Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘matrimonio’

Niente di meglio che un buon piatto di tagliatelle al ragù”. Ma doveva ancora imparare che se diceva buono intendeva ancor più abbondante. Lui era esterrefatto e la cuoca s’era messa in azione. Aveva sposato una ragazza minuta e molto discreta. Il giorno dopo delle nozze se n’era uscita chiedendo quel primo prima ancora della colazione. La nuova vita le doveva aver messo appetito. Forse era stata quella prima notte in cui nessuno dei due aveva dormito molto. Lui si sentiva a pezzi ma lei appariva fresca come una rosa. Ridente e soddisfatta. Divorò tutto con una velocità incredibile per poi chiedere del pane per fare la scarpetta. Si dissetò direttamente dalla fiasca sulla tavola sgolandosela tutta e poi scoppio in un allegro rutto rumoroso che fece ondeggiare le tende come bandiere che garrivano al vento. Come se stesse passano un uragano a gonfiare le vele di velieri in alto mare. Come un tornado. E disse soddisfatta: “Ora sì che va meglio. –ma aggiunse– Però avrei ancora un buchetto, caro, da soddisfare. Un poco di appetito”. Lui trovò la cosa alquanto sconveniente davanti agli ospiti e alla servitù e non aveva proprio più forze, ma si sentì risollevato quando capì d’avere frainteso. Eppure doveva sapere che lei era una ragazza per bene e non si sarebbe mai permessa di sbandierare certi appetiti e la loro intimità davanti ad estranei, quando era restia e si vergognava di parlarne anche quando erano soli.
Subito le fu portata una gran tazza di caffelatte e tre cornetti, e poi un’altra tazza e altri tre cornetti, e così via e questo per altre tre volte mentre lei si massaggiava la pancia che si andava ad ingrossare. Si fece portare un abito più largo che s’era portato da casa quale dote assieme a dodici paia di lenzuola ricamate e ad un enorme recipiente, una sorta di grande tinozza rotonda, che si rivelò un enorme paiolo in rame da polenta. Per la seconda volta restò esterrefatto solo perché gli occhi spiritati della sua donna non gli avevano ancora spiegato quant’era cambiata dopo quella notte di sfrenati bagordi coniugali. Ma come avrebbe potuto? Era ancora in affanno (risate da parte dei presenti). Il poveretto aveva avuto solo il tempo per essere estremamente orgoglioso di sé e delle lenzuola macchiate, poi svuotato e privo di forze come se si fosse cimentato in una battaglia campale, ma era ancora certo che si trattasse di una sorta di inconveniente temporaneo ancorché passeggero.
La sua speranza doveva essere presto se non subito smentita. Decise di sacrificarsi per non esagerare e di rinunciare agli antipasti aggiungendo però: “Per ora”. Si mise comoda. Non chiese un tris di primi ma, per precauzione e per non essere fraintesa, tre primi abbondanti e altri tre brandendo una forchetta nella destra e una forchetta con la sinistra e ammettendo che non gradiva molto il brodo che non si mangia ma si beve con l’eccezione di un gran piatto di tortellini serviti quasi asciutti. Alla fine si lasciò andare an un altro soddisfatto e roboante ruttò. Lui era incredulo. Pulì le dita sulla tovaglia bianca, bevve a garganella tenendo sollevato il fiasco e sporgendosi sotto come ad una fontana e ammise che finalmente si cominciava a ragionare: “Ora passiamo ai secondi”. Esplicitò che non avrebbe disdegnato ma anzi gradito un po’ di carne preferibilmente al sangue o almeno poco cotta magari del buon rosbif all’inglese, anche un po’ di lesso e d’arrosto, per il pesce potevano ancora aspettare e soddisfatta nella sua richiesta si mise alacremente all’opera: “Ho proprio un po’ di appetito”.
Naturalmente pretese che le portate fossero accompagnate da insalatina fresca, un po’ di peperoni e pomodori, magari ripieni, cavolfiori gratinati e per l’arrosto patate anch’esse arrosto. Con l’ampio vestito ormai unto fino a non avere un lembo di stoffa del colore originale e che le saliva sopra le ginocchia lei batteva le mani, faceva svolazzare le dita e le unghie, si puliva le labbra col dorso della destra e subito accorrevano con altri piatti colmi di pietanze: “Mi sento come se non mangiassi da anni”. Lui si sentiva sazio e satollo al solo vedere quello che mangiava lei e il gusto con cui lo faceva. Le gote le si erano fatte rubizze, il ventre prominente, i seni pieni anzi abbondanti anzi straripanti come due enormi mousse o due meloni ma molto più che maturi. Ormai lui aveva perso il conto e non riusciva più a seguire la velocità con cui richiamava l’attenzione degli alacri servitori che accorrevano subito e con cui ingurgitava tutto quel ben di Dio che le veniva portato. Si preoccupò solo per la frazione di un attimo per quei poveri cuochi sudati ed in affanno in cucina e poi per le sue stesse finanze che anche se non meschine né irrisorie erano state messe alla prova dal banchetto nuziale ed ora dovevano fronteggiare quello di banchetto.
