebbe anche di uno scrittore non proprio in forma, persino di un giornalista, pur di avere qualcosa da raccontare al ritorno. Magari solo qualcosa da raccontarsi e su cui aggiungere brani dalla propria fantasia. Sarà perché se la compagna dello scrittore si accorge e fa lo stesso percorso mentale a quella donna bruna gli strappa gli occhi. Sarà perché al mare è impossibile restare solo, e c’è pure il fracasso della musica da balneazione. Sarà perché dopo la decima sigaretta che infila e affonda nella sabbia non sa più dove mettere i piedi e accartoccia il pacchetto ormai vuoto, ma non sa dove buttarlo senza doversi alzare. E la sabbia intanto s’è fatta incandescente e fuma anche lei ma non per le cicche che le ha cacciato in pancia. Sarà perché lei, la sua compagna, si alza con la scusa del bagno e di un caffè, e se ne va sculettando e pretendendo che lui glielo guardi e quella pretesa la estende a tutti i presenti. Sarà perché non c’è niente di più banale della spiaggia in estate e di viziare e impigrire il proprio corpo all’ombra di un ombrellone.
Sarà perché all’improvviso, e con grande sorpresa, viene un’idea e poi sparisce com’è venuta, alla stessa velocità. Forse era solo il desiderio di una birra ghiacciata. Chissà? Sarà perché appena rimasto solo la stessa donna bruna all’improvviso si risveglia dal suo torpore e poggia il libro per quell’estate: “Ma lei.. per caso… non è… no! scusi, mi sbagliavo. E’ che gli assomiglia proprio”. Sarà perché per parlargli si è appoggiata sul gomito, la sdraio ha cigolato paurosamente e il reggiseno ha faticato a vincere la forza di gravità, e allo stesso tempo si è allungata, confondendosi a quella dell’ombrellone, l’ombra inquietante della compagna dello scrittore che proprio allora è tornata. Sarà perché, per una volta, lo scrittore ha la sensazione che no! non assomigliava a quello ma era proprio lui e ingoia una imprecazione assieme alla propria saliva. Sarà per quelli che giocano schiamazzando finché non cedono alla fatica grondanti di sudore, o per quelli che passano e ripassano e ripassano ancora senza interruzione in cerca di preda. Oppure perché la signora mora era un po’ oltre una ragionevole tentazione, e lo scrittore si accorge che mentre lui si controllava intorno, intorno controllavano la sua compagna, e con fin troppa attenzione. Sarà perché a quell’ora la spiaggia è fatta solo di carne, e altra carne ammassata.
Sarà perché i romani sono tutti un po’ ciacioni e piacioni e allo stesso modo cafoni e non si distinguono più dagli altri che chiamano rumorosamente burini ma semplicemente tra romanisti e laziali. E’ perché non si rende conto della ragione per cui, lui che è lombardo, deve finire in una spiaggia di Romani come quella che non è per nulla dissimile da tutte le altre. Sarà perché molto più stupidamente e banalmente quando ha la sabbia sulla pelle si sente come pronto per l’impanatura, e perché teme che arriva da un momento all’altro il momento in cui dovrà ricospargere di crema la sua compagna. Perché lo prende il panico mentre cerca di ricordare il nome di quella gentile e avvenente compagna che lo ha accompagnato in quel girone dantesco.
Sarà perché già comincia a spandersi l’odore di matriciana e va a mescolarsi al caffè colpendo direttamente gli stomaci più deboli ancora pieni della cena del giorno prima. E perché quando cerca di assentarsi, magari invocando la scusa un attimo di riposo, c’è sempre qualcuno che arriva per vendergli uno stormo di cose assurde ed improbabili che mai vorrebbe possedere. Sarà per la ragazzina che s’è slacciata il reggiseno per prendere il sole sulla schiena senza quegli orribili segni, e poi si è assopita sotto il sole, e poi s’è rigirata senza ricordarsi del reggiseno e senza smettere di dormire. Sarà per quelle tette ancora acerbe e perché tra tutte quelle volontariamente palesate queste sono intensamente quanto involontariamente confessate. O forse per l’atroce dubbio che la giovane non stia affatto dormendo e non ne sia affatto inconsapevole ma semplicemente nasconda gli occhi chiusi e una sorta di furbo e soddisfatto sorriso, anche lei dietro occhiali dalle lenti riflettenti. Sarà perché si chiede come mai non ha mai scritto un romanzo sulle tette, e perché si trova a confrontare quelle orgogliose e compiaciute della pischella con quelle rassegnate della signora i cui capezzoli, nonostante la fatica immane del costume, rivolgono lo sguardo decisamente a terra. Sarà per una ragione molto più semplice: che non ha mai sopportato il mare.

