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Posts Tagged ‘mattino’

Un passeggino

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Capita a volte il mattino. Ti svegli presto. Troppo presto. Quando ancora Venezia è deserta e il buio fitto. Capita più spesso quando il sonno è leggero e non è ristoratore, quando il dormire è agitato e ti sei trascinato nel letto tensioni di ieri. E mi sveglio con un motivetto in testa. Solo un frammento. Pochi suoni quasi indefiniti, certamente ancora indecifrabili, ma indelebili. Una canzone forse passata varie volte in questi giorni. Me la mugugno sospesa tra le labbra e i primi incerti pensieri. Reazioni abbandonate. Lei è già alzata, come succede spesso, quasi sempre, anche se sono solo le cinque. È già sveglia e arriva affannata. C’è un passeggino, abbandonato giù in calle. Così come sono corro a vedere. L’immagine, nel buio, ha un che di inquietante. È la realtà a raccontare una storia. Inaspettata, certo. Un po’ come dire? Surreale? Le ombre sono lunghe. Sotto il lampione sembra… sembra… Ci mettiamo addosso qualcosa di fretta e scendiamo. In preda all’ansia. Preoccupati. I tempi sono quello che sono. Se ne sentono tante. Nessuno dei due lo dice. Pensiamo a un bambino. Fuori fa freddo. Le strade sono vuote naturalmente. Il silenzio è totale, fisico, quasi come un muro. Fa quasi male. Affrettiamo il passo. Abbiamo timore. Speranza? Nella viuzza non ci sono le luci del Natale. E tiriamo un sospiro di sollievo. È vuoto. Le cinghie penzolano inutilmente. Non è nuovo come poteva sembrare, ma nemmeno così vecchio. Però sopra ci sono foglie cadute. È sporco di escrementi di uccelli. Presenta altri segni dell’uso. Si sarebbe ancora potuto utilizzare. Forse in un altro tempo. Forse in un tempo a venire. Forse… chissà. Alziamo le spalle. È solo in diciassette. Anche quest’anno Natale ne fa venticinque. Non è ancora nato il bambino.

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poesiaLa caffettiera
parlucchia
bisbiglia, gorgoglia
bofonchia, rumoreggia, conversa:
litania, chiacchierio, cicaleggio;
pettegola e indisponente
testarda e insistente
petulante le sue chiacchiere insegue
si lagna
arrogante /poi
recita confusa, indistinta
fischia e con voce sommessa
mormora, parlotta
brontola, borbotta
sbuffa, strepita, ruggisce
sparla. Infine
sputacchia tutt’intorno e
d’un tratto zittisce
nell’effetto sudore
sospira il suo alito /fumoso
spande il suo tepido vapore
con leggero tremore.
Quando
spengo la fiamma di sotto
e
tace,
solo diffonde il suo aroma
di caffè.

Fuori
si fa giorno
comunque.[1]


1] 8 ottobre 1985

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tazzina di caffèEra stato un anno duro e non aveva voluto smentirsi fino all’ultimo. Il mattino, se così si può dire, fuori era un silenzio irreale. Di tanto in tanto qualche botto isolato. Era naturale che si sentisse pigra. Sembrava quasi che non fosse finito un altro anno ma la vita. Non le sembrava bello iniziare lavorando e lasciò le camicette da stirare. C’è sempre un altro giorno per fare le cose. Scese ma era difficile anche trovare un caffè e le sue impressioni ebbero conferma: anche le strade erano deserte. Avrebbe chiesto a tutti i venditori di illusioni e di fragili dolori a poco prezzo di restituirle i suoi vent’anni. Ma lei non aveva santi e le sarebbe stato doloroso aggrapparsi ai ricordi. Si può promettere ogni cosa e si può mentire anche a se stessi. Si sarebbe accontentata almeno di qualcuno a stappare lo spumante; lei aveva timore nel farlo. L’aveva fatto. Aveva dovuto. “Non pensarci. Ora sei tra amici”. Lo sapeva. Lo sentiva. Stava bene con loro. Non ci pensava ma il ricordo tornava da solo. Eppure qualcosa gli mancava. Sorrideva e non si sentiva spontanea. Stava bene e non si sentiva sincera. Le era mancato persino quello che era stata. Piccole cose. Un insieme di cose. Un po’ tutto. Non avrebbe saputo come dirlo. Le mancava persino la parola. Non le era stato d’aiuto nemmeno lo zodiaco. Il cellulare non suonava. Avrebbe voluto semplicemente che lui le restituisse quell’amore ma non lo poteva fare.

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tazzina di caffèAlbeggiava. Il giorno chiaramente non nasceva ma cresceva da dietro quel bosco. Di là arrivavano rumori di un mattino che ancora non c’era. Un ululato fradicio e alcuni colpi secchi distanti che poi sparpagliavano pigramente i loro echi. La porta era aperta e tutto era stato fin troppo semplice. Sembrava assorta e assente quando la raggiunse. Lei guardava tutto con occhi spalancati colmi di meraviglia e di sorpresa. Era sempre come se vedesse ogni cosa per la prima volta. Lo sapeva anche se gli dava le spalle. Mise un ceppo a crepitare sulla fiamma. Fino ad allora era parso che lei non avesse minimamente sentito la sua presenza. Rimase dov’era ignorandolo. Forse nemmeno la interessava la curiosità di controllare chi fosse. Aveva una maglia bianca molto morbida col collo alto. Sapeva solo che il freddo dell’inverno si era insinuato sotto la lana. Lui sapeva che non doveva chiedersi troppo e non voleva interrompere quel silenzio. L’odore del caffè era ancora nella stanza. Le cinse le spalle e la sua mano scivolò sotto la maglia a cercarle il cuore. Non lo sentì, era probabile che Emilia non avesse un cuore, ma ne aveva due deliziose; non troppo esuberanti (come tutto di lei) ma di buona fattura. Si sfilò la maglia da sola e sospirò cercandolo. Erano quegli occhi, tondi e sgranati a mettere un po’ in soggezione: Aristide si chiese se erano di compiacimento o di delusione. Smise di porsi domande e di seguire il percorso dei propri pensieri. Ci sono di quei giorni in cui la cautela sarebbe un ottima compagna.