Pregò che gli fossero portate un pochine di salse per aggiungere ulteriore gusto ai piatti e non lesinava nell’aggiunta di condimenti grassi. Concesse che per andare bene andava bene ancora del rosso anche col pesce e volle provare il paiolo che aveva portato: una cernia, tre orate, degli sgombri e un nasello e una vera montagna di polenta gialla e un’altra di polenta bianca. Qualcuno corse in tutta fretta fino alla pescheria e in panificio; naturalmente tutto doveva essere accompagnato dal pane. Prima ancora di finire espresse il desiderio –ogni volta questa parola lo faceva inutilmente sobbalzare– per qualche polipo lesso e qualche calamaro ai ferri e perché no un generoso soutè di cozze e vongole e per quest’ultima, ma non ultima, portata succhiò avidamente e con soddisfazione anche il sugo di cottura inzuppandoci due sfilatini. Si frugo nel naso, sollevò l’urlo per liberare un silenzioso peto, si stropicciò gli occhi acquosi e implorò ancora una porzione abbondante di un salmone intero affumicato, anzi tre. Alla fine di quella mangiata senza fine espresse il desiderio di una breve paura– “Solo un attimo.” –che non durò che pochi secondi. Si soffiò il naso, sembrava felice e contenta e quasi soddisfatta. Ci pensò su e scacciò un ciuffo indispettita e ordinò che gli fossero portati e serviti un bel po’ di formaggi e salumi dalla dispensa che cominciava a mostrarsi desolatamente svuotata e ancora qualche bel fiasco vino buono.
Afferrò qua e là fette e fette e fette, ora gruviera, ora crudo, ora mozzarella di bufala, ora mortadella, ora dell’ottimo parmigiano e grana padano, per non tacere del salame, e le divorò senza tregua e distrattamente ingollò anche il servitore. Poi, non ancora del tutto soddisfatta chiese se era rimasta almeno una fettina di torta dal giorno prima e che gli fosse cambiato il vino con del frizzantino bianco dolce; andava bene anche quello che c’era in cantina ma meglio sarebbe stato se si fosse trattato di un prosecco di annata o anche dello spumantino. Poi chiese datteri e fichi secchi e noccioline americane ma oltre alla frutta secca pretese anche della frutta fresca e che non mancassero delle banane e un ananas che lei amava la frutta esotica. Per finire –proprio così disse– un buon caffettino, e per un po’ si assopì mentre tutti la guardavano e rumoreggiavano cercando di farlo sottovoce mentre lui cercava di non sentire i commenti e se ne stava muto a guardare quella che era stata per una sola notte la sua mogliettina, quel che rimaneva di quella giovane graziosa che era quasi una ragazzina, e inorridito l’enorme donnone in cui si era trasformata.
Quando si era ormai fatto il far della sera la giovane e innocente e casta sposina, con una mano a nascondere le labbra, gli sussurrò ad un orecchio brandendo una coscia di tacchino come fosse una spada che roteava sul capo degli instancabili ultimi invitati: “Avrei un po’ di appetito, caro”. Orai niente più lo poteva sorprendere e il tono della sua voce cercò solo di fingere lo stupore: “Ancora”? La giovane donna, che sembrava aumentata notevolmente in volume, in peso e persino in altezza, scoppiò in una sonora risata grassa: “No, stupidino. Cos’hai capito? Ho voglia di soddisfare quel appetito che viene ad una sposa quando è finalmente giunta l’ora di andare a letto”. Capito aveva capito arrossendosi in viso e non gli riusciva di inventare una scusa buona per trattenersi almeno un po’ se non per rinviare ad altra data quella nuova sfida in singolare tenzone quando la notte era ancora giovane. Si sentì sprofondare, ma il suo orgoglio di maschio la ebbe quasi presto vinta sulla sua completa mancanza di energie e, sistemandosi nelle brache, si alzò annunciando che allora potevano andare tentando così di accomiatarsi rendendosi il più invisibile possibile dai presenti; nelle estreme difficoltà ci sono sempre degli intrusi a rendere le cose ancora più complesse. Fece solo un’enorme fatica a sollevarsi da quello scranno.
Giunti nel talamo coniugale lui guardò il grande baldacchino e l’enorme letto ed ebbe un rigurgito soffocato di sazietà e di nausea che lo costrinse a correre al bagno dove si trattenne anche giusto il tempo di pensare per un bel po’ e cercare il coraggio che non riusciva a trovare. L’enorme donnone non era più la dolce mogliettina che aveva chiesto e a cui si era poi unito convolando rapidamente a più che fastose nozze. Tornato in grande imbarazzo lei lo squadrò, poi gli tirò giù i calzoni poi lo squadrò –non era al meglio ma sicuramente pensava di essere abbastanza all’altezza del compito– e non riuscì a fingere mostrando esplicitamente e apertamente in viso di rimanere estremamente delusa. Si sfilò la veste e si stese nel letto completamente nuda mostrando senza alcun podure quell’enorme ammasso di cicce e invitò in modo esplicito l’amante a prendere posto, a darsi da fare e, davanti agli occhi allibiti di quel che rimaneva del povero marito, ne ordinò altri tre.