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I pensieri, quelli tornano. Si perdono e si ritrovano. Si nascondono e confondono. Vanno e ritornano, mai uguali. Si fanno strada, entrano ed escono. Si allontanano. Si consumano. Non stanno mai fermi. Cerchi di afferrarli. Di possederli. Hanno la consistenza del vento. Passano, ti scuotono e non si fanno imprigionare. Sono come donne capricciose, volubili, che rincorri inutilmente. Sono come il profumo delle rose. E quando li fuggi loro vengono a sedersi vicino. Bussano alla tua porta. Ti corteggiano. Si fanno ossessione.
I miei mi avevano fatto l’ultimo sgarbo, lasciandomi quella casa a Rimini. Io manco me ne ricordavo. Negli ultimi anni non c’era più andato nessuno. Loro troppo vecchi. Io troppo tutto. Ho sempre odiato quel posto di tutti e di nessuno. Con quel mio carattere. Con la stessa rabbia. E altre ancora. Con i miei problemi. Con Cinzia che non ne voleva sapere di mangiare. Con le rate e il mutuo. Con i suoi occhi stanchi. Soprattutto con quei versi che non riuscivo più a trovare. Non si diventa grandi, si diventa solo vecchi. E si cerca di crescere uccidendo quel bambino. Nascondendo i suoi giochi; i suoi sogni. Cercando di illudersi che non sei mai stato quello. Poi che è solo tutto passato. Infine che deve per forza vincere la vita. E i bisogni. Anche quelli che non servono a niente. Che ha ragione la televisione; solo perché è televisione. Che il condominio s’ha da fare. Che ci stiamo avvelenando tutti, ma le pesche sono più belle. E molto più grosse. Che sono io l’ultimo; l’unico che non ha capito. Che non vuole capire. Che solo le banane possono attraversare certe frontiere. Solcare certi mari. Circolare liberamente. Quel gioco non mi era mai riuscito bene. No! Non ricordavo quella casa, e non la volevo ricordare. Il problema è solo che lei l’ha saputo. E ora abbiamo una casa al mare, proprio nostra, vicino alla spiaggia di Rimini.
Lei dice: “Perché non approfittarne”? E’ il mio incubo fin da quand’ero bambino. Credo sia nato prima quell’incubo di questo pazzo esteta. Rimini è mediocre. Rimini è tutto quello che ho sempre e da sempre rifiutato. Ma lei non vuole sentire un’argomentazione. E io non ho una risposta. Come le posso spiegare? Che quella… Non c’è nulla di più banale di una casa a Rimini. E che io odio il mare. Soprattutto odio Rimini e tutto quello che Rimini è. Sarebbe come cercare di ricordarle che scrivevo poesie e che non ne scrivo più. Correndo il rischio che me lo chieda: perché non ne scrivo più. Certo che non le verrebbe mai in mente, di chiedermi perché ne scrivevo. Col timore che si ricordi. Con la paura che mi chieda il perché, il perché non ne ho mai scritta una per lei. Sarebbe tutto troppo difficile. Ho smesso da tempo di fare l’eroe. E anch’io sono un uomo stanco. Uno che vorrebbe la pensione. E cerco di convincermi e dirmi: “Che sarà mai”?
