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Ponza vista dall'Isola che non c'è

Un sole (uno solo) acceca. C’è là un mare d’incanto. Una leggera brezza lo increspa. Ne porta l’odore fin lassù: all’Isola che non c’è. Si sono distratti, come due ragazzi. E come un ragazzo Michele ha la meraviglia negl’occhi. Quello stesso senso di incredulità. E si sente sereno. Ed è felice. Se la coccola con gli occhi. Rossana lo sa, e se ne accorge. Sembra che il mondo sia solo colore, che non abbia suoni. E’ tutto così lontano. Non possono chiedere di più perché un di più non c’è. Guardano lontano abbracciati. In silenzio lui si scusa con gli amici. Gli sembra quasi di mancare. Vorrebbe averli tutti là. Anche se sa che è solo un breve arrivederci. Ma non proprio breve. Tutto è sospeso tra le pagine di una favola. Ogn’uno se la può scegliere la favola. Ma è una favola a lieto fine. E il promontorio è la prua della nave. E il grido dei gabbiani avvista terra. Nell’aria c’è già una canzone. Inutile disturbarla. Inutile interromperla. Come due ragazzi si tengono per meno e vanno verso quel sole. La felicità sa trovare lacrime dolcissime. La vita deve essere amata.

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Come ricordava un amico non lo aveva mai visto e quando, per la prima volta, vide il mare ne restò sorpreso e affascinato. Arduo capire oggi come gli potesse mancare il fiato davanti a quello stupore ma tutto era nuovo. Il treno con le immagini al finestrino che fuggivano al ritmo del nevrotico di quel ta–tun e l’impaziente pazienza. La gente che si riversava all’arrivo in mezzo alla gente in quel formicolare di gente. Quell’assordante bisbiglio che confondeva le voci di mille voci come in un unico suono liquefatto. Gli annunci che erano anche loro suoni come suoni da un altro mondo e che facevano alzare alcuni nasi all’insù dove non c’era alcunché. Quel sentore di grigio che è in tutte le stazioni ma che lui non conosceva. Tutte quelle macchine. Tutte quelle frette. Persino lui aveva avuto fretta e non aveva voluto poggiare le valigie se non dopo aver raggiunto quella sabbia ed essersi liberato a quella meraviglia.

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Lo aveva chiesto senza convinzione tanto che era stato sorpreso che lei avesse accettato; “Perché no”? Si era preparato con cura allo specchio pensando al poi e ad ogni gesto aveva scordato qualche fastidio e qualche anno. Nel buio della sala era come se fossero soli. Il violento profumo della sua presenza vicina lo distraeva. Lei era giovane e bella. Forse non proprio bella ma carina. Certamente giovane. Aveva cercato di guardare il film ma non c’era più quella meraviglia del cinema che ricordava o forse erano i suoi occhi ad averla perduta. Anche lei sembrava annoiata da immagini di luce ormai fattesi banali nell’abitudine. Fu lei a prendergli la mano, forse per distrarsi dal recitare chioccio e falso dell’improbabile protagonista, e a portarla a sé: “Ormai il cinema sembra fatto solo per far rimpiangere il cinema”.

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Nell’assentarsi della parola
per lei parla il silenzio
(testardo, insistente, ingombrante).
Non c’è alcuna difesa
nessuna consolazione
alla sua testarda compagnia
e non ho più poesia,
facile a dirsi,
perché non ho parole di fascino ingombranti:
non c’è ne una che mostra meraviglia,
non c’è ne una che tradisca questo vuoto.
Abbiamo ormai persino paura del nostro egoismo,
nemmeno la vergogna di tacerlo,
solo la rassegnazione del sonno vuoto
incapaci di sognare in altri posti
in altri momenti;
eppure non mi so rassegnare
perché in ogni angolo ho un fratello che soffre.

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