Annunci

Read Full Post »

Introduzione all’ambiente
di L’amore che uccide

La gente che mi piace.jpgQuando il vice-commissario Zanin Tomat era giunto a Venezia da Rigolato aveva avuto subito la percezione che la sua vita sarebbe cambiata. Nessuno lo aspettava quando era arrivato. Nell’aria c’era qualcosa di magico, come se lì tutto potesse succedere. Era rimasto a bocca aperta per la meraviglia, poi lui e la città si erano guardati per un po’ con una certa diffidenza. Erano rimasti a studiarsi per alcuni lunghissimi attimi. Nessuno lo aspettava? Fu allora che si accorse di essersi perso la valigia.
Era passato un po’ di tempo da allora e aveva fatto qualche progresso. Non aveva legato con molti in quei mesi, tranne che con qualche collega. Con non poche difficoltà aveva imparato a fidarsi di quella poliziotta, di Paola Rubinato. Poteva dive di aver conosciuto la famiglia Canal, Sabaudo e Roberta, il figlio della coppia Gilberto e la sorella della moglie Teresa Vio; e pochi altri. Da quest’ultima donna, da Teresa, era stato particolarmente colpito, niente di drammatico, niente da arginare. Ma anche con loro, con i Canal, aveva come la sensazione che la cortesia si fermasse sulla porta della cordialità.
Poi il povero vice-commissario impreparato si era visto riversare addosso, come un vero tornado, i segreti di quella città a seguito di alcuni piccoli episodi e di due gravi fatti di sangue. Quest’ultima indagine non era di sua competenza e avrebbe voluto saper governare la propria curiosità. Invece si era lasciato coinvolgere molto più del dovuto. Prima ancora di rendersene conto c’era dentro fino al collo. Ma tutto era cominciato molto prima, forse venti anni o anche più.
Erano gli anni del liceo e loro erano un gruppetto di amiche molto legate tra loro. Tra quelle ragazze bene alcune spiccavano per intelligenza e per grazia, tutte per quella splendida età; qualcuna era decisamente bella. Cristina Boscolo non risaltava tanto per l’aspetto quanto per la sua impertinenza. Era una ragazza che avrebbe dato del tu anche al papa. Diversamente Roberta Vio, che comunque era molto carina, era anche di carattere più riservata. Ma lei, Roberta, aveva già un fidanzatino che non le levava gli occhi da dosso, Sabaudo Canal. Erano tutte figlie di buone famiglie e in compagnia c’era spesso anche Luana Boldù, la quale risaltava non solo per bellezza, ma perché aveva un corpo già completamente sviluppato, con forme da donna. Alla giovane Dana piacevano i complimenti e da subito s’era istaurato con Antonia Soranzo uno strano rapporto di amicizia e conflitto: le due vivevano di una rivalità continua quasi senza esclusione di colpi.
Subito Tonia s’era sentita costretta a riempire di lusinghe e attenzioni i fidanzatini della rivale e chiunque le ronzasse intorno. Spesso a loro si univano altre ragazze con le quali il legame e la frequentazione erano meno stretti. Più di tutte si poteva notare la presenza di Eugenia Chinellato, una ragazza non meno carina delle altre, ma meno intraprendente e un po’ più taciturna. Spesso si ritrovavano tutte a delle feste con quei coetanei, gli amici di Sabaudo, allora di simpatie socialiste, che odiava quel nome e preferiva che lo chiamassero con il cognome, come fosse il suo vero nome, semplicemente Canal.
Lo stesso Canal organizzava quelle feste, pur di poter stare con Roberta, ora a casa di un amico, ora a casa di un altro. Il luogo che era più spesso disponibile era la casa dei genitori di Marietto Zanon. Poi Marietto aveva smesso di parteciparvi, dopo che si era appena iscritto a giurisprudenza e aveva saputo che la sua compagna aspettava un bambino. L’età cambia le persone e non si può restare ragazzi per sempre. Erano solo giovani spensierati allora, ma da quei giorni alcuni legami si rafforzarono e altri si persero, come sempre avviene. Non solo i nominati, in vari modi, rimasero in serrato contatto tra loro. Si era creato uno stretto sodalizio che in qualche modo replicava il rapporto delle famiglie.
In quegli stessi indimenticabili giorni Giuseppina Sansovino usciva dalla delusione di un amore finito male; quasi in tragedia. Pareva che Pina fosse incapace di lasciarsi tutto dietro le spalle. Ne soffriva molto e si confidava con Roberta. Il tempo guarisce tutti i mali, o quasi, ma nel suo caso gli amori difficili e complicati avrebbero continuato a lusingarla e perseguitarla; come fossero una eredità naturale scritta nel suo destino. Quando le cose le andavano bene Roberta era la migliore delle confidenti. Quando le cose andavano meno bene era troppa la pazienza che Pina pretendeva da quell’amicizia e le due temporaneamente si allontanavano. Tutti vorrebbero essere consolati ma nessuno vorrebbe essere contrariato. Era anche il caso delle due amiche: Roberta era destinata a stancarsi di dare consigli di buonsenso quando l’altra era decisa a continuare testardamente a mettersi nei guai, con un compagno sbagliato.
Una sera, in un locale, a un tavolo, era seduto Orio Barozzi. L’uomo aveva fatto un cenno ad una ragazza molto giovane presente in sala, Eugenia, e la ragazzina si era avvicinata a quell’uomo molto più grande. Genia, per gli amici, era stata subito colpita dalla sicurezza dell’uomo maturo, dalla sua autorità. L’uomo invece aveva indicato l’amico che gli sedeva vicino, di cui nessuno ricordava il nome, nemmeno la ragazza, e forse quel nome non ha per i fatti la minima importanza. Orio aveva spiegato a Genia che l’amico l’aveva notata. La ragazza si sentiva confusa come non le era mai capitato, aveva accettato la birra che le era stata offerta e il corteggiamento dell’altro sconosciuto. Quella sera doveva suonare ma al momento di salire sul palco lei non si era presentata.
Continuava a sentire nella testa le parole di quell’uomo, Orio, e continuava a non capirle. Erano solo un rumore. Quando era tornata in quel locale, sperando di rivedere l’uomo maturo che l’aveva colpita, vi si era recata con l’amica Anita Burigana. Vicino a lei Genia si sentiva sicura della propria giovane bellezza, del proprio fascino. Molti ragazzi le giravano torno ma non erano che ragazzi e non riusciva a sentirsene attratta. Invece l’uomo adulto aveva un fascino che la lusingava come non lo era mai stata. Tornò più volte in quel locale finché non riuscì a incontrarlo una nuova volta e quella volta suonò solo per lui.
Quella sera Orio le presentò quello che sarebbe diventato ufficialmente l’amore della sua vita, e suo marito, anche se in cuore era ancora attratta dall’altro. La stessa sera, o in quelle ore, seppe dell’intenzione di Roberta di sposarsi. Sembravano compiersi i destini per molti di loro. Fu sempre in quei giorni che Dana propose una pizza e per la prima volta intervenne nel gruppo anche Orio. Fu davanti a quelle pizze che Genia si accorse di come anche i ragazzi, e non solo loro, restassero affascinati dall’eloquenza sicura di Orio, e di come lo stesso Orio non riuscisse a togliere gli occhi da Dana. Ne rimase ferita e questo le fece decidere del suo futuro.
La storia del gruppo e dei suoi componenti, dei momenti di vicinanza e di quelli di allontanamento, sarebbe molto lunga da spiegare, ma torniamo ai nostri giorni. Fino a che il buon vice-commissario Zanin Tomat non si era trovato, in compagnia della sua sottoposta Paola, in casa Canal per una semplice visita di cortesia, nessuno avrebbe potuto immaginare come questo avrebbe cambiato la sua vita. Due di quelle persone sarebbero state uccise e tutte le altre, e altre ancora, sarebbero entrate nella bocca di tutta la città per finire tra i nomi dei sospettati.
Questo Zanin non lo poteva certo sapere, come non poteva immaginare come gli sarebbe pesato addosso il ruolo di poliziotto. E come ancora non fosse per nulla preparato a trovarsi a fare da confidente di tanti segreti inconfessabili, e come tanta confidenza portasse con sé diffidenza. Lui aveva solo appena cominciato a conoscere quella città. Quella città aveva rischiato di farlo a brandelli e divorarlo. Per quei lunghi giorni sentì la sola vicinanza della collega Paola. Provò emozioni come non aveva mai provato. Si sentì utile e poi vinto. I fatti misero in crisi anche la sua fiducia nella legge e le sue convinzioni sulla veridicità della verità. Restavano due delitti a cui dare un nome per un colpevole. Alla fine capì che nulla era facile e si trovò a chiedersi se voleva veramente conoscere quel nome.
Quando sentì all’altro capo dell’apparecchio la voce di Orsomanno D’Este capì che la città non aveva più speranze, che non c’era futuro per il mondo. Il potere è sempre un mostro, un’idra con molte teste, che tagliate tornano a crescere. Ma questa sarebbe un’altra storia che sarebbe inutile ora affrontare. Lui era solo un poliziotto e doveva far rispettare la legge, anche quando sembrava una beffa. Questa sera tutta quella compagnia si ritroverà per ristabilire una vecchia tradizione lagunare. Tutti assieme per un altro grande banchetto nel quale ricordare gli amici morti, e ridere e gozzovigliare. Nel quale commemorare insieme vittime e non, come a farsi beffa della morte. A lui non restavano che carte da riordinare e archiviare, con la voglia di togliere quella divisa.