E così con la sua tirchieria, con la voglia di risparmiare, riempio la macchina, faccio salire lei e la bambina e le porto a Rimini. Certo è stupido non approfittarne. Buttare i soldi quando hai una casa al mare. E poi me l’hanno lasciata i miei. Certo alle ferie non si può rinunciare. Anche se abbiamo l’aria condizionata. E a Rimini fa un caldo bestiale. E anche se io ci ho scritto un libro sulla mia rabbia, quand’ero ancora quel ragazzo. Un libro che nessuno ha letto e che nessuno leggerà mai. Un libro fuori tempo. Un libro di parole che non voglio dire a nessun’altro. Anche se me lo ricordo bene quando hanno ammazzato Mara Cagol. Anche se è sempre tutto la stessa merda. E adesso di capelli non ne ho quasi più. E ho smesso di contare il numero delle repubbliche. E ho la congiuntivite cronica da fumogeni. E io come un coglione guido la macchina e vado a Rimini. E ci arriviamo giusti in tempo per correre in spiaggia all’ora di pranzo.
Piazzo le sdraio e il materassino di Cinzia e cerco di delimitare il nostro spazio; quello che a fatica ho conquistato. Dovrei difenderlo con le unghie e i denti? Nemmeno un attimo per prendere fiato. Il vicino d’ombrellone parla all’amico nell’ombrellone dall’altro lato del nostro. Parlano attraverso me. Come se non ci fossi. Mi arriva una pallina da due che giocano con i racchettoni. Nemmeno una scusa. Mi invitano a lanciargliela. Come invito è piuttosto categorico. Ci penso ma poi lo faccio. Alla bambina è andata la sabbia negli occhi. Frigna e la porto alle docce. Continuerà ad avere sempre sette anni? Ormai ha superato i dodici. E’ colpa della madre. Ma l’acqua è fredda. La sabbia scotta. Quella che ormai si sta sciacquando ha un bichini che nemmeno si vede. Dietro le si infila nella fessura. Si strizza il due pezzi cioè quel poco di stoffa. Appena sufficiente a farne si e no uno. E microscopico. Si toglie attentamente il sapone dalle tette. Infilando le mani nelle coppe. Non so se lo fa per me o per gli occhi del bagnino. Non c’è più pudore. Non puoi cercarlo al mare. Non è il posto più adatto. Senza ritegno mette in rassegna tutta la sua cellulite. E poi come bionda non è nemmeno bionda, il culo le struscia per terra e ha più anni di quelli che io potrei sopportare. E se non finisce di strofinarsi finisce che si consuma. E resta solo quel ridottissimo costume.
Quando arrivo la coca è già calda. Claudia, ma perché sempre la C? ha bisogno che le spalmi la crema. Altrimenti si arrossa. E poi chi la sente? Si rovina l’umore. E poi non riesce a dormire. E finirà col rigirarsi tutta la notte. Che ha già mal di testa. Solo che mi chiede dov’è ho lasciato Cinzia. Me ne dice di tutti i colori. Si sono inaffidabile. Sono uno schifo di padre. Irresponsabile. Me la sono persa. Torno a cercarla. E’ ferma che guarda una partita di pingpong. Stavolta la tengo per mano. E inciampo in una tavola da surf guardando la bionda, cioè la finta bionda, che lo fa alla luce del sole. Si sta rotolando sulla sabbia. Con un altro bagnino. Forse il padre di quello di prima. E lui le sta infilando le mani da per tutto. E lei se la ride tutta contenta. E cinguetta. E gli versa addosso una serie di cosa fai? E di non dovrei e non dovresti. Tutti molto pieni di gioia che sono un invito al partener per continuare. Forse un ordine. Non ne sono più molto certo. Non credo di ricordare come funzionano queste cose. Lui sembra impegnato, senza grande piacere, in un lavoro. Forse lo pagano anche per quello. Contemporaneamente cerca di trascinarla dentro una cabina. Non posso esserne certo. Forse è lei che cerca di trascinare lui. Non capisco, so solo che uno trascina e l’altro fa resistenza. Morti di Reggio Emilia…
Claudia s’è presa il giornale. Ha finito con le parole crociate. Il libro non le piace. Ha già capito chi sarà il morto. Poi si mette a riposare sotto quel sole. Cinzia legge il libro che le hanno dato per le vacanze. Sembra in verità assente, con la testa altrove. Non posso riprendere il giornale perché con quello Claudia si ripara gli occhi e il viso. Cioè ci dorme sotto. La disturberei. La sveglierei. E dopo chi la sente? Quello grasso, che il salvagente lo tiene addosso fin dalla nascita e che è sudato che piove sudore, con la bocca piena che gli cola il sugo e si vede la pasta, mi chiede se non ho un cavatappi. Vorrei dirgli di parlare piano. Sarebbe inutile. Noi abbiamo la casa a Rimini. Io non ho un maledetto cavatappi. Non me lo porto nel costume. No! lo tengo in cucina, nel cassetto. E poi come si fa a bere rosso caldo con questo caldo? Mi scuso. Claudia borbotta nel sonno.
