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Posts Tagged ‘Marwan Barghouti’

bandiera-palestinaLe parole appunto (con cui, a volte. il mIo poeta gioca). Le parole che possono apparire solo parole. Proprio dove non sono mai solo parole. E poi si trasformano in grida indomite e fiere, in universo e lotta, lì dove il dolore più grande è vissuto dal silenzio. Terra strana la Palestina che affascina fin dentro le ossa, che ti parla con lo scorrere di tutte le sue ore, sorrisi pieni di poesie quasi mai meste e non sempre del Poeta; ma questo è un blues palestinese. Paesaggi di pietre altrettanto dure dove anche uno sguardo deve costare sudore e dove l’erba fatica a respirare, mentre noi ci sforziamo a capire, per capire veramente. Strade di confini e paese imprigionato dalle proprie mura. C’è sempre un limite, un limite da superare, in Palestina. Lo sguardo di qualcuno che ti senti addosso, una divisa che ti ricorda quella spocchia del gendarme. Vuoi una ragione? Serve una ragione? Mi sono innamorato della Palestina. La Palestina sa fare innamorare. La Palestina resta nella pelle, nel cuore, e come dice la mia donna, una donna appunto, nell’anima. E trovo storie di donne dal capo coperto che sembrano, ma solo sembrano, aver imparato a tacere ed ascoltare, che sembrano appartenere ad un mondo antico che voleva far credere di poter fare a meno di loro e così paiono le nostre madri, o forse le nostre nonne, quando anche a tavola dovevano tacere.
Storie di donne dunque, perché la lingua è donna, e la Storia e donna, anche quando sognano di scriverla i maschi, perché la parola è donna soprattutto quando è dura come l’acciaio, tagliente come una lama, chiara come la verità, decisa come tante donne testardamente legate alla vita. E non è colpa dell’uomo se solo la donna può dare la vita. Per questo mi sono trovato a legare la parola, quelle parole, più facilmente a dei volti di donna, qui in Palestina. Ma perché la Palestina? In tanti posti si muore e così in Palestina vedono morire ogni giorni i loro figli, i vecchi, le madri. In tanti posti si soffre e in Palestina ci si guadagna nella sofferenza ogni secondo. Anche in altri posti non c’è un posto per la gente e in Palestina nessuna strada è la tua strada, e l’odio te lo sputano addosso, sulla pelle, ad ogni sguardo, come fossi l’ultimo, e quella sorta di rancore raggiunge anche noi, visitatori; meno dell’ombra del loro cane. In tanti posti c’è guerra, e ci sono soprusi, e soldati con le armi spianate e in Palestina questo avviene dal millenovecentoquarantotto; da quando sono nato, proprio così, e forse anche da prima, e ti guardano con disprezzo con gli occhi e con la bocca del loro fucile, i soldati, e ti spregiano quei civili coloni. E se raccogli una pietra ti giudicano tribunali militari, perché anche ai soprusi c’è un limite, e anche se esci solo per prendere il pane, e anche se sei solo poco più di un bambino, anche solo un bambino. Perché i palestinesi ti sorridono, ma quel sorriso fa male a chi cresce d’odio; perché la Palestina non si piega ed è donna.
E io forse dovrei parlare di zona “A”, e “B” e “C”. E poi di zona “H1” e zona “H2”, perché c’è sempre qualcuno che non sa e qualcuno che non vuole sapere; ma è solo occupazione, occupazione militare e di civili armati con gli occhi di belve. E allora parlo di donne come Sawsan, beduina che frequenta l’università. Splendida storia quella di Sawsan che varrebbe la pena di raccontare per intero, con la dovuta pazienza, leggerezza e forza. Figlia de Il coraggio della nonviolenza e di un padre ingombrante e fiero: lo stava ad ascoltare attenta in un silenzio assorto, qui a Venezia (purtroppo è uno degli incontri mancati al nostro ritorno in Palestina). Poi qualcuno ha voluto correre il rischio di scatenare il suo orgoglio e allora Lei si è presa la parola e l’attenzione e tutta la sala. Come una tempesta ha attraversato i cuori di tutti i presenti per gridare il senso della sua vita con una forza che trascinava: “Sono palestinese, resterò sempre palestinese e morirò palestinese; niente mi potrà piegare, non le ferite degli invasori, non le minacce, non la prigione”. E tutti a pendere dalla sua voce e dal coraggio di quella piccola donna coi capelli coperti e un abbigliamento fin troppo pesante, lei che non si sarebbe mai ribellata al padre ma mai si piegherà ai carcerieri, ai carnefici della sua terra.
E allora preferisco parlare di donne come Huda Imam, al Centro studi Università di Al Quds nel Suok al Qattanin, che ti abbraccia con un sorriso e con gli occhi ti spiega che c’è sempre posto per la gioia e per l’amore. E non sa come dirti un grazie che ti imbarazza e allora non sai che stringerla tra le tue braccia e trattenere la commozione per tutti i grazie che le dovresti e non puoi che tacere. Perché in donne come lei, solo nei loro occhi vive ancora la Palestina e si trova un futuro; perché donne così non sono domabili.
Come Fadwa Barghouti avvocato e anche moglie del grande leader palestinese Marwan, e forse è lui, sequestrato da quell’occupante assurdo ad essere “il marito di Fadwa”; lei che con un lapsus di involontaria ironia s’è definita davanti a tutto il mondo “moglie di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi”; affermazione decisamente impegnativa la sua. Lei che ha rimproverato il marito preoccupato, allora solo innamorato, buttandogli in faccia la verità: “tu combatti la mia Resistenza; mi offendono le tue precauzioni, questa terra è la mia terra e questa lotta è la mia lotta”. Lei che basta guardarla per capire che la Palestina conosce tutte le parole tranne quelle della resa. Donne orgogliose dei loro uomini quando questi le fanno fare orgogliose.
Come il sindaco di Betlemme Vera Baboun che governa una città del mondo e la storia. E ha occhi che ti scrutano dentro come tanti occhi di donne palestinesi. Dovrei fermarmi a parlare dei loro occhi, a volte dolci da regalarti una serenità infinità, a volte tristi per tutti quei dolori, sempre decisi e fieri; occhi di donne, ma vogliono togliere tutto a quelle donne e allora c’è altro da dire, consapevoli che non potranno mai togliere loro la fermezza di quegli sguardi, né la dolcezza, né la tristezza che portano in memoria. Perché poi escono dal silenzio e sono loro le prime a difendere i loro figli dalla violenza, a difendere la loro terra, la terra degli ulivi, a cercare di spiegare il disprezzo che l’odio genere, ad allevare i resistenti di domani, a dire: “sono Palestina”.
Come Manal Tamimi che vive l’orrore e ama il bello, e la bella pittura, che ci racconta di umiliazioni antiche e di una caparbietà che continuamente si rinnova. Che parla delle sue ferite e di quelle dei suoi cari e dice che sono nulla davanti alle ferite della sua terra, e spiega agli israeliani incontrati qui per puro caso che Gerusalemme sarà sempre la capitale di una terra chiamata Palestina, e vorrebbe dire tutto in una volta e diventa inarrestabile. Manal che ritroviamo quando la sua famiglia festeggia la liberazione di uno dei tanti Tamimi, tutti resistenti, liberato con i 26 dalle galere dell’occupazione, tirato, patito, con ancora in volto i segni delle sofferenze, e già pronto a tornare a lottare a dire che ne è valsa la pena. Storie cioè che dalle parole diventano Storia e conoscenza e coscienza davanti all’orrore e alle prevaricazioni. Donna come le tante che qui non hanno trovato posto solo per una questione di spazio e di memoria (anche quella, la memoria, è donna; perfino queste foto sono foto di donna); senza parlare poi di Luisa. Il mondo non ha più nessuna giustificazione e non sarà più lo stesso perché loro gli negheranno ogni possibilità di nascondersi in un consolante silenzio. Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

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bandiera-palestinaA ripetermi rischio di annoiare me stesso. Non cerco di scrivere un diario, io scrivo versi, racconti, cerco di giocare con le parole. Le parole appunto. E poi ci sono persone che lo fanno fin troppo bene, anche molto bene, anzi benissimo, come la Rossana delle mie storie, la mia Valentina, come Lei, e Lei, e tanti altri, molto più bravi di me. Anche per le foto devo denunciare la mia pigrizia e i miei limiti. So improvvisare, forse, col tempo, ma mi ci ritrovo stretto in uno spartito. Sì! forse sono solo scuse, che poi certe cose mica le spieghi. Sono partito e non mi sembra. Non mi sembra di essere mai partito cioè arrivo in Palestina e mi sembra di essere solo tornato, più precisamente di trovarmi a casa. E’ vero, l’aeroporto, che raggiungi non senza fatica, è quello di Tel Aviv e ti accoglie subito un busto del Dracula di Bram Stoker, quell’opera calligrafica che ci ha regalato Francis Ford Coppola. Personalmente lo trovo un po’ invecchiato, ma il tempo passa anche per i personaggi dei films, anche se si stenta a crederlo. Sotto leggo Ben Gurion, ho il fugace dubbio che il metallo abbia imprigionato una severità e una accidia che vanno oltre il significato che si voleva dare in quel film. Ho il dubbio di essermi sbagliato. Intorno è tutto in ordine, in un ordine sbandierato che sa un po’ di propaganda, con gli eroi dello sport inchiodati alle pareti, con un’aiola ingombrante come fosse un benvenuto, insomma sbarchi in israele ma è solo un attimo e subito dopo è già Palestina. Sono ancora in Palestina. Tra quei sorrisi che sembrano volerti loro dire “Coraggio”; loro. Tra quegli occhi di donna profondi che paiono carichi di orgoglio e misteri. E la gente di Palestina abbraccia il visitatore e lo riempie delle sue musiche; musiche e odori, sapori.
Le parole appunto. A volte hanno suoni aspri, duri, soffici; sì! le parole hanno suoni, sono suoni, anche della mente. Qualcuno, e forse a ragione, sostiene che dovremo emendare il nostro vocabolario, liberarlo dei termini che ricordano violenza, guerra, distruzione, dolore, eccetera. Come dicevo secoli fa: quelle parole massimo asprore, ma erano antichi suoni di ragazzi, quelle, solo imbarazzata poesia: qui, in questa terra che ti costringe a guadagnarti tutto, fin dal mattino, le parole sono vita, a volte lotta, alla fine possono diventare futuro. Ma io non temo le parole. E dove la lingua può essere un confine, in questa terra di confini, per uno che conosce poco più della lingua dei gesti, allora cerco di ascoltare con gli occhi e col cuore; curioso di tutto; imparo ad amare anche certi silenzi; e soprattutto gli sguardi. Già ho parlato di sguardi di occhi arrossati che piangono, per ricordi che non invecchiano mai, che sfidano il tempo; in questa terra dove ogni pietra ha una storia e un dolore. Soprattutto ho imparato a liberarmi del pudore di un abbraccio; la vita in fondo è una continua lezione di vita, basta sapersi accettare e saper accettare, la vita sono gli altri; la vita è fuori. Non bisogna mai restare alla finestra a guardare, il tempo passa ugualmente, si rischia di ereditare solo rimpianti, di annoiarsi del niente. Sono così e ho impiegato ben più di mezzo secolo cercando di accettarmi.
Le parole appunto. Io non temo le parole, siano esse gridate o sussurrate. Certo si può temere il significato e il significante di ciò che veicolano, nei ricordi, nei ricorsi, nel loro essere e assemblarsi. La verità è che io non sono propriamente uno che ama arrendersi o chinare la testa. Di parole ne conosco poche, non ho potuto studiare molto, soprattutto per colpa mia, e perché la testa non c’era, anche per ciò non ho il piacere di vedermi rubare anche quelle poche. E siamo in un paese dove qualcuno, innominabile, ama costruire muri. E siamo qui (utopisti) col desiderio confessato, fiero e testardo, di abbattere muri, qui Nel baratro. Perciò diamo voce alle parole, credo che basterebbe pulirle, caricarle di corrispondenze nuove. Se noi abbiamo il coraggio della nonviolenza perché averne pudore e non sentirsi combattenti per la Pace? L’arma del Partigiano è la scelta, come diceva qualcuno al cui nome il solo accostarmi mi fa provare vergogna, odio gli indifferenti. E quell’odio in fondo è un grande gesto d’amore, amore per la vita, un grido disperato di essere vivi. Alla fine porto dal viaggio tanti volti, tante espressioni, e tutti quegli occhi di donne, di donne che come tutte le donne si liberano da quell’angolo in cui il genere, in tutti i posti del mondo, cerca di relegarle e sono in trincea, sono davanti nella lotta, sono il cuore della lotta, sono sempre il vero orgoglio di essere, e di essere libere, e di essere ma a testa alta.

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ImmagineOnestamente la battuta, del titolo, la trovo anch’io scontata ma in tutta onestà non ho trovato di meglio e mi pare adatta. Allora l’8 gennaio ci troviamo con l’amico Vito per parlare proprio di “Diritto Internazionale”, questo sconosciuto, cercando poi di focalizzare le nozioni sulla questione palestinese. La curiosità è quella di apprendere almeno un paio di informazioni di base per cercare di capire di cosa andiamo parlando e sentirci un po’ meno digiuni. Io forse sono un po’ troppo pragmatico e la testa, che non è mai stata un granché, oggi, anche per l’età, è quello che è, allora cerco di capire quello che posso. Tralasciando i termini in latino, che resta una lingua morta, Vito ci spiega in soldoni che il diritto internazionale è una scienza che non c’è, ovvero che regola i rapporti soprattutto attraverso un qualcosa chiamato “consuetudini”; a me, e spero non solo a me, già tutto mi sembra fumoso. Non bastasse che non è comunque facile parlare di Diritto, se poi si aggiunge Internazionale la cosa diventa assolutamente ardua. C’è chi confonde le leggi e la giurisPrudenza con la giustizia, chi si distrae ed entra nei territori dell’etica, della politica, della storia (questa sconosciuta), delle comunicazioni, chi si distrae e basta, eccetera, e chi più ne ha evita spesso il buon tacere. Vallo a spiegare tu, per esempio, che certe congregazioni non hanno alcuna forma né validità giuridica, certe persone non si arrendono e ripropongono la domanda pari pari.
Stabilito, ma non accettato, che la giurisPrudenza offre degli strumenti che sta poi a noi cercare di usare e rendere efficaci, un po’ come mettere in mano uno scalpello allo scultore, possiamo giungere alla conclusione che l’occupazione, e in quella che chiamano West bank o Cisgiordania e che noi ci ostiniamo ancora a chiamare Palestina, è in atto una vera occupazione, metterebbe in essere degli obblighi a cui israele si sottrae e che non vuole assumersi. Stabilito che l’occupazione, che dovrebbe essere temporanea, e qui parliamo di 66 anni, è un atto condannato dal diritto internazionale. Stabilito altresì che il blocco, in termini tecnici, l’assedio nel gergo corrente, di Gaza equivale a un atto di guerra e comunque comporta gli stessi obblighi sopracitati, cioè che l’occupante dovrebbe farsi carico dei bisogni primari delle sue vittime. Stabilito infine, con parole molto prosaiche, che l’occupante sionista se ne frega dei propri torti e obblighi anche là dove ha sottoscritto trattati o accordi; compresi quelli da lui stesso proposti; la domanda che resta sulla Palestina è: cosa noi possiamo fare?
Ora, consultata la carta, o con una ricognizione, per chi può, sul posto, ci troviamo a constatare che la Palestina è oggi un paese che non esiste, già nei propri libri di testo israele parla di insediamenti nel proprio territorio riferendosi a quelli che si possono chiamare ghetti o riserve, o al massimo enclavi, e che chi è più colto chiama bantustan. Per israele quelli non sono differenti dai tanti campi profughi seminati all’interno e all’esterno e pertanto probabilmente di unica pertinenza della carità e del sostegno delle agenzie e delle operazioni umanitarie. Per israele la Palestina non esiste e non è mai esistita e così i palestinesi che per loro paiono giordani, nel migliore dei casi. Molto modestamente io sostengo poche cose: Sono in favore dell’autodeterminazione dei palestinesi pertanto non mi sbilancio in una tesi politica su quale può essere la forma di un eventuale futuro stato di Palestina poiché credo non abbiamo molto da insegnare. Ritengo che sicuramente la “battaglia” non si può vincere sul piano militare, ma su quello diplomatico. Che vada affrontata sul territorio ma soprattutto che possa trovare i suoi veri strumenti di riscatto nella solidarietà internazionale e per questo sostengo il lavoro di tanti attivisti e ammiro quello delle campagne del Bds (Boycott, Divestment and Sanctions (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni)) e oggi partecipo, con interesse ed impegno, alla campagna “Free Marwan Barghouthi and all Palestinian prisoners” per, come dice il titolo, la liberazione del grande leader palestinese Marwan Barghouti (forse l’unico ad avere la credibilità necessaria per essere interlocutore e poter trattare col governo degli invasori) e di tutti i prigionieri palestinesi. I palestinese continuano da sempre a chiedere come premessa a qualsiasi vero colloquio di Pace la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento del “diritto al ritorno”.
Fino ad ora non ho saputo dire che una serie di ovvietà, ne sono consapevole, ma vorrei usare questo spazio per togliermi alcuni sassolini dalle scarpe. Credo che nessuno da qui dovrebbe parlare a nome dei palestinesi visto che sanno farlo egregiamente e sicuramente meglio da soli; forse dovremmo imparare ad ascoltarli. Credo che la causa palestinese abbia bisogno di alleati e non di nemici (di quelli ne hanno fin troppi): poco capisco la folle strategia di scompaginare le nostre forze invece di quelle dell’oppositore, questa mania comune alla sinistra di nebulizzarsi in mille frazionismi, di sottolineare tutte le differenze, di gridare una proprio superiorità etica, politica e culturale a scapito di una organizzazione capillare e in grado di dar forza ai progetti. Questo etichettare come traditori tutti colori nei quali si riscontra un minimo segnale di dissenso, magari spesso solo terminologico; inviterei anche a rileggere gli accordi di Oslo con un occhi meno ideologici e più pragmatico, ma non sarebbe male una rilettura più vicina della nostra tanto sbandierata e sconosciuta Resistenza. E infine vorrei stigmatizzare, in mezzo al tanto che mi è sfuggito, tutti coloro che occupano la maggior parte delle loro energie, se non tutte, per rendere difficile se non impossibile il lavoro degli altri attivisti in nome di una sorta di “purezza delle idee” e di bisogno di vetrina. Dopo questo me ne torno in silenzio, non mi piace prendermi sul serio, torno a fare ciò che mi piace e ciò il militante di base, il manovale e parlare della periferia dei grandi discorsi, di emozioni, di stati d’animo, se posso e ne ho l’occasione e ne sono capace di cultura, e ripeto: Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

 

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Intorno solo mura, mura di pietra
e il mondo è chiuso fuori e mi spia
da una piccola finestrella mi spia
forse credendo di potersi illudere
ma alla finestrella sbarre e
dietro le sbarre persino la luna
e la luna prova vergogna, da dietro le sbarre.
Vorrei parlare d’amore,
per quelli che hanno chiuso fuori,
e di dolore
e di affetti
e di amicizia
e di rispetto
e del canto al mattino
che lo stesso mattino trattiene in gola,
e degli occhi che mi spiano
illudendosi d’essere liberi, loro;
no! non li libererò.
Vorrei parlarvi di tante cose
e magari metterle in un foglio
un foglio di carta seppure stropicciata
parlarvi di mio figlio
e dell’altro mio figlio
e di mia moglie,
chiudo gli occhi e vedo i suoi occhi,
occhi fieri di donna.
Quante volte mi son chiesto
“è giusto che anche loro
che anche loro paghino questa lotta
… con l’assenza”.
Ma risuona ancora la sua voce
“il nostro amore è nella lotta”.
E vorrei parlarvi anche di cose semplici:
dell’odore dei datteri
del sapore del sale sulla pelle
di come i bimbi giocano sulla sabbia
e sul mattino
e sul mondo
ma questo non è il posto
e queste parole sono solo rabbia
rabbia per quelli che si credono liberi
incatenati alla loro arroganza,
schiavi della crudeltà dell’ignoranza.

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