CONTINUA

Read Full Post »

Si erano conosciuti che si può proprio dire erano ancora ragazzini cioè la loro era una storia che durava da sempre. Una di quelle storie felici da portare ad esempio. Erano allora studenti, giovani universitari. Poi lui avrebbe lasciato dopo otto esami adducendo come motivo la giustificazione di non essere capito. Ecco, forse per penetrare fino in fondo la storia, il lettore dovrebbe soffermarsi su queste ultime parole che all’inizio della loro storia lui aveva pronunciato: “Sono solo persone grette e ignoranti. Non in grado di capire uno come me”. Ma allora lei lo guardava con gli occhi di un amore che stava sbocciando e probabilmente non diede a quelle parole il peso che si sarebbe dovuto dare. Insomma un paio di volte lui aveva anche provato e riprendere gli studi, ma aveva sempre lasciato per lo stesso motivo e non aveva mai finito. Non era grave ma erano numerose e lo sarebbero state di più le cose iniziate e poi lasciate là e mai finite. Lei continuava a guardarlo come si guarda un figlio ed erano incapaci di stare distanti uno dall’altra. I loro occhi e le loro mani erano tutto un cercarsi. Lui parlava e la gente gli prestava attenzione, ma lei nemmeno sentiva quelle parole, gli bastava riempirsi la vista di lui. E lui raccontava in giro di come lei cucinava bene e fosse attenta nello spendere, cioè fosse parsimoniosa, e di com’era attenta anche alle piccole cose. E ballava sulla vita e sui piccoli palchi tranquillizzato del sostegno della sua amata, confortato dalle sue coccole, sicuro dell’assidua presenza del suo seno.
Decisamente quel mondo era troppo piccolo e lui non era adatto alle piccole cose. Qualcuno a fatica può ricordare ancora quando decise di essere un grande scultore. Opere non ne rimangono. Ciò che ricorda il suo nome è più legato alla sua produzione matura, molto varia, che spazia in molti campi ma sculture non ne rimangono e fuori resta la musica. Nonostante vari tentativi anche sostenuti dalla sua proverbiale tenacia, unita allo zelo, non è riuscito mai a far suonare uno strumento. Non se ne diede neanche questa volta ragione ma si sa che nessuno è perfetto e la società che ci circonda non è sempre preparata ai veri geni. La sua sposa non rinunciò e continuò a sostenere quel suo amore maestro di vita con la stessa indefessa vicinanza e affinità. Il parere di quel qualcuno era che lei si esprimesse in senso più compiuto e che le cose le riuscissero meglio, ma lei amava fare il pane e seguire la famiglia; famiglia che presto, grazie al loro grande amore, non tardò ad ingrandirsi. Potremmo dire che la loro era una storia perfetta, che il loro era un mondo felice che un mondo felice può vivere e sopravvivere in questo mondo. Così lui partì e poi torno, come fanno molto uomini. Fece il padre senza impararlo e allo stesso tempo continuò a fare il figlio; stupito. Però era un tipo di sani ideali: quando si giocava alle battaglie lui faceva sempre l’indiano. L’indiano nel senso del pellerossa, cioè nel senso dell’indiano come nativo americano. Era sempre dalla parte giusta. Non partì per il Cile ma fu fermamente contro il boia con la divisa. Non amò mai nemmeno nessuna divisa. Inutile cercare di documentare oltre le sue posizioni ideologiche perché sono sempre state chiare e indiscutibili. Coerenti. Lui non era tipo da compromessi. Forse solo per quanto succedeva nel nostro paese era disposto a qualche concessione, cioè si trovava spiazzato e un po’ confuso. La cultura, pensava, non ha un padre, e soprattutto non ha una madre. Almeno la cultura vera.
Si presentò alla Feltrinelli con un manoscritto che a suo dire, e ne aveva certezza, avrebbe rivoluzionato il modo di capire e fare la storia di ieri e di oggi. Titolo: Le gesta dell’Italia spiegate da don Peppone. Sottotitolo: Storie di ieri e di oggi per capire la grande Storia Patria. Quei quattro ignoranti hanno fatto uno sciopero… Non, chi racconta la storia ha fatto una piccola confusione. Quelle parole fanno parte del testo di una canzone che lui amò in anni lontani. Per tornare alle vicende dell’oggi quei quattro ignoranti gli respinsero il manoscritto con scusa che apparivano già al primo sguardo prive di fondamento e di circostanza. Bestemmiò convinto che nemmeno l’avessero letto. La sua sete di verità aumentò da quel preciso istante e così la sua caparbia lotta per ristabilire la verità e diffondere il sapere. Mise una targa affianco alla sua porta con inciso il suo nome, la data di nascita e la data in cui il manoscritto era stato rifiutato. Lasciò ampio spazio di marmo vuoto sotto per dar conto delle vicende che sarebbero seguite. Si iscrisse ad un corso di giapponese che non riuscì a terminare per impegni vari fra cui la presentazione come capolista alle condominiali per un gruppo che chiedeva la distribuzione in base all’uso delle spese dell’ascensore. Purtroppo tale formazione politica ebbe poca vita in quanto trovò l’opportunità di acquistare una piccola casa colonica fuori dalla grande città e dalle logiche della convivenza. In città tornò un paio d’anni dopo, ma nel frattempo aveva perso l’abitudine a tutto quel rumore e quella confusione. Nel suo studio regnava sempre il completo silenzio o era invaso garbatamente solo di musica classica. Fu in quel periodo che divenne grande fotografo amante in assoluto del bianco e nero molto contrastati e deciso antagonista di Henry Cartier-Bresson. Ancora una volta poco compreso tornò al vecchio amore per il giapponese ma senza studi convenzionali, disse. In verità si limitò alla scoperta della grande poetica haiku e ne apri un Seminario in casa trovando una decina di proseliti.
Per un attimo pensò di fondare una nuova religione di cui lui sarebbe stato il naturale nume ma capì che la sua stessa vita era testimonianza dell’asceta, del cammino di un uomo che si elevava. La sua vita era lezione di vita. Ebbe una certa notorietà in quel periodo la sua iniziativa multimediale: E’ da un rutto cosmico che è nato l’universo. A cui seguì la ancor meno celebre: Bakunin, colui che avversò le rotatorie e assassinò l’anarchia. Sulla guerra di Spagna diede delle letture epiche nelle quali però non mise mai ordine. In tutto quel gran da fare si trovò vecchio restando in fondo il bambino di sempre e continuando ad importunare gli arrivisti che avevano raggiunto facilmente la notorietà grazie alla loro predisposizione al compromesso. Lei continuava ad amarlo come il primo giorno e forse anche di più seppure con un velo di rassegnazione. La vita non aveva loro certo fatto mancare anche prove dure e dolorose, ma quelle prove non erano riuscite che a rafforzare il loro rapporto. Ognuno era l’aria che l’altro respirava. Quel meraviglioso ingranaggio si inceppò solo davanti all’ultimo dei loro numerosi traslochi. Sfrattati avevano cominciato a raccogliere tutte le loro cose, ricordi di una vita. E ne avevano mandato avanti la maggior parte con due viaggi di uno sgangherato camion. Erano quasi arrivato alla fine e la casa cominciava a sembrare vuota. Lui si era intestardito per un paio di vecchie scarpe da tennis e per un monopattino dove aveva disegnato un bambino che rincorreva un pallone. Lei provò a farlo ragionare senza riuscirci, come sempre. Il camion aspettava. Mise in una scatola le tazzine che le aveva regalato una zia per il loro matrimonio con dipinte vedute di Pisa, assieme alle foto di famiglia. In un’altra mise tutti i dvd di videogiochi. Alzò le spalle e si chinò sul lavoro che le rimaneva da fare mentre lui organizzava e inventariava. Avevano caricato tutto per l’ultimo viaggio ed arrivò il momento di salire nel mezzo. Solo allora si accorse che aveva un ego talmente enorme da essere impossibile da trasportare. Imballate le ultime cose, fra cui le stoviglie, decise di seppellire quell’ego sotto il grande olivo. Ora finalmente sembra che lui riesca a stare saldo e tranquillo in un posto più a lungo di quei cinque minuti nei quali riusciva a stare fermo su un’idea.