Mi alzo e mi avvio pigramente. Triste. Senza dubbio il mare deve essere diritto davanti a me. Davanti al mio naso. Non ha rumore perché il suo rumore è coperto dagli strilli. Non ha odore perché il suo odore e coperto da quello del cibo, dei cosmetici e di odori ancora più nauseabondi di dubbia natura. E’ tutto uguale. So benissimo di non poter scappare. Passo vicino alla gente, in mezzo alla gente. Sopra la gente. Famiglie intere. Tribù vocianti. Col mangiare portato da casa. Con i bambini con i secchielli e la palla. Con i salvagenti incollati addosso che sudano gomma. Con la sabbia che brucia come piombo fuso. Coi frammenti di conchiglie che tagliano come lamette. Con l’inferno intorno. Dovevo portarmi le ciabatte. Quelle di plastica. Le infradito. Metto un piede in fallo. Scivolo su una signora di un quintale e rotti, ricoperta di crema abbronzante come panna. Nel chiederle scusa invado un campo di bocce. Uno di colore mi chiede se mi servono dei calzini da tennis. Ha anche orologi e accendini e bizzeffe di occhiali e collanine. Si accontenterebbe solo di un paio di monete. Almeno per un panino. Ho solo il costume. E nel costume il niente. A parte le palle rotte. Involontariamente scalcio un birillo.
Uno ascolta il calcio, il calcio d’estate. Uno il gran premio. Attraverso le loro notizie passandoci in mezzo. E’ vero che il calcio è l’oppio dei popoli, ma io non ho nulla contro le droghe. Sono un libertario. E un antiproibizionista. Cerco di ricordarlo. Più mi avvicino al mare, all’agognata acqua, è più la folla dirada. Non di molto. Magari in maniera impercettibile. Ma riesci a camminare evitando senza troppa fatica i corpi. Il sole e il cielo sono dipinti con colori troppo brillanti. Mi bruciano gli occhi. Passa un tipo abbronzato anche dentro le mutande e muscolato. Un gruppo di ragazzine lo scambia per un attore e pigolando cominciano a corrergli dietro. Una è proprio sicura che è proprio lui. L’amica più vicina comincia a spiegare e a cercar di dar voce ai suoi sentimenti: “me lo farei, anche qui”. Un’altra accetta la provocazione, la sfida: “Scommettiamo che me lo porto in capanna e me lo faccia prima di sera”? Usa un linguaggio leggermente più colorito. Non dice faccio ma scopo. Non c’è mai limite al peggio. Una terza, che non deve avere più di tredici anni, e se fosse per le tette ne mostrerebbe dieci, comincia a spiegare alle altre i suoi desideri entrando nei particolari. Ha una grande fantasia e già molta esperienza. Magari letta e sognata da racconti di amiche più grandi. Parla a voce alta. Parla in modo molto volgare. Come se fossero sole e non potesse sentirle nessun altro. Le guardo e quelle alzano le spalle. Il palestrato si gonfia di orgoglio. Una si accorge dell’errore e avverte il gruppo. Si fermano deluse e corrono assieme in un’altra direzione; ridendo divertite. Quella che aveva creduto di riconoscerlo prende della stupida e viene presa in giro: “Di spalle sembrava proprio lui. Giurin giuretta”.
