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Posts Tagged ‘maternità’

Giardini. Lei sta allattando. Due tette che non sembrano sue. E il piccolo attaccato che succhia. Capelli lisci. Biondi. La gonna fin troppo corta. Due gambe lunghe. Gambe tornite. Ginocchia con una loro personalità. Intanto il bimbo poppa a tutto spiano.
Bello”.
E’ una bambina”.
Mi scusi. Sa? A questa età”.
Scherza. Non si preoccupi. Succede a tanti”.
Tanti”?
Quasi a tutti”.
Mangia molto”?
Dipende”.
Da cosa”?
Ci sono giorni che non ho proprio appetito”.
”.
”.
E’ sua”?
L’ho trovata qui”.
Scherza? Ma è bellissima”.
Solitamente è una domanda stupida, ma in questo caso… Cosa vuole sapere? Mi chieda pure”.
”.
Bella giornata”…
Come si chiama”?
Tiziana”.
E lei”?
E’ di un’amica”.
Dovete essere molto amiche”.
Per nulla. Ci conosciamo appena. E’ solo ch’è di turno alla casse al supermercato. Sa? non ha la mamma. No! non pensi… solo che la mamma non gliela può tenere. E’ appena arrivata. Al quarto piano. Io sto al secondo. Vengo qui anche per studiare. Non ci siamo mai visti? Lei non viene spesso ai giardini? Io riesco a leggere tranquilla. A isolarmi. Non so come mi sia presa questa curiosità. Noi donne abbiamo questo senso della maternità”.
Lavora molto”?
Sono studentessa”.
E’ una cosa che noi uomini non possiamo sapere”.
Vorrà dire capire”.
Mi riferivo alla bimba”.
Da uno strano solletico, un particolare piacere, sentirla suggere. Credo si dica anche così. Insomma ciucciare”.
Certo che dev’essere bello”.
Non dovrebbe chiederlo a me. Non posso parlare per gli altri. Credo di sì”.
Dicevo con la bambina”.
Dicevo anch’io. Bisognerebbe chiederlo alla mamma. Non sono di quelle”.
E per la mamma”?
Direi di sì. Certo non posso esser certa. Cioè… E’ che non sono mai stata mamma. Però penso che qualcosa… Potrei anche dirle… spero mi capisca. Mica posso qui, ai giardini. Mi spiace. Per lei. Giusto prima… dicevo a uno… ma quello mi ha infastidita. Non mi levava gli occhi da dosso. Oh! Mi scusi. Non volevo. Lei si vede ch’è una persona educata. Con lei non mi da disturbo. Starei a parlare per ore. Solo che mica possiamo. Qui ai giardini. La gente è così. Pronta a giudicare. Mi capisce? E poi, prima di lei me ne stavo tranquilla. Non mi aspettavo tante domande. Lei è proprio un tipo curioso. E interessante”.
E lei è stata fin troppo cortese”.
“Non costa nulla. La cortesia è gratuita. La goda fin che può. Certo non vorrei dar fastidio a qualcuno”.
E’ solo… che ha mosso la mia curiosità”.
E per cosa”?
Solitamente non sono un tipo curioso. In fondo è la bellezza della vita”.
”.
Dicevo… un bambino, cioè… la bambina”.
Credo che dovrò dargli il biberon. Succhia ma non succhia niente. Povero piccolo. Un po’ mi spiace. Devo ricordarmi anche di lui. Mi ha fatto distrarre. Perdere la testa. Ho dei doveri. Ad essere onesta il fatto è che è bello. Sentirselo attaccato. Da un senso strano. Non vorrei dire ma è eccitante. Non proprio eccitante, non fraintenda, ma eccitante. In qualche modo… mi stuzzica. Non saprei come spiegare. Spero lei mi capisca”.
Più o meno”.
”.
”.
Ha visto abbastanza”?
Come”?
Risposta sbagliata. Scusi, è uno scherzo. Ora posso smettere di… allattare”?
Purtroppo… devo essere onesto. Faccia pure”.
Grazie, cominciavo a averne ansia, cioè abbastanza. Ad esserne stancata. Non è come se… insomma ciuccia a vuoto lei, e in fondo anch’io. E’ come regalare le tette gratis. Non so se mi spiego? Come… come aspettare l’autobus in un giorno di sciopero. Non so come mi vengono queste idee. E poi perché le dico proprio a lei”.
”.
Si fa tardi. Che ora saranno”?
Posso accompagnarla”?
Passiamo dalla mamma. Mi starà già aspettando. Ho insistito molto perché me la presti. Penso non serva più. Se vuole. Non è molto lontano. Le va? Poi sono libera. Proprio libera”.

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Foto colori di ragazza annoiataLivia era una donna come le altre, come tutte. Ogni domenica mattina, e tutte le altre feste comandate, si recava a messa perché fin da piccola alla domenica si andava alla messa. A scuola era sempre andata così, senza infamia e senza lode. Crescendo si era sentita dire che era carina, ma non aveva un’opinione propria. In verità non si piaceva completamente. Avrebbe voluto essere un po’ più alta, magari riempire un poco di più il reggiseno. Nonostante tutto aveva avuto la sua vita normale e serena.
Si era sposata con Matteo perché era un ragazzo serio e un buon partito. Anche se era più vecchio e se il cuore le batteva per un compagno di classe: Efrem. Quando parlava con Efrem, non sapeva perché, ma provava quello strano scombussolamento in tutto il corpo che chiamano così. Perfino quando ne parlava, di Efrem, ma quei tempi erano scappati in fretta. Non si vive di sogni o di ricordi e lei non aveva molti ricordi da ricordare. E poi i doveri della casa l’avevano assorbita subito.
In realtà, come ogni donna che si rispetti, Matteo era stato il suo primo uomo. E non poteva dire che fosse stato bello, ma lui aveva mostrato comprensione e forse aveva messo troppa attesa ed era troppo nervosa. S’era sposata in bianco con ottantasei invitati perché la zia Adriana aveva avuto una colica la sera prima e i parenti di Torino erano riusciti a trovare la scusa buona. Così avevano trovato un appartamentino coccolo in affitto per stare assieme, non troppo distante dai suoi. Per arredarlo aveva lasciato fare a lui. Avevano deciso di avere il loro primo bambino per far contente le nonne. Lo avevano chiamato Antonio come il nonno e Giulio come l’altro nonno. Antongiulio era stato un bambino problematico fin da subito. Era nato con il cesareo, ma lei aveva pensato che era meglio perché rendeva ancora più importante il miracolo della vita.
Quando Matteo tornava a casa correva ad accoglierlo con un piccolo bacio, povero caro, come ogni moglie che si rispetti. Lui si accomodava nella poltrona e lei gli portava le ciabatte ed il telecomando. Dopo era tranquilla e poteva dedicarsi a finire di far cena; a lui piaceva mangiare bene e anche un buon bicchiere di vino. Spesso si addormentava stanco davanti a quella televisione mentre lei finiva di lavare i piatti. Cercava di fare piano per non svegliarlo perché lui era infastidito quando lo si svegliava. Avrebbe voluto essergli più vicina, ma non sapeva nulla di calcio.
Lui era buono con lei, lo aveva visto alterarsi solo quando parlava di politica. Anche di quella lei non capiva molto. Gli succedeva davanti al telegiornale e qualche volta quando avevano compagnia. Solo quella volta si era alterato con lei ed erano stati un paio di giorni senza parlarsi. Poi tutto era naturalmente passato. Però non le piaceva quando aveva quegli occhi lì.
Ricevevano raramente delle visite ed erano quasi tutti amici o colleghi del marito. Le conosceva poco quelle persone e si trovava in imbarazzo e non sapeva cosa dire. Perdipiù erano quasi sempre uomini. E se ne stavano in sala a fare i loro discorsi da uomini. Per fortuna aveva il suo rifugio: la cucina. Ed era diventata brava, spesso le facevano i complimenti, per il mangiare.
Non capiva perché lui, Matteo, a volte diventava ombroso, non le sembrava di aver commesso nulla e se ne rimaneva col dubbio. Forse era geloso e sapeva, lei, perché sempre stato così, che non c’è amore senza almeno un po’ di gelosia. Ma cosa poteva fare se scherzavano, come anche quel Tommaso? Lei non faceva certo nulla per incoraggiarli. Anzi spesso era spettinata, col suo grembiule e odorava del cibo. Gli uomini sono fatti così.
Nonostante questi piccoli contrattempi le loro vite scorrevano felici, anche se qualche volta lei aveva desiderato che il venerdì lui se ne scordasse; non ne avesse voglia. Il sabato lo lasciava riposare fino a tardi, come piaceva a lui. Andava al mercato e i nonni l’aiutavano tenendole Antongiulio; quella piccola peste. Lo tenevano giusto il tempo del mercato ma poi lo trovava spesso accaldato, col rischio che si prendesse un accidente. Loro si lagnavano, non per farle pesare la cosa, ma perché gli anziani son fatti così, comunque a lei un po’ pesava. Ma non si potevano permettere che restasse a casa.
La domenica lui aveva la partita e così lei poteva dedicarsi a mettere in ordine e fare la lavatrice, perché lui ci teneva all’ordine ma non era proprio quello che si può dire ordinato. E c’era tutto il resto da fare e da stirare perché lui si cambiava di camicia tutti i giorni e, col caldo, anche due volte. Ed era anche un vero esperto nel macchiarsi, come se non bastasse il piccolo.
Ma da quella sera si sentiva a disagio, in colpa. All’ora di uscire aveva telefonato alla madre per sistemare Antongiulio. Le aveva detto che doveva fermarsi un’altra ora in ufficio. Invece s’era presa quell’ora tutta per sé. Matteo aveva una riunione organizzativa o qualcosa del genere. Le aveva detto di nemmeno aspettarlo. L’ora si era allungata anche di più. Era andata a bighellonare e per negozi. Aveva trovato un ombretto che era un vero amore. Poi aveva incontrato Elvira e s’erano fermate a parlare. Elvira non piaceva ai suoi e nemmeno a Matteo, ma a lei non dispiaceva. Ci si trovava bene a chiacchierare e a prendere un caffè. Il tempo era proprio volato.
Si sentiva stupida ma sapeva di aver tradito il marito e la sua fiducia. Di aver approfittato della disponibilità dei suoi. Si ripeteva che non avrebbe dovuto farlo e che non l’avrebbe rifatto. Eppure le veniva una sorta di malinconia. E a pensarci il pensiero di quell’ora le procurava vergogna ma era un pensiero piacevole. Nonostante gli sforzi non riusciva a scacciarlo. E aveva ancora impresse negli occhi le scarpe che aveva visto con quel tacco altissimo e sottilissimo. Era una vita che non andava a vedere un bel film, uno di quei bei film d’amore.

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Sfumature

La guardo, ma la guardo bene; attentamente. Proprio una gran bella… mamma. Onestamente mi sembra più adatta a prendere la pillola che a fare la mamma.

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