In questo caso le foto sono state rubate in rete nel profilo Facebook di Antonio Oppo e, come tutte, non hanno nessuna relazione diretta con il racconto.

Read Full Post »

Fortuna vuole che non solo di guerra e morte si parli in questa Storia; nella Storia. Qualche volta c’è anche qualche bella notizia. Come quella di Isacco e Rebecca. Come sappiamo il deserto è un grande mare ma di sabbia, senza acqua. Come il mare è pieno di onde. Per quella sabbia scorrono fiumi di sangue. Per una donna ne potrebbero scorrere altrettanti, come raccontano bene quelli che credono agli dei. Noi, che non ci crediamo, per ora parliamo solo dell’amore e della gioia degli sposi. E fortuna che son finiti i tempi in cui anche a parlarne era pronto il patibolo.

fulmine24. Qui le cose vengono raccontate così come si sono state tramandate, per filo e per segno. Parola del Signore, cioè parole al posto di quelle del Signore: 61«Il servo prese con sé Rebecca e partì. 62Intanto Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb». Non c’è verso di scoprire un minimo di arte della sintesi. Va ben bene la precisione ma Isacco non s’era mai mosso ed era sempre lì. Lì dove ancora tutto è deserto. Bighellonando senza costrutto 63«Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli». Proprio in quel mentre, manco farlo apposta, 64«Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello». 65«E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». E alzarono gli occhi anche i cammelli volgendoli al cielo. «Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. 66Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. 67Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre».
Ora perché tra tanta compagnia il Servo avesse preso con sé Rebecca è argomento di lungo contendere. E di maldicenze. Ai quali noi non daremo seguito. E perché non avesse preso con sé altri, ad esempio le ancelle, o quella vecchia arpia della nutrice, non è certo. Ciò che successe durante quel viaggio non è mai stato preso in considerazione dalla grande cronachistica della voce delle indiscrezioni. Ciò che conta è che la fortuna arrise loro e arrivarono tutti sani e salvi. Isacco vide quella donna dal volto coperto, ma tanta era la sua brama che non aspettò nemmeno se lo togliesse. Più che portarla la trascinò nella sua tenda, ed è comprensibile visto che il giovane aveva ormai raggiunto l’età di quarant’anni e anche la sua curiosità sulle donne aveva avuto modo di diventare matura. Lui recava in fondo al cuore ancora la perdita della mamma; povero cocco. E non si venga qui a paragonarlo a quella leggenda di Edipo. Quello era greco e si sa com’erano i greci; dei gran sporcaccioni. E poi quella era leggenda e questa è Storia, e per di più Sacra Storia. Così Isacco prese in moglie Rebecca e solo dopo i piccioncini pensarono al matrimonio. Non si sa se Rebecca avesse conservato quel Dono di Dio: la verginità. Maligni sostengono che ci troveremmo davanti ad un altro dei tanti misteri. Il primo ma non l’ultimo del genere.
Soprattutto con questi narratori, meticolosi, puntigliosi, minuziosi, pignoli, pedanti, parolai, sarebbe inutile parlare delle nozze. Le nozze sono nozze. Vista una viste tutte. Non ci sono nozze sacre e nozze profane. Anzi c’è il rischio che anche la prima notte si divertano più gli altri degli sposi. Si sperpera un capitale per dar da mangiare ad una ciurma di affamati. Si soppesano i regali e si accatastano in attesa di farne l’inventario e di trovar loro un posto. Si corre su e giù ad accogliere gli ospiti, che solo all’ora ci si rende conto: paiono un mare. In burrasca. Con le famiglie numerose e feconde è sempre così. Sai quanti parenti hai solo quando te li vedi piombare in casa, cioè in tenda, tutti assieme. Quando devi dar loro da mangiare. Allora si gira intorno a vigilare per evitare il più possibile gli infiltrati. Gli uomini ridono e le donne piangono; chi dei due sia più realista è il più grande e inviolato degli enigmi. Qualcuno fa sulla sposa pensieri immondi. Qualcuna e qualcuno li fa sullo sposo, ma pare pochi e con poca fortuna. Tutti la baciano, la sposa, e qualcuno prova a baciarla di più. Qualcuno si prova a cantare, ed allora si capisce che sarebbe l’ora di dar fine alla festa. Il solito stupido cialtrone grida “Bacio! bacio!” incitando al coro. Chi finisce sotto il tavolo in preda all’effetto vigliacco dell’uva fermentata. Gli sposi allora scappano giusto in tempo per la loro ora di gloria. Stanchi da far pietà. Al lumicino delle loro forze. E le testimonianze del dopo sono sempre soggette all’ombra del dubbio. Inoltre Dio non ne vuole sapere di quelle cose.

Read Full Post »