Prima di entrare in quel cadavere di mare immobile mi brucio la pianta del piede su una cicca. Mi scappa una bestemmia. Una nonna mi guarda con disapprovazione. Il nipotino rovescia il secchiello di sabbia e inizia il suo improbabile castello. Non molto distante si accaniscono, su una pista tracciata per centinaia di metri, con le loro biglie. E gridano. E si canzonano. E’ pieno di bimbi e salvagenti e di quelli che chiamo animali da basso fondale. Ed è altrettanto pieno di gridolini. Uno parte di corsa per poi tuffarsi e nuotare vigorosamente verso il largo. Ha al collo una macchina fotografica anfibia. Uno ha una radio anfibia per continuare ad ascoltare anche in acqua la partita. Un ragazzino ha una copia del Titanic da far galleggiare. Di tanto in tanto, senza motivo apparente, la fa affondare, la tiene sotto in mezzo alle bolle d’aria, e poi la ritira su e fa colare l’acqua che l’ha riempita. Un paio di coppie si sono sedute proprio sul confine, sul limite, in riva. Dove l’acqua ti entra ed esce sotto il culo. Mi piove in testa la stessa pallina di quegli stessi che giocano a racchettoni. La pallina affonda e poi cerca di tornare a galla. La tengo sotto con il piede. Una zia mi chiede se le posso guardare il ragazzino un attimo che deve andargli a prendere il gelato. Le guardo il culo mentre si allontana. Non fosse zia potrebbe essere nonna. Giovane ma nonna. Rimini è un posto adatto alle famiglie. E a rimorchiare. Do la pallina al nipotino e mi avventuro nel mare.
Mi lascio tutto alle spalle. Vado avanti finché l’acqua mi arriva alle palle. Temo l’infarto. Non è della temperatura adatta. Saltello un punta di piedi. Aspetto di trovare il coraggio. Un ragazzino mi osserva dentro il suo canotto poi torna a pagaiare. Nel costume mi si è creata una bolla d’aria. Il freddo; mi scappa. Cerco di resistere, stoicamente. Un moscone mi chiede spazio; all’ultimo istante. Sopra c’è un ragazzo e una ragazza. Lui cerca di farsi vedere bello ed eroico. E pedala con vigorosa allegria. Lei non muove le gambe. Lascia che gliele spostino il movimento dei pedali. Poi mi accorgo che sdraiata c’è anche un’altra ragazza. Che prende il sole. Schiaccia il petto sul fondo perché s’è sfilata la parte sopra del costume. Non pare avere molto da schiacciare. Ha gli occhiali dietro la nuca. E il tatuaggio di una fragola all’interno della coscia. Lo vedo solo quando riprende il reggiseno del costume, se lo tiene stretto al torace e si gira per controllare gli amici. Gli dice qualcosa che non sento. Poi sembra alzare la voce come per iniziare una discussione, ma ancora non la senti. Vedo solo che pare arrabbiarsi. Schiaccio la bolla d’aria che fa il rumore di un pallone che si sgonfia.
Su quella tavola piatta si alza un onda anomala di un paio di metri. Forse un’ottantina di centimetri. Ho la prontezza per prenderla di spalle. Sono sempre sull’avviso. E’ il frutto dell’ilarità di una sirena taglia super forte. Mi sorride maliziosamente. Vado avanti finché il mare non mi arriva al petto. Un sub emerge e sputa fuori l’acqua. Poi torna ad immergersi. Per un po’ resta fuori il culo. Poi solo le pinne. Poi scompare nelle acque torbide. Va a frugare sul fondo. Un metro e mezzo sotto. A smuovere la fanghiglia. A frugarla. Ad una ragazzina gli sguscia fuori un seno. Non è niente male. Sono tentato. Faccio un paio di passi nella sua direzione. Non s’è accorta di nulla. Credo. La tetta galleggia come una gavitello. Dondola pigramente con le minute onde. Ha un piccolo capezzolo ritto come un dito a indicarmi, e un largo alone, quella tetta. Un capezzolo sottodimensionato. Forse non s’è accorta di nulla. Avevo già deciso di desistere. Si alza un fischio. Un giovanotto. Eppure sta guardando da un’altra parte. Lei, la ragazza dal costume bianco, si controlla. Rinfodera la sua arma di seduzione. Mi vede. Poi si tuffa e torna a nuotare parallela a riva. Scivola sulla superfice. E’ brava. E nemmeno il culo sembra essere male. Il ragazzo chiamava un amico. Si divertono come matti a buttarsi acqua addosso e a spingere la testa dell’altro sotto. La sirena con gli occhi sembra chiedermi se voglio vedere. C’è fin troppo da vedere e quasi nulla di nascosto. La ignoro senza smuovere il suo sdegno, senza offendere la sua vanità. Semplicemente interpreto la parte del distratto. Di quello che non si accorge del mondo né di nessun’altro disastro.
Vado avanti finché l’acqua non mi lambisce le labbra. E’ acqua cheta, stagna. Anche lei è pigra e non ha voglia di lavorare. Anche le piccole onde sembrano stanche e scivolare malvolentieri. Schiacciate. E’ salata. Penso a tutti quelli che ci pisciano dentro. E a quello che lo sta facendo proprio in quel momento. Facendo l’indifferente. Ho le dita dei piedi intricate tra una quantità enorme di alghe. Non ricordavo ci fossero anche le alghe a Rimini. Forse non ci sono mai state. Forse non sono alghe. Immergo per un attimo il viso. Riemergo mascherato di un brandello di una rete sottile di nailon. Appeso c’è un galleggiante, un sughero che pare un orecchino. Penso di apparire come uno di quei pirati. Oltretutto non riesco più ad aprire l’occhio destro. Mi brucia. E più lo strofino e più brucia. Decido di proseguire. E l’acqua mi entra in bocca. O arrivo in Jugoslavia o non arrivo. Saltello nuovamente per risalire e prender fiato. Ancora due passi. E due passi ancora. Poi mi rassegno. Non arriverò mai da nessuna parte. Mi rassegno e comincio a bere.

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Torno a casa e la trovo in taverna. Non toglie gli occhi dalla televisione. Lei sa che non mi piace che si fumi in casa, soprattutto dove dopo dobbiamo mangiare. Se ne frega. Lei. Come se non glielo avessi mai detto. Lo fa apposta. Me lo sono giurato. Non le darò la soddisfazione. Ci ho pensato tutta la strada. Ci ho anche sperato. Niente. Lo sapevo.
Tutto bene”?
Mi risponde annoiata facendomi il verso: “Tutto bene”?
Poggio la giacca su una sedia. Mi fa cenno di toglierla. Fingo di non accorgermene. Mi abbasso per baciarla. La sua mano mi allontana come si spinge via il fumo. Alza le spalle. Dialoga muta con la sua noia. Mi allento la cravatta e mi rimbocco le maniche. Temo che quel gesto possa sembrare una dichiarazione di battaglia. Nei suoi occhi passa quella nebbia. Il fumo che spinge fuori con un respiro stretto. Da quando son diventati così vuoti? Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Sono rimasti priva di qualsiasi riflesso. Restiamo un attimo in silenzio. In quell’attimo ci diciamo tutto. E i rancori covati per lungo tempo. Ormai sono i nostri attimi di intimità. Aggrovigliati. Vigili. Guardinghi. Pronti per il prossimo attacco. Svogliatamente prende il telecomando. Alza il volume. Di là dal muro battono sul muro. Mi sento stanco. Svogliato. La mia voce dice parole affaticate. Le mie parole escono senza bisogno di una ragione: “Aspettavi qualcuno”?
Chi vuoi che aspettassi. Il principe azzurro”?
I piatti sono nel lavello. Mi metto a lavarli. Metto una pentola d’acqua sul fuoco. Perché non ce lo siamo detti allora? Apro qua e là gli armadietti per vedere cosa c’è. Decido per gli spaghetti. Nel frigo trovo un barattolo di sugo pronto già aperto. Un leggero colletto di muffa ma non e niente. Suona il telefono e lo lascio suonare finché non gli risponde la segreteria. Butto un piatto sulla tavola. Ho avuto una giornata faticosa.
Guarda che io non ho appetito”.
Nemmeno si da pena di rivolgermi lo sguardo. E’ sempre così. Di cattivo umore. Ha ancora belle gambe. Non è cambiata molto. Siamo diversi dentro. Forse cambiati. Forse no. Come consumati. Corrosi dentro. Com’è successo? Quale acido? Che ne so. E tutto ti torna alla mente. E’ la sera. E’ quello che ti porti dal lavoro. Il niente che sta intorno. Questa umidità, che ti entra nelle ossa. Un’umanità che precipita. La crisi economica. Il conto del dentista. Essere padri solo di sé stessi. Quel buco dentro. Il lavoro che non c’è. La perdita della madre. Il tempo che passa, senza fermarsi mai. E’ così. Tutto assieme. Non in modo confuso; no. Tutto assieme. Mescolato. Le cose vengono. Si accavallano. Ognuna cerca di farsi spazio sull’altra. E si accapigliano. Anche loro.
S’è stancato anche il compromesso. Non si accetta più. La pazienza gocciola le ultime energie. E ti chiedi, solo perché non è possibile farne a meno, quand’è cominciata? quand’è stato l’inizio della fine? Fuori il cielo si fa buio. Niente di eclatante. Per quanto lo cerchi non lo trovi, un perché. Ti accorgi dopo; quando tutto ti è scivolato via. Sfuggito di mano. Perché la fine si costruisce di momenti impalpabili, poco tangibili, segni nell’aria, è fatta di tanti piccoli niente. Non è possibile accorgersene. E’ fatta di silenzi. E’ fatta di pazienza. Di un’emozione mancata. Di piccoli tozzi di bocconi amari. Di un ritardo. Di una pasta scotta. Di attese. Persino di impazienze. E’ fatta solo di sé e di quel niente. All’improvviso la capisci e la scopri. E non ci vuoi credere. Non è possibile. Perché nei suoi gesti è stupida. E non hai mai sopportato quando l’altro dice: “Te l’avevo detto”.
E ti rimproveri di non aver saputo accorgetene. Di non averci provato. Di non averci pensato. Di non aver partecipato. Di aver partecipato troppo. E ti rimproveri e nemmeno sai perché. E’ la colonna sonora è quella di sempre. Questi sono i nostri giorni assieme. Lei che mi dice: “Puoi almeno togliere il piatto quando hai finito”.
Io che le dico: “Ti avevo detto di portar giù la spazzatura” –e invece era il giorno sbagliato.
Lei che mi dice: “Puoi essere più delicato e non fare quel tanto fracasso a quest’ora”.
Io che le dico: “Ma se te ne ho dati ieri”.
Lei che mi dice: “Ti sembra bello seminare così tutto”?
Io che le dico: “Possibile che un uomo torna a casa stanco, la sera?”…
Lei che mi dice: “Ma cosa credi? non bastano mai. Non fanno che il calcio a quest’ora”?
Io che le dico: “E’ immangiabile. Completamente senza”.
Le sue sono quasi sempre domande. Lei che mi dice: “Ti serve la macchina anche stasera”?
Io che le dico: “Faresti anche bene ad esserlo, gelosa. Ne avrei motivo”.
Lei che mi dice: “Guarda che il rubinetto perde ancora”.
Io che le dico: “Non puoi lasciarli lì almeno una volta”?
Lei che mi dice: “Ce l’hai sempre in mano come se tenessi in mano il tuo coso”.
Io che le dico: “Non sei certo ordinata tu. Guarda la casa”.
Lei che mi dice: “Hanno telefonato per il mutuo”.
Io che le dico: “Manca solo che fai la gelosa”.
Lei che mi dice: “Pare che ci viva solo io”.
Io che le dico: “E non parlare del mio coso. Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Va via troppo vino in questa casa”.
Io che le dico: “Mi chiedo come fai a passare il tempo.” –questa proprio me la potevo evitare. Me ne sono pentito subito.
Lei che mi dice: “Sempre pronto a criticare, tu. Sono forse una stupida”?
Io che le dico: “Guarda che ci stanno aspettando. Sai che a me non piace”.
Lei che mi dice: “Guarda che ho incontrato la Jole, oggi, al mercato”.
Lei che le dice: “Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Pensi solo a cambiare la macchina. Non ha altri pensieri lui, in signorino”. –quando vuole sa come ferirmi veramente; come farmi incazzare.
Io che le dico: “Ma se è una vita che vivo con una che si alza col muso. Possibile che sei sempre di cattivo umore”?
Lei che mi dice: “Perché non te ne trovi una che te li attacchi i bottoni”.
Lei che le dice: “Sei solo un cafone”.
Lei che mi dice: “Non sono la tua serva.” –solitamente tra noi finisce così.
Lei che mi dice: “L’hai lavata la tua dannata macchina”?
Lei che mi dice: “Uno di questi giorni te lo faccio vedere io. Credi non sia capace”?
Lei che le dice: “Io non sono mai di cattivo umore. Me lo fai venire tu. Quando ti vedo”.
Lei che mi dice: “Vorrei andare al mare”.
Lei che mi dice: “Una volta te la facevi tutti i giorni”.
Lei che mi dice: “Fosse per te, perché… lascia che te lo dica: hai proprio dei gusti di merda. Quale avresti scelto”?
Io che le dico: “Ora calmati”.
Lei che mi dice: “Cosa vuoi fare ora, Picchiarmi”?
Io che le dico: “Dov’è finita anche questa? Era nuova di zecca.” –gli ombrelli, a casa nostra, non bastano mai. Mi precisa che non l’ha preso. Nemmeno toccato. L’avrà lasciato in autobus.
Lei che mi dice: “Guarda che ho studiato anch’io. Per niente. Non pensare di mettermi in bocca le tue idee”.
Lei che mi dice: “Cosa credi che passi il giorno a grattarmela”?
Io che le dico: “Ecco, se c’è una cosa che mi piace è quando diventi volgare.” –questo solitamente la fa infuriare. A lei non piace la mia ironia. Soprattutto quando stiamo litigando. E ci rinfacciamo tutto.
Lei che mi dice come una lunga tiritera: “Ho pazientato fin troppo. Se vuoi, quella è la porta. Ma cosa ho fatto di male? Me l’avevano detto i miei genitori. Ma cosa ho fatto quella volta? Che peccato debbo espiare? Eppure… Dovevo ascoltarli. La voce della saggezza. Un uomo che è come essere sole. Ma le cose si capiscono tutte dopo. Purtroppo. Quand’è tardi”.
E quando ormai la misura è colma, nessuno è disposto a tornare indietro. E allora mi son detto “Vai Pino prima che fai una pazzia”.
Lei mi dice dietro mentre sto uscendo: “Non sono più la tua puttana. Per chi m’hai presa? Per qualcuna delle tue amichette”?
Me ne vado in giro, senza meta. Solo per farla sbollire. Solo per fare quel niente. Per pensare, mi dico. E invece cerco di non farlo. Di non pensarci. Di lasciare che i minuti trascorrano. Ma quelli sembrano immobili. E’ solo che non mi va di tornare. A quest’ora già i bar cominciano a chiudere. La vita muore presto nella città. Le saracinesche sono impiastricciate. Che gusto ci trovano? Tutti scrivono tutto da per tutto. Una scritta imbratta per testimoniare di un grande amore. I ragazzi sono così: gridano sempre a voce alta. Amano le enormità. Grossolanamente. Rifuggono le sfaccettature. O amano, e di un amore immenso, o odiano. Senza via di mezzo. E con poca memoria. Mi fermo in un autogrill per pisciare. Le pareti del bagno sono piene di scritte oscene. Promesse sconce. Numeri di telefono. Un: Eliana è una puttana. Particolari scabrosi sulle varie generosità. Su cosa fa questa e quella, con tanto di nomi. Come un ronzio assordante. Sono tentato di provare un numero. Curiosità. Per vedere se è vero. Provo una leggera emozione per quell’avventura. E’ già finita. E’ tutto così squallido. Sputo. Esco e lascio al banco il caffè.
Se trovo una che ancora mi dice che le piacciono gli uomini con l’auto sportiva giuro che l’ammazzo.

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