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Posts Tagged ‘memorie’

A tutte le persone che aveva amato riservava un posto nel suo cuore e anche per quelle che aveva riposto in un posto d’angolo, in un cantuccio, trovava un pensiero. Ed era sempre un modo garbato e malinconico quello in cui le ricordava. E quando era costretta a farne soffrire soffriva della sofferenza. Piera sapeva che giorni, mesi persino anni venivano dimenticati da quel solo istante. Che il dolore aveva il potere di cancellare tutto e tutto fare scordare, talvolta, in una vaga ipotesi di rancore. Lei non era così. Non le era facile vivere con tutti i suoi ricordi ma non se ne sarebbe mai liberata ed erano parte delle sue compagnie. A volte, anche se era con qualcuno, si assentava per tornare in quel mondo e ritrovare un dialogo silenzioso con quelle facce. A volte ritrovava un discorso fatto; a volte una domanda rimasta in sospeso; a volte una risposta che allora non aveva dato o una maggiore chiarezza. Non le sembrava di potersi attribuire una precisa colpa in nessun caso. Su come la vita attraversa le cose il senno di poi non è mai un giudice buono e giusto, per questo lei ricordava ma non giudicava. Forse era questo, si chiedeva, a mantenerla serena? Ma non era chi aveva amato ma quelli che amava a preoccuparla col loro affollarsi attorno ai suoi minuti.

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Foto colori di Ross in barca a PonzaDonne. Apriamo la finestra per stendere i panni al sole. Come fossero altrui. Non chiedevo altro. Ma non vorrei fare del male a nessuno; cioè a nessuna. E Lei commenta che le piacciono le regole. Nello stesso tempo non mi vuole sentire parlare di regole. Semplicemente la spaventano. Certo che ad essere coerenti si sfiora la criminalizzazione. Ma Lei è donna. E quando parlo di me non parlo mai veramente di me. La vita è come in quei gialli in cui ti dicono dall’inizio chi è l’assassino. A margine ricordo che l’assassino è sempre una figura di contorno. E’ la vittima, in quei casi, ad essere l’unico protagonista. Ma questa è una lettura leggermente sublimata e gotica.
Riassunto
Ho amato una donna (come da richiesta), e lei mi ha amato. Ma poi lei ha incontrato uno che le ha detto che l’avrebbe amata come me, anzi che era me. Lei è andata con lui e c’è pure rimasta. Ho continuato ad amare quella donna, ma mi sentivo un po’ solo in quella forma di amore. Per fortuna non mi sono mai sentito ridicolo. Forse solo un po’ idiota. Poi lei ha amato uno perché le aveva promesso di non amarla. Ho cercato un’altra donna da poter amare. Non era più come quella volta ma ogni volta è una volta. Poi ancora ha scelto uno solo perché lui non sapeva amare e lei non era costretta ad amarlo. Quell’altra mi ha detto che mi voleva amare senza l’amore. Mi sono sentito confuso. Alla fine me ne sono andato. Veramente sono stato fatto andare. Poi Lei ha creduto di potersi fermare e finire amando solo nessuno. E’ allora che l’ho ritrovata e mi ha chiesto se mi ricordavo come si fa ad amare. Certo che me lo ricordavo. Quando ti insegnano ad amare non lo scordi più.
Capitolo dopo (o Seconda strofa)
La vera storia è un attimo più estesa. Anche se non ho tempo di fermarmi troppo. Ebbene sono un tipo fortunato. Sono nato nella città più bella del mondo. In una casa enorme. Da una famiglia numerosa. Avevo sei genitori: due madri, di cui una, in verità, era mia matrigna, e quattro padri; a fare i sei. A cavillizzare solo due erano stanziali. Gli altri erano sempre di passaggio e cambiavano in continuazione. Così in fretta che avevo smesso di scervellarmi per imparare i loro nomi. Non che tutto andasse sempre liscio perché quelli fissi, soprattutto Giuseppe, brontolavano in continuazione. Non erano del tutto contenti di quella situazione di instabilità. Dicevano che era per i figli, anche se ero figlio unico. I miei fratelli avevano preso la via della vita da orfani. La salute mi ha sempre sostenuto. Non mi mancava cioè niente di quello che avevamo. Ripeto: son sempre stato fortunato.
Ma qui il tema è l’amore e anche in amore… Anch’io son cresciuto di leggende metropolitane. Avevo incontrato la ragazza più bella della città. Mi son sempre chiesto se lo meritavo. Senza qualche dubbio la vita non è vita. E Lei s’era accorta di me. Accorta è dir poco. Mica dei dubbi; di me. Allora ironicamente mi son dato dello stronzo. Poi ho provato a farlo. Non mi riusciva del tutto bene. Ero poco credibile. Solo al primo attimo. Avevo scambiato la parola con stupido. Sempre con la esse iniziavano. Ma Lei, almeno per un po’, c’è cascata. Ora torniamo alla storia. Forse un limite c’è sempre stato. Troppi più nella mia vita. Capita, qualche meno. E’ da mettere in conto. Per una ragione statistica. Odio le statistiche. Solo che magari non era quello il momento adatto.
Forse ho imparato da allora ad odiare le statistiche. Era come quando vinci la lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. Detto per inciso è quello che mi è successo ieri incontrandola una seconda volta. L’ho detto e ripetuto. Ma è che a volte trovi anche chi si arrangia a mangiarsi la tua vincita. Questo non toglie nulla alla fama del fortunato. Che poi, a guardar bene, il vigliacco profittatore è un benemerito: toglie dalle responsabilità. L’improvvisa ricchezza può creare fastidiosi contraccolpi. I troppi soldi creano problemi, non riesci mai a spenderli tutti. L’abbondanza rende ciechi e obesi, persino nelle idee. E’ che tutto sembra così impossibile. Esagerato.
Era tutto abbondante nella mia vita; i pasti no. Ero talmente fortunato da essere due. Peccato che lei, la più bella ragazza del mondo, e bella non solo d’aspetto, se provate ad immaginarla era ancora più bella, esageratamente, tra i due scelse il me stesso sbagliato. La copia. Ironia della sorte e del racconto. Pensai all’ennesimo colpo di culo. L’altro aveva Lei ma io avevo la libertà e tutte le ragazze che volevo. C’era solo un piccolo particolare insignificante: tutte quelle ragazze non volevano me. E a ben pensare nemmeno io volevo loro. Ma non sempre si può avere ciò che si vorrebbe. Ho fatto colazione appena sceso dal treno. Ci sarebbe da giungere alla conclusione che Alterego è sempre un amico infido, alla fine si trasforma in sé. Più simile ad un verme che all’uomo che ero e sono. Ma forse la stima che faccio è, nonostante tutto, generosa. E a dire verme è stata proprio Lei ma solo poco prima di ieri. Prima sapeva ma non voleva vedere.
Ho avuto molti incidenti ma sempre senza conseguenze fisiche. E pensare che non ho né ho mai avuto la patente. E’ per questo che preferisco viaggiare in treno. Se mi lagnassi sarei come quelli che vogliono fare del blues a pancia piena. E qui non siamo nella canzone di Vergassola. E io non sono quel Mario. Ad un certo punto mi ero convinto di piacere alle altre. Come se fossi a scadenza breve. E soprattutto alle madri e alle nonne. Tranne naturalmente quando presagivano di poter trasformarsi in suocere. Mi ero convinto di piacere a quelle che non mi interessavano e a cui non interessavo particolarmente. Non sono particolarmente decorativo, ma in un certo contesto faccio la mia bella figura. Come certi quadri. Posso fare arredo. La cosa peggiore è che sono adatto al rimpianto. Magari ad essere piantato per poi riscuotere pentimento. Per informazioni si può chiedere alla mia ultima ex. Ultima di due. Già! a lei poetare non le sembrava una cosa seria. Per lei sognare non era una cosa pratica. Così mi ho trascinato stancamente la mia fortuna in un mini che non ha ancora imparato cos’è il sole. Due stanze e servizi oltre confine.
Forse sbagliavo spesso momento. Col dubbio che alcune quando chiedevano amore volevano sesso e quando chiedevano sesso volevano amore; appunto. O quando mostravano le tette lo facevano perché le guardasse un altro. Mi viene in mente Cristiana, povera diavola, che nonostante gli sforzi non è mai riuscita a mostrare quello che non aveva. Ero già arrivato a concludere che per amare era la cosa più facile del mondo, persino banale, bastava non dirlo ad anima viva. Amare in silenzio non porta inquinamento sonoro. Non offendi né fai male a nessuno. Scegli come e con chi farlo.. Richiede poco tempo, poco impegno e meno passione Ti stendi a letto e la voglia se n’è già andata.
Ma la fortuna era in agguato. E’ stato allora che ho trovato Lei, quel bel tipo (di cui sopra). Mi vede e mi dice: “Ti ricordi come si fa ad amare”. Non era la memoria a farmi difetto. Solo un po’ di allenamento. Poca cosa. Porca miseria. E m’ero mantenuto in forma. Niente pancia né acciacchi significativi. Faccio ancora i cento metri ma poi mi devo fermare. Maledetto fumo. A quel punto mi son detto “non è per l’amore, ma… preferirei guardare un film”. Lei non mi ha fatto vedere il film. Non era bello e l’avevo già visto. Ha insistito. Son tornato a vivere nella città più bella del mondo. Dimenticavo di dire che me n’ero dovuto andare per sfratto. Insomma… Non chiedo altro

