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Era un merdoso martedì quattordici; un pantanoso e grigio martedì di febbraio; un martedì dell’anno millenovecentonovantacinque. Era un mattino piovoso di quelli in cui vi è un’unica certezza: che la pioggia può cambiare solo di intensità ma che continuerà a cadere per tutto il santo e benedetto giorno. In cui la luce si mantiene diafana e nei quali è impossibile liberarsi dei malumori contratti svegliandosi.
Si sentiva già il borbottio degli utenti che aspettavano l’apertura dello sportello cominciando a spazientirsi e stavo ormai scorrendo il giornale quando distrattamente la mia attenzione cadde (o inciampò) in una breve notizia da New York riportata a pagina diciotto. Si diceva che la solidarietà degli americani aveva reso ricco Stacey Koon.
Solidarietà per quattro virgola sette milioni di dollari in un anno, qualcosa come l’equivalente a oltre sette miliardi di lire. Una notizia di per sé sorprendente ed enigmatica. In realtà quel nome si stava già stemperando nella memoria. Lo stesso articolo ricordava chi era Stacey Koon: un agente della polizia di Los Angeles condannato a trenta mesi; incarcerato per aver picchiato a sangue un automobilista nero a nome Rodney King. Fatto che sembra tanto lontano e che a quel tempo fu premessa per innescare l’ultima grande rivolta razziale della storia americana.
Ogn’uno poteva trarre le proprie considerazioni dal fatto riportato senza commenti e, come in altre occasioni, nemmeno io so perché quella notizia dovesse attrarre così tanto la mia attenzione tanto da restarmi impressa a lungo. Ma ancor meno capisco perché mi tornò alla mente una storia e una figura della mia infanzia bruciata nel tempo e di cui credevo di non conservare memoria. Oltre tutto continuo a non vedere nessun nesso fra le due cose e questo fatto singolare indispone la mia mente razionale aumentando il mio malumore con ripercussioni anche nei rapporti con gli utenti.
Ero bambino, allora in un Italia diversa in cui non era ancora in atto quella profonda separazione fra la città e la campagna che si sarebbe vista in seguito, e la città altro non era se non un grosso paese con gli stessi riti di qualsiasi altro paesotto agricolo. Anche nella mia città, così diversa, il sabato, almeno così credo di ricordare, arrivava la fiera di paese con le sue attrazioni che tanto richiamavano la meraviglia di noi bambini. E arrivava allora il giocoliere delle porcellane, e il violinista che non suonava mai, e mille altri personaggi stravaganti che mettevano in piedi quei loro piccoli pirotecnici spettacolini solamente col fine di vendere i loro, a volte altrettanto stravaganti, prodotti.
Non conta aggiungere ancora quanto quella Italia fosse diversa dalla nostra in quasi tutte le cose e anche in politica; come molti cominciavano a dare a termini semplici come la parola “compagno” un senso violentemente offensivo che numerosi altri faticavano a cogliere e comprendere, eppure si sarebbe compreso nel tempo; come le campane chiamassero a raccolta il pio uomo contro la grande minaccia e la voce della minaccia fosse tacitata e soffocata da quel frastuono argentino. Ma sono, questi e altri, ricordi a cui la memoria di quelli come me corre amaramente e basta dire che appartengono al passato di un paese che si sopravviveva e che cambiava.
Lui, per la sua attività commerciale, si accontentava di uno spazio estremamente ridotto e non si serviva di nessun tipo di spettacolo per promuoverla e richiamare i creduloni perché lui credeva nell’onestà del rapporto e di quell’onestà aveva fatto la sua vera fede di vita. Nel grande Barnum del mercato, dove sembrava mancasse solo il mangiatore di fuoco e l’ammaestratore di pulci e dove tutti cercavano di occupare più spazio possibile perché pareva fosse quello a determinare il successo e l’importanza del prodotto e ad affermare il processo di vendita, gli riservavano quell’angusto perimetro e lui non si lagnava perché come detto gli bastava.
Arrivava puntualmente quando tutti avevano ormai dispiegato le loro meraviglie e innalzato i loro circhi o recintato le loro arene e messo al vento tendoni e vessilli e quando già le voci si levavano stentoree. Era sempre vestito in modo elegante ma pratico e aveva sempre le stimmate dell’affabilità impresse in modo incancellabile sul viso, perché lui era un professionista. Dispiegava allora il suo microscopico tavolinetto traballante e lo copriva d’un panno nero come il peccato e ormai lustro.
In verità ero l’unico bambino ad aspettarlo ed è comprensibile come gli altri fossero affascinati altrove eppure io accorrevo subito per non perdermi un posto in prima fila, anzi controllavo l’ora impazientemente finché lo vedevo di lontano giungere. Ero il suo cliente più fedele e ormai ci salutavamo confidenzialmente e lui mi regalava un amabile sorriso. Ero orgoglioso di questa mia amicizia con un adulto e soprattutto con una persona che mi sembrava così importante.
Allora cominciava a preparare la sua parca mostra e doveva star chino per disporre tutto sul tavolinetto basso, tanto che ormai restava chino anche da ritto; aveva insomma quella particolare postura che hanno quelli che usualmente si occupano di accudire ad una chiesa, anche se in loro è per un segno di deferenza; e poi lui non si strofinava le mani incrociandole come facevano quelli.
Metodicamente estraeva dalla sua borsa, come dal cilindro dell’illusionista, ad uno ad uno una serie infinita di seriche e lucide piccole rocchette di cotone colorato (quelle che comunemente, forse per la similitudine delle loro forme, venivano chiamate, almeno da noi, come le sigarette: Spagnoletti) e rocchetti più corti e tozzi per uso delle macchine e con la stessa misurata lentezza li disponeva sul panno soffermandosi continuamente ad osservare l’effetto che producevano e la simmetrica disposizione. Alla fine eseguiva ancora un’ulteriore ispezione.
Portata a compimento questa prima parte della sua opera di preparazione, solo allora, nello spazio che aveva riservato al centro, in una fila perfetta e dal più grande al più piccolo, disponeva ad intervalli perfettamente uguali, una serie infinita di aghi per cucire di tutte le dimensioni e forme e per tutti gli usi; aghi almeno apparentemente nuovi; e non aveva bisogno assolutamente di nessuno strumento per lasciare fra un ago e un altro lo stesso identico spazio preciso al millimetro, bastava il suo occhio.
Soltanto dopo che era completamente soddisfatto e soltanto allora disponeva in un angolo la merce destinata veramente alla vendita: si trattava di piccole confezioni rettangolari in carta ripiegata delle dimensioni di pochi centimetri e dai colori anonimi; se il ricordo mi sorregge ancora recavano una scritta nera su fondo bianco. A questo punto bloccava ogni sua attività e attendeva pazientemente che si raggruppasse una pur minima folla che giustificasse la sua presentazione. Credo che questo, l’orgoglio, fosse l’unico difetto che riuscii mai a scorgere in lui.
Era questo il momento più bello per me; spesso ero solo e in silenzio mi lasciavo affascinare da tutti quei rocchetti colorati. Dal giallo oro al giallo limone al giallo ocra. Dal blu cobalto al blu oltremare ai blu più cupi. Dai rossi brillanti ai carmini ai rossi granati fin quasi al viola. I bianchi che diventavano ancora più candidi e i neri che cercavano di nascondersi e sparire. E poi i verdi. E tutti gli altri colori che non credevo ne potessero esistere tanti. Era una festa di colori quella, che riempiva gl’occhi e il cuore. Avrei potuto immaginare di veder apparire lì, nel bel mezzo, Odradek, ma l’avrei incontrato solo molti anni dopo, o di raffigurarmi quel venditore come un vero e proprio mago se non fosse per il fatto che rimanevo talmente meravigliato da starmene imbambolato e non riuscire nemmeno a sognare.
Lui non richiamava le persone se non con un garbato “Mi permetta signora.” o con un altrettanto educato “Se vuol essere così amabile di potermi concedere solo alcuni istanti“; come avevo detto non ricorreva a trucchi o a mezzucci, niente che potesse essere anche solo un poco plateale. E quando si era raggruppata una piccola folla disposta a dedicargli la propria attenzione con fiducia, bastavano anche solo un paio di persone, allora passava a presentare la merce e a passare alle dimostrazioni.
Ogn’una di quelle confezioni conteneva un set di aghi diversi, se ricordo ancora una mezza dozzina, e nel bel mezzo un piccolo strumento sottile di metallo dai riflessi argentei. Era un piccolo accessorio atto a facilitare l’inserimento del filo nella cruna dell’ago; fosse quest’ultimo un semplice ago da cucito o l’ago di una qualsiasi macchina per cucire; fosse il primo un filo di semplice cotone, di nylon, di pelosa lana o di qualsivoglia altra fibra. Così anche un filo robusto e di notevole spessore riusciva a passare, nonostante l’incredulità generale, per la cruna dell’ago.

Il concetto era semplice quanto rivoluzionario; tanto elementare da lasciare esterrefatti. Nella pratica l’accessorio consisteva in un esile filo metallico sottile ricurvo applicato a un piccolo sostegno, dalla forma e dimensione di un’unghia e dal colore dell’argento, che inserito nella cruna formava un’asola attraverso cui si faceva passare il capo del filo tessile che poi, ritraendo l’aggeggio, sarebbe rimasto inserito senza ulteriori problemi nella cruna.
Avevo gl’occhi buoni allora, naturalmente, e forse oggi avrei saputo apprezzare ancor più l’utilità di quel piccolo aggeggio. Il fatto è che quell’uomo sparì ancor prima che l’Italia avvertisse i primi cambiamenti di cui ho accennato all’inizio; semplicemente una mattina lo aspettai inutilmente. Non arrivò quella mattina ne nessun’altra mattina delle tante che ancora aspettai e in cui sperai tanto di rivederlo. Sparì senza il tempo del saluto, forse portandosi via quella che era stata la mia prima amicizia. Lui non mi aveva mai pregato di allontanarmi, era anzi sempre stato paziente e gentile con me.
In seguito uno alla volta sparirono tutti quei personaggi ed erano veramente tanti, chissà chi ne conserva ancora memoria, nella mia tutti son tornati affollandosi all’improvviso, e quelle fiere si ritrassero per restare emarginate nei piccoli paesi perdendo altresì i loro migliori interpreti e tutta la loro magia e la loro teatralità. Ma per nessun’altro fu come per l’uomo dei rocchetti perché anche io stavo cambiato e crescendo e ai miei occhi molte cose stavano mutando e altre meraviglie prendevano via via ad attrarmi.
Nel frattempo quel grande campeggio di tendoni e di bancarelle è sparito allo stesso modo in cui sono spariti i mitici venditori ambulanti che sembravano uscire da delle fiabe e che si sono lasciati sostituire da giovani sudati e disperati che la fame e una disperata ricerca di sé spinge a trascinare borse enormi e pesanti per la vendita porta a porta. Giovani che, non certo per colpa loro, non hanno ne arte ne parte, non conoscono la poesia e vendono prodotti banali facendo leva solo sulla pietà della gente.
Poi ritrovo quel vecchio amico e scovo tutte queste cose nella mia memoria dove le credevo perdute per sempre e questo grazie ad un stupido articolo su un giornale o forse anche aiutato dal fatto che ieri al supermercato ho visto esposto disordinatamente quell’attrezzo che non avevo da allora più visto; forse questo e quello, ma Lui non c’era. Eppure quello stupido articolo che solo io forse reputo stupido e che a molti può anche essere sfuggito torna in modo singolare a intrigarmi.¹


1] scritto il 14.02.1995

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13 novembre 2009. La prima volta che l’aveva visto gli era parso uno simpatico; gioviale. Alto, biondo, era arrivato da uno di quei paesi che fino a qualche anno fa nemmeno esistevano. Quelli spuntati da dietro la cortina dopo che la cortina non c’era più. Cercava un posto dove stare e la fortuna e un lavoro. Certo che non era in regola, ma non si preoccupava per quello. La sua inquietudine andava al ricordo del paese da dove era fuggito. La fame, diceva, la misera; ma quella vera.
Glielo aveva mandato un amico. All’inizio, per un po’ lo aveva ospitato. Per il lavoro se l’era trovato quasi subito ma non era durato molto al mercato. Se non si ha paura le opportunità ci sono sempre e Ivan non aveva paura. Per quelli che venivano da dove veniva lui, e da posti simili, la paura è un lusso che non si possono concedere. Non che avesse qualcosa contro quelli che venivano da fuori; per questo nemmeno contro i musulmani. E in fondo gli stava simpatico.
La città era piccola, capitava spesso che si incontrassero. E poi non gli mancavano mai notizie. Certo la fortuna non dura per sempre per nessuno. Aveva fatto bene a smettere di ripulire le case. Prima o dopo se lo sarebbero pizzicato. E allora niente e nessuno l’avrebbe potuto salvare dal foglio di via. Solo che forse avrebbe dovuto avvertire prima che voleva uscire da quel giro. Non puoi rischiare di pestare i piedi a qualcuno; ci vuole rispetto.
Poi una sera aveva offerto da bere a tutti. Si erano ubriacati assieme. Gli uscivano soldi come se non contassero nulla. La voce che circolava era che erano dei suoi amici a rischiare per lui. Portavano la roba dentro a dei container. Lo avevo avvertito di andare delicato. Quella è gente che non scherza. E la roba non era nemmeno della migliore. Mi disse che sarebbe stato per poco; che gli occorrevano quei soldi. Mi sembrava uno che sapeva quello che faceva. E forse aveva anche saputo prendere le proprie informazioni, e degli accordi. Non sapevo, naturalmente, quanto tempo fosse quel poco. Intanto le cose gli andavano meglio. Si vestiva come uno di noi,anche più elegante. Lui correva, anzi galoppava.
Poi si era messo tranquillo. Aveva trovato due di qua. Niente di eccezionale ma quello che gli bastava a vivere. Qualcuno aveva soffiato che sapeva qualcosa su come era finito in canale il Graziano. Forse erano solo chiacchiere perché le due erano la scuderia dell’annegato. Quando erano andati per prenderselo aveva un alibi e documenti falsi più buoni di quelli veri. In serata avevano dovuto lasciarlo andare. Avevamo festeggiato assieme. Aveva capito che Ivan era soprattutto un gran figlio di puttana. Aveva però la sensazione che fosse di quelli che non si sanno accontentare. Stava esagerando.
Non si sbagliava: il ragazzone biondo si stava facendo spaccone. Le aveva fatte arrivare dal suo paese. Prima una, poi un’altra, e altre ancora. Alte e bionde; per essere belle erano belle, e pallide come la luna. Ormai la gente le voleva solo ucraine. I prezzi erano saliti. Per le nostre non c’era più mercato.
Lui era stato costretto a tenere Tamara tra le braccia. Piangeva. La poverina gli chiedeva scusa; sapeva che non era colpa sua. Aveva dovuto consolarla. Non sopportava le donne che piangono. Eppure era bella Tamara, e ci sapeva fare. Erano più le sere che se ne tornavano a mani vuote. Prima dicevano che lui aveva le migliori. Così va il mondo. Ancora un poco e avrebbe perso il rispetto di tutti. E non era nemmeno giusto starsene alzato la notte, per le strade, per quelle che ormai non erano che due miserabili lire.
Forse avrebbe dovuto parlarci. Il biondino, con quel suo sorriso disarmante, gli avrebbe spiegato tutto. Una pacca sulle spalle e avrebbe cercato di convincerlo. Non c’era più nulla da capire. Non poteva venirsene da lì a rompere le palle. Quando arriva lui esce dal portone e dal buio. Ivan non lo riconosce subito. Lo guarda e gli chiede come va. La tira fuori e allora a quello, allo straniero, il sorriso si spegne. Gli chiede con quel suo italiano all’inizio e rimasto difficile: “Cosa fai?” Ma lui non ha più voglia di spiegarglielo e di ricordargli che ognuno deve comandare in casa propria. Gli esce dal cuore:
Vaffanculo Ivan!” –e non gli lascia altro tempo che quello necessario per riconoscere che suono ha quel piombo. Dopo sta meglio.

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MascheraLo so che questo post probabilmente non interesserà nessuno, ma spero che i pochi che leggono questo blog porteranno pazienza o aspetteranno giorni migliori. Lo so che messo qui ha poco senso e che sarà difficile seguire il flusso logico dei ragionamenti; flusso, per dirla alla Sua maniera, teorico-pratico. Me ne scuso, ma nella rete si dice che i blogger diano il meglio di sé. Si dice. In qualche caso ho più che il sospetto che qualcuno non dia il meglio e qualcuno dia anche il peggio; almeno, in questo caso specifico, lo spero.
mariangela-iconaHo un’amica, una carissima amica, ormai lo sanno anche i sassi, che ha un magnifico blog ironico. Un blog che ha una sua notevole visibilità e molti contatti (questo è il punto). Questo mio modesto blog invece si accontenta di ciarlare cercando di farlo, per quanto mi riesce, e quando l’argomento lo permette, in modo leggero. Infondo la sua unica ragione, ancorché nato in modo casuale, è che mi diverto a scrivere. E io qui mi accontenterei di essere comprensibile.
In questi giorni, già resi ardui dalle festività, questa mia amica si è trovata, provocata a forza, maldestramente, pervicacemente, testardamente, coinvolta in un sorta di discussione, polemica, dibattito (non saprei come definirlo) che ha del surreale, sulla crisi della politica. Vi è stata gratuitamente trascinata da un comune amico che imperversa come un comunissimo troll¹. – Non voglio alimentare ulteriore polemica né cerco altrove visibilità, da questo momento chiamerò la persona l’interlocutore². – A parte il non domo, e pervicace (non perspicace) interlocutore (che si crede depositario dell’unica e inconfutabile verità in materia), al limite della demenza, del borderline, dovevo all’amica una risposta giacché sostenevo d’essere sostanzialmente d’accordo con Lei quasi su tutto e su quel “quasi” avevo promesso di tornare.
Anch’io, nel mio piccolo, credo che siamo davanti ad una crisi “brutta brutta“, come la definisce Lei facendo il verso a Aldo, Giovanni & Giacomo, o “organica“, come la definisce dottamente l’interlocutore. Il fatto mi sembra, personalmente, banale perché basta aprire le finestre per rendersene conto. Solo su questo mi trovo in accordo con l’interlocutore. Su tutto il resto della provocazione mi mantengo allibito, basito, non solo per la datata ricostruzione e per la mancanza di ipotesi di soluzione, ma soprattutto per la confusione sui vari piani di lettura della realtà attuale; realtà attuale in continua evoluzione.
Un intervento intelligente viene proprio dal vecchio coautore dell’interlocutore, Luis Razeto, in un commento che riporto per non contribuire ulteriormente nel lavoro di ricerca di visibilità:
«La attuale civiltá moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri o fondamenti che la sostengono (a livello politico, lo Stato nazionale ed i partiti; a livello economico, l’industrialismo e il capitalismo; a livello culturale, le ideologie e lo scientismo positivista). Questa crisi, poiché organica, non può risolversi che mediante una nuova organicitá, e come ogni organismo cui fondamenti vitali entrano in grande crisi, la civiltà moderna e suoi pilastri sono destinati a deperire. Questo deperimento però, è lentissimo, e il processo può estendersi ancora per alcuni decenni.
In questo nostro tempo, abbiamo due possibilitá (se vogliamo fare qualcosa di socialmente utile): l’una, è di tentare di sostenere e rafforzare e migliorare i pilastri della civiltà in crisi dimodoché il crollo sia posposto un po’, riducendosi in questo modo le sofferenze che comporta la crisi e che comporterá il crollo stesso. L’altra possibilità è di avviare la costruzione dei fondamenti di una nuova superiore civiltà.
La questione della riforma dei partiti, della creazioni di nuovi e migliori partiti, ecc. si pone nella prima prospettiva.
Se invece ci poniamo nella seconda prospettiva, le questioni essenziali sono: la creazione di una nuova politica (non partitica, non statale), di una nuova economia (non capitalista, non industrialista), e di nuove strutture della conoscenze (non ideologiche, non positivistiche).
»
Sin qui l’argomento (che sembra chiamarsi “scienza della politica“), e le relative analisi, le capisce anche la mia crassa ignoranza. Nemmeno mi ci soffermo. E’ sul resto. E’ sull’interlocutore che si erge a verità e sul suo “verbo“. Ora, provocato e visto il contesto, mi esibirò anch’io in una citazione, nonostante non abbia letto abbastanza libri e soprattutto non quelli giusti (trascuriamo qui che i libri, oltre a leggerli, bisognerebbe capirli), nonostante odi farlo e preferisca “ragionare”. L’autore è il dimenticato (nelle discettazioni) Marcuse: «La borghesia e il proletariato, nel mondo capitalista, sono ancora le classi fondamentali, tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi rendendole inefficaci come agenti di trasformazione storica. Un interesse prepotente per la conservazione ed il miglioramento dello status quo istituzionale unisce gli antagonisti d’un tempo nelle aree più avanzate della società contemporanea…» Dalla crisi del ’29, o grande depressione, si poté uscire anche grazie ad una economia di guerra e non solo. Ora il tardo-capitalismo, non più basato sull’equilibrio tra produzione e mercato, ma sulla finanza, mostra di essere arrivato al capolinea e da questo ne uscirà un riassetto globale, una scomposizione e ricomposizione della società. Gli strumenti di lettura-interpretazione “torneranno” ad essere superati ed inefficaci. Già utilizzare un concetto di classe legato ad una lettura della economia e della macro-economia che conta almeno mezzo secolo mi appare fuorviante. Per questo lo stesso Marcuse parla di società unidimensionale. Sugli elementi detonatori della crisi economica si potrebbero spendere parole utili, non è questo il posto ne lo spazio. Che la crisi politica, ovvero della gestione del consenso e/o potere, sia figliazione di una riscrittura globale dell’economia mi sembra superfluo soffermarvisi, le cose non sono scindibili (se può sembrare strano è marxiano). Continuo a sostenere come forse l’ultimo tentativo serio di una “risposta diversa” sia stato massacrato per le strade di Genova, ma questa mia testarda osservazione ha già trovato spazio in queste pagine. Probabilmente i tempi non erano maturi. Il “movimento” non era preparato a contrapporsi efficacemente alla provocazione e alla sfida violenta che gli è stata lanciata.
C’è poi un piano del tutto italiano. Quello della nostra “piccola” politica nazionale. Un tema, diciamo così, “quotidiano”. Quello sul quale le persone di “buona volontà” cercano di spendersi. Quello che assorbe parte delle mie energie. Quello sul quale l’interlocutore solo a volte indulge, (e scivola malamente) perché non fa abbastanza colto, lanciandosi finanche in affermazioni azzardate. Cambiare si può cambiare e si può provare da ora. E’ per questo che lascio le dotte discettazioni ad altri o meglio il loro soffermarsi solo a quelle. Oltre a tutto mi sembra che su quel cambiare lo stesso Luis Razeto si stia impiegando (a differenza dell’interlocutore).
Su questo, con la mia amica, non ho molto da dire; ci troviamo abbastanza in sintonia. Su alcuni aspetti di questo piano tutto nostro e italico, con un ottica a quella che potremmo chiamare “sinistra“, avevo provato a cercare di dire delle misere idee. Ad aprire una piccola discussione. Lo stesso colto interlocutore, a suo tempo, censurò un mio post sull’argomento poiché non all’altezza delle vette del suo sito, perché confuso e, a suo esclusivo dire, pieno di errori ortografici. Questo per completezza perché sono spesso molto poco tolleranti e democratici coloro che chiedono tolleranza e libertà per sé, al di là delle definizioni che danno del loro pensare.
Spero, a questo punto, che nessuno vorrà ascrivere colpe a uno dei due cioè al coautore delle opere più volte citate, Luis Razeto, e all’ispiratore, Antonio Gramsci. Mica è sempre vero che ognuno ha gli amici e i discepoli che merita. Ce lo insegna persino la storia. Vorrei inoltre fare una ultima osservazione: credo che anche il parlare di massa sia ormai un termine obsoleto (spero che all’interlocutore piaccia questa parola) ricordandogli che massa, nel mio dialetto che possiede anche l’amica, significa anche troppo; un troppo che stroppia.

Tranquilli, qui, in queste pagine, non si aprirà nulla di simile, non comincerà nessuna “discussione”. Perché non sono all’altezza. Perché non è un proscenio abbastanza prestigioso. Perché provvederei a farla finire prima che cominci.


1] Dicesi Troll di individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi. Per una più precisa definizione vedesi la voce in wikipedia.

2] In realtà mi sento un poco responsabile, e colpevole, per essere stato io l’artefice di questa relazione cioè per averLe presentato l’interlocutore.

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