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La luce filtra appena, un leggero pulviscolo quasi dorato, impercettibile. Il mattino è come una dolce stanchezza. Non è facile liberarsene. Gli occhi che affaticano. In bocca un sapore insistente. Ieri sera devo aver mangiato un po’ troppo abbondante. E con entusiasmo. L’ho bagnato di vino. Non che ci fosse qualcosa da festeggiare. Tornare alla realtà è un percorso pigro e minuzioso. Si trascina stancamente. Penso a noi, lei è qui accanto. Precedo il suono della sveglia. Da un po’ mi succede sempre più spesso. Una volta tiravo diritto. Sono altre le cose. Lentamente ho imparato che non sono quelle le cose importanti. Ho imparato la pazienza. Non si può ridurre tutto a questioni di principio. La vita non è una lotta. I piccoli screzi sono inutili. Perché provare il bisogno di affermare? Non che sia un segno di saggezza. Forse di stanchezza. Vivere in due non è necessariamente un continuo misurarsi. Si può qualche volta cedere senza perdere di dignità. Fingere di non vedere. Di non sentire. Soprattutto adattarsi. E’ un processo lento. Alzarsi per prendersi il bicchiere, senza bofonchiare. Estrarre le ciabatte da sotto il letto. Piegare i pantaloni prima di coricarsi. E chissà quante ne potrebbe ricordare lei. Non sempre conta avere ragione. Si può anche concederla senza perdere di dignità. Non sono queste le cose importanti. Non cambia il mondo. Le priorità alla fine sono altre. Ed è bello liberarsi dei propri vizi. Di quella certa arroganza. Del bisogno di… di… primeggiare. Vorrei dire sopraffare. Non che lei abbia un carattere facile. Ma ho imparato che mi costa così poco accontentarla: quest’estate la porto al mare, in Puglia. Mi chiamo Anselmo e a parte il nome mi sento tranquillo. Un po’ tutto questo mi fa sembrare che siamo diventati un po’ più estranei. E’ così che mi sono accorto d’essere invecchiato. La guardo e nemmeno lei è rimasta la stessa. Non sta proprio dormendo. Il tempo passa per tutti. Il suo corpo s’è appesantito. Rilassato. Le rughe allargano la loro invasione e si fanno un intrico sempre più complesso. La sua mano mi cerca mentre ancora il sonno tenta di resistere. Si accerta solo che sono ancora qui. Devo abbandonare questi pensieri. E’ ormai ora di andare a farmi la barba. Scivolo dentro il giorno.

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La paura dei venditori immigrati abusiviCosì sbattuto Gigi guardava distrattamente le persone che frettolose scivolavano in senso inverso, o (come ferme figure dal tremolio di vecchio cinematografo) lente venivano superate.
Le immagini fuggivano fin troppo veloci. Una delle tante storie consumate in una vita pendolare. Maledetta città di rumori e odori. Guardò l’orologio.
Un vecchio si era assopito con il giornale aperto in mano e il giornale minacciava momento dopo momento di cadere.
Scusi scende”?
Si voltò rapidamente verso la voce che l’interrogava.
Sul fondo un ragazzo, lo zaino buttato lì, stava sprofondato sul sedile, le lunghe gambe piegate e allargate (vere e proprie leve), le tennis, gl’occhi ebeti e un motivo solo suo dall’auricolare.
Si soffermò un attimo sul quel volto di giovane donna; rapidamente, distrattamente.
Io no. Prego!” disse e fece per scostarsi.
Allora… neanch’io”.¹


1] scritto il 21 aprile 1991

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Che storia è se dietro non c’è una storia vera? Non l’aveva mai notata o almeno non aveva mai fatto particolarmente caso a lei. Non che… solo che… è difficile cominciare il mattino; in quella confusione; lasciare il sonno, a spingersi gli uni contro gli altri. Erano almeno quindici giorni che la vedeva con gli occhi chini in quelle pagine. Le chiese se poteva sedere. Lei gli concesse un breve sguardo, un rapido sorriso, un “Prego.” –e scivolò di lato per fargli posto. Poi si tirò su la ciocca e alzò il viso chiudendo il libro: “Cosa le sembra il tempo”? Lui guardò in faccia al mattino e continuò a sembrargli una giornata di merda. Aveva il violento desiderio di un caffè: “Il tempo è quello che è”. Lei aveva occhi pigri bagnati di rugiada: “Speriamo che non piova”. “Speriamo.” –e si accorse che avrebbe dovuto notarla prima, ma il loro viaggio era già finito e la vide andare dopo un saluto formale e gentile. Al lavoro non fece che pensarla. Leo lo apostrofò: “Ti vedo distratto, oggi”. Non era distratto; era solo che non riusciva a liberarsi di quella canzone.

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