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Michele pensa che non c’è niente di più bello della sua città, Venezia, in quel mese. I colori tenui che si sfumano in un’unica malinconia. Il sussurro sottile e lento delle onde sulle rive. Quella veduta dal lido piena di trasparenze. Quel panorama fatto solo di riflessi. Pensa che è appena arrivato e già deve partire. Vorrebbe solo non avere quei pensieri. Nessun pensiero. E guarda lei e pensa che non c’è niente di più bello del suo viso. E della sua voce. E delle sue parole. China gli occhi. Quello che le vuole dire non vorrebbe sentirlo. Gli pesa già prima di uscire. Tiene in mano le foto. Sono foto in bianco e nero. Di quella gita. Anche lì è bella come sempre. Lui non c’era ma è come se ci fosse stato. Le avevano scattate per lui. Sa che quelle parole sono inutili. Sa che si stanno perdendo. Il dolore è tutto lì: in quella partenza. Le dice perché non ne può fare a meno. Fin dall’inizio non voleva regalarle solo quell’attesa. Era stato tutto così difficile, per quello. Ma era stato tutto così facile. Mentre le dice addio non può guardarla. Lei gli risponde che lo aspetterà. Le sue parole sono quelle della sua testardaggine. E’ quello che lei ha sempre cercato di mostrare. Sono quelle di chi non riesce ad essere quella che vorrebbe essere. Suona difficile anche la sua voce. Forse lo sanno che saranno proprio le ultime. Quelle che restano non potranno che scriverle. Lui non tornerà. Non tornerà per lei. E’ ancora più bella con il vento che le spettina i capelli. Ed è difficile trattenere il pianto.
Rossana guarda il suo ragazzo uomo. Lo guarda come non lo avesse mai visto. E’ curiosa di lui e ricca di lui. Vorrebbe chiudergli la bocca. A cosa serve? Non è la prima volta che quello stupido… sa di non poter vivere senza di lui. Eppure è ancora solo un ragazza. Non pensava che amare fosse così dolce. Né così straziante. Né così complicato. Lei non ha paura di lui, lo sa. Lei ha paura di quello che prova. Dell’emozione. Cerca la mano che lui ritrae. Vorrebbe dargli la forza che non ha. E’ stato tutto difficile. E’ tutto così difficile. E’ sicura che ci riuscirà. Non vuole avere nessun dubbio. Ma sente che lui si allontana. Si volge è là. Allora è lei che si sta allontanando. Non può essere così. Se c’è un senso nella vita è quello il senso. Ha ancora le scarpe piene di sabbia. E le piace guardarlo mentre il vento ne spettina i capelli. Per un attimo perde il pudore dei proprio sentimenti. In quell’attimo può essere donna. Poi torna subito fragile e ragazza. Non vuole guardare l’orologio. Vorrebbe che il tempo si fermasse. Che non arrivasse mai la motonave. E il momento di tornare a casa. In quel momento il suo posto è solo lì. E’ vicino a lui. Non può crederlo che non la voglia più. Come un groppo le prende la gola. Sa che non è vero. Sa che lui lo fa per lei. Solo perché non può rimanere. Vorrebbe gridargli di abbracciarla.
Non c’è niente di più bello della loro città, Venezia, nel mese di ottobre. Amano entrambi quella città è i suoi pettegolezzi. E’ un peccato che dopo arrivi sempre novembre.

Veduta della chiesa della salute a Venezia

Per la verità la foto l’ho scattata proprio in un altro novembre.

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Rita era nata puttana. Non perché a lei piacesse farlo cioè a lei piaceva ma come le altre. E poi si sa che così sono uomini anche i brutti. E non c’entrano i sentimenti e la passione o la simpatia. Lei lo aveva sempre saputo. Aveva provato anche a fare la parrucchiera. Non era per lei. Aveva finito per litigare con la padrona e mollare là tutto. Per quella stupida donna che pretendeva che gli togliesse vent’anni con una messainpiega. Quella si era puttana perché gli piaceva e troppo. Aveva provato anche in fabbrica; troppo duro il pane. E poi la notte non è notte se non la passi nel letto. Che c’è chi pensa… invece è un lavoro come un altro, e anche più duro. E si incontra gente strana e a volte molto strana. Ricordava Mary che l’avevano trovata dietro un fascio di sterpaglie. Lei si faceva chiamare Susan; come Susan dei marinai. E di Mary avevano detto: “E’ solo una puttana”. La prima era stata strana; avrebbe voluto almeno che lui fosse carino. Non era stato così e non aveva molto da ricordare. Quello nemmeno l’aveva capito e gli aveva chiesto anche meno delle altre. Andava al lido di Ostia dove vanno le puttane ma non solo loro e non solo lì. Cosa poteva fare se l’avevano chiamata SantaRitadaCassia; e lei con gli amici diceva: Si! SantaRitadel…

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L’epoca dei fatti era, naturalmente, il fatidico sessantotto; un anno per molti versi fragoroso. L’amico Francesco lo ricorda come un aneddoto divertente anche perché appartiene ormai a quel lontano passato. Per lui non aveva molto più valore di una normale ragazzata, allora. Non lo era e il dito dell’avvocato scorreva le carte e traeva le prime considerazioni pensoso: “Qui vinciamo. Qui vinciamo. Qui lo prendi in quel posto. Qui vinciamo. Qui li facciamo neri. Qui lo prendi nel culo”. Francesco non aveva trattenuto la domanda che aveva in canna perché lui era così. Anche la vita rimane la stessa: quando si perde si è sempre soli.

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