fulmineNon si può sempre ritornare a ritroso. Dopo tanti fatti narrati Abramo aveva già imbandito il tavolo per lo sposalizio e tutti gli addobbi e, povero vecchio, si avviava lentamente a finire di vivere i suoi centosettantacinque anni, era in attesa di buone notizie dal suo servo. Isacco, il suo unico figlio, era in attesa forse anche più ansiosa. Nessuno dava ascolto a quel figlio legittimo e lui non molto aveva da dire. Silenzioso era quasi sempre stato silenzioso e nemmeno troppo acuto. A questo proposito è bene, anche se superfluo ricordare, il fatto del monte, quando ignaro si era prostrato per il sacrificio senza capire, fino all’ultimo e oltre, che era destinato a lui e non all’agnello il coltello brandito dalla mano virile del genitore.

Sorge legittimo un dubbio che ci giunge da lontano: ma se l’uomo è discendente diretto della stirpe creata da Dio (e da Adamo), chi ha creato tutti i popoli ostili che quel “popolo eletto” incontrava continuamente nella sua strada? Cioè se discendevano tutti dalla stessa famiglia e dalle stesse donne, su ciò meglio stendere un pietoso velo, ovvero: se erano tutti fratelli, e fratellastri, e anche cugini, chi aveva creato i nemici?
A sentire ancora Lei le storie di quegli uomini che diventavano padri senza nemmeno accorgersene dovevano finire, ma aveva il sospetto che non avrebbe vista quella fine. E a dirla tutta, se ci troviamo spesso a ricapitolare, invocando la clemenza del lettore, è anche per merito di Lei, non Lei ma Lei, l’altra; quella contemporanea. In carne e ossa. Dicevamo che anche la sua parola, di Lei, è parola di Dio e allora disse: “Certo che poco si parla dei suoi simili fatti ancora più suoi simili, cioè dei giganti. Per non dire degli angeli, mica si saranno fatti da soli. Che Lui li manda a portare un messaggio e quelli si prendono le loro libertà e vogliono mettere opinione. E nulla si dice dei suoi simili fatti proprio sputati a sua immagine e somiglianza, uguali uguali a Lui, tanto da essere anche Loro Lui. A parte Lei, cioè io, che una qualche differenza c’è ed è anche evidente, ma sempre a sua immagine e somiglianza. E non sorVolo nemmeno su quel sputati perché questo vizio di sputare ce lo dovremmo togliere tutti. Non è per niente bello che, con la scusa di dare la vita, a uno gli si sputi in faccia. E’ tanto meglio farlo nel modo tradizionale. E anche più divertente. A parte casi particolari; e se ne vedon già molti. Al limite si potrebbe infilargli un biglietto in bocca. Soprattutto a quelli che poi debbono strisciare tutta una vita. Una sorta di post-it con quattro o cinque informazione d’uso. Come un manualetto: vai e fai; che non è nemmeno una brutta idea”.
24. La storia, la nostra Storia, non si può certo fermare su un bisticcio di genere. Mentre se ne discute, e senza soffermarci sulle modalità del giuramento che gli erano state richieste, e che nemmeno a Dio eran piaciute, nel frattempo il servo fedele di Abramo s’era recato in Aram Naharàim, alla città di Nacor. Per i geografi dobbiamo digredire per precisare che si era recato in un posto imprecisato tra due confini, non essendo ancora stati creati i cartografi –spesso pare che tutto questo sia di frequente raccontato con la logica del dopo. Ora il servo fedele –Dio aveva chiamo il servo solo Servo, ma a volte anche schiavo e altre, raramente, oppresso– 10aveva recato con sé ogni sorta di cose preziose e dieci cammelli –si sa come in quei paesi di lingua araba vi sia la consuetudine di barattare le cose con cammelli, qualche volta anche in modo improprio. E il povero signor Servo fece fatica immane per 11far inginocchiare le dieci bestie fuori la città nei pressi del pozzo. Le bestie non volevano piegare le ginocchia e lui voleva esser certo di ritrovarli al ritorno; non è che si fidasse proprio molto. Ma lui, scaltro, aveva scelto quel posto perché vi si recavano le donne e lui non le disprezzava certo, le donne, anche se doveva sceglierne una per il suo padrone, cioè per il figlio del padrone. Diede un paio d’ore libere all’angelo e poi il Servo, che non era certo un servo sciocco, anche per togliersi dagli impicci scaricò parte di quella responsabilità invocando Dio con queste parole: “14la ragazza alla quale dirò «Abbassa l’anfora e lasciami bere», e che risponderà: «Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere», sia quella che tu hai destinato al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato bontà verso il mio padrone»”.
Dio invocò la clemenza celeste perché ce le aveva piene, nel senso di tasche, di essere messo in mezzo anche per simili sciocchezze, pure per fare il mezzano, perché era stanco di sentirsi chiamare continuamente di qua e di là, e anche sopra e sotto, e perché avrebbe avuto ben altro da fare. Comunque, come si sa, Dio vede e provvede, e anche un po’ di fortuna non guasta, e così Servo 15«non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era figlia di Betuèl, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, ‘che’ usciva con l’anfora sulla spalla».

Read Full Post »

Ormai abbiamo pochi momenti solo per noi. Siamo viaggiatori indaffarati. Come topi in trappola. Destini a cui rubano il tempo. E andiamo perché il moto ci trascina. Ma è sabato. I bambini sono a scuola. Siamo soli. Lei ha già sistemato le camere. Io ho la mia tazza di caffè in mano. La casa è nostra. Il mutuo estinto. Siamo tranquilli. Troppo. Dovremmo esserlo. Quanto tempo è? Tutti hanno i loro piccoli segreti. Qualche sogno nel cassetto. Il solo attimo di solitudine. A parte quelli si parla e si tace. Si dice e non si dice. E appena detto ti sembra che le parole tradiscano i tuoi pensieri. Non riusciamo più a parlare. Questo è il malessere. E il silenzio è un silenzio che fa male. Non lo riempiamo più di parole. Non riusciamo più a riempirlo di niente. Solo di rumori. Come se non possedessimo più, quelle parole. Non so da dove cominciare.
Forse è da quando è nata Elisa. Abbiamo esaurito le scorte e non riusciamo più a sorprenderci. Cerco di ricordare. Di rifugiarmi in quei ricordi. Di raccattarne qualcuno di bello. Qualcuno di vivo. Sono così lontani. Quando ci cercavamo. Ora ci troviamo. Viviamo, se così si può ancora dire, le stesse stanze. Se potessimo ci eviteremmo. Senza ragione e senza cattiveria. Osservo che c’è un leggero strato di polvere sulla lampada. E su di noi. Quello no. Lei è gentile. Non c’è una ragione. Non ho nulla da rimproverarle. Forse nemmeno lei. E’ solo, forse, che ci conosciamo troppo. Che ci siamo trasformati in inquilini. In paesaggi. Solo che… non so. Non è più lei, la mia compagna. E’ solo una madre. Con tutti i suoi pensieri raggrumati in testa. Col sole negli occhi. Una donna ad aspettare l’estate. E’ una consuetudine. Il mio abito da lavoro. Dovrei chiedere a lei cosa ne pensa.
Ha messo su qualche chilo. E qualche ruga in viso. Non è certo quello? Anch’io devo essere cambiato. Non credo così tanto. A volte mi sento come uno che fa omicidi senza commissione. Così è quando parliamo degli altri. E quante volte lo facciamo per non parlare di noi? E quante volte ormai cerchiamo le parole che non dicono nulla? Lei mi chiede l’ora. Fra un po’ deve uscire per le spese. Vorrei che ci fermassimo un attimo per chiederci perché. Vorrei un briciolo di tenerezza. Vorrei vederla con gli occhi con cui la guardavo. E rivedere quei suoi occhi. Vorrei che mi capisse senza il bisogno di dirglielo. Confidarle un segreto in un bisbiglio. Vederla ancora piangere per quel film. Mettere su una canzone solo per noi. Ritrovarmi. Ma sono solo in una foto. Mi sembra quella sulla mia lapide. E ci sarà sicuramente qualcuno ancora a dirmi che mi ha ucciso solo per un incidente.

Mi chiede: “Perché hai scelto proprio questa canzone, per me”?
Le dico: “Perché sei una puttana”.
La cosa la diverte. Ci pensa. Mi spiega paziente: “Voi uomini siete sempre così contorti per dire le cose”.
Capisco che è vero. E’ sempre così tortuoso il percorso per dire le cose. Così falsamente intellettualoide. Siamo tutti un po’ così, contorti. Abbiamo i nostri viaggi in testa. Le nostre frustrazioni. Le nostre relazioni. La notte ci fa paura e nemmeno lo sappiamo perché. Mettiamo sempre prima il calzino e la scarpa destra. Abbiamo il nostro spazzolino. Il nostro ordine delle cose. Il nostro lato del letto. Quel sogno che ricorre. Il tale giornale e non un altro. L’ora di cena. Ci viene in mente una canzone e ce la cantiamo. E un perché ci deve pure essere.

N.B. L’immagine è tratta dalla rete e nulla ha a che fare con il ricconto liberamente scaturito dalla fantasia dell’autore.

Read Full Post »

In agosto, sdraiato con le palle al sole, lo scrittore ha la sua crisi narrativa. Non una vera e propria mancanza di ispirazione ma un mancanza di ispirazione. O una extra ventilazione. Sarà per quel poco che dicono i giornali, e per il tanto che tacciono. Perché anche i cervelli più prolifici sono in vacanza o comunque a riposo, almeno più del solito e del dovuto. Saranno le bibite ghiacciate e la vivacità che da il sole ai colori. Sarà per la fatica che ha fatto per conquistarsi un posto e poi arredarlo per sopravvivere alla calura fino a sera. Al pensiero di poi dover smontare tutto per poi il giorno dopo ricominciare. Sarà perché ha scordato di portarsi il costume di ricambio e perché ogni giorno scorda qualcosa. Saranno le copertine delle riviste da donne che gli uomini spiano con una attenta noncuranza simmetricamente omogenea all’interesse. Oppure che quei commenti sulle stesse, stupidi e lapidari, che credono salaci non riuscendo a trattenerli all’ultimo, e per la sorpresa spaventata che provano per averli detti e per essere stati sentiti.
Sarà perché tutti quegli uomini restano a scarso di commenti, dato che il campionato non c’è, quando non possono parlare di donne, per esaurimento o per una vicinanza femminile più o meno famigliare. Sarà perché le parole e i giudizi cominciano ad essere sempre gli stessi e a lungo andare si annoiano da soli e le leggende rischiamo di morire per mancanza di linfa e di fiducia. Sarà perché molti hanno fatto i bravi la notte e fino alla prime ore ed ora agonizzano boccheggiati come pesci appena esposti sul banco.
Sarà per la cialtrona, più o meno spudorata, esibizione di tutte quelle carni nude con più o meno o differenti attrattive.
Sarà il fracasso che circola intorno, e per i vicini di ombrellone, o per la bruna nella sdraio che legge il giornale attraverso gli occhiali da sole, ma di sbieco alle lenti oscuranti spia e controlla il bagnino, ma si accontenterebbe anche di uno scrittore non proprio in forma, persino di un giornalista, pur di avere qualcosa da raccontare al ritorno. Magari solo qualcosa da raccontarsi e su cui aggiungere brani dalla propria fantasia. Sarà perché se la compagna dello scrittore si accorge e fa lo stesso percorso mentale a quella donna bruna gli strappa gli occhi. Sarà perché al mare è impossibile restare solo, e c’è pure il fracasso della musica da balneazione. Sarà perché dopo la decima sigaretta che infila e affonda nella sabbia non sa più dove mettere i piedi e accartoccia il pacchetto ormai vuoto, ma non sa dove buttarlo senza doversi alzare. E la sabbia intanto s’è fatta incandescente e fuma anche lei ma non per le cicche che le ha cacciato in pancia. Sarà perché lei, la sua compagna, si alza con la scusa del bagno e di un caffè, e se ne va sculettando e pretendendo che lui glielo guardi e quella pretesa la estende a tutti i presenti. Sarà perché non c’è niente di più banale della spiaggia in estate e di viziare e impigrire il proprio corpo all’ombra di un ombrellone.
Sarà perché all’improvviso, e con grande sorpresa, viene un’idea e poi sparisce com’è venuta, alla stessa velocità. Forse era solo il desiderio di una birra ghiacciata. Chissà? Sarà perché appena rimasto solo la stessa donna bruna all’improvviso si risveglia dal suo torpore e poggia il libro per quell’estate: “Ma lei.. per caso… non è… no! scusi, mi sbagliavo. E’ che gli assomiglia proprio”. Sarà perché per parlargli si è appoggiata sul gomito, la sdraio ha cigolato paurosamente e il reggiseno ha faticato a vincere la forza di gravità, e allo stesso tempo si è allungata, confondendosi a quella dell’ombrellone, l’ombra inquietante della compagna dello scrittore che proprio allora è tornata. Sarà perché, per una volta, lo scrittore ha la sensazione che no! non assomigliava a quello ma era proprio lui e ingoia una imprecazione assieme alla propria saliva. Sarà per quelli che giocano schiamazzando finché non cedono alla fatica grondanti di sudore, o per quelli che passano e ripassano e ripassano ancora senza interruzione in cerca di preda. Oppure perché la signora mora era un po’ oltre una ragionevole tentazione, e lo scrittore si accorge che mentre lui si controllava intorno, intorno controllavano la sua compagna, e con fin troppa attenzione. Sarà perché a quell’ora la spiaggia è fatta solo di carne, e altra carne ammassata.
Sarà perché i romani sono tutti un po’ ciacioni e piacioni e allo stesso modo cafoni e non si distinguono più dagli altri che chiamano rumorosamente burini ma semplicemente tra romanisti e laziali. E’ perché non si rende conto della ragione per cui, lui che è lombardo, deve finire in una spiaggia di Romani come quella che non è per nulla dissimile da tutte le altre. Sarà perché molto più stupidamente e banalmente quando ha la sabbia sulla pelle si sente come pronto per l’impanatura, e perché teme che arriva da un momento all’altro il momento in cui dovrà ricospargere di crema la sua compagna. Perché lo prende il panico mentre cerca di ricordare il nome di quella gentile e avvenente compagna che lo ha accompagnato in quel girone dantesco.
Sarà perché già comincia a spandersi l’odore di matriciana e va a mescolarsi al caffè colpendo direttamente gli stomaci più deboli ancora pieni della cena del giorno prima. E perché quando cerca di assentarsi, magari invocando la scusa un attimo di riposo, c’è sempre qualcuno che arriva per vendergli uno stormo di cose assurde ed improbabili che mai vorrebbe possedere. Sarà per la ragazzina che s’è slacciata il reggiseno per prendere il sole sulla schiena senza quegli orribili segni, e poi si è assopita sotto il sole, e poi s’è rigirata senza ricordarsi del reggiseno e senza smettere di dormire. Sarà per quelle tette ancora acerbe e perché tra tutte quelle volontariamente palesate queste sono intensamente quanto involontariamente confessate. O forse per l’atroce dubbio che la giovane non stia affatto dormendo e non ne sia affatto inconsapevole ma semplicemente nasconda gli occhi chiusi e una sorta di furbo e soddisfatto sorriso, anche lei dietro occhiali dalle lenti riflettenti. Sarà perché si chiede come mai non ha mai scritto un romanzo sulle tette, e perché si trova a confrontare quelle orgogliose e compiaciute della pischella con quelle rassegnate della signora i cui capezzoli, nonostante la fatica immane del costume, rivolgono lo sguardo decisamente a terra. Sarà per una ragione molto più semplice: che non ha mai sopportato